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Antimafia Duemila

Wednesday
Aug 20th
Rocco Chinnici PDF Stampa E-mail
Un uomo che andava contro corrente
di Paolo Borsellino



Le fotografie presenti nel servizio sono state pubblicate per gentile concessione di: Letizia Battaglia, Franco Zecchin, Shobha.


Ho riletto con intensa emozione questi brevi scritti di Rocco Chinnici, che mi hanno fatto ricordare altri suoi interventi pubblici e tante altre conversazioni quotidiane che avevo con lui, di cui purtroppo è rimasta traccia solo nella mia memoria ed in quella di coloro che ebbero la fortuna di ascoltarlo.
   Rocco fu assassinato nel luglio del 1983, agli inizi di questo decennio, quando ancora erano grandemente lacunose le concrete conoscenze sul fenomeno mafioso, che non era stato ancora visitato dall’interno, come poi fu possibile nella stagione dei “pentiti”.
   Eppure la sua capacità di analisi e le sue intuizioni gli avevano permesso già nel 1981 (è questo l’anno di ben tre dei quattro scritti pubblicati) di formarsi una visione del fenomeno mafioso che non si discosta affatto da quella che oggi ne abbiamo, col supporto però di tanto rilevanti acquisizioni probatorie, passate al vaglio delle verifiche dibattimentali.
   Le dimensioni gigantesche della organizzazione, la sua estrema pericolosità, gli ingentissimi capitali gestiti, i collegamenti con le organizzazioni di oltreoceano e con quelle similari di altre regioni d’Italia, le peculiarità del rapporto mafia-politica, la droga ed i suoi effetti devastanti, l’inadeguatezza della legislazione: c’è già tutto in questi scritti di Chinnici, risalenti ad un periodo in cui scarse erano le generali conoscenze ed ancora profonda e radicata la disattenzione o, più pericolosa, la tentazione, sempre ricorrente, alla convivenza.
   Eppure, né generale disattenzione né la pericolosa e diffusa tentazione alla convivenza col fenomeno mafioso, spesso confinante con la collusione, scoraggiarono mai quest’uomo, che aveva, come una volta mi disse, la “religione del lavoro”.
   Egli era divenuto, alla fine degli anni ‘70, dirigente dell’ufficio istruzione del Tribunale di Palermo. E proprio in quegli anni divampò la così detta “guerra di mafia” e si verificarono, non i primi, ma sicuramente i più clamorosi delitti eccellenti.
   A capo della struttura giudiziaria più esposta d’Italia, si prefisse di potenziarla opportunamente e renderla efficace strumento di quelle indagini nei confronti della criminalità organizzata, troppo a lungo trascurate in precedenza.
   Uno per uno ci scelse: noi magistrati che solo dopo la sua morte avremmo costituito il così detto “pool antimafia”. Ci prospettò lucidamente le difficoltà ed i pericoli del lavoro che intendeva affidarci, ci assistette e ci spronò a superare diffidenze e condizionamenti: ché allora, con carica non meno insidiosa dell’arrogante tracotanza di oggi, così si manifestavano gli ostacoli frapposti dalla “palude” al nostro lavoro.
   Credeva fermamente nella necessità del lavoro di équipe e ne tentò i primi difficili esperimenti, sempre comunque curando che si instaurasse un clima di piena e reciproca collaborazione e di circolazione di informazioni fra i “suoi” giudici. Per suo merito, nell’estate del 1983, si erano realizzate, pur nell’assenza di una idonea regolamentazione legislativa, ancora oggi mancante, tutte le condizioni per la creazione del pool antimafia, che, infatti, subito dopo fu possibile realizzare sotto la direzione di Antonino Caponnetto, il quale continuò meritoriamente l’opera di Rocco Chinnici e ne realizzò il disegno, pur avendo una personalità completamente diversa dall’altro, ma animato da eguale tensione morale e spirito di sacrificio.
