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Antimafia Duemila

Thursday
Aug 21st
Il dovere della speranza PDF Stampa E-mail
di Aldo Castellano




«Lo Stato esiste al di sopra dei signoli cittadini e la azione di ogni servitore non è esclusiva e non si esaurisce con lui.
Il messaggio è chiaro: morto un combattente un altro riprende a combattere, passato il naturale momento di scoramento.
La società deve quindi attrezzarsi per evitare che la fine di uno dei suoi servitori possa significare una battuta d’arresto nella lotta contro la criminalità.»
Paolo Borsellino

Mi ero ripromesso di non parlare più di Paolo Borsellino e di non leggerne più, per non disturbare i miei ricordi vissuti ed ancora vivi con l’apporto deviante di quelli degli altri, qualche volta più estranei, qualche altra diversamente sentiti.
   E’ stato pubblicato dalla sua morte ad ora tanto materiale stampato, tanta carta porta la sua immagine e la si vede un po’ dovunque: in qualche posto perché fa ancora moda e lì sarà prima o poi sostituita da qualcun’altra di argomento più attuale, in qualche altro posto perché vuol testimoniare un impegno a proseguire di cui Egli si fece in vita portatore, in qualcun altro ancora perché, dati ambiente e luogo, non se ne può fare a meno.
   Ci sono state tante manifestazioni alle quali la gente comune prese parte per sentir parlare di Lui: messe in suffragio, incontri, cortei, trasmissioni, ma in nessuna di esse rivedo completamente il Paolo Borsellino che ho imparato a conoscere e che ho seguito dal 1986 al 1992, quando Egli, allora Procuratore della Repubblica di Marsala, si sentì chiamato altrove a compiere i destini di servizio per Lui scritti da Altri.
   Ricordo che cercai di dissuaderLo dall’andarsene via, dall’andare a Palermo, perché lì, più che a Marsala, diveniva un simbolo che altri dovevano distruggere. Ed in risposta ne riebbi che proprio doveva, perché lì si era attestata la trincea della lotta e perché lì si combatteva realmente.
   E ricordo che quella notizia del suo trasferimento sbigottì me e gli altri suoi collaboratori, primi fra tutti i magistrati (primi non per solo rapporto di colleganza, ma perché gli stavano accanto parecchie ore al giorno e con la frequentazione continua maturavano con Lui sensibilità ed intese comuni), poi i funzionari, gli ufficiali di polizia giudiziaria, i Vice Procuratori Onorari e quanti a diverso titolo gli stavano attorno.
   Ricordo quando se ne andò via, quasi scappando per trattenere la sua emozione nel lasciarci, e questo la prima volta quando prese possesso a Palermo e questo la seconda volta quando, alla fine dei festeggiamenti dedicatigli, ci lasciò definitivamente.
   Ricordo quando, appena arrivato da Palermo, venne a salutarci quella mattina della cerimonia ufficiale di commiato e mi cercò per essere accompagnato a fare il giro dell’Ufficio, per salutare direttamente nelle rispettive Segreterie ogni dipendente che incontrasse e volle vederli tutti e parecchi ne abbracciò e ad altri diversamente comunicò il suo calore.
   Ricordo i commossi discorsi di saluto che tutti, personalmente o per rappresentanza, gli rivolsero durante la toccante cerimonia di cui conservo pedissequa registrazione; e ricordo ciò che Egli disse ad ognuno, fotografando in quell’attimo le esperienze vissute insieme, i sentimenti scambiati, la stima ed il rispetto reciprocamente conquistati.
   Ricordo che ascoltò con molto interesse i messaggi dedicatigli dai Suoi Sostituti e da tutto il personale dell’Ufficio, e ricordo che mentre ascoltava i discorsi di saluto di altri, là sul Pretorio, sfilò le pergamene recanti le lettere dei suoi collaboratori e le lesse con tanta presa attenzione che sembrava volesse scolpirle nella memoria, parola per parola e vi dedicò tanto tempo per chi come Lui sapeva leggere con rapidità ed attenzione estreme.
   Non dimenticò nessuno nel ricambiare i saluti, e la Aula Magna del Tribunale era piena di gente appositamente venuta per Lui, ad ascoltarLo in silenzio.
   Ricordo in Lui la immediatezza del gesto, la decisione del tratto dall’apparenza talvolta un po’ brusca, il modo pronto e sicuro con cui riceveva le notizie o le richieste di consigli e forniva le relative risposte a chi lo collaborava, il Suo modo di investire chiunque di responsabilità e di autonomia decisionale: gli bastavano pochi minuti per capire e per decidere, ed in quei pochi minuti occorreva esser presenti e saper fare sintesi, se no si restava indietro, perché odiava la mediocrità ed aveva fretta di fare il suo vero lavoro di magistrato di lotta.
   La sua attività professionale era per Lui una vera e propria missione, dedicata da un lato all’adempimento del dovere e dall’altro a fornire ai giovani, cui spesso si rivolgeva, la speranza in una società migliore, in un futuro più sereno.
