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Antimafia Duemila

Wednesday
Aug 20th
Infiltrazioni mafiose sulla Salerno-Reggio PDF Stampa E-mail
In manette tecnici dell’ANAS e ‘ndranghetisti
di Jessica Pezzetta



Imprese appaltatrici e mafiose, uomini delle aziende statali e dei clan, tutti erano interessati alla grande spartizione del denaro destinato alla perenne emergenza dell’autostrada più dissestata d’Italia: la Salerno-Reggio Calabria. I cantieri di lavoro, previsti soprattutto per il tratto cosentino, potevano contare su una cifra da capogiro: ben 200 miliardi di vecchie lire. Dopo due anni e mezzo di indagini, che hanno prodotto un’inchiesta di tremila pagine (scattata anche grazie alle dichiarazioni di un pentito di ‘Ndrangheta), la Procura Distrettuale Antimafia catanzarese ha scatenato un vero e proprio terremoto giudiziario con l’“operazione Tamburo”, scattata in seguito ad un provvedimento del gip distrettuale Massimo Forciniti, che su richieda del pm Eugenio Facciolla ha contestato i reati di associazione mafiosa, estorsione, falso e violazione della normativa sui subappalti. L’operazione ha provocato: il sequestro del tratto Firmo-Cosenza Sud dell’autostrada A3 dove, per motivi si sicurezza, non potranno essere superati i 70 chilometri orari, poiché ora si dovrà verificare la qualità dei materiali utilizzati e la stabilità del nuovo tracciato; l’ordine di carcerazione per 40 persone, 37 delle quali sono state arrestate; 80 indagati; 12 imprese edili sequestrate. È stato un duro colpo per le cosche del Cosentino, quelle dei Chirillo, dei Di Dieco, dei Presta e degli Abruzzese (gli interessi mafiosi si estendevano anche al Vibonese e al Reggino). Ma il colpo è arrivato anche per gli imprenditori impegnati nelle opere di ammodernamento della A3 che tenevano i summit con i mafiosi, preferibilmente in una baracca di un cantiere dell’Autostrada del Sud, a Quattromiglia di Rende. La baracca in questione era stata, però, tappezzata di microspie, così gli inquirenti hanno potuto constatare che nel business erano implicati amministratori delegati e dirigenti di grandi aziende, come Asfalti Sintex e Astaldi e Schiavo, ma anche imprenditori locali, esponenti di clan ‘ndranghetisti, responsabili tecnici di laboratori di analisi e dirigenti dell’Anas locali e nazionali. Tra questi ultimi, spiccano i nomi dell’ingegner Michele Minenna, responsabile nazionale per i lavori autostradali, l’ingegnere Battista Iacino, ex capo compartimento per la Calabria, in passato sindaco socialista di Cosenza e assessore regionale, Michele Vigna, capo compartimento dell’Anas per la Calabria. Tutti i funzionari dell’ente stradale arrestati hanno ottenuto gli arresti domiciliari, mentre le porte del carcere si sono aperte per quattro presunti capimafia: Antonio Di Dieco, Francesco Abruzzese, Francesco Presta e Carmine Chirillo. Dei quattro, soltanto Di Dieco era in libertà, gli altri erano già detenuti in penitenziari della zona. Tra gli indagati figura anche Giuseppe D’Angiolino, ex presidente ed ex amministratore Anas. E proprio l’Anas avrebbe dovuto vigilare sui lavori effettuati, invece non ha fatto altro che accettare sempre per buone le analisi effettuate dai vari laboratori sui materiali utilizzati e addirittura intervenire quando non era possibile lucrare, abbassando la qualità degli stessi. Nel cantiere di Pizzo, l’impresa appaltatrice ha dovuto pagare al clan dominante una tangente di un miliardo e mezzo di vecchie lire, quanto l’Anas ha sborsato in più con una perizia di variante avallata direttamente dai vertici romani dell’azienda. In uno dei due sistemi utilizzati “nell’affare”, direttori e amministratori delle grandi imprese appaltatrici cercavano un accordo con i referenti mafiosi – cui andava il tre per cento dell’affare –, e incaricavano come subappaltatrici le ditte di riferimento dei clan, che guadagnavano utilizzando materiali scadenti. L’Anas ed i laboratori impegnati nell’analisi dei materiali erano i garanti dell’operazione. Oppure, le imprese mafiose effettuavano lavori contro la legge, contro il capitolato d’appalto e contro lo stesso progetto. Per questo motivo, già con le prime perizie erano stati riscontrati vizi nei lavori realizzati che hanno portato al suddetto sequestro del tratto Firmo-Cosenza Sud. Ora <<il nostro compito è finito – ha dichiarato il procuratore della Repubblica di Catanzaro Mariano Lombardi –. Ciò che occorre fare adesso per evitare che si ripetano certe situazioni, spetta al Governo e al Parlamento. In ogni caso, di fronte ad una situazione drastica com’è quella emersa dalla nostra inchiesta, gli interventi correttivi non potranno che essere drastico>>. L’“operazione Tamburo” conferma, secondo il presidente della Commissione Antimafia Roberto Centaro, i rischi delle infiltrazioni della ‘Ndrangheta nei grandi lavori che, secondo Legambiente – che ha annunciato di volersi costituire parte civile –, <<mettono a rischio un’opera necessaria per lo sviluppo del Mezzogiorno>>. <<Operazione importante>> la ha definita Lumia, dalla quale, aggiunge il procuratore della Dda catanzarese Vincenzo Calderazzo, è emersa l’esistenza di <<un sistema diffuso di illegalità, stroncato grazie ad un’inchiesta destinata a diventare un modello per le indagini sulle infiltrazioni mafiose>>. Dal canto suo, il procuratore nazionale antimafia Pier Luigi Vigna ha definito <<scioccante il coinvolgimento di funzionari e tecnici dell’Anas in questa faccenda>>, poiché riguarda proprio <<l’organo che avrebbe dovuto vigilare sulla regolarità delle procedure per l’esecuzione dei lavori>>. <<La procura nazionale – aggiunge – sta riservando la massima attenzione alla verifica degli appalti delle opere pubbliche per fare in modo che sia garantito un principio fondamentale della Costituzione, sancito dall’articolo 41: la libertà dell’iniziativa economica>>. <<Laddove trova spazio l’economia economica mafiosa non c’è spazio e libertà per l’imprenditore legale>>. Il superprocuratore ricorda poi che <<all’interno della Dna abbiamo istituito un servizio che si occupa proprio del controllo degli appalti pubblici. Stiamo cercando, in sostanza, di dare una mano ai magistrati delle procure distrettuali>>. L’allarme lanciato da Vigna non riguarda soltanto i lavori per l’ammodernamento della A3, ma anche il raddoppio della linea ferroviaria tirrenica e il grande affare della costruzione del porto di Gioia Tauro. Tutte opere pubbliche che hanno segnato dall’inizio degli anni Settanta in poi la crescita del fenomeno mafioso calabrese. Non meno pericolosa la possibile prossima costruzione del famoso Ponte sullo Stretto. <<<Stiamo dedicando attenzione per l’annunciata realizzazione di questa grandissima opera – dice ancora Vigna – e cominciare a svolgere la necessaria attività di prevenzione, aggiungendo la nostra attenzione a quella già attivata dai ministeri dell’Interno e delle Infrastrutture>>.



