| L’intervista Carlo Calvi |
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Mafia, Massoneria, Politica e alta Finanza La verità sulla morte di mio padre di Giorgio Bongiovanni Dottor Calvi, sono ormai passati vent’anni dalla morte di suo padre che ormai possiamo definire “omicidio”, nonostante le conclusioni dell’ultima lunghissima perizia non siano ancora state depositate (l’intervista è avvenuta prima della pubblicazione ufficiale della perizia sul cadavere di Calvi nda.). E per di più un omicidio di mafia. Sì, sono moltissimi gli elementi validi dal punto di vista scientifico che tendono verso l’ipotesi di omicidio. Ora attendiamo il rapporto del dott. Brinkmann, che, da quello che ho potuto sentire, porta nella stessa direzione delle risultanze a cui è pervenuta la Gallop (Angela Gallop dell’agenzia investigativa Kroll Associates nda.). La prima autopsia fu condotta dal professor Simpson, una seconda ordinata dal tribunale di Milano che ha avuto luogo alla fine del 1982, poi la causa assicurativa che ha portato ad un lavoro giudiziario di grandissima rilevanza poiché i giudici addirittura si mossero in barca, con gli stunt men... si era persino ricreata la condizione della marea, insomma si era ricreata tutta la scena. Questo portò al giudizio Chindemi. Poi ci fu il lavoro della Forensis Access da cui è scaturito il rapporto Ponderoso e senz’altro non è da dimenticare il lavoro di Claude Candy. Tutti scienziati di primissimo piano. Ora siamo in attesa di questa ultima perizia di cui ci si aspettava un risultato nel 1999, ma siamo già al primo ottobre 2002. Alcuni elementi ci erano stati forniti dal dott. Fornari, morto l’anno scorso e che ha partecipato alla riesumazione, circa la presenza sulle braccia e sulle gambe di segni che indicano che ad un certo punto è stato legato. In particolare sono state esaminate l’impalcatura, gli abiti, le scarpe e i residui di natura metallica che ci sarebbero dovuti essere, ma non ne sono stati trovati, nemmeno sulle mani di mio padre. Aspettiamo dunque la perizia definitiva, ma abbiamo già indicazioni in questo senso. Mi è stato chiesto il motivo di questo ritardo, ma a parte le analisi sull’impalcatura che hanno richiesto davvero molto tempo, non penso che ci siano ragioni particolari. Certo non ci sono scuse, dopo tre anni ancora non si è giunti ad una conclusione definitiva. Tuttavia trovo importante sottolineare come il nostro procedimento segue le fasi alterne della giustizia italiana, in particolar modo è legato alla credibilità dei pentiti, per questo ho voluto mettere l’accento sul fatto che sì, l’aspetto scientifico è importante, ma si tratta di una vicenda di uomini che non si risolverà con il microscopio. Per quanto riguarda, invece, la partecipazione della mafia, si sono già fatti notevoli passi avanti. Si riferisce alla deposizione del pentito Di Carlo? Sì. Voglio aprire prima una parentesi, però. Una volta effettuati gli accertamenti scientifici, si dovrà per forza di cose concentrarsi sulle dichiarazioni dei testimoni, e quindi sulla credibilità dei pentiti, solo così potrà svolgersi il processo. In questo contesto si colloca la posizione del Di Carlo. All’inizio degli anni ‘90 questi era ancora detenuto in Inghilterra e solo dopo che è stato estradato in Italia è diventato testimone ed ha potuto aggiungere particolari importanti che tra l’altro coincidono con le conclusioni delle mie indagini personali a Londra. Proprio in quegli anni l’agenzia investigativa Kroll, da me ingaggiata, aveva scoperto dell’esistenza di una base malavitosa a Londra che aveva le stesse caratteristiche della banda della Magliana con cui Di Carlo era in contatto. Ed è più facile, in questo senso, stabilire una connessione tra queste persone e il Banco (l’Ambrosiano ndr.) che non con altre persone che stavano intorno a mio padre in quel periodo. Ci siamo dunque concentrati molto sul ruolo di Di Carlo a Londra, sul legame con la Camorra e, non va dimenticata l’alleanza funzionale tra la criminalità comune, l’estremismo di destra che era elemento del gruppo di Londra e la mafia, come emerge da un’infinità di procedimenti. Che opinione si è fatto del ruolo della mafia in tutta questa storia, visto e considerato che uno degli imputati è Pippo Calò? Le rispondo con una generalizzazione e con un esempio. Parto dal fatto che mi sono sempre chiesto la motivazione logica della mancanza di collegamento tra il processo sulla