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Antimafia Duemila

Thursday
Aug 21st
I politici, «viscidi» ma utili alla mafia PDF Stampa E-mail
I verbali di Giuffré riaprono il processo Andreotti
di Monica Centofante

E’ stato depositato lo scorso 28 novembre, dai procuratori generali Annamaria Leone e Daniela Giglio, il verbale contenente le dichiarazioni di Giuffré che riaprono il processo di Palermo nell’ambito del quale Giulio Andreotti è imputato di partecipazione ad associazione mafiosa. 400 pagine, il frutto di un interrogatorio condotto lo scorso 7 novembre dal procuratore Grasso, dagli aggiunti Lo Forte e Scarpinato e dai sostituti Di Matteo, Ingroia e Gozzo, e nel quale si parla di pericolose relazioni tra mafia e politica. Relazioni intrattenute solo per necessità perché, spiega il pentito, per Cosa Nostra i politici sono <<persone equivoche, viscide, che fanno il doppio gioco>> e diventano <<miserabili>> quando fanno un passo indietro per paura di eventuali indagini della magistratura. <<Un concetto – assicura - che valeva negli anni Settanta, Ottanta, ed è sempre attuale non cambia niente>>. Ed è proprio tra questi soggetti viscidi e doppiogiochisti che Giuffré annovera oggi Giulio Andreotti, “l’unica persona a cui [ieri] ci si poteva rivolgere con una certa fiducia” o almeno, assicura il pentito, così diceva di lui l’allora capo di Cosa Nostra Michele Greco. Accuse, quelle di Giuffré, che si aggiungono alle passate dichiarazioni di Tommaso Buscetta e di altri pentiti, agli atti del processo palermitano, e per mezzo delle quali il senatore a vita è già stato condannato in appello, a Perugia, a 24 anni di detenzione. Una condanna che pesa come un macigno e in seguito alla quale il senatore assicura di vivere <<un momento di doloroso stupore>> e lo fa con uno scritto di 39 pagine battute al computer, il contenuto delle sue dichiarazioni spontanee, lette alla corte nel corso dell’udienza. <<Sto vivendo gli effetti di due incredibili implicazioni giudiziarie – dice con tono affannoso – delle quali prego Iddio di farmi restare in vita fino alla giusta conclusione>>. E dopo aver espresso il suo dolore nell’essere <<accomunato agli uomini della mafia che profondamente disprezzo>> sferra un attacco ai pentiti che hanno testimoniato contro di lui e che <<tutte le volte che ci siamo trovati davanti a fatti  specifici>> <<ne sono usciti con le pive nel sacco>>. Esprime quindi la sua condivisione per la legislazione sui collaboratori di giustizia ma, sottolinea, <<a nessuno è lecito considerarli oracoli verso le dichiarazioni delle quali non vi siano prove>>. E nel suo caso, afferma, le illazioni sarebbero tante e facilmente contrastabili. Come quella di un suo presunto interessamento per l’<<aggiustamento>> del processo ai boss trapanesi Filippo e Natale Rini, rivelato dal Buscetta e con i quali, sempre secondo il pentito, si sarebbe incontrato insieme a Gaetano Badalamenti. <<Proprio nel ’71 – controbatte il senatore – anno del processo e della mia presunta riunione con i Rini e Badalamenti, sia i Rini che Badalamenti erano detenuti. Buscetta dichiarò che io mi sarei incontrato a Roma con uno dei boss di Trapani nel dicembre del ’71. In udienza abbiamo assistito ad un cambiamento di direzione. Non è affatto vero che Buscetta ha cambiato versione a seguito di un autonomo ripensamento>>. E’ stato <<costretto>>, dai pm, a farlo perché <<la procura ha fatto di tutto per scoprire un buco nero nella mia vita aggiungendo date su date, costruendo un perfido castello di dubbi aggiuntivi>>. Ma <<tutte le volte che sono state riportate delle circostanze in cui mi hanno indicato presente a Palermo o in altra sede con uomini di Cosa Nostra, le abbiamo puntualmente smentite con i fatti>>. Elenca quindi una <<petulante lista>>, come lui stesso la definisce, di incontri ufficiali compresi tra il ’73 e il ’92 con la quale afferma di essere in grado di smentire (<<con l’effettivo posto in cui mi trovavo>>) le 108 date contestategli in questi anni. Poi ricorda come tutto quanto accaduto gli fosse stato preannunciato <<agli inizi del ‘93>>, dal <<senatore Gerardo Chiaromonte>>, il quale <<mi aveva messo sull’avviso che qualcosa si stava muovendo quaggiù in Sicilia, suggerendomi di chiedere un Giurì d’onore nei confronti dell’ex sindaco Leoluca Orlando che, definendomi “garante della mafia”, aveva dichiarato che io avrei fatto la fine di Lima o sarei finito in galera>>.