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La pax mafiosa all’ombra degli appalti



Cosenza. «Io sto qua, in famiglia, come al solito, in semplicità e facilmente>>. La voce è quella di Angelo Spiga, plenipotenziario della sua azienda, intercettato nel corso di un incontro a quattro tenutosi nel cantiere di Dino Posteraro, a nord di Cosenza, dove si trova il nodo degli interessi affaristico-mafiosi legati ai lavori di ammodernamento della A3 Salerno-Reggio Calabria. Posteraro è un imprenditore di riferimento delle cosche, Spiga un geometra romano della Asfalti Sintex, gruppo Caltagirone, operante a Reggio Calabria e ben felice, nei momenti di difficoltà, di chiedere aiuto agli amici dei clan. L’intercettazione, invece, è solo una delle tante effettuate nel corso dell’indagine del sostituto procuratore antimafia Eugenio Facciolla, poi sfociata in 42 ordini di custodia cautelare, dalla quale emerge – dalla viva voce di un uomo del clan - la terribile intenzione di <<metanizzare>> <<tutta la Calabria>>. E a garantire una <<pax mafiosa>> nel cosentino era proprio lui, Angelo Spiga, che si era rivolto anche al “ministro dei lavori pubblici della ‘Ndrangheta”, Vincenzo Dedato, ex contabile della cosca dominante a Cosenza. Tra le intercettazioni effettutate all’interno dell’ufficio di Posteraro, disseminato di cimici e videocamere, la più emblematica è sicuramente quella dell’8 giugno 2000 in cui si sente Spiga dichiarare al Dedato che <<io sono stato perentorio con loro… primo io non so chi ha intascato… sono cacchi loro, perché io do, loro prendono, loro devono dare!… Io sto tranquillo perché io per i miei pagamenti faccio casino, eh? A loro gli ho promesso che possono lavorare in perfetta tranquillità, perché sono>>. <<Tranquillissimi… perché ci può essere pure qualche matto, però se c’è qualche matto, basta che ce lo fanno sapere prima>>. <<Tanto, a sistemare la faccenda ci vuole poco, questo è il discorso>>. Addirittura, Spiga mette in ridicolo la concorrenza: <<Quelli della Todini – esclama rivolgendosi all’uomo delle cosche – evidentemente non ci hanno le p…>>. Poi, parlando – sempre con il Dedato – di un appalto per un tratto di autostrada nei pressi di Pizzo, afferma: <<Comunque te ne avrei parlato perché, è chiaro che, sapendo il discorso, i messaggi a chi dovevi gli vanno detti in modo che… io non è che voglio fare il prepotente con coso… con Salvatore che… per carità di Dio! Però se lui… mi spiazza, mi mette in condizione di non potere agire davanti a un altro, io devo fare qualche cosa, ma per proteggere tutti però!>>. Il grande business è la A3, ma le preoccupazioni di Spiga vanno anche ai lavori sulla statale tra Roccella e Gioiosa Jonica, dove c’è un capomafia a ogni chilometro, nonché alle discariche siciliane di Cefalù, Pollina e Tusa, dove <<c’è un magistrato che mi sta rompendo talmente i c… sui depositi>>, per cui chiede a franco Rovito, presente al colloquio: <<Allora Franchì, mettiamo a posto questa storia>>. Poi, in riferimento alla faccenda dei lavori sulla statale jonica reggina Dedato si offre di aiutarlo: <<Se noi sappiamo dove esattamente è posizionato il lavoro… si può parlare con una famiglia influente e risolviamo tutto>>, ma Spiga non è tranquillo perché, secondo l’uomo dei clan, dalla distribuzione di tangenti e lavori <<possono nascere discordie>>, intendendo con “discordie” morti ammazzati. Seppur non contento della soluzione, Spiga poi si rassicura, poiché con i soldi si può fare tutto, dato che <<ancora ci sono i cretini che pensano che con Tangentopoli abbiamo pulito l’Italia>>. E conclude: <<Io ci ho il potere di fare le cose, capito?… Io devo raggiungere uno scopo… Io rappresento… Il ruolo dell’impresa è quello che è… speriamo di fare i lavori, io i soldi li tolgo dall’amministrazione… i soldi ve li distribuisco sul territorio, però è chiaro che io voglio e pretendo come adesso a Firmo… deve diventare un’oasi di pace>>.  J.P.



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A Catanzaro è arrivata l’Antimafia