bancarotta del Banco Ambrosiano e il processo per la morte di mio padre. E poi perché nell’ambito della bancarotta si è curato molto poco l’aspetto del riciclaggio, visto che il riciclaggio esiste... In che senso esiste? Esiste il riciclaggio perché viene effettuato dal Banco, come da tutte le banche. E’ una dichiarazione piuttosto forte la sua. Sì, lo so. Ma mi faccia fare un esempio che si ricollega nuovamente a Di Carlo. Io vivo in Canada e conosco molto bene uno degli agenti che si sono occupati dei Cuntrera e purtroppo il loro lavoro è stato “messo in scatola” perché, benché i Cuntrera siano stati arrestati è emerso che tutte le banche, solo dove abito io, a Montreal, hanno riciclato. Noi in particolare abbiamo parlato del legame tra il casinò di Nizza e il gruppo che ha organizzato il viaggio di mio padre a Londra e che attraverso questo ha riciclato. Ben inteso il casinò era finanziato dal Bafisud di Ortolani e dall’Ambrosiano delle Bahamas. (Oveseas Bank di Nassau ndr.) Se ho ben capito, il clan dei Cuntrera-Caruana riciclava i soldi con l’Ambrosiano così come Pippo Calò e la Cosa Nostra di Palermo anche con altre banche. Quindi questo potrebbe essere uno dei moventi per cui fu chiesta la morte di suo padre? Sì, infatti. Per questo le dicevo di una generalizzazione e di un esempio. Non penso che il punto di incontro tra le indagini di Milano e quelle di Roma sarà il riciclaggio, quanto piuttosto quello che io chiamo il ruolo di garante della mafia nel rapporto tra affari e politica. Secondo me le indagini su affari e politica riprenderanno quota quando ci si concentrerà su questo ruolo di garante. Senta, in pratica lei mi sta dicendo che vi sono stati settori della politica che hanno chiesto alla mafia la morte di suo padre? Sì, sì la mia posizione fondamentale è quella, ma ritengo questo concetto importante non solo per il nostro procedimento, ma proprio nel quadro generale. Perché è la mafia a svolgere questo ruolo di trait-d’union tra la politica e gli affari? Perché ha un ruolo di braccio secolare. Queste persone hanno semplicemente la caratteristica particolare di riuscire ad avere rapporti tanto con i livelli più alti che con quelli più bassi della società che gli consentono di avere un potere intimidatorio anche nei confronti di livelli che normalmente non dovrebbero toccarsi. Un buon esempio in questo senso è la transizione “Andrea” per la quale la banca Rotschield ha pagato una liquidazione ad Andrea Rizzoli per cedere le sue partecipazioni all’interno della Rizzoli. Per questa operazione vengono vendute alcune proprietà a Gelli, in Brasile, sempre attraverso la banca Rotschield, e il tutto viene gestito da Rosario Spatola. Che fa parte della famiglia mafiosa di Palermo coinvolta nel rapimento Sindona. Sì e sono le stesse persone che facevano parte dell’amministrazione del Casinò Roul e si ritrovano anche nelle indagini valutarie su Gelli che sono state poi riversate nel procedimento di Firenze per l’attentato al rapido 904. Sono chiaramente operazioni di potere e di controllo perché mio papà e Gelli non le avrebbero mai fatte per conto proprio, gli venivano chieste. Queste infatti erano su commissione dell’Arbeitsbank von Zuerig (Banca Nazionale del lavoro a Zurigo). In sostanza l’azienda petrolifera di Stato dava soldi all’Ambrosiano affinché questo effettuasse degli investimenti nel campo dell’editoria, dei giornali e via dicendo e le persone che li effettuavano avevano contatti diretti con la mafia e in particolare con il procedimento stesso per cui Calò è stato condannato all’ergastolo. Vorrei verificare di avere capito bene cosa intende. La mafia aveva sì i soldi da riciclare, ma erano solo una piccola parte rispetto a questo grande, immenso affare tra lecito ed illecito tra elementi dello Stato... istituzioni, politici. E’ così? Sì e il casinò è un buon esempio in questo senso perché l’abbiamo ritrovato in un’infinità di eventi criminosi che non sono mai stati collegati, come l’uomo che viene utilizzato per il riciclaggio che rientra poi in altri crimini. Di fatto a chi apparteneva il Casinò? Alla famiglia Roul e ad una banca olandese. Ma chi c’era dietro? Le persone garanti del prestito elargito dalla Bafisud che poi sono le stesse delle indagini valutarie su Gelli a Roma che non sono mai andate molto lontano, ma sono ora nel procedimento del rapido 904 e si ritrovano anche nella vicenda di Francesco Vaccari che era un