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Antimafia Duemila

Sunday
Jul 20th
Nel nome del padre PDF Stampa E-mail
Alla memoria della vita di un uomo libero
a cura di Anna Petrozzi



Il 5 gennaio di diciannove anni fa cinque proiettili spezzarono l’intensa vita di Giuseppe Fava. Ricordarne la morte è davvero riduttivo e difficile per chi non l’ha vissuta e apprezza solo la straordinaria opera e il messaggio di lotta per la vita lasciato a tutti noi come preziosa eredità da questo uomo al di sopra delle righe. Per questo abbiamo scelto le parole di Claudio Fava, suo figlio, per rendere viva anche la sua morte ordinata da chi lo temeva per la sua libertà di cercare e scrivere la verità. 


Non so quando è comparsa per la prima volta quest’idea malata in cima ai miei pensieri. Non subito, ma dopo molti anni. Per successive stratificazioni. O per troppa rabbia ingoiata. E’ cominciato tutto con quel calzino rosso. Dei tanti frammenti di memoria, delle troppe immagini che s’erano incrostate dentro di me, quel tuo calzino era l’unica cosa fuori posto. Rosso, di lana pesante. Lo ricordo, sul tavolo dell’obitorio. Il lenzuolo che avevano tirato in alto, a seppellirti la faccia e i capelli, era troppo corto e ti aveva scoperto un piede. Pensai che solo tu potevi portare calze rosse. Tu e io, per pigrizia, per innocenza. Pensai che eri morto, che eri proprio morto se quel pudore segreto era stato violato. Un calzino rosso in fondo al tavolo di marmo, nella luce piatta di un obitorio. Per molti anni m’è rimasto conficcato nello stomaco, un chiodo. Nel tempo, quando il ricordo si è ricomposto  e i particolari sono sfumati e anche i pensieri, i pensieri di quella notte hanno cominciato a sbiadire, è rimasto quel calzino rosso. L’unica macchia di colore.
[...]

Undici anni. Quasi dodici. Un soffio, un alito. Uno spazio vuoto. Mi volto indietro e sempre oggi: tempo presente. Dicono: colpa del dolore. No, il dolore non c’entra. E’ l’umiliazione, piuttosto. Per lo strappo suìto. Il gesto interrotto, la voce spezzata. Il nostro dialogo: chiuso, muto per sempre. Senza nemmeno un cenno, la premonizione di un rischio. DA qualche parte conservo l’ultimo biglietto che mi hai lasciato. Era un noioso elenco di cose da fare, contabilità arretrata del nostro lavoro al giornale: telefonate in sospeso, foto da rintracciare, pezzi da sollecitare. Lo avevi scritto a macchina, con nastro sbiadito della tua lettera 22. In fondo, a penna, un saluto: ciao. Ricordo che la mattina, quando lo trovai sulla mia scrivania, feci un segno sotto quel tuo modo di andartene, una sottolineatura di rabbia.
Eravamo in ritardo, avevamo un giornale ancora da chiudere in tipografia. E tu: ciao.
L’ho riletto dopo. Dopo la tua morte, voglio dire. E mi sembrò che in quella calligrafia, nelle vocali arrotondate, nel tono pacato delle tue raccomandazioni, nella mancanza di un presagio qualsiasi ci fosse tutta la violenza di ciò che sarebbe successo quella sera. La violenza dello strappo. Inatteso, per me e per te.
Infine lo stupore. Uno stupore idiota, lo so, che mi si allarga dentro e m’invade e mi disorienta senza che riesca mai a contenerlo. Il pensiero che altri abbiano voluto tutto questo. L’agguato, la tua morte, la tua punizione: ecco, continua a sorprendermi. Forse, l’improvvisa certezza di non sapersi immortali. Avevo ventisei anni, e mi sentivo immortale. Come te, come tutti.