Catanzaro. <<I problemi della Calabria vengono sottovalutati. A Cosenza il “pizzo” viene pagato da tutti, circola molta droga e c’è una situazione che desta allarme>>. Lo ha spiegato Roberto Centaro, presidente della Commissione Parlamentare Antimafia, dal 17 al 20 di novembre a Catanzaro per una “tre giorni” di audizioni. Ascoltati i vari rappresentanti delle forze dell’ordine, giudici, magistrati della Dda nonché il sindaco Eva Catizone – le cui minacce ricevute sono state discusse durante la seduta, così come quelle rivolte al segretario regionale dei Ds, Nicola Adamo –, il presidente della Provincia Antonio Acri e don Salvatore Bartucci della Fondazione Antiusura. L’inchiesta condotta dal pm Facciolla, <<banco di prova per ulteriori misure di prevenzione e tecniche di indagine>>, durante la quale, come spiega Centaro,  <<sono stati scoperti tanti modi per vanificare le norme>>, è stata oggetto di un lungo dibattito in seno alla Commissione e motivo di grande soddisfazione per la vicepresidente Angela Napoli (An). <<E’ stato assestato un colpo mortale ai clan infiltrati nel controllo degli appalti pubblici>>, ha detto, <<nel cosentino per troppo tempo si è parlato poco di mafia e questo silenzio ha consentito alle cosche di crescere esponenzialmente. La ‘Ndrangheta è pericolosa sia dove si manifesta con gli omicidi, sia dove è invisibile e mantiene collusioni. Penso a collusioni con i politici e con la massoneria deviata. A Cosenza c’era la volontà di non parlare di mafia>>. In sede di commissione si è poi trattata la questione della criminalità nomade e della situazione della Sibaritide. Centaro, secondo il quale sta emergendo prepotentemente il rapporto tra mafia e imprenditoria, mentre rimane del tutto sfumato quello tra cosche e politici, ha raccomandato agli inquirenti di condurre <<le indagini senza costruire teoremi>>. In questo caso la Napoli si è detta insoddisfatta <<delle risposte ottenute, durante le audizioni, sia dai magistrati che dal Comitato per l’Ordine e la Sicurezza Pubblica>> e ha contestato <<l’atteggiamento assunto dalle amministrazioni comunali cosentine nei confronti dei nomadi>>. Durante la seduta, il senatore Mario Greco ha denunciato l’insufficienza degli organici nei tribunali di Cosenza e Castrovillari, annunciando di essere pronto ad <<interessare il Governo del problema>>. Dal canto suo, Giuseppe Lumia, capogruppo Ds in Commissione, ha invece denunciato la <<mancata aggressione ai patrimoni della ‘Ndrangheta e il negativo ruolo svolto dalle imprese nazionali in Calabria. Arrivano qui, cercano il referente delle cosche e si mettono d’accordo con le imprese mafiose>>. Per questo motivo, il senatore Luigi Bobbio ha sollecitato la <<creazione di un’agenzia nazionale di controllo sugli appalti e i cantieri che consenta una monitorizzazione quotidiana>>. A chiedere ai cittadini del Cassanese di mobilitarsi e ad invitare coloro che hanno ricevuto appoggi in campagna elettorale a <<fare autocritica>> è stato, invece, il parlamentare Nichi Vendola, ex vicepresidente della Commissione. Di fatto, come ha sottolineato Vincenzo Calderazzo, procuratore aggiunto della Dda, <<il controllo del territorio deve essere incisivo, costante e capillare. Qualsiasi attività d’intelligence non può prescindere dal controllo del territorio>>. Riguardo ai rapporti con le procure territoriali, Calderazzo ha ricordato che <<mai come in questo momento ci sono state tante applicazioni alla Dda di magistrati di procure ordinarie>>. Il Pm ha concluso spiegando che, oggi, rispetto al passato, le normative sono cambiate: <<C’è bisogno di riscontri molto concreti per ottenere l’incriminazione di una persona>>, mentre <<i tempi tecnici per svolgere le indagini si sono allungati>>. La presenza, in città, della Commissione Antimafia ha voluto testimoniare una concreta attenzione verso un angolo della Calabria che merita, sì, di salire agli onori della cronaca, ma di certo non per fatti di sangue. J.P.