antiquario coinvolto nella morte di mio padre. Secondo lei chi rappresentava Francesco Pazienza? Mah, io faccio una distinzione tra Flavio Carboni e Francesco Pazienza e ho sempre considerato Carboni come un personaggio molto più inquietante. Ho avuto pochi contatti diretti con lui, in realtà solo una volta nel 1981, e di recente l’ho visto nelle aule giudiziarie. Pazienza, invece, venne da me alle Bahamas, mentre si stava svolgendo il processo valutario, questo, comunque prima della morte di mio padre, successivamente, poi, mi ha chiamato un paio di volte. Secondo me il Pazienza è stato un po’ bruciato dai contatti che aveva con alcune persone nei servizi segreti ed è stato senza dubbio molto sconsiderato nella gestione dei suoi rapporti con persone palesemente legate al crimine. Le mie esperienze personali con lui sono note. Organizzò il mio incontro con l’arcivescovo Cheli al quale erano presenti anche Alfonso Bove e Padre Zorza, un altro personaggio su cui si potrebbe scrivere un romanzo tra traffico di opere d’arte, Pizza Connection e Cia. Il padre Zorza non si curava affatto di nascondere con me le sue più svariate conoscenze, così come Bova, attraverso cui, poi, incontrai Monsignor Sbarbaro dell’annunziatura apostolica di Washington. Questi avevano veramente una vocazione speciale a non voler imparare dagli errori del passato... sia Cheli che Sbarbaro avrebbero dovuto sapere che certe cose non si fanno... E invece continuano a farle ancora oggi! Per tornare a Pazienza, dunque, evidentemente ha pagato per tutti i suoi errori e infatti è in prigione. Aveva contatti addirittura con certe parti dell’intelligence degli Stati Uniti che hanno svolto notevoli funzioni di disinformazione nel nostro paese come Michael Dean. Questo è un argomento di cui mi occupo molto, Iran Contra, in cui vi è stata un attività di intelligence americana nel nostro paese a livello di depistaggi. Per osteggiare la diffusione del Comunismo? Non solo. Penso si tratti di qualcosa che va oltre. Un piano di disinformazione che attraversa la vicenda della massoneria, dell’Ambrosiano, dell’attentato al Papa e arriva fino ai giorni nostri ... In definitiva io penso che si scoprirà, a distanza di tempo, che non era solo contro l’est, ma proprio contro lo sviluppo di possibili poli alternativi. La mia esperienza personale, tra l’altro, ha a che fare con Iran Contra, perché noi avevamo interessi in Nicaragua e mi recavo spesso quando risiedevo a Washington. E’ un po’ lo stesso tipo di metodologia utilizzata nel ritrovamento delle carte di Gelli a Castiglion Fibocchi. Quali poteri si celavano dietro Carboni invece, secondo lei? Carboni è il tramite di coloro che, all’esterno del Vaticano, si opponevano al progetto di fusione che mio padre voleva realizzare con l’Italmobiliare. Mio papà doveva rispondere ad una serie di domande della banca d’Italia che gli erano state poste dopo il processo valutario, perché voleva effettuare una fusione con un’identità non bancaria. Per questo era avversato, all’interno del Vaticano, da Casaroli e all’esterno da Andreotti, mentre Carboni era una sorta di estensione dei Vitalone e fungeva da anello di congiunzione tra loro e la malavita. In quel caso specifico rappresentava i Vitalone nell’organizzazione. Perché i Vitalone erano contrari a suo padre? Il progetto di mio padre, di per sé, non era visto negativamente, non preoccupava affatto che la finanza cattolica si rafforzasse. Piuttosto era proprio lui, che non era più considerato affidabile. Mio padre era un uomo che si è fatto da sé e in quel preciso momento, durante lo svolgimento del processo valutario doveva difendersi, doveva sopravvivere nel mondo economico, quindi poteva fare scoppiare una sorta di tangentopoli dieci anni prima, come la chiamo io. In questo senso va letta quella doppia dichiarazione di Mannoia e di Buscetta secondo la quale mio padre è stato ucciso perché non era affidabile, a prescindere dalla questione se avesse o meno riciclato i soldi della mafia. Secondo lei cosa voleva dire suo padre quando ha dichiarato al giudici: “il Banco non è mio”. Forse voleva lasciar intendere che forse non era il momento di parlare perché se lo avesse fatto sarebbe scoppiata una tangentopoli con dieci anni di anticipo, è giusto questo tipo di lettura? E’ giusto. Per tre motivi. Il primo viene dal risultato a cui è giunta la Commissione mista del (1983). In sostanza tre esperti giuristi del Vaticano