| Sulle tracce di Iannò |
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La famiglia del braccio destro del superlatitante Condello di Monica Centofante Nasce nel corso della prima guerra di mafia la cosca Condello, una delle più potenti della ‘Ndrangheta reggina. Il suo capo incontrastato, latitante dal 1990, è Pasquale Condello detto “il supremo”, conosciuto negli ambienti giudiziari sin dal 1972 quando insieme al boss Paolo De Stefano fu denunciato a Napoli con l’accusa di associazione per delinquere. <<Personaggio molto assolutista>>, come lo definisce il collaboratore di giustizia Giacomo Lauro, riuscì a conquistarsi la fiducia del potente De Stefano divenendo il suo braccio destro per poi contrapporglisi con il “gruppo separatista” di cui è leader insieme al cugino Antonino Imerti. Quel gruppo che contro i De Stefano sostenne uno scontro armato dal 1985 al 1991 allo scopo di conquistare la supremazia sulla criminalità cittadina. Durante la prima guerra di mafia <<il Pasquale Condello – racconta Lauro - si distinse moltissimo per i numerosi omicidi portati a compimento (uno è quello del vecchio capo-bastone don Antonio Macrì ndr.) su ordine dei vertici dei sodalizi alleati, tanto da divenire in pochissimo tempo il braccio destro di Paolo De Stefano”. A testimoniarlo due operazioni in cui i due vennero arrestati insieme. La prima avvenuta il 16 agosto 1972, presso l’hotel “Commodore” di Napoli, <<dove si teneva un summit di mafiosi interrotto dall’irruzione della polizia>>, la seconda, risalente al 18 ottobre 1975, presso il ristorante “Il Fungo” di Roma ove erano riuniti insieme a Giuseppe Piromalli <<detto “mussu stortu”>>, Giuseppe Nardi, Gianfranco Urbani <<detto “il pantera”>> e Manlio Vitale. <<L’escalation di Pasquale Condello ebbe un’ulteriore impennata allorché lo stesso fece sposare la propria prima cugina con Antonino Imerti boss di Fiumara di Muro – prosegue il pentito -. Questa ulteriore alleanza dovuta al matrimonio organizzato da Pasquale Condello legittimò lo stesso a rivendicare autonomia decisionale nel ‘locale’ di Archi notoriamente sotto l’assoluto e capillare controllo di Paolo De Stefano il quale, nel tentativo di controbilanciare l’alleanza Imerti-Condello che temeva non poco, combinò d’autorità un fidanzamento tra il fratello Orazio ed Antonella Belvedere, nipote dei fratelli Giovanni, Giuseppe, Domenico e Pasquale Tegano ai quali si univano le famiglie Schimizzi, Aricò ed altre. A seguito di ciò il Pasquale Condello acquistò una forza tale che riuscì a sovrastare lo stesso cugino Giovanni Fontana il quale per il suo temperamento particolarmente mite accettò un ruolo subalterno di fatto abdicando a favore di un suo giovane pupillo>>. A metà degli anni Ottanta, con l’uccisione di Paolo De Stefano, si verificò una spaccatura nell’ambito della stessa cosca che portò alla formazione di due gruppi criminali contrapposti i quali lottarono fra loro per circa sei anni. Ce la racconta il pentito Giuseppe Scopelliti. <<Per quanto riguarda il nostro gruppo – dice - si sono succedute due fasi: la prima concerne il periodo in cui era detenuto Pasquale Condello. In tale fase la direzione delle operazioni militari era stata assunta da Nino Imerti, che si avvaleva della consulenza di Mimmo Condello>>. Quando uscì dal carcere, invece, Condello <<assunse la direzione di tutte le azioni belliche sul territorio del capoluogo, lasciando a Nino Imerti le decisioni sulla zona di Villa S.G. e comuni limitrofi>>. <<Si costituì una direzione strategica delle operazioni tra Pasquale Condello, Paolo Serraino e Diego Rosmini (senior)>>, continua, specificando che i Serraino <<si schierarono dalla nostra parte>>. In merito alle cosche