   Sapeva tutto di tutti, secondo una vecchia regola di comando e non cercava delatori, a nessuno negava il Suo intervento e per tutti aveva parole di conforto e per i suoi amici conosceva il solo limite dell’impossibile, come ebbe più volte a testimoniare la sua stessa vita, e di amici non fu mai povero perché inevitabilmente conquistava chi lo avvicinava per qualsiasi motivo.
   Seppe conquistarsi anche la stima dei pentiti che convertì alla collaborazione e mai mancò di parola nei confronti di alcuno e non perché ciò fosse strumentale ma perché realmente corrispondeva al suo ideale vissuto di solidarietà umana e cristiana, e se ne infischiava se qualcuno che gli stava attorno ricavava vantaggio dalla sua presenza o frequentazione.
   A questo proposito anzi una volta nel suo studio, in uno dei frequenti momenti di intima amicizia, ebbe a dirmi che era perfettamente consapevole del fatto che parecchia gente lo frequentava per convenienza e che dal rapporto con lui traeva vantaggio d’immagine, ma questo non lo avrebbe portato a modificare il suo modo d’essere e di porsi con gli altri.
   Ebbe alto il senso del ruolo di Magistrato e lo dimostrava in ogni occasione pubblica e privata, senza mai farlo pesare; guidava il suo personale e non lo faceva vedere e preveniva laddove occorreva, intervenendo personalmente per fatti concludenti, con il suo esempio.
   Ricordo che una volta mi disse scherzando che gli sarebbe toccato anche lo stipendio del portiere perché la mattina era il primo ad arrivare. Compresi che voleva evidenziare una maggiore osservanza dell’orario di apertura, pur rendendosi conto dei problemi familiari e personali di ogni dipendente, e ne ebbi certezza quando un giorno lo vidi alle otto di mattina, con gli amici poliziotti che lo scortavano, all’ingresso del Palazzo, fumare intensamente com’era solito, salutando chiunque entrasse. Questo bastò e tutti compresero e dall’indomani non vi furono ritardi.
   Un altro momento di affetto e di insegnamento lo poneva nelle conviviali che si facevano nelle immediatezze delle grandi feste natalizie e pasquali, durante le quali seduto insieme agli altri ad un tavolo comune senza distinzioni di gradi, riusciva a dare di Sé la immagine più serena ed amicale che soltanto al brindisi finale si riportava all’Ufficio, al comune lavoro, al senso del servizio, al dovere di esserci nella lotta contro la criminalità, ognuno secondo propri ruoli e funzioni, cementando in tal modo il senso della comune appartenenza con la saldezza dei sentimenti e creando uno spirito di corpo che faceva superare ogni barriera, ogni difficoltà, che faceva star sicuri della Sua forte presenza chi operava con Lui nel rispetto delle leggi.
   E ricordo per ultimo il Suo messaggio di speranza pronunciato durante il discorso di commiato. Disse molto chiaramente che da buon cristiano sentiva forte  di testimoniare a tutti il dovere della speranza, che avrebbe dovuto informare l’azione di ogni uomo nei confronti del suo prossimo.
   E nei confronti degli studenti lasciò un inestimabile patrimonio di intensa testimonianza di fede e di impegno, e certamente molti non lo hanno dimenticato.
   Non so perché mi sono deciso ora a rompere questo mio silenzio fatto di ricordi, un silenzio osservato per pudore anche nei confronti della Sua famiglia, così svuotata di tanta presenza, così impegnata a tener caro il Suo ricordo, perché nessuno Lo dimentichi presto; ma forse, se sto a pensarci un po’ sù, mi rendo conto che la spinta è venuta proprio dal mio Ufficio, dai miei e Suoi collaboratori che ancora una volta volevano sentir parlare di Lui come Lo conobbero, e non come ne parla e scrive chi lo conobbe diversamente e ce lo presenta un po’ estraneo. Forse mi sono anche deciso perché parlare di Paolo Borsellino è parlare della gente, di quella che gli stette vicino e lo amò riamata e lo seguì e ne condivise le fatiche, anche di quella gente generosa e anonima che non fa cosa importante menzionare.
   Bene, questa gente, che lo porta nel Suo cuore e spesso lo cita con nostalgia e rispetto nei discorsi a due o a gruppi, avverte di Lui una presenza continua che conserva e non intende dividere con altri.
   Perché in verità Paolo Borsellino fu uomo che dove andò ebbe la capacità di farsi amare senza far rimpiangere ad alcuno il passato, ma che non riuscì ad andarsene via da nessun posto senza lasciare vuoti.

                                                                                         Tratto da Paolo Borsellino: il dovere della speranza, a cura di Aldo Castellano, Trapani, AICS, comitato provinciale di Trapani, 2002.

 Per i testi e le fotografie che corredano questo articolo si ringrazia il direttore di “Libera Agorà”
Aldo Castellano.


ANTIMAFIADuemila N°28
 
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