Chissà se riconosceresti la tua città oggi. Non che sia cambiata. E’ cambiato il nostro sguardo, s’è fatto più consapevole. [...] I comitati d’affare, raccontavi. I politici da centomila voti. Gli oscuri traffici dei cavalieri. I loro miserabili segreti. Lo scrivevi, lo scrivevamo ma c’era come una specie di pudore nell’immaginare ciò che stava realmente dietro le nostre parole. La violenza di cui erano stati già capaci. E quella di cui sarebbero stati capaci, un giorno.
Narravamo questa città come d’un laboratorio, tragico, ma irreale. E invece avevamo toccato le corde tese del potere, i suoi nervi scoperti. Avevamo ferito l’orgoglio dei nostri nemici, la loro presunzione. Tu, perché non ti eri mai piegato, perché non ti eri mai lasciato ammansire. E noi, che eravamo ragazzi o poco più, cronisti disperati e felici. Perduti, per loro. Inaffidabili.                         
[...]
Il primo, dopo la tua morte, fu un vecchio onorevole, un patriarca della politica siciliana, l’uomo più potente e vorace della città. Era, la sua, una voracità scientifica, valeva il dieci per cento su ogni pubblica spesa. Un pedaggio, una decima che l’onorevole aveva inventato, da sindaco, vent’anni prima. Fu lui il più rapido a recuperare l’uso della risata, a poche ore dai tuoi funerali. Mi dissero che riunì gli inviati di tutti i giornali per quel primo morto di mafia e disse loro, semplicemente, che la mafia non era. E che non ci giocassero troppo, con quella benedetta parola, perché altrimenti i suoi amici cavalieri se ne sarebbero andati via. Via da Catania, lontano dalla Sicilia, portandosi dietro le loro industrie, i loro cantieri, i loro appalti. I loro posti di lavoro, soprattutto. Disse tutto questo lentamente, quasi dettando le parole ai cronisti, ma con l’aria gioviale che si addice a chi vuole sdrammatizzare un funerale di terza classe.
Ti avevano appena ammazzato e già li ingombrava la tua morte, quella chiesa piena di gente e la piazza, fuori, anch’essa colma, muta. E i titoli dei giornali forestieri che scoprivano anche nella tua città il seme della violenza, lo stile della mafia. Eri un peso per tanti. Per i tuoi assassini e per molti altri, spettatori perbene d’una sfida che non li riguardava. Anche i tuoi colleghi, i tuoi amici cronisti, i reduci della tua stessa generazione. Avresti dovuto vederli. Io li ho visti. Tutti a dispettosa distanza da te, anche da morto.
[...] Anche lo stupore, devo dirti. Non il mio, pietrificato, tradito. Voglio raccontarti il loro stupore di cartapesta, le parole desolate che s’inventarono per la tua morte. Dicevano: “...questa incomprensibile impennata di violenza” e sentivi che la loro voce si spezzava quando dicevano: incomprensibile. Lo stupore corrucciato che opponevano a chi insisteva a parlare di mafia. Lo stupore del signor sindaco che era uno dei fedeli gregari mandati dal partito a governare la città e a eseguire gli ordini. Gli ordini, il sindaco, li prendeva dall’onorevole. E li rispettava sempre, con impercettibile goffaggine. Come la mattina del tuo funerale: lui che amava i bei modi e pensò che fosse dignitoso darti l’estremo saluto nel cortile del palazzo comunale, in mezzo a una piccola folla, a beneficio dei fotografi e della storia. Un saluto impacciato, cinto com’era nel tricolore, parlando a braccio davanti alla tua bara di tutto. Fuorché di te. E di mafia.
[...]
Dieci anni dopo qualcuno ha fatto il nome del tuo assassino. Un pentito. Dice che è stato Nitto Santapaola. Dice che l’ha fatto per restituire una cortesia a un suo amico potente. Uno con tanti mestieri: banchiere, agricoltore, palazzinaro, albergatore, editore. Anche tuo editore. Cos’altro? Benemerito del lavoro. Per volontà di un Presidente della Repubblica che lo nominò cavaliere molti anni fa.
[...]
Ti hanno ammazzato in questa città. E poi hanno cominciato a fabbricare la loro ragnatela di oblio. Gli avvocati dei cavalieri. I loro giornalisti. I loro giudici. I loro prefetti. Non ti hanno compianto, ti hanno seppellito e basta.