nemiche il collaboratore conferisce particolare rilevanza alla figura dell’avvocato Giorgio De Stefano, <<considerato da Pasquale Condello e da Nino Imerti la mente criminale del gruppo destefaniano e ciò non solo all’inizio della guerra di mafia ma anche negli anni precedenti>>. Per controbilanciare la forza dei nemici, i De Stefano rinsaldarono in quegli anni l’alleanza con i Tegano alla quale si unirono in seguito le famiglie Schimizzi ed Aricò. Al centro degli scontri, il territorio di Gallico, sconvolto da vicende criminali e da un’altalenante successione di destefaniani e imertiani nelle posizioni di comando. L’uccisione di Carmelo Cannizzaro (21.4.’88), personaggio di primo piano nel panorama mafioso, legato al gruppo De Stefano-Tegano e che gestiva dagli anni Settanta il proprio dominio sul territorio scatenò una serie di uccisioni concatenate l’una all’altra. Tra le altre, i destefaniani ordinarono l’uccisione di Paolo Surace e del cognato Carmelo Praticò. Il Surace infatti, come si legge in un rapporto della locale Squadra Mobile, “prima faceva parte del sodalizio mafioso capeggiato dal defunto Paolo De Stefano e quindi legato sia al Cannizzaro che al Chirico, conil l’inizio dell’attuale scontro mafioso si era legato con il clan mafioso gestito dal trio C’Condello-Fontana-Imerti’. Egli, avanzando pretese di comando verso ilsuo gruppo, aveva ottenuto il placet perla eliminazione dei ‘titolari’ del territorio di Gallico, al fine di un suo inserimento al posto di costoro”. La pax mafiosa In seguito al raggiungimento della pax mafiosa, nel 1991, si cominciò ad assistere ad accordi sulla pianificazione dell’attività estortiva tra gli esponenti delle due fazioni: Pasquale Condello e Giovanni Tegano, subentrato in seguito all’uccisione di De Stefano Paolo. Accordi che mostravano il volto di una ‘Ndrangheta dal carattere imprenditoriale dove le cosche somigliavano a vere e proprie holding del crimine che miravano a profitto e controllo diretto del territorio. <<Con gli accordi raggiunti nel settembre del ’91 – dichiara ancora il Lauro – si stabilì anche di pianificare ai massimi livelli il racket delle estorsioni in danno degli operatori economici al fine di evitare una duplicazione di richieste che sarebbe stata controproducente per la “serietà” della organizzazione. Lo stesso discorso si fece per lo spaccio di stupefacenti e per le rapine. In particolare si decise che ogni soggetto delegato dal capo-locale ad esercitare le menzionate attività illecite dovesse versare il ricavato nelle mani di Pasquale Condello per il gruppo condelliano o a Giovanni Tegano per quello destefaniano. Questi ultimi, a loro volta, autorizzavano i vari capi-locale affiliati a svolgere il programma criminoso da loro pianificato nei vari settori>>. Poi, una volta ottenuti i proventi delle estorsioni e di tutte le altre attività illecite Condello e Tegano, secondo gli accordi, erano tenuti a procedere <<alla ripartizione tra i vari gruppi collegati, con una cadenza che doveva essere mensile, dovevano mettere da parte una quota per le spese legali, per i carcerati e per le vedove. Le rimanenti somme si sarebbero dovute distribuire alle varie famiglie consociate secondo le necessità ed esigenze contingenti, anche in considerazione del numero dei latitanti che ognuna di queste aveva>>. Questo sistema di ripartizione, commenta il collaboratore, <<rimase, però, sulla carta, in quanto, mi risulta, almeno per quanto concerne il mio schieramento, che i soldi incassati da Pasquale Condello si appiccicavano in modo indissolubile alle sue tasche. La mancata ripartizione del denaro trovava naturalmente la sua giustificazione nei più disparati motivi>>. A ribellarsi, però non