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Il Premier al dicastero delle Infrastrutture


Roma. Silvio Berlusconi si è precipitato, lo scorso 20 novembre, a Porta Pia, dove ha fatto sapere che, d’ora in poi, quello sarà <<anche>> il suo dicastero. Al ministro Lunardi ha detto che sarà con lui, pronto a sostenerlo, ma anche a guidarlo affinché <<il sogno delle grandi opere, indispensabili al Paese>>, possa trovare reale e puntuale realizzazione. Il Cavaliere, con un’iniziativa senza precedenti, ha deciso che sarà lui a stabilire, di volta in volta, la gestione dei piani del Governo. Un gioco che, a quanto pare, è già cominciato: ora la palla è passata a Lunardi. Alla fine di tre ore di colloqui, alla presenza del sottosegretario alla presidenza Gianni Letta, il premier si è autonominato “consigliere ad adiuvandum” e ha annunciato che <<la partita delle grandi opere va affrontata e vinta. Il mio sogno è quello di vedere l’Italia trasformata in un grande cantiere. E questo sogno sono convinto che si realizzerà>>. Berlusconi, infatti, è deciso a far terminare i lavori dell’autostrada Palermo-Messina entro il 2003, mentre non cambiano i programmi per il Ponte sullo Stretto, come neppure quelli sul completamento delle reti ferroviarie e autostradali, in particolare per quanto concerne il Sud del Paese. In merito al Ponte ha annunciato che <<ho avuto la conferma che si realizzerà; c’è la volontà di farlo, poiché cambierà la vita, la mentalità e la cultura degli italiani>>. Dalle infrastrutture, infatti, passa la possibilità di rilancio dell’economia nazionale in un momento di crisi, perciò il Premier ha dichiarato che <<l’apertura dei cantieri può determinare un incremento dello 0,5-0,7 per cento del Pil. Non c’è opera di quelle indicate di cui noi ritiriamo l’impegno. Realizzeremo il 40 per cento di quelle previste dal piano decennale secondo quanto sottoscritto nel contratto con gli italiani>>. E ha concluso sostenendo di credere che fosse utile un suo intervento <<per dare una mano, per rimuovere ostacoli, velocizzare l’iter parlamentare, per sensibilizzare maggiormente i ministri, soprattutto quelli che dispongono di risorse, come il Ministro dell’Economia>>. In merito al discorso del Cavaliere, Lunardi ha puntualizzato che <<Berlusconi mi ha promesso aiuto in Consiglio dei Ministri come nelle sedi dove si decideranno le sorti dei 246mila miliardi destinati alle opere pubbliche previste dalla legge Obiettivo. Sono soddisfatto – ha concluso –, siamo ad una svolta. Cominceremo subito con il Mose di Venezia, il completamento del Gra di Roma e la Metropolitana di Napoli>>. J.P.


ANTIMAFIADuemila N°27
 
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