Cominciarono proprio in quel palazzo cosiddetto di giustizia. Undici anni fa, quasi dodici. Legulei con la loro brava cartellina sotto braccio, giudici con la barbetta e l’aria sazia, il loro esercito di cortigiani. Uno mi disse, con l’alito falso dell’amico: corre voce che l’abbiano trovato con gli assegni in tasca. Tuo padre. Assegni dei cavalieri: lui li ricattava e loro l’hanno fatto ammazzare. Chi lo dice? Lo dicono. Loro: piccoli giudici, piccoli avvocati, i loro cronisti, i loro gregari
[...] Dovevano seppellirti per sempre e dovevano fare presto. Ogni tanto qualcuno, più impudente o più scandalizzato di altri, mi metteva al corrente di quelle conversazioni: l’hanno ammazzato per i debiti che si era fatto. No, per una donna. Una ragazza, una minorenne: è stato il padre. Ricattava, giocava, beveva, scopava. Era questo il loro modo di compiangerti.
[...]
Mi hanno fatto leggere le dichiarazioni del pentito che parla dei tuoi assassini. C’è scritto che cominciarono ad ucciderti molto tempo prima. Ai tempi del “Giornale del Sud”, il tuo quotidiano. Un giornale bizzarro, lo sappiamo. Lo stampavano un miscuglio di prestanome dietro i quali c’era la città muta, la città dei cavalieri. La città violenta che ancora non conoscevamo. Avevano chiamato proprio te a dirigerlo. Credevano, gli idioti, di poter addomesticare i tuoi trent’anni di scritture, il tuo orgoglio di uomo libero. Fino ad allora gli era andata bene: ciò che volevano, l’avevano comprato. Sentenze, appalti, cronache. Loro pagavano, loro comandavano. ti saresti piegato anche tu, col tempo.
Questo ti mandarono a dire, col giornale in edicola da un paio di mesi. Te lo disse il cavaliere. Ti chiamò al telefono e te lo comunicò, da editore a direttore, da protettore dei mafiosi a giornalista antimafioso: egregio amico, di Santapaola e soci sul mio giornale non se ne deve parlare più. Ho letto il verbale, le memorie di quel pentito. Quel giorno ero accanto al cavaliere, aveva ascoltato la telefonata. Il suo ricordo è netto: “Dal tenore della conversazione, ho dedotto che l’interlocutore non era assolutamente d’accordo con il cavaliere e che rivendicava la propria autonomia”. Eri tu, l’interlocutore.
Col tempo, dicevano loro. Non ti sei piegato, ma questo in fondo è un dettaglio, un esito prevedibile. Se ti avessero appena conosciuto, se si fossero sentiti un po’ meno onnipotenti: un dettaglio, la loro stoltezza. Solo, a leggere le cose di quei giorni, mi accorgo che avevano cominciato a ucciderti già da molto tempo.
Non te ne preoccupasti, perché la morte non apparteneva ai tuoi pensieri. E nemmeno noi, cronisti bambini, nemmeno a noi fu concessa questa consapevolezza. Per colpa tua. Per tuo merito. Per il silenzio con cui hai protetto il nostro lavoro e la nostra giovane vocazione alla verità. Il silenzio con cui hai vigilato sulle pagine di cronaca nera che ogni sera io e Riccardo fabbricavamo, con Miki, con Antonio, pubblicando la grossa faccia stolida di Santapaola sotto i titoli d’apertura. Il silenzio con cui ci hai voluto risparmiare gli avvertimenti, i consigli, le minacce che ti arrivavano affinché nulla, nulla turbasse il nostro mestiere. Lavoravo con te, ogni sera: eppure mai mi sono accorto di ciò che ti accadeva. Perché mai ci hai chiesto di correggere un titolo, di ammorbidire un aggettivo, di risparmiare una foto. Anche questo ti dobbiamo. Al di là della morte e della dignità con cui sei andato incontro alla morte.
[...] Anche la morte di un uomo alla fine ti educa. Anche la morte di un padre, l’assassinio di tuo padre possiede un suo terribile messaggio di saggezza. A me ha insegnato a temperare i miei sentimenti sui tempi lunghi. Rabbia, paura, disprezzo, bisogno di giustizia, ricerca della verità. L’amore, anche. Vanno coltivati con misura, sottomessi a una dimensione del tempo che non è più conosciuta: i giorni, i mesi... Per te, per esempio: undici anni, quasi dodici. Solo adesso possiamo provare a ragionare.
Fu questo il motivo della mia delusione quando in un corridoio della questura, quel pomeriggio mi vidi passare accanto Santapaola. Non riuscivo a vedere in lui l’assassino di mio padre. Non riuscivo a vedere nient’altro che un uomo rapidamente invecchiato. Un vecchio uomo con un maglione verde e i capelli sporchi, che mormora parole sommesse di rabbia mentre i poliziotti se lo portano via. Cercai di non incrociare il suo sguardo perché non avevo niente da trasmettergli. Né odio, né pena. Mi lasciò il cuore di ghiaccio. E me ne andai.