osava nessuno <<in quanto non era prevista la possibilità di reiterare le lamentele una seconda volta, pena l’eliminazione fisica. Devo sottolineare, in merito, sempre con riferimento al mio schieramento, che i vari locali fino alla celebrazione del maxi-processo, febbraio-marzo 1992, non videro il becco di un quattrino, con la sola eccezione di 5 milioni (provenienti dalla mazzetta di 80 milioni pagati dall’ing. Praticò per la costruzione del palazzetto dello sport), consegnati da Pasquale Condello al gruppo Saraceno, le cui condizioni economiche sfioravano la povertà. La autonomia operativa delle famiglie era, pertanto, limitata a reati di piccolo cabotaggio quali i furti, truffe, l’emissione di assegni a vuoto. Anche in questo campo, poteva, verificarsi che i responsabili di detti fatti delittuosi, naturalmente se individuati, potevano essere chiamati dai capi supremi a “darne conto” ed invitati a non reiterare tali azioni con l’invito, in caso contrario, ad operare nelle regioni settentrionali, dove potevano ritagliarsi un loro spazio operativo>>. Le dichiarazioni di Scopelliti, al tempo collettore delle tangenti destinate alla cosca Imerti, ci dimostrano infine che il carcere non costituiva un ostacolo alle loro illecite attività. <<Approfittavamo infatti dei giorni di udienza per dare le direttive circa le attività criminali in corso – afferma -. Io ero quello più attivo, essendo l’Imerti più controllato>>. Gli uomini di Condello Gli uomini più vicini a Pasquale Condello sono stati identificati dai collaboratori di giustizia nei cugini Domenico, Paolo, Pasquale, Vincenzo Condello. Il primo, secondo le dichiarazioni rilasciate dallo Scopelliti sostituto di Nino Imerti, avrebbe avuto, almeno fino al 1994 (anno a cui le dette dichiarazioni risalgono), potere decisionale nei territori di competenza della cosca. <<Infatti il cugino omonimo di Antonino Imerti – spiega il collaboratore - che ha la delega a riscuotere su Villa San Giovanni, consegna i soldi provento di estorsione a Mimmo Condello il quale, dopo aver trattenuto la somma per il boss e per se stesso, gestisce la rimanente per pagare gli avvocati e per dare qualcosa ai carcerati>>. Ruolo di preminenza era anche quello rivestito da Pasquale Condello classe ’63, responsabile dell’omicidio di De Stefano Paolo. A questi si aggiungono personaggi minori come i fratelli Lombardo, i fratelli Palermo o Giovanni Tripodi che svolgevano un mero ruolo esecutivo. Lombardo Giuseppe, in particolare, era, secondo lo Scopelliti, un <<killer fidato dell’intero schieramento>> e la sua ferocia è provata nel procedimento cosiddetto Santa Barbara. Infine, non certo per importanza, Paolo Iannò, oggi pentito, considerato l’ex braccio destro del superlatitante Condello. <<A Gallico comandava la famiglia del defunto Paolo Surace – si legge in un verbale che riporta le dichiarazioni rilasciate dallo Scopelliti il 17 agosto 1994 –. A lui succedette Paolo Iannò (…) che a tutt’oggi comanda “quel locale”>>. <<A Gallico, specificava meglio il giorno successivo, non esiste una famiglia determinata che gestisce quel territorio. Nel corso della guerra si sono avvicendati i Surace ed i Chirico; attualmente il capo è Iannò>>. Dai collaboratori infine, Iannò era indicato come il mandante di numerosi omicidi. Tra questi quelli di Francesco Chirico, Antonio Pellegrino, Carmelo Cannizzaro e Giovanni Schimizzi. box1 ‘NDRANGHETA E OPERE PUBBLICHE «La ‘Ndrangheta è pericolosa quanto la mafia. Essa è il socio non occulto di tutte le opere pubbliche che si stanno effettuando in Calabria. E l’aspetto grave è che l’impresa mafiosa uccide l’impresa sana>>. A parlare è Salvatore Boemi, procuratore aggiunto a Reggio Calabria, che