Parole di fuoco, quelle del senatore, pronunciate però con un’emozione insolita per quel politico imperturbabile che oggi si affida al cielo - alla misericordia sulla quale <<per tante cose dovrò lassù fare affidamento>> - e alla terra, quando chiede <<soltanto giustizia>> a quella corte che è ora chiamata a decidere sull’acquisizione o meno di 400 pagine di verbale che i difensori del senatore definiscono <<inutilizzabili>> e da non prendere <<in considerazione sotto nessun profilo>>.
Quelle pagine che analizzano la storia dei contatti tra mafia e politica negli anni Settanta e Ottanta approfondendo quanto il pentito aveva già anticipato a Padova nel corso di un’udienza pubblica, quando aveva illustrato la decisione di Totò Riina di dare un segnale alla Dc facendo votare per il Psi. Discorso più volte fatto da altri collaboratori, ma al quale Giuffré aveva riferito un elemento in più: Bernardo Provenzano non era d’accordo poiché avrebbe preferito non fidarsi di socialisti e radicali. Il collaborante aveva in quell’occasione ribadito il continuo appoggio dato dalla mafia alla “corrente di Lima”, la capacità di infiltrazione nella Dc e nella corrente vicina al senatore Andreotti e aveva riferito di una richiesta fatta dall’allora capo della Cupola Michele Greco, poco prima di essere arrestato, a Nino Salvo e all’ex ministro dc Luigi Gioia: intercedere per Cosa Nostra, facendo leva sui loro “contatti molto influenti su Roma, in alto loco”. Oggi, nei verbali, si legge che ai cugini Salvo e a Gioia, ma anche al principe di San Vincenzo Vanni Calvello, Greco si rivolgeva per arrivare a Roma e frenare l’azione repressiva della magistratura, per “cambiare le cose che si mettevano male”. Ed era “un pochino ottimista”, “perché aveva ricevuto delle comunicazioni affermative” da parte di Giulio Andreotti. “U Gobbo” o (“Immirutu”), “si asseriva da parte di Michele Greco”, era “l’unica persona a cui ci si poteva rivolgere con una certa fiducia, che potesse dare una mano”. E il sette volte presidente del Consiglio, secondo il verbale, rimase in contatto con la mafia anche dopo l’avvento al potere dei corleonesi Riina e Provenzano. Che scelsero Vito Ciancimino come referente politico da utilizzare per i contatti romani poiché a Cosa Nostra serviva un mediatore “che quando occorreva doveva battere il pugno sul tavolo: si deve fare punto e basta, due parole. Ci vuole coraggio pure a fare questo, e siccome il signor Ciancimino viene dalla scuola corleonese ha le qualità di affrontare questi discorsi”. E così l’ex sindaco di Palermo si incontrava con lo “zio Bernardo”, “me ne ha parlato Provenzano in prima persona e il fine ultimo era sempre il discorso su Andreotti… A livello personale, ma sempre in qualità di ambasciatore, Ciancimino ha avuto contatti direttamente con Andreotti, e con persone che lavoravano in modo particolare nel ministero di Grazia e Giustizia…”. In seguito al suo arresto, però, Provenzano cominciò a dubitare di Salvo Lima, leader della corrente andreottiana in Sicilia perché, continua Giuffré, “era inaffidabile e quando dava l’incarico a Lima di andare a parlare con Andreotti, non sapeva quello che succedeva”. “U signor Lima – diceva Provenzano dopo che il politico divenne deputato europeo – doveva sbattere… Voleva dire che lui cercava sempre di evitare che una persona sbattesse con la testa al