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Antimafia Duemila

Friday
Jul 04th
Il boss finanziere della mafia PDF Stampa E-mail
Vito Roberto Palazzolo è un latitante, ma vive libero in Sudafrica
di Giorgio Bongiovanni



E’ stato condannato con l’accusa di aver rivestito un ruolo essenziale nel traffico di stupefacenti gestito da Cosa Nostra negli anni Ottanta, è ritenuto uno dei soggetti in libertà più pericolosi della comunità criminale internazionale ed è inserito nella lista dei trenta super ricercati del ministero dell’Interno, ma trovarlo non è affatto difficile.
Vito Roberto Palazzolo, l’uomo che la procura di Palermo definisce “il prototipo del banchiere della mafia” è un latitante, ma non si nasconde. Ha subito otto richieste di estradizione in Italia, ma vive da uomo libero nella valle di Franschhoek, a un’ora da Città del Capo. Qui, circondata dai vigneti più pregiati dell’Africa del Sud si trova la Terre de Luc, la magnifica fattoria-azienda dove abita con la seconda moglie Tsirtsa Grunfeldt e quattro figli. Due di lui, avuti dal primo matrimonio e due di lei. A due passi da casa le sorgenti idriche dalle quali viene imbottigliata “La Vie”, l’acqua venduta alla compagnia aerea di bandiera “South African Airways”. Una delle sue attività commerciali. Le altre comprendono la gestione di un night-club, del quale ha partecipazione societaria, l’allevamento di struzzi, lo sfruttamento minerario del terreno per l’estrazione di pietre preziose in Angola. In Namibia, invece, risulta gestore di una esclusiva riserva di caccia frequentata da facoltosi personaggi locali.
Tra i i suoi “soci in affari” e più fedeli amici il vicino di casa Riccardo “Rocky” Agusta, l’unico figlio del conte Corrado, ex magnate degli elicotteri che sposò in seconde nozze la contessa Francesca Vacca morta al largo di Portofino l’8 gennaio del 2001.
Tra le sue amicizie altolocate quelle con l’ex ministro delle miniere del governo bianco Pik Botha, con l’ex vice capo della polizia Neels Venter, con il già sindaco Robbie De Lange, con il consigliere di Nelson Mandela Pallo Jordan, con il prefetto di Città del Capo F.J.J. Joubert . E poi ancora politici, ancora poliziotti, ancora giudici.
Per tutti loro è Robert von Palace Kolbatschenko, discendente diretto della principessa russa Caterina von Palace Kolbatschenko, identità che possiede dal 1988, dopo una richiesta regolarmente approvata dalle autorità sudafricane. Le stesse che hanno già respinto tre richieste di estradizione avanzate dall’Italia e appoggiate dall’Fbi, l’ultima delle quali firmata dall’allora ministro della Giustizia Piero Fassino. E che vanno ad aggiungersi alle cinque in precedenza bocciate in Svizzera - dove il Palazzolo aveva ottenuto la licenza a esercitare attività bancaria -, firmate invece da Rudolph Giuliani, allora procuratore distrettuale di New York e da Giovanni Falcone, giudice istruttore di Palermo.
Le prove per incriminarlo non sarebbero sufficienti e contro di lui a nulla è valso perfino l’intervento diretto del presidente Nelson Mandela che aveva dato ordine di indagare per riciclaggio e per falsificazione di documenti.
Eppure il presunto nobile russo, parente di Saveria Benedetta Palazzolo, compagna di Bernardo Provenzano, è accusato di essere il mandante dell’omicidio di Agostino Badalamenti, nipote del più noto Gaetano nemico dei corleonesi, e ha già subito due condanne in contumacia emesse, rispettivamente, dalla Quinta Sezione Penale del Tribunale di Roma e dal Tribunale di Palermo. La prima lo ha condannato a due anni di reclusione con l’accusa di traffico internazionale di stupefacenti, la seconda a dodici anni per commercio di sostanze stupefacenti e associazione mafiosa. In passato, per simili reati, aveva già conosciuto il carcere.
Le complesse indagini condotte nei suoi confronti, infatti, provano che tra il 1979 e il 1984 Vito Roberto Palazzolo riciclò la bellezza di 1,65 miliardi di dollari incassati dalle famiglie palermitane di Cosa Nostra - alleate a quelle catanesi di Benedetto Santapaola - raffinando e vendendo eroina negli Stati Uniti.