commentando i quaranta ordini di custodia cautelare emessi dalla Procura di Catanzaro nell’inchiesta sulla A3 mette in evidenza il potere dell’organizzazione. Solo per i lavori dell’autostrada Salerno-Reggio ci sono una decina di enti appaltanti. I lavori sono stati suddivisi per far lavorare più ditte. <<Chi fornisce il cemento alle imprese – commenta Boemi – è la mafia. Che impone la manodopera, i fornitori di prefabbricati, le macchine. Dalle intercettazioni effettuate in inchieste sulle tangenti per i lavori pubblici si evince che per ogni opera pubblica che transita su un diverso territorio, l’ente appaltatore versa una tangente del due-quattro per cento per ogni zona. Tutti pagano anche le imprese che fanno riferimento alla mafia siciliana>>. In questo contesto si inseriscono anche i lavori del Ponte sullo stretto. Concludendo Boemi parla della città di Reggio Calabria, il cui territorio, oggi, è spartito fra 19 cosche che si dividono i proventi delle attività illecite. Poi spiega ancora che, in questa zona, l’ultima guerra di mafia - scatenata dall’uccisione di Paolo De Stefano - durò dall’86 al 1991- causando più di 600 morti. M.L. box2 BOMBE E FURTI ANOMALI A REGGIO CALABRIA La notte dello scorso 27 dicembre, a Reggio Calabria, ignoti, passando attraverso una finestra, si sarebbero introdotti nelle stanze della Procura Generale e in quelli del Giudice di Pace, sottraendo sette personal computer. Si sarebbe trattato di un furto di poco conto se non fosse che in quei computer erano custodite carte e documenti di indagini e procedimenti giudiziari in corso. Sul punto, comunque, ancora non è stata fatta luce, dato che la Procura, già in serata, aveva rassicurato, sostenendo che gli hard disk non contenevano materiale importante. Sembra invece certo che i ladri non siano entrati nell’ufficio del sostituto procuratore generale Fulvio Rizzo, impegnato, tra gli altri, anche nel processo d’appello “Olimpia 3”, che vede alla sbarra numerosi esponenti di primo piano delle cosche della ‘Ndrangheta reggina, nonché l’ex parlamentare di Forza Italia, Amedeo Matacena. Sempre dalla Procura sarebbero giunte voci secondo le quali si tratterebbe di semplici ladri interessati ad apparecchi elettronici. <<In un momento storico in cui i temi della sicurezza sono al centro dell’attenzione dell’opinione pubblica – ha commentato il sostituto procuratore antimafia Roberto Pennisi – si registra, purtroppo, un calo delle disponibilità finanziarie per rendere impermeabili gli uffici giudiziari. Il furto agli uffici della Procura Generale di Reggio Calabria non è un caso isolato e va da sé che senza adeguate risorse l’organizzazione della giustizia precipiterà a livelli di Terzo Mondo>>. Di fatto, appena una settimana prima, ignoti si erano introdotti anche nella sede della Corte d’Appello di Reggio Calabria, dove sono conservati diversi faldoni di importanti processi in corso di svolgimento, fra cui numerosi atti giudiziari ai danni delle cosche. Poche ore più tardi, tra l’altro, all’interno di un complesso edile del rione Arangea, nella zona sud di Reggio Calabria, un terribile boato ha svegliato numerose famiglie ancora addormentate senza, per fortuna, provocare vittime. Si è trattato dell’esplosione di un potente ordigno piazzato sotto l’auto dell’assessore comunale ai Lavori Pubblici Francesco Germanò, di Alleanza Nazionale. Dalle prime analisi sarebbe emerso che la bomba era stata confezionata con un tubo metallico ed alcuni grammi di polvere nera compressa, poi innescata con una miccia a lenta combustione. Per ora gli inquirenti non escludono nessuna pista, compresa quella di un attentato legato all’attività politica di Germanò, che è stato ascoltato