e altri tre per l’Italia hanno analizzato tutta la vicenda e hanno stabilito che mentre le lettere di patronage decretavano l’appartenenza di quelle società allo Ior almeno sulla carta, in realtà potevano appartenere ad un membro della P2 o a dirigenti dell’Ambrosiano o del Vaticano stesso. Quindi, in questo senso il banco non era assolutamente suo. Inoltre vi è anche l’intervista che abbiamo fatto fare all’agenzia Kroll a Michael Connery, che faceva parte del comitato esecutivo delle banche estere che finanziavano il Banco, che conferma quello che già emergeva in materia dalle carte di mio papà. Chi finanziava in maggioranza il Banco Ambrosiano? Il Vaticano. Le lettere di patronage, a cui facevo riferimento prima, riguardavano le società finanziate dalle entità estere le quali, a loro volta, secondo le carte di mio padre, come risulta dalla liquidazione, erano finanziate da altre entità estere del gruppo ENIlavoro, quindi la Idrocarbons, la Tradeinvest... In questo senso, dunque, non apparteneva a suo padre? Esatto. Quando la Banca d’Italia impone che il finanziamento delle entità estere del gruppo non avvenga attraverso i depositi effettuati nelle entità italiane, le banche di Stato delle industrie petrolifere come l’ENI lavoro vengono a rimpiazzare questi depositi e mantengono in piedi tutta la struttura. Perché secondo lei, ad un certo punto, il Vaticano non ha voluto aiutare suo padre? Per diversi motivi. Il primo per una questione di salvaguardia dell’immagine. Per esempio esistevano delle operazioni, credo si chiamassero di costo di conto, che sono state rappresentate come un indebitamento del Banco nei confronti dello Ior. In realtà questo è stato oggetto di una causa da parte dei liquidatori dell’Ambrosiano di Nassau contro i contabili e dei contabili contro lo Ior, posizioni che alla fine si annullavano l’un l’altra e rimandavano ad una posizione debitoria dello IOR nei confronti del Banco di Bahamas. Si è invece poi sostenuto che si trattava di fondi in cui mio padre doveva rientrare e versare al Vaticano. In realtà non è così e la posizione debitoria non era peraltro ingentissima... Cosa voleva in quel momento il Vaticano? Voleva innanzi tutto che le società panamensi fossero trasferite dal Banco del Gottardo al Lussemburgo, cosa peraltro avvenuta. Poi non volevano che emergessero, non solo le lettere di patronage, ma anche tutta la corrispondenza parallela che intercorreva tra i vertici dello IOR, mio papà e alcune delle persone che erano alla sommità del Banco. Questa corrispondenza aveva lo scopo, secondo me, di rendere impenetrabili queste operazioni. Non è tanto una questione di responsabilità, ma di segreti, intrighi e complotti... in epoca montiniana, lo Ior era un po’ una cricca... si dovevano coprire i vari Mennini, Spada, tutta quella generazione cresciuta nell’occulto. Che la mafia riciclasse i soldi nell’Ambrosiano, ormai si sa, ma è anche vero che li riciclava tramite lo IOR. Perbacco! Questo è uno di quegli argomenti su cui ho registrato ben quattro ore di programmi radio negli Stati Uniti. Ed è un argomento ancora attuale. Sto seguendo in questo periodo la vicenda di Martin Frenkel, l’ha pubblicata anche l’Espresso qui in Italia... Questa è una caratteristica strana di queste persone che non imparano mai dai propri errori, mi piacerebbe che qualcuno mi spiegasse il perché. Potrebbe spiegarci grosso modo quali sono i legami tra Cosa nostra siciliana, americana, lo Ior e il Banco Ambrosiano...? Il coinvolgimento della mafia americana emerge proprio dalle indagini che abbiamo condotto per acquisire la testimonianza di Francesco Di Carlo a cui abbiamo trovato delle conferme. Per esempio il ruolo di Carmine Galante negli affari di Sindona che di fatto precede il successivo ruolo di Di Carlo e Carmine Cuntrera; ma non sono gli unici casi. Io personalmente ricordo di un ricevimento tenutosi a Washington presso la sede del partito repubblicano in cui Sindona, che si accreditava in quel periodo come il rappresentante di un partito siciliano separatista, si presentò con personaggi piuttosto “preoccupanti”, nel senso che nessuno credeva che fossero politici. Ricordo che molti sono rimasti quanto meno sorpresi. Quella volta c’erano Bob Dole, il presidente della Commissione del congresso sul budget, l’ex segretario di Nixon... Secondo lei questo sistema perverso è continuato dopo la morte di suo padre? Beh, intendiamoci, l’uso