Recenti ordinanze di custodia cautelare, inoltre, attestano che il sedicente nobile russo continuerebbe a fare affari per conto di Cosa Nostra e che darebbe ospitalità a latitanti.
Di quelle ordinanze lui non ha alcuna paura. <<Ho chiesto più volte ai magistrati italiani di essere ascoltato, interrogato, senza promesse di immunità e senza che, per questo mi si qualifichi come un pentito, perché io non ho commesso nessun delitto del quale vergognarmi o per il quale dovrei chiedere l’immunità. Io non devo barattare la mia dignità con niente>>.
A Francesco Viviano, in un’intervista pubblicata su il Venerdì , spiega il terribile malinteso di cui si dichiara vittima. Racconta di aver abbandonato la Sicilia a soli 14 anni, di essersi recato in Germania, di aver svolto i lavori più umili, di aver imparato il tedesco, il francese, l’inglese, lo spagnolo e il portoghese e di aver dimostrato sempre un vivo interesse per affari e finanza. All’età di 17 anni conobbe Margherita Petersen. La ragazza rimase incinta e una volta ottenuto il consenso dei propri genitori il giovane Palazzolo la sposò. Iniziò poi a lavorare presso la Deutsche Bank di Amburgo e negli anni Settanta colse al volo la prima occasione di carriera. <<Un’azienda tedesca mi aveva affidato la direzione di alcuni alberghi e villaggi turistici in Sicilia. E fu in quel periodo che proposi ad alcuni clienti della Deutsche Bank di realizzare un villaggio turistico a Campobello di Mazara, vicino Trapani. Ma incontrammo molte difficoltà. I politici locali ci misero i bastoni tra le ruote e furono necessari due anni per sbloccare i finanziamenti della Cassa del Mezzogiorno. Ma non furono soltanto i politici ad intralciarci: a un certo punto si presentò un signore, Antonino Geraci (uomo d’onore di Partinico ndr.) che si propose come mediatore dell’affare. Fu quello il mio primo incontro con un presunto mafioso. A quel punto mi resi conto che quel villaggio non si sarebbe mai realizzato e lasciai Palermo, vendetti le mie azioni e ritornai in Germania>>. Qualche tempo dopo il trasferimento in Svizzera dove allestì una società parabancaria. <<Gestivo patrimoni per conto terzi, investendo a Wall Street e in altre borse internazionali. Fu un periodo d’oro, guadagnavo anche un milione di dollari all’anno>>.
Erano i soldi della Pizza Connection, la prima grande inchiesta internazionale su Cosa Nostra alla quale lavorava il giudice Falcone, il primo ad individuare il Palazzolo, come si legge nella sentenza-ordinanza del maxiprocesso, grazie anche alla collaborazione di Tommaso Buscetta.
Lui però, continua il suo racconto, era ignaro di tutto e quando scoprì la natura illecita del denaro gestito era ormai troppo tardi: seriamente minacciato di morte dai mafiosi fu costretto a seguire le loro istruzioni. <<Ma insomma, alla fine di cosa mi accusano?>>, si chiede. <<Di avere conosciuto Tano Badalamenti? In paese lo conoscevano tutti. E allora? Riina non l’ho mai conosciuto né ho mai toccato soldi suoi>>.
Nella sentenza di Palermo del 12 ottobre 2000, con la quale è stato condannato a 12 anni di reclusione, sono riportate le dichiarazioni di Franco Oliveri, suo compagno di cella nel 1984, perfettamente avvalorate da numerosi riscontri. “Il Palazzolo mi ha fatto capire di fare parte della famiglia mafiosa di Partinico”.
“Mi ha confidato di essere particolarmente vicino a Salvatore Riina, che lo stimava anche perché nipote del vecchio boss mafioso Pietro Palazzolo. Mi ha riferito anche che, dato l’arresto di tanti mafiosi di rilievo, era diventato una pedina fondamentale Antonino Madonia, da tempo residente in Germania (Phorzeim) che, in realtà era un pericolosissimo killer, ancora più pericoloso di tale ‘Scarpazzedda’, anche perché si presenta come un innocuo giovanotto”.
“Mi diceva che formalmente il suo capo era Nenè Geraci di Partinico ma che egli, in realtà, dipendeva direttamente da Salvatore Riina”.