dagli uomini della Squadra Mobile. Prima di lui era stato sentito il sindaco Giuseppe Scopelliti, di Forza Italia: <<Germanò – ha spiegato il sindaco – mi disse di aver ricevuto minacce telefoniche con l’intimazione a lasciare l’incarico e per questo ne informai immediatamente il Comitato che subito attivò controlli e verifiche specifici>>. L’assessore <<si stava occupando – ha proseguito Scopelliti – della riorganizzazione del piano di manutenzioni e del piano delle opere pubbliche, ma coltivava l’idea di abbattere una serie di vecchi edifici per rendere più fruibili certi quartieri. E tutto questo può aver dato molto fastidio>>. Dal canto suo, il vicepresidente della Commissione Antimafia Angela Napoli ha rivolto un appello al ministro dell’Interno Beppe Pisanu affinché <<tuteli tutti gli amministratori che conducono la cosa pubblica in modo trasparente>>. Jessica Pezzetta box3 CATTURATO PERICOLOSO BOSS DELLA ‘NDRANGHETA LATITANTE DA DIECI ANNI Dal 1993 aveva fatto perdere le proprie tracce Arcangelo Piromalli, nome di spicco della ‘ndrangheta calabrese, appartenente alla famiglia Piromalli-Molè (sua moglie è una figlia di Rocco Cananzi, alleato storico dei Molè), la più potente organizzazione mafiosa della Piana di Gioia Tauro con ramificazioni su tutto il territorio nazionale. Suo padre era Antonio Piromalli, cugino di primo grado dei boss Peppino e Mommo Piromalli, ucciso nella guerra di mafia che vide contrapposti i Piromalli ai Tripodi. Arcangelo era sfuggito ad un ordine di custodia cautelare in carcere emesso nell’ambito dell’operazione “Tirreno”, coordinata dai magistrati della Dda Roberto Pennisi e Alberto Cisterna. Il nome di Arcangelo era stato fatto da tre collaboratori di giustizia, fra cui Annunziato Raso, ex capodecina dei Piromalli. Il processo scaturito dall’operazione “Tirreno” aveva inflitto ad Arcangelo Piromalli due ergastoli e cinque anni di carcere in primo grado per associazione mafiosa e per gli omicidi di Umberto Mellamaci, Antonino e Francesco Alessi. Un ergastolo gli è stato poi annullato in appello. Inserito nella lista dei 500 latitanti più pericolosi della nazione, Piromalli era ricercato oltre che per associazione mafiosa anche per estorsione ed altri reati. I carabinieri del comando provinciale di Reggio Calabria in collaborazione con lo squadrone “Cacciatori” lo hanno catturato martedì sera, 3 dicembre, poco dopo le 21:00 mentre era a bordo di una Golf Volkswagen guidata da Salvatore Siviglia, 35 anni, anch’egli di Gioia Tauro, nome già noto agli ambienti giudiziari per piccoli crimini. Arcangelo era in contrada Bosco e stava percorrendo una strada di campagna che unisce Rosarno a Gioia Tauro. E’ stato sorpreso quindi in una zona prossima alla sua abitazione a conferma della regola che vuole i capimafia presenti nella propria area d’influenza per riuscire a conservare il controllo diretto del territorio. Alla vista dei carabinieri ha tentato la fuga, ma poi si è arreso senza opporre resistenza. Siviglia è stato arrestato per favoreggiamento. Anna Petrozzi box4 LE RIVELAZIONI DI UN PENTITO AL PM FACCIOLLA Lavora senza sosta il pm antimafia Eugenio Facciolla da quando un “pentito” ha deciso di collaborare con la giustizia, tant’è che i verbali con le sue dichiarazioni sono già stati depositati al Tribunale della libertà di Catanzaro. <<I lavori dell’autostrada erano considerati una miniera d’oro>> aveva detto il boss, un’esponente della ‘Ndrangheta legato al presunto “contabile delle cosche” Vincenzo Dedato. Di quest’ultimo, il collaboratore di giustizia racconta che: <<Dino Posteraro conosceva da tempo Vincenzo Dedato e nel suo ruolo di imprenditore ci segnalava le ditte che prendevano appalti e i relativi