[...] Il primo numero dei “Siciliani”, dopo un anno di rodaggio, con questa redazione di piccoli uomini che impercettibilmente già sfiorivano e si erano fatti tutti più prudenti di te. Lo hai voluto tu, quel giornale. Noi avremmo atteso ancora a lungo. Ricordo quell’ultima riunione, il nostro pallore, le nostre parole di buon senso sui rischi del mercato e le incognite della distribuzione e così via. Tu dicesti che lo avresti fatto comunque, il giornale. Con noi o senza di noi. Eri più anziano di trent’anni, ma noi eravamo già più vecchi di te. Naturalmente avevi ragione tu. Bisognava fare quel primo numero. E bisognava farlo subito, senza troppi pensieri involuti sul target e sul mercato. Il giornale arrivò in edicola la vigila di Natale e scomparve in tre ore. Due ristampe, subito esaurite. “I Siciliani” era nato. La copertina, nera, elegante, aveva un titolo che sarebbe rimasto nella storia di questi anni: i Cavalieri dell’apocalisse mafiosa. Nella foto, tre signori ridenti che levavano i calici in alto. Uno dei tre, dice oggi un pentito, è quello che ti ha fatto uccidere.

[...] Hanno fatto male ad ammazzarti, è stato il loro più grande peccato. Ti hanno ucciso per presunzione, non per disperazione. Hanno sottovalutato la nostra memoria e quella della tua città. Oggi sono chiamati a pagare, eppure mi sembra anche questo un pensiero stonato: quest’idea mercantile dell’esistenza, immaginare che alla fine tutto ritrovi un proprio ordine se ciascuno fa la propria parte, se ciascuno paga i propri debiti. Esiste un ordine interiore, nella natura delle cose, che a volte può spezzarsi per sempre. Se accade, ciò che segue sono solo rimedi. Imperfetti, per definizione.

 
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  • Editoriale

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    La nascita della seconda Repubblica sul sangue di Falcone e Borsellino

    Il 19 luglio 1992, a cinquantasette giorni di distanza dalla strage di Capaci, veniva assassinato a Palermo, in via D’Amelio, il giudice Paolo Borsellino e con lui gli agenti della sua scorta.

    Il 20 luglio 1992 nasceva la Seconda Repubblica di questo nostro Paese, basata sulla corruzione, sulle mafie, sulla violenza, sul dominio, sulla prevaricazione, sulla ricchezza illecita, sul razzismo e sulla xenofobia.

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    Appello contro la pedofilia e la sua ideologia. L'allarme lo lancia l'Associazione Meter di Don Fortunato Di Noto.
    Libera l'Acqua: prosegue la campagna sull'oro blu da parte delle associazioni del Cipsi.
    Si torna a parlare di Nucleare. Una minaccia per il mondo.
    Intervista al pm paraguaiano Arnaldo Guizzo in lotta contro la corruzione e il narcotraffico.
    Appello per un'informazione libera: un nuovo format televisivo per garantire libertà e democrazia nell'informazione.


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