Dal Palazzolo l’Oliveri avrebbe inoltre appreso che l’uccisione di Agostino Badalamenti era stata determinata dal fatto che questi era parente di Gaetano Badalamenti e che la pistola utilizzata per l’uccisione era stata fornita da Antonio Ventimiglia, “il suo factotum”, a due giovani dei quali non gli aveva rivelato il nome.
Anche Vincenzo Sinacori dichiara di aver saputo da altri che Palazzolo è un uomo d’onore combinato tra il 1983 e il 1984, che appartiene alla famiglia di Paritinico o di Cinisi, che è molto vicino a Riina ai Madonia e a Pippo Gambino, per conto dei quali ricicla denaro.
“In una occasione, saputo che tale Palazzolo collaborava con la giustizia, chiesi al Manciaracina se fosse Palazzolo Vito Roberto e lui mi rispose testualmente <<speriamo che non sia lui perché potrebbe dire molte cose>>. Fu allora che Manciaracina mi disse che una volta, dovendo andare in Sudafrica ed avendo avuto problemi a partire dall’Inghilterra, questi vennero risolti dal Palazzolo che telefonò credo all’ambasciatore del Sud Africa. Sempre in quella occasione mi disse che il Palazzolo aveva portato in Sicilia e fatto conoscere a Totò Riina il capo della ‘Triade’ cinese che aveva offerto a Riina la sua disponibilità anche all’invio di uomini ove ve ne fosse bisogno”.
Ma di fronte a queste accuse il boss rabbrividisce. <<Mi creda – si rivolge ancora a Viviano - io sono un uomo attaccato al lavoro e alla famiglia, un cittadino che ubbidisce e rispetta la legge. Vivo felicemente in questo paese dove mi sono trasferito proprio perché non c’era mafia e voglio solo rimanerne fuori. Lo aveva capito anche Giovanni Falcone che, da quando era al ministero, aveva deciso in cuor suo di abbandonare questa persecuzione nei miei confronti. Lui si che era un uomo capace, zelante, non comune, un uomo rispettoso dei principi fondamentali della giustizia…>>.
Rilascia una dichiarazione anche al Sunday Times, che poi disconosce: <<Gli italiani pensano che io sia il custode dei segreti svizzeri e che, se facessero pressioni di me, in cambio dell’immunità io potrei accusare Giulio Andreotti. Loro hanno bisogno di un testimone con un buon “back ground” finanziario. Ma io non sono una prostituta>>.
Guarda ancora Viviano e sospira: <<I siciliani non saranno mai liberi: ovunque si trovino ci sarà sempre qualcuno che chiederà loro un favore, che tenterà, in buona o cattiva fede, d’imporre loro  qualche cosa. Io ho avuto le mie colpe, certo, ho incontrato dei mafiosi, sono stato “negligente” e sono stato anche “usato”; ho pagato con il carcere. Ma adesso basta, io voglio essere dimenticato, sia da Cosa Nostra che dalla Giustizia>>.

Palazzolo l’imprendibile
Nel corso degli anni Ottanta, le autorità italiane e straniere eseguono importanti sequestri di sostanze stupefacenti in Inghilterra, Canada, Olanda e alla frontiera italiana con la Svizzera. Le indagini che fanno seguito alle operazioni, condotte anche negli ambienti bancari, permettono di comprendere che a tirare le fila dell’illecito traffico vi è un’unica organizzazione con molteplici ramificazioni, la quale occupa un circuito operativo e finanziario che vede coinvolti paesi di tutto il mondo: dalla Thailandia ed India (fornitori di eroina e hashish), alla Turchia e Libano (fornitori di morfina base), dall’Italia agli Stati Uniti, al Canada, alla Gran Bretagna e alla Svizzera.
Alla complessa associazione appartengono diversi gruppi di persone che operano in modo sinergico e che tra il 1980 e il 1983 trasferiscono circa 50 milioni di dollari. La loro attività, gestita da Cosa Nostra, trova base fondamentale in Sicilia, dove viene raffinata la morfina base proveniente dalla Turchia e dagli altri paesi del Medio Oriente e dove rientrano i proventi delle vendite del prodotto finito, realizzate negli Stati Uniti. Punto di convergenza è invece la Svizzera, paese in cui il denaro, attraverso conti bancari, viene materialmente incassato e reso disponibile per altri traffici. Il trasferimento dei narcodollari in questo paese avviene principalmente attraverso il Canada, dove opera il gruppo Caruana-Cuffaro in collegamento con Cuntrera Pasquale in Svizzera e con Leonardo Greco e l’industriale bresciano Oliviero Tognoli in Italia.