importi, in modo da consentirci di sottoporle a estorsione. Posteraro voleva subentrare direttamente in molti lavori in modo da controllarne il più possibile. In altri casi si rendeva tramite diretto tra noi e gli imprenditori per chiudere l’estorsione, nel senso che in molti casi la sola presenza di Vincezo Dedato incuteva terrore agli imprenditori e in tali casi il Posteraro si offriva quale mediatore nei loro confronti. Nel cantiere di Posteraro – continua il collaboratore – ho conosciuto Angelo Spiga, il geometra di una delle tante ditte impegnate sull’autostrada, che rappresentava per noi la persona che ci indirizzava in molte situazioni di cui non eravamo esperti, e in molte occasioni era lui a spiegare a Dedato e Posteraro i vari passaggi di quello che si doveva fare>>. Il collaboratore, a quanto pare, avrebbe riferito particolari sconvolgenti su diversi omicidi e parlato inoltre di estorsioni condotte a Cosenza e a San Pietro in Guarano. A confermare l’interesse delle cosche della ‘Ndrangheta intorno all’ammodernamento della A3 anche il collaboratore di giustizia Franco Bevilacqua. Dichiarazioni, le sue, confermate da “Gamma” un malavitoso legato ai gruppi mafiosi di Castrovillari che ha ammesso di aver assistito alle riunioni durante le quali venne decisa la spartizione delle tangenti tra tutti i capibastone del Cosentino. Le rivelazioni di Bevilacqua e Gamma si trovano nell’ordinanza di custodia cautelare firmata dal Gip distrettuale Massimo Forciniti ed emessa su richiesta del pm antimafia Eugenio Facciolla. Quest’ultimo starebbe ormai raccogliendo materiale su numerosi omicidi compiuti nella provincia negli ultimi tre anni. M.L. box5 ‘NDRANGHETA LEADER NEL TRAFFICO DELLA COCA Il sostituto procuratore antimafia Nicola Gatteri in un recente incontro con i giornalisti, parlando della ‘Ndrangheta, ha fatto un bilancio dell’anno appena concluso. <<Oggi conosciamo molto il fenomeno della criminalità organizzata, della ‘Ndrangheta, il suo modo d’agire, i suoi interessi. Anche le sentenze, l’entità ed il numero delle pene comminate – dichiara il magistrato – appaiono come una conferma che le nostre indagini ci hanno fatto vedere bene>>. Poi riferendosi al futuro ammette: <<Non sono ottimista, non posso esserlo. Dal 1992 in poi, infatti, c’è stato un regresso, le cose sono peggiorate e le modifiche che pare saranno apportate alla legislazione penale non consentono di essere entusiasti>>. Gratteri dichiara che l’attività principale della criminalità organizzata calabrese è il traffico di cocaina. <<La ‘Ndrangheta può essere considerata leader indiscussa nell’attività d’importazione e traffico di cocaina in Europa. E’ un’enorme fonte di reddito illecito - dichiara - basti pensare che una volta “tagliata”, da un chilo se ne ricavano poi quattro, e che sul mercato viene venduta a circa 75 euro al grammo, i conti relativi ai guadagni sono presto fatti>>. Anche l’usura <<è un’attività in mano non solo alla ‘Ndrangheta, ma pure a molti insospettabili>>. Le cosche se ne servono come strumento illecito utile per rilevare poi le attività imprenditoriali di coloro che non riescono a far fronte alle richieste dei “cravattari”. Il colloquio con il magistrato si conclude con una riflessione sui giovani: <<Nelle scuole mi reco di buon grado; vado a parlare, ma soprattutto a discutere, a dialogare con gli studenti di ‘Ndrangheta e delle sue varie manifestazioni. Ai giovani, che vedo interessati e che pongono quesiti, parlo volentieri perché gli incontri con loro hanno un sapore diverso da quello dei convegni ufficiali nei quali tutto appare più come una vera e propria passerella>>. M.L. box6 MAFIA SICILIANA E MAFIA CALABRESE «E’ la droga il giro di