dell’extraterritorialità effettuato dal Vaticano non è mai smesso... Vorrei chiederle un’opinione personale, considerato che lei ha compiuto molti studi. Il giudice Falcone ha sempre spiegato che Cosa Nostra non è succube di alcun potere, ma agisce da braccio per conto dei poteri. Perché, secondo lei, c’è questa necessità? Io ritengo che agisca come braccio del potere, ma questo non significa che si faccia manipolare e che non esiga sempre il suo tornaconto. Io credo sia perché l’ambito di natura politica è comunque estraneo alla sua sfera diretta d’azione e comunque le è necessario, quindi agisce per avere qualcosa in cambio. Per quanto riguarda il potere, le origini di tali comportamenti sono da ricercare, a mio parere, in un certo malcostume di fondo, radicato nella storia stessa delle istituzioni. E’ molto difficile capire le ragioni di certe persone... Ci sono anche diverse ragioni di potere... Sì, questo sicuramente, ma bisogna averle conosciute per comprendere questo legame tra i livelli più alti della società e il crimine. E’ una sorta di abitudine culturale di coloro che sono cresciuti in un ambiente segreto e occulto dove si agisce sempre tramite il complotto. Le faccio un esempio di questa naturale predisposizione a collaborare con la criminalità. Filguarino è stato estromesso dalla campagna elettorale di Bush padre, non perché non servisse, ma solo per un motivo di immagine. Infatti lui aveva un ruolo fondamentale nel reperimento di fondi nelle comunità etniche, e nonostante fosse una persona inquietante dal punto di vista ideologico e criminale non solo era collegato con il partito repubblicano, ma anche con la famiglia Bush stessa. E’ un personaggio di cui mi sono occupato con attenzione perché faceva da tramite di Gelli a Washington e riconduce ad eventi ancora attuali e ad Iran Contra. Alcuni protagonisti sono ancora all’interno delle amministrazioni attuali e sono protetti a livelli molto alti. Ritorno a dire, si può cercare di capire perché il potere porta all’eccesso, cioè alla mafia, solo avendo incontrato certe persone. Mi rendo conto che è un passo piuttosto difficile da fare. Ci può parlare, visto che è diventata quasi leggenda, della famosa lista dei 500? Sì. Il tutto ha inizio con una lettera anonima indirizzata al dottor Falcone all’ambasciata spagnola di Madrid e proveniente dalla Svizzera. Probabilmente si trattava di un mitomane che raccontava di questa lista che tutti si passavano di mano in mano come se fosse una sorta di maledizione e che porta fino alla morte di mio papà. Credo però che questo nasconda un discorso in realtà molto importante. Prendiamo come esempio la vicenda della Sassea di Fiorini. E’ una società che deriva da quelle del Lussemburgo che hanno origine subito dopo la guerra quando l’industria petroliera aveva già un ruolo nel finanziamento dei partiti politici. In quest’ambito ritroviamo Cazzaniga, uno di quei personaggi coinvolti sia nella questione Sindona che nell’Ambrosiano. Questi, quando era alla Exon, aveva già contatti con le parti più conservatrici della chiesa e con gli americani per finanziare le attività politiche in Italia. Molte società, come la Sassea, di area vaticana, vengono poi utilizzate per diversi progetti economici di chi aveva bisogno di scatole vuote, off-shore, che dovevano servire per effettuare certe posizioni che hanno avuto e alcune forse tuttora hanno un forte contenuto ricattatorio. Se suo padre avesse deciso di collaborare con i giudici, secondo lei, di cosa avrebbe parlato? Torniamo al punto precedente, se mio padre fosse il padrone del banco o no. Io non le nascondo che, da un punto di vista qualitativo, gli anni del processo Ambrosiano hanno portato a qualche risultato. Uno sicuramente è il conto protezione, l’atro è il processo Andreotti. Mio padre poi aveva detto determinate cose e non siamo partiti da lì per verificare gli eventi. Alcune le sapevamo già. Mia mamma è stata tra i primi ad accusare Craxi. C’è anche un aneddoto divertente in proposito. Quando mia madre si è trasferita in Canada, abbiamo presentato alle autorità delle dichiarazioni di Craxi in cui lui sosteneva “tutto ciò che dice la signora Calvi è vero”. Ma quando lei ha parlato, nell’82, le sue accuse apparivano più che altro molto sconvenienti, inaudite. Anche a me allora sembrava che non fosse il caso di dirle certe cose come il conto protezione. Spesso ho chiesto ai liquidatori del Banco dei finanziamenti