   Un sereno spirito di sacrificio animò sempre la vita di Rocco Chinnici, il quale non cessò mai di essere consapevole, molto più di quanto sia ragionevole credere, dell’altissimo rischio personale connesso alla sua attività. Egli “sapeva” che la stessa sua vita era un pericolo per le organizzazioni mafiose ed i loro fiancheggiatori e quindi ben presagiva la sua fine. Sapeva che con la sua uccisione si sarebbe tentato di spazzar via le conoscenze e la sua volontà di riscatto e lucidamente non si stancò mai di trasmettere le une ed infondere l’altra sia ai suoi più stretti collaboratori sia a chiunque con cui potesse venire in contatto. E ciò faceva quasi affannosamente, pressato dall’urgenza dei tempi, poiché sentiva montare attorno a lui la minaccia che già aveva prodotto i suoi tragici effetti con Pio La Torre e Carlo Alberto Dalla Chiesa, le cui uccisioni lo avevano profondamente addolorato ma non impaurito né demotivato.
   Chi gli visse accanto in quell’ultimo tragico anno della sua esistenza sa con quale impegno ed abnegazione, giorno e notte, con orari impossibili, continuò a lavorare nell’istruzione di quel procedimento, allora detto “dei 162”, che costituì l’embrione iniziale del primo maxiprocesso alle cosche mafiose, oggi giunto alla sua seconda verifica dibattimentale.
   Gli era così chiara l’unitarietà e l’interdipendenza fra tutte le famiglie mafiose e palese la connessione fra tutti i loro principali delitti (concetti che oggi fanno parte del patrimonio comune di chiunque si occupi di criminalità mafiosa, sebbene talune poco convincenti decisioni della Cassazione li abbiano posti recentemente in dubbio) che a lui risalgono la paternità o almeno l’ispirazione dei primi provvedimenti di riunione delle istruttorie sui grandi delitti di mafia. Era convinto che solo con un grande sforzo, inteso ad affrontare unitariamente l’esame del fenomeno, cercando di cogliere tutte le interconnessioni fra i grandi delitti, fosse possibile fare su di essi chiarezza, individuandone le cause e gli autori. Sforzo giudiziario reso necessario dalla inerzia investigativa del precedente decennio, la quale aveva creato un vuoto che lui ed i suoi giudici erano chiamati a colmare.
   Questa fu poi la ragione ispiratrice del maxiprocesso: non astratto modello di indagine giudiziaria, non scelta fra diverse metodologie istruttorie, ma via obbligata da perseguire in quel determinato momento storico, nel quale mancava del tutto una risposta giudiziaria che costituisse punto di riferimento certo per le successive attività investigative.
   Ma gli erano chiari altresì i limiti invalicabili della risposta giudiziaria alla mafia. Profondamente giudice, ben sapeva che suo compito istituzionale era esclusivamente quello di accertare l’esistenza di reati ed individuarne i colpevoli. Attività non idonea a debellare le radici socio-economiche e culturali della mafia, così profondamente inserita nella realtà del paese da trovare la forza di riprendersi, con accentuata ferocia, dopo ogni “successo” giudiziario nei suoi confronti.
   Per questo non si stancò mai di ripetere, ogni volta che ne ebbe occasione, che solo un intervento globale dello Stato, nella varietà delle sue funzioni amministrative, legislative ed, in senso ampio, politiche, avrebbe potuto sicuramente incidere sulle radici della malapianta, avviando il processo del suo sdradicamento.
   Sono questi concetti che oggi sentiamo continuamente ripetere nei convegni e nelle tavole rotonde e leggiamo frequentemente sulle colonne dei giornali. Ma all’inizio del decennio era già difficile fare accettare il concetto della esistenza stessa della mafia, spesso definita, ed anche in sede autorevole, “volgare delinquenza” ed è merito di pochi, e di Chinnici in prima linea, l’averne intuito la profonda essenza e pericolosità.
   Analogamente dicasi per la diffusione delle droghe e della tossicodipendenza.
   Forse in questa legislatura si giungerà finalmente alla modifica delle ormai inadeguate norme della legge del 1975 (aspramente criticata da Chinnici nella conferenza al Rotary Club del 29 luglio 1981), che se non ha favorito ha sicuramente consentito l’espandersi a dismisura del consumo delle sostanze stupefacenti.