affari della malavita organizzata siciliana e calabrese>> sostiene Francesco Angius, comandante dell’arma dei carabinieri a Messina. Tant’è che negli ultimi anni sono stati parecchi i messinesi finiti in carcere al ritorno dalla Calabria. Che il traffico di droga consenta guadagni favolosi lo sanno sia i trafficanti sia gli spacciatori, che ovviamente, aumentano la quantità di droga operando “tagli” con altre sostanze. Ma non è sempre la mafia che controlla il giro di droga. Vi sono anche altri gruppi criminali <<che non sono veri mafiosi, però sono legati ai clan. E’ con il loro consenso che i traffici sono possibili>>. Alla mafia, comunque tocca una grossa percentuale sul guadagno. Per pulire i proventi del traffico ognuno agisce per conto proprio. <<Ma di regola è sempre la mafia che investe i milioni ricavati dallo spaccio di droga in affari apparentemente leciti>>. Quali sono di regola? <<Spesso si tratta di apertura di supermercati, negozi di abbigliamento all’ingrosso, strutture alberghiere nelle coste del nord Italia, ma anche all’estero, in Paesi dove si fa poca attenzione alla provenienza dei capitali». M.L. |
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In edicola dal 28 maggio 2008
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Baciamo le mani E guai a chi vuol fare da guastafeste e minare il dialogo, viene linciato con la verga bipartisan. A inaugurare il nuovo metodo all’educato olio di ricino è stato Marco Travaglio. Che si è permesso ancora una volta di utilizzare la televisione come organo di informazione, cioè si è preso la briga, ad autentico sprezzo del pericolo, di dare ai cittadini una notizia. Per altro non esclusiva.
Invitato da Fabio Fazio nella trasmissione Che
tempo che fa ha osato informare i cittadini italiani che il neo-presidente del
Senato Renato Schifani ha avuto, nel procedere della sua carriera, amicizie e
frequentazioni poco raccomandabili. Con boss mafiosi per l’esattezza. |
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Inserto Terzo Millennio N. 58 In questo numero: Nell'ambito del simposio internazionale indetto a Torino lo scorso 28 e 29 marzo dal titolo “From Global Warning to global policy” Giulietto Chiesa ha parlato di recessione mondiale e crisi ambientale, energetica e finanziaria. Questioni cruciali che stanno scuotendo il mondo intero. Fame nel mondo e povertà estrema. Una realtà sempre più vicina a noi, ma di chi è la colpa? Il Kosovo come le ciliegie: un'indipendenza tira l'altra. Quali saranno le conseguenze? Dal sequestro di Ingrid Betancourt in Colombia all'elezione di Fernando Lugo in Paraguay: guerra, corruzione e speranza in America Latina. Libera l'Acqua: proseguono le iniziative delle associazioni del Cipsi per promuovere la campagna sull'oro blu. Appello per un'informazione libera: un nuovo format televisivo per garantire libertà e democrazia nell'informazione. |
Di seguito pubblichiamo, in formato pdf, l'intervento del Clar (Centro Libero Analisi e Ricerche) alla conferenza “Crisi dei mutui e finanza mondiale: cosa ci riserva l'economia?”
L'incontro si è tenuto ad Ancona lo scorso 14 dicembre 2007 e tra i relatori Anna Petrozzi il caporedattore del giornale ANTIMAFIADuemila.
La relazione è la sintesi di uno studio sulla finanza internazionale condotto dallo stesso Centro (vedi www.clarissa.it) ed esposto in modo semplice e facilmente comprensibile anche ai non addetti ai lavori. Un documento prezioso corredato di schemi e tabelle che illustra in modo chiaro i meccanismi di potere sui quali è basato l'attuale modello finanziario mondiale.
Studio sulla finanza internazionale del Centro libero analisi e ricerche
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