muro… Ma lo faceva una, due tre volte perché era magnanimo, dopo di ciò levava la mano”. Anche Totò Riina, in seguito alle indagini di Falcone, cominciò a non fidarsi più dei tradizionali contatti romani e temette che potesse essere compromesso “il mito” di una Cosa Nostra che “godeva di tanti appoggi e in modo particolare dell’impunità… Un mito sempre più ingrandito dai media, dai  cinema, dai vari ‘Padrino’”. E così, nel febbraio del ’92, a un mese dalle condanne confermate in Cassazione nell’ambito del primo maxiprocesso “Riina con gli occhi usciti così ha detto a tutti: non venite da me se a qualche politico succede qualche disgrazia, a domandarmi perché, perché voi lo sapete tutti”. E tra i soggetti nel mirino di Cosa Nostra, Giuffré ricorda De Gennaro e Martelli. Il primo, precisa, è lo “sbirro” che aveva lavorato al fianco di Falcone, il secondo è quel politico che, secondo Giuffré,  avrebbe avuto contatti diretti con  “delle persone di Palermo” e “che , a sua volta, ha dato delle garanzie, non vorrei sbagliarmi, ma se ricordo bene dovrebbe esserci coinvolto qualcuno della zona di Brancaccio, vicino ai boss Graviano”. Nel 1987 Riina  lo aveva indicato come avvicinabile in seguito a un periodo di insoddisfazione nei rapporti con la Democrazia Cristiana. Insoddisfazione che  aveva convinto il boss a “cambiare rotta”. “Dai discorsi che giravano in seno a Cosa Nostra – dice manuzza – si vedeva in Martelli la persona a cui riferirsi per un collegamento futuro…” perché tra coloro che avevano “dato delle garanzie”. Il progetto di Riina era quello di “agganciarsi alle persone influenti di allora, Craxi e Martelli; solo che purtroppo la strategia non gli è riuscita”. Martelli, infatti, venne abbandonato anche “per un fatto preciso che era un drogato (affermazione che non trova riscontri ndr.)”. In seguito alla politica adottata al ministero della Giustizia, poi, per Cosa Nostra divenne un nemico: “Doveva essere ucciso… In quel periodo si erano fatti discorsi su Martelli e De Gennaro”. “Poi magari i discorsi non si sono fatti. Però u signor Martelli penso che deve stare sempre attento…”. Anche “Andreotti doveva essere ucciso”, continua, (“Andreotti, non so se posso usare sta frase, sia fa la verginità a discapito nostro  facendo dei decreti apposta per mandare dentro quelli agli arresti domiciliari”) e con lui Calogero Mannino (“aveva destato delle aspettative in Cosa Nostra” attraverso “promesse a persone di Agrigento, ma poi ha fatto pure lui un passo indietro… In modo particolare Provenzano era incazzato con Mannino”) e Salvo Andò. In seguito la stagione delle stragi, dopo l’arresto di Riina e l’idea non andata in porto dei boss Piddu Madonia e Leoluca Bagarella “di formare un partito tutti di uomini d’onore” (Sicilia Libera), Provenzano cercò i contatti, che poi abbandonò, con l’andreottiano Mario D’Acquisto e con la Dc in generale perché, diceva a Giuffré, “’ho questo olio e con questo devo friggere’, in attesa di eventuali nuove prospettive future… La percorreva anche per dare uno schiaffo a Riina, che andarlo a finire di bruciare non ci dispiaceva…”.
Ma di quelle nuove prospettive future e della pax mafiosa che ha fatto seguito alle stragi del ’93 ancora non si sa nulla. E se il pentito ha parlato quel capitolo è ora tutto da leggere.




 
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