   Quasi dieci anni fa, in periodo di sostanziale sottovalutazione, se non di indifferenza al fenomeno, Chinnici, ben consapevole di andare contro corrente, intuì la pericolosità di una legge permissiva ed il decisivo valore della prevenzione, assumendosene in prima persona il carico. Innumerevoli furono i suoi interventi in tutte le scuole cittadine, i suoi incontri con professori e studenti, i più esposti alla diffusione del flagello, presiedendo dibattiti, partecipando a tavole rotonde, rispondendo a tutte le domande che gli venivano rivolte, sempre, come sua abitudine, citando dati a casi concreti appresi durante la sua lunghissima esperienza giudiziaria nella materia.
   “Dove trova il tempo?” ci domandavamo talvolta i suoi collaboratori, che ben sapevamo come questa attività non scalfiva affatto le sue capacità di smaltire velocemente e proficuamente enormi quantità di lavoro giudiziario.
   Lo trovava, lo inventava, con la sua radicata e vorrei dire religiosa convinzione che anche quello era suo indefettibile compito di cittadino; che una lunga e defatigante istruttoria su un omicidio di mafia o su un traffico internazionale di stupefacenti non avrebbe avuto senso compiuto se insieme egli non avesse profuso tra i giovani, che con la sua attività giudiziaria cercava di difendere, anche quei frutti della sua esperienza e della sua cultura che, se ben recepiti, li avrebbero messi in grado di difendersi da se stessi.
   E questa lezione ai giovani è quella che ha dato più frutti. Il suo risultato è sicuramente il più stabile punto di non-ritorno dell’azione antimafia di Rocco Chinnici, proseguita poi tra mille difficoltà da Antonino Caponnetto e da molti altri, primo tra tutti Giovanni Falcone, non a caso anche lui vittima designata, e fortunatamente scampata, di analogo attentato.
   Al di là dei sempre incerti esiti giudiziari delle grandi inchieste di mafia, la loro stessa celebrazione e la diffusione dei loro principi ispiratori hanno prodotto nei giovani una nuova coscienza, impensabile nelle precedenti generazioni, che rifiuta la mafia e la tentazione di convivere con essa.
   Già nel luglio 1983, in una lettera al Presidente della Repubblica, pubblicata nell’appendice di questo libro, giovani studenti palermitani manifestavano fermamente il loro desiderio di liberazione ed invocavano l’intervento globale dello Stato.
   Appena due anni dopo altri giovani studenti, tutti studenti palermitani, colpiti nelle loro carni dalla terribile tragedia di via Libertà, della quale chi scrive fu involontario protagonista, dimostravano, e lo dimostrano ancora, il livello della loro profonda e sofferta maturazione, non cedendo a comprensibile rabbiosa reazione ma invocando l’instaurarsi delle condizioni di una vita onesta, ordinata, civile.
   Questi giovani sono gli eredi spirituali di Rocco Chinnici, che tanto amò i suoi figli ed i loro coetanei. Sono i possessori di un lascito duraturo. Ad essi si riferisce il cardinale Pappalardo nella sua omelia funebre del 30 luglio 1983: “Conosce il Signore la via dei buoni, la loro eredità durerà nei secoli”.

   Palermo, 12 dicembre 1989                                                                                                                 
                                                                                                                                                Paolo Borsellino    



La nostra responsabilità
di fronte alla mafia*



Ho ascoltato gli interventi di coloro che mi hanno preceduto e ho colto, così, non per polemizzare ma soltanto per puntualizzare ancora di più, certi aspetti del problema mafioso.
   La mafia. Responsabilità di tutti noi. Il pubblico ministero, impersonato dall’ottimo amico dott. Paino, ha detto: noi abbiamo collaborato, col nostro silenzio. Da giudice dico che non sono completamente d’accordo con lui. Non si può accusare di collaborazionismo una cittadinanza che ha visto uccidere il titolare dell’albergo Costa Smeralda – mi pare che si chiamava Jannì – che aveva collaborato. Non si può accusare di collaborazione una cittadinanza che non ha alcuna protezione nel potere, una cittadinanza che è stata abbandonata dal potere, una cittadinanza che vede la mafia padrona quasi assoluta della vita, dei beni, degli interessi economici della società. In queste condizioni io assolverei per insufficienza di prove e non condannerei. In queste condizioni io direi che semmai si può parlare di paura. Paura che avvinghia. Paura che attanaglia. Paura che fa preferire i tre mesi di carcere per falsa testimonianza o per favoreggiamento, purché si continui a vivere, se vita può essere quella di coloro i quali sono costretti a subire giornalmente la violenza mafiosa.