Tra i tanti conti correnti in uso all’organizzazione quello denominato “Coer Establissement” della UBS di Ginevra, sul quale opera, oltre ad Alfonso Caruana, a Giuseppe Cuffaro ed a Pasquale Cuntrera, anche Vito Roberto Palazzolo. Tra le coperture da questi utilizzate le società PA.GE.KO. e PALAZZOLO GIOIE S.r.l.. La prima, all’epoca di sua proprietà, opera ufficialmente nel settore della progettazione, locazione e vendita di complessi immobiliari ed industriali e per questo motivo ha sedi non solo in Svizzera, ma anche in Germania, Montecarlo, Hong Kong e Singapore.
Questa risulta essere consociata con la Cristel Biersack Import Export Gmb, con sede a Costanza, amministrata da Antonino Madonia della famiglia mafiosa di Resuttana.
La seconda, creata non a caso tra il 1981 e il 1982, si occupa di lavorazione di pietre preziose.
E’ infatti nel 1981 che il rappresentante della famiglia mafiosa di Pagliarelli Antonino Rotolo, molto legato a Pippo Calò, e l’industriale bresciano Oliviero Tognoli, al servizio delle cosche di Bagheria e dell’ex sindaco Dc locale Michelangelo Ajello, si rivolgono al Palazzolo, a Enrico Rossini e a Franco Della Torre, funzionario del Credito svizzero, per chiedere loro di procurare dei conti sui quali far giungere le somme provenienti dagli Usa da distribuire fra i soggetti partecipanti al traffico di droga. Tra la fine dell’82 e i primi dell’83, come si legge nella sentenza-ordinanza del maxiprocesso, si inserirà nella vicenda anche Enrico Frigerio, proprietario della Finagest, che provvederà a trasferire dagli Usa circa tre milioni di dollari.
In questi anni nascono, fra gli altri, i conti Frater e Graziano, accesi presso il Credito Svizzero di Chiasso.
Sono gli anni in cui a Palermo si combatte la sanguinosa guerra di mafia che porterà alla vittoria dei corleonesi. Gli stessi anni in cui Palazzolo diviene il punto di raccordo tra i diversi soggetti interessati ad uno dei traffici più remunerativi nella storia del crimine organizzato.
Egli partecipa attivamente sia come intermediario tra i fornitori dello stupefacente ed esponenti di Cosa Nostra per l’approvvigionamento della droga, sia come collettore dei proventi destinati agli appartenenti all’associazione mafiosa.
Contribuisce poi, mediante le operazioni bancarie di ridistribuzione delle somme, al rifinanziamento di singoli episodi di traffici che si sono nel tempo susseguiti. Il suo contatto con la mafia vincente di Totò Riina è così stretto che il boss di Terrasini tratta a tu per tu con il neo-capo dei capi. Basti pensare che Antonino Ventimiglia, il presunto killer del nipote del nemico giurato don Tano Badalamenti ucciso a Solingen, in Germania, nel 1984, è un suo uomo.
E proprio in quell’anno, mentre la Pizza Connection continua a sfornare mandati di custodia cautelare una telefonata anonima avvisa Oliviero Tognoli della sua imminente cattura permettendogli di scappare. Palazzolo, invece, viene arrestato. In Svizzera. La pena per lui è di cinque anni e mezzo di reclusione a fronte delle pesantissime condanne che le autorità italiane e americane distribuiscono a decine di altri imputati.
Nella predetta sentenza-ordinanza che definisce il suo ruolo nell’organizzazione mafiosa si legge, tra l’altro delle “informazioni nel frattempo pervenute circa attività svolte dal Palazzolo e dal Rotolo in Costanza e Pforzheim (Germania ndr.), nonché circa una inchiesta a loro  carico svolta dalle autorità tedesche consigliava la richiesta di atti a dette autorità con due rogatorie dall’A.G. di Costanza e Pforheim. Dall’esito di dette rogatorie emergevano stretti contatti tra il Palazzolo ed il Rotolo con altri personaggi già indiziati di appartenenza alla mafia ed inseguiti dai