al PSI, ma non se ne parlava neanche. Ciò che ha portato alla scoperta del conto protezione, per altro solo la punta dell’iceberg, è stata la storia di Larini. La questione era semplicemente che i personaggi che guidavano l’industria pubblica, le industrie petroliere e le banche pubbliche erano di area socialista e si servivano del Banco per effettuare pagamenti che non volevano fare direttamente. Come sappiamo questo? Perché Tassan Din, assistito dall’avvocato Pecorella, che oggi ha una posizione diversa, aveva ogni giorno il problema di pagare gli stipendi alla Rizzoli, e furono loro ad andare da mio padre per tentare di convincerlo, mentre dall’altra parte Craxi faceva sapere a mio padre, tramite la moglie che veniva spesso a casa nostra, “se parli ti abbandoniamo, abbiamo Formica come Ministro delle finanze, se stai zitto ti sosteniamo”, Craxi aveva già parlato anche in Parlamento e così via... Anche Andreotti alla fine abbandonò suo padre, perché? Mio padre usava delle parole molto forti contro Andreotti, lo riteneva pericoloso per la sua incolumità, e manifestava il suo timore in maniera molto specifica e chiara. (Diceva che Andreotti voleva farlo ammazzare). Noi abbiamo semplicemente ricostruito il percorso dell’ultimo viaggio di mio padre e molte delle persone coinvolte alla fine risultavano spesso coinvolte con Andreotti. Spesso si faceva il paragone con il delitto Pecorelli, effettivamente coloro che lo hanno affiancato nel viaggio erano telecomandati, a mio parere, dai Vitalone, e secondo lo stesso schema del delitto di Perugia. Noi, poi, abbiamo fatto quello che abbiamo potuto, anche le nostre risorse hanno un limite. Il Processo Andreotti ha seguito il percorso altalenante della giustizia in Italia, ma io ritengo che il suo caso riprenderà quota. In questo senso non si sbaglia mia madre che più volte ha riferito alle autorità giudiziarie dei mafiosi che Sindona invitava all’hotel Carlyle di New York e degli incontri tra Andreotti e Carmine Galante. Mi è dispiaciuto che non si è tenuto molto in considerazione questa esperienza diretta di mia madre, confermata da un funzionario dell’Interpol che stava interrogando dei personaggi della mafia nell’ambito di una sua inchiesta. Dottor Calvi, per concludere, cosa si aspetta la famiglia Calvi , da un punto di vista morale? Cosa devono sapere gli italiani sulla morte di suo padre? Forse una sorta di liberazione della coscienza collettiva. Non deve portare necessariamente ad una verità giudiziaria totale, la gente può trarre le sue conclusioni anche da pezzi di verità giudiziaria e magari premere affinché non si vengano più a creare certi meccanismi nella società. Certo non si possono cambiare le persone legate a quel malcostume di cui parlavamo prima, ma si possono fare interventi in modo da non facilitare le brutte abitudini. Per esempio, rifacendomi al caso dell’Ambrosiano, la supervisione bancaria internazionale potrebbe aumentare i meccanismi di controllo sulle attività off-shore e rendere più trasparenti certi movimenti. Si parla tanto di crimine organizzato e terrorismo finanziati in questo modo, ma in realtà sono gli Stati stessi a usare e proteggere i paesi off-shore. Siamo ancora lontani dalle conclusioni definitive sul caso Ambrosiano, la verità si costruirà giorno per giorno... Secondo lei può esistere la finanza pulita in questa società? Sì, io penso che già esista nel senso che rispetto a vent’anni fa sono stati esercitati sistemi di controllo molto più importanti, ma anche perché credo che serva come copertura affinché le lobbies di potere, tranquille per quanto riguarda la base finanziaria, possano concentrarsi su altri obiettivi ancora più alti. Quindi la finanza pulita può esistere, ma è finalizzata ad uno scopo che è senza dubbio di “POTERE”. box1 Si apre il capitolo Fininvest Sono le rivelazioni di Carlo Calvi, secondo un dossier pubblicato su L’Espresso dell’ottobre di quest’anno, a fare aprire un altro filone di indagini all’interno della inchiesta per la morte del banchiere di Dio. Roberto Calvi, secondo il racconto che il figlio avrebbe fornito ai magistrati Tescaroli e Leone che si occupano del caso, durante un meeting del consiglio di amministrazione del Banco Ambrosiano che si teneva nella splendida villa dei Calvi a Nassau (Bahamas), avrebbe confidato a Carlo, allora appena ventenne: “Finanzieremo le attività televisive di Silvio Berlusconi”. I rapporti tra Ambrosiano e Fininvest entrano così nell’elenco dei nuovi elementi da verificare nell’ambito del processo che per ora vede indagati ufficialmente solo Carboni e Pippo Calò. La lista però sembra allungarsi. La Procura sembra essere orientata nella ricostruzione dei flussi finanziari tra il Banco e i vari clienti; in particolare di quegli investimenti che all’inizio degli anni Ottanta avrebbe dovuto gestire Carboni con Berlusconi e Romano Comincioli, ex compagno di classe del Cavaliere e parlamentare di Forza Italia. Nel corso del lungo interrogatorio di Carlo Calvi sarebbero state acquisite informazioni circa l’affiliazione di Berlusconi alla P2, e gli affari con Alberto Ferrari, ex direttore generale della BNL, che con due fiduciarie avrebbe “coperto” il Cavaliere nella reale proprietà della Fininvest. Carlo Calvi avrebbe infatti dichiarato che “nella seconda metà degli anni Settanta la BNL, a quell’epoca controllata dalla P2, prestava i soldi all’Ambrosiano di mio padre allora in crisi, e, in cambio, indicava a chi dovevano finire i soldi. Insomma, il Banco fungeva da schermo per nascondere amici, soprattutto socialisti di Alberto Ferrari, anche lui assiduo frequentatore della nostra villa a Nassau”. Silvio Berlusconi voleva costruire una città turistica, denominata “Olbia 2” e Carboni sarebbe stato il regista dell’impresa. Legato alla banda della Magliana e a Cosa Nostra di Pippo Calò, Carboni avrebbe chiesto in prestito i soldi necessari proprio alla mafia. L’affare si apre così ai costruttori mafiosi Luigi Faldetta e Gaspare Bellino, vicino a Vittorio Mangano, il famigerato fattore di Arcore, e vengono investiti i soldi di Calò, della Magliana e dell’ex capomandamento di Caccamo Lorenzo di Gesù. Silvio Berlusconi acquista dal Carboni alcune aree in Sardegna tramite le società Ponderada, gestita da Comincioli, e Su Ratale gestita dal prestanome Walter Donati. Si interessa poi delle sorti della Prato Verde, un’immobiliare finanziata con 7 miliardi di allora dal Banco Ambrosiano, gestita per un po’ di tempo dal Comincioli e poi fallita. Tra Berlusconi e Carboni viene siglato un accordo, di tipo verbale, secondo una dichiarazione del Presidente, che prevede di arrivare fino ad una partecipazione massima del 45 per cento”. L’affare però non si sarebbe concluso. Carboni, infatti, dopo i primi cantieri si ritrova nei guai. Deve restituire denaro ad altri imprenditori, ma non lo trova. Due di loro vengono risarciti con 330 milioni di cambiali firmate da Comincioli che però risultano essere scoperte, Carboni le sostituirà con assegni circolari del Banco Ambrosiano. Per fare luce sulla vicenda la Procura di Roma ha voluto risentire il pentito Salvatore Lanzalaco, ingegnere delle Madonie che si è occupato per anni di investire il denaro per il mandamento di Caccamo. Questi ha confermato di essersi interessato di effettuare alcuni investimenti in Sardegna e a tal proposito di aver incontrato il Carboni. Avrebbe poi fornito come riscontro le ricevute dell’affitto delle auto utilizzate per l’occasione. Le sue dichiarazioni convergerebbero con quelle di Salvatore Barbagallo altro pentito, ex uomo d’onore legato alla famiglia di Caccamo. “Faldetta - spiega - è un uomo d’onore che aveva realizzato assieme a Calò, Flavio Carboni, Lorenzo di Gesù ed Ernesto Diotallevi una serie di residence in Sardegna, e precisamente a Porto Rotondo, Golfo Aranci, Coda Volpe e Punta Nuraghe”. Addirittura riferisce di uno scontro tra Calò e Carboni per un ammanco di soldi imputabile al Carboni. Sono ancora molte le verità che si nascondo dietro l’omicidio di Roberto Calvi che appare sempre più come il fulcro di un’incredibile serie di affari più o meno sporchi orditi dai soliti poteri. box2 Sindona, Andreotti e Carmine Galante Durante l’intervsita Carlo Calvi ha fatto riferimento ad un presunto incontro tra il senatore Andreotti, Michele Sindona e il bass mafioso Carmine Galante. Alla nostra richiesta di un qualche riscontro alla testimonianza già rilasciata ai magistrati dalla madre Clara, il figlio del banchiere ci ha promesso l’invio di un documento raccolto dalla società investigatrice da lui ingaggiata, la Kroll Associates di Londra, per approfondire il caso di suo padre. Si tratta del resoconto in lingua inglese di un dirigente del Segretariato Generale dell’Interpol di St.Cloud, vicino Parigi, che riferisce a Mr. Jeff Katz, uno dei dirigenti dell’agenzia investigativa, di alcune informazioni reperite mentre interrogava un detenuto che indica con la lettera A e che mantiene anonimo. A, un italiano di circa 55 anni di età a metà fra il crimine e la legge che serviva nei panni di una spia per conto di diverse agenzie governative, nel corso della sua deposizione, gli aveva raccontato l’incontro con un altro italiano B che gli aveva riferito di essere stato il consigliere e il tesoriere del boss Newyorkese Carmine Galante a cui aveva sottratto duecento mila dollari per scappare con una giovane spagnola. Prima della precipitosa fuga aveva ricevuto l’incarico dal boss di affittare una suite al Pierre Hotel di New York. “Galante aveva bisogno della suite solo per quel giorno e solo per un incontro al cui parteciparono, Galante, Andreotti, Sindona e una quarta persona la cui identità non fu rivelata ad A. Lo scopo dell’incontro gli era sconosciuto”. Nel riquadro la scansione del documento. ANTIMAFIADuemila N°37 |
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In edicola dal 18 luglio 2008In questo numero: Leggi "blocca processi", leggi "salva premier", "41 bis" revocati e intercettazioni vietate. E' scontro istituzionale. La Procura di Salerno ribalta il "caso De Magistris". Chiesta l'archiviazione ed annunciate indagini contro chi lo ha accusato. Presto al via il processo Toghe Lucane. La più importante inchiesta degli ultimi cinquant'anni. Agenda Rossa: La procura si appella alla Cassazione. Trapani: Nuovi legami tra mafia politica e massoneria. Il boss Messina Denaro tradito da falsi amici e documenti pericolosi. Gli affari della Despar in Sicilia. Si aggrava la posizione di Scuto nel processo. Barlume di speranza sul caso Rostagno. Vent'anni dopo l'attentato una perizia balistica potrebbe far emergere la verità. Talpe Dda. Le motivazioni delle sentenze Cuffaro, Borzacchelli e Ciuro. Calcestruzzi spa. Le dichiarazioni di Siino su Pesenti. Nu Bellu Lavuru. Sulla Ss 106 una commistione tra 'Ndrangheta e politica. Gli interessi di Cosa Nostra sul ponte di Messina. Ed altro ancora... |
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La nascita della seconda Repubblica sul sangue di Falcone e Borsellino Il 20 luglio 1992 nasceva la Seconda Repubblica di questo nostro Paese, basata sulla corruzione, sulle mafie, sulla violenza, sul dominio, sulla prevaricazione, sulla ricchezza illecita, sul razzismo e sulla xenofobia.
Oggi, ancora luglio, ma 2008, ci ritroviamo per la
terza volta al governo l’imprenditore Silvio Berlusconi, plurimputato in
diversi processi, amico di condannati per mafia e amico di Cosa Nostra sin dai
primi anni Settanta. Che inneggia, abbracciato al suo principale garante Marcello
Dell’Utri, all’eroe Mangano, complice dello scioglimento nell’acido di esseri
umani.
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In questo numero: Dopo sei anni di prigionia è stata finalmente liberata Ingrid Betancourt. Giulietto Chiesa, sempre analizzando il quadro internazionale degli eventi, spiega il trattato di Lisbona, attorno al quale si è creato un vero dibattito politico. Nuovi interrogativi sull'11 settembre. Troppi crolli accidentali. Appello contro la pedofilia e la sua ideologia. L'allarme lo lancia l'Associazione Meter di Don Fortunato Di Noto. Libera l'Acqua: prosegue la campagna sull'oro blu da parte delle associazioni del Cipsi. Si torna a parlare di Nucleare. Una minaccia per il mondo. Intervista al pm paraguaiano Arnaldo Guizzo in lotta contro la corruzione e il narcotraffico. Appello per un'informazione libera: un nuovo format televisivo per garantire libertà e democrazia nell'informazione. LEGGI TUTTO... |
Di seguito pubblichiamo, in formato pdf, l'intervento del Clar (Centro Libero Analisi e Ricerche) alla conferenza “Crisi dei mutui e finanza mondiale: cosa ci riserva l'economia?”
L'incontro si è tenuto ad Ancona lo scorso 14 dicembre 2007 e tra i relatori Anna Petrozzi il caporedattore del giornale ANTIMAFIADuemila.
La relazione è la sintesi di uno studio sulla finanza internazionale condotto dallo stesso Centro (vedi www.clarissa.it) ed esposto in modo semplice e facilmente comprensibile anche ai non addetti ai lavori. Un documento prezioso corredato di schemi e tabelle che illustra in modo chiaro i meccanismi di potere sui quali è basato l'attuale modello finanziario mondiale.
Studio sulla finanza internazionale del Centro libero analisi e ricerche
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