   Ebbene, la parola del cardinale Pappalardo, che ha avuto un’eco profonda nelle coscienze dei cattolici e dei non cattolici, che è stata fatta propria dalla più alta autorità spirituale del mondo, da questo papa che sentiamo tutti vicino a noi per questa grande umanità che caratterizza la sua personalità; bene, questa presa di posizione delle autorità ecclesiastiche è di conforto, perché servirà, forse, a dare quel coraggio che il potere costituito, che avrebbe il dovere di dare, non ha saputo dare. Non ha saputo dare. E si potrebbe dire – e qui divento pubblico ministero io – non ha voluto dare.
   Quando io, quale relatore, partecipai, nel 1978, al convegno di Grottaferrata, un mio collega, il giudice Guarino, palermitano, ascoltando la mia relazione si soffermò, nel pormi una domanda, su una mia espressione, che è questa: “il potere ha un rapporto spregiudicato di do ut des con la mafia”. “E allora, mi ha detto Guarino, come può il potere, se ha questo rapporto, combattere la mafia?”. Un’osservazione intelligente e acuta che mi ha messo in imbarazzo nel dare la risposta. Se la mafia ha legami col potere, se a volte diventa potere, come può il potere combattere se stesso? Non lo può. E allora dobbiamo dire – e qui è un’altra puntualizzazione -: noi non possiamo parlare di responsabilità di tutti i partiti politici. Noi dobbiamo parlare di responsabilità di quei partiti politici che fino ad oggi hanno detenuto il potere. Non si può fare di tutte le erbe un fascio. Dobbiamo essere sereni e obiettivi nel formulare i nostri giudizi.
   Le leggi che si fanno – ma io parlerei di leggi che non si fanno. Che leggi ci ha dato il potere dopo le conclusioni cui è pervenuta la Commissione antimafia? Nessuna legge. Ed allora: come non possiamo muovere questo gravissimo appunto al potere: ci avete dato leggi atte a combattere il fenomeno mafioso? Non ce le avete date. Non sappiamo le ragioni: questo non spetta a me giudice, non voglio ergermi a giudice del potere. Però questa constatazione  io la debbo fare. Noi abbiamo dei discorsi commemorativi. Abbiamo lapidi per i magistrati, i funzionari, gli ufficiali che cadono. Ma per la gente che non ha un ruolo ben definito, che rimane vittima della mafia – che poi vittima della mafia è tutta la società nella quale viviamo – che cosa c’è, che cosa c’è stato in passato? Niente. Il silenzio. I cento morti di Palermo, che sono più di cento: dobbiamo aggiungere ai morti ufficiali le lupare bianche. Dobbiamo aggiungere i ragazzi vittime della droga: e non sono questi ragazzi uccisi dalla mafia? Il moderatore mi ha tirato in ballo per la questione della droga. Guardate, io dico questo: nessuno che abbia una sensibilità normale può esimersi, oggi, dal dare un contributo, quale esso sia, alla lotta contro la droga, che poi significa lotta alla mafia. Perché oggi il binomio è inscindibile: mafia – droga, droga – mafia. Come si può rimanere insensibili di fronte ai ragazzi morti a Palermo?
   Quest’anno ne abbiamo avuto tredici. Tredici sono quelli che si sanno: e quei ragazzi che pietosamente vengono indicati come morti per epatite, morti per altre cause, ma che noi sappiamo tutti essere pure vittime della droga? E di questi ragazzi non ci sentiamo noi tutti responsabili? Ecco, a questo punto io devo dire: veramente mi sento responsabile di queste morti. Perché sono convinto – dobbiamo essere convinti – che nessuno di noi ha fatto quanto era in suo potere per combattere questa che è la più odiosa delle attività mafiose.
   E di quei ragazzi tossicodipendenti?… Devo raccontare un episodio, e finisco.
   Ho partecipato giorni fa a un convegno su Nietzsche. Il moderatore, un uomo estremamente colto ed intelligente, col senso dell’humor, forse quell’humor sottile inglese, pensando che in un convegno di tanta elevatezza culturale un giudice… ma che ci stava a fare un giudice? che può dire in un convegno di alti studiosi di filosofia!, annunciò il mio intervento dicendo che avrei parlato di droga. Lo ha detto quasi con… con ironia certamente. Allora io, lì per lì fui tentato – tanto più che l’uditorio era costituito da ragazzi, principalmente da giovani studenti – di parlare di droga. Poi invece ho preferito – il tema era “Morale, politica e cultura” – inserire l’argomento droga nel problema morale: il problema morale di cui oggi tanto si parla. E perché i politici fanno continuamente richiamo al problema morale? Qual è la ragione? Perché oggi il politico si caratterizza per la amoralità.  Quando non si affrontano questi gravi problemi della mafia, quando non si affronta con la dovuta energia il problema della lotta alla droga, allora non siamo noi soli, noi cittadini, responsabili – noi lo siamo per quella indifferenza che ha caratterizzato il nostro comportamento – ma il politico, che avrebbe avuto il dovere di fare e non ha fatto nulla. Ecco perché quasi un po’ il rimorso, il senso di colpa, il problema morale, che devono essere sentiti da tutti ma specialmente da coloro i quali noi mandiamo col voto al parlamento per darci le leggi. Le leggi che il politico non ci dà. Le leggi che il legislatore non ci dà. E allora le colpe su chi? Beh, sui giudici, sulla polizia, su chi è chiamato istituzionalmente ad applicare le leggi. Ma se non ce le danno, quali leggi dobbiamo applicare noi? Un codice di procedura penale, sul quale non esprimo giudizi, ma che potrebbe sortire effetti negativi anziché positivi, e che pure è da dieci anni in cantiere e non ci hanno ancora dato! Il garantismo. Certo, il giudice non può condannare se non c’è una legge. Ma le leggi ce le devono dare.
     Un’ultima considerazione, prendendo un po’ di spunto da quello che ha detto il prof. Renda sul fascismo. Ma il fascismo non ha combattuto la mafia! Mi consenta professore. Io sono un attento osservatore, non sono uno storico. Però io devo dire che quando Mori affermò di avere debellato la mafia in Sicilia, ingannava per primo se stesso. Storicamente noi ora abbiamo saputo che il fascismo colpì la mafia, diciamo, piccola. Ma la grande mafia, quella che ha sempre imperato sotto tutti i governi e con tutti i regimi, aderì al fascismo, e non fu toccata, non fu mandata al confino di polizia: la grande mafia, quella che dopo l’ingresso degli americani diventò potere di nuovo, dopo quella breve parentesi. E dobbiamo dire che anche nel ventennio i mafiosi più astuti, più furbi e più intelligenti, con l’adesione al fascismo continuarono a comandare. E la frase “abbiamo distrutto la mafia”, era come quella “abbiamo sette milioni di baionette”. Anche quello fu un bluff.
   E allora, signori miei, il rimedio. Ecco: la mobilitazione delle coscienze, la voce ammonitrice del cardinale e del papa. Questo convegno. Io trovo più efficaci queste prese di posizioni. Perché solo così, quando tutti noi saremo sensibilizzati, quando tutti noi uscendo da qui avremo detto o ci diremo: non è stata una riunione accademica, non abbiamo fatto “cultura”, da questo momento in poi noi ci sentiamo solidali con chi è caduto, noi  avvertiamo imperioso il bisogno di compiere il nostro dovere di cittadini: solo così si potrà dare un contributo per la lotta contro la mafia e contro la droga.
Tratto da:  Rocco Chinnici, L’illegalità protetta, La Zisa, Palermo, 1990.
* Testo dell’intervento svolto al dibattito sul tema “Cristiani e uomini di buona volontà di fronte alla mafia”, tenuto presso la Facoltà di Magistero di Palermo il 17 dicembre 1981, pubblicato in Segno, a. IX, Nuova Serie, n. 7-9 (41-42), Palermo luglio-settembre 1983, col titolo “Veramente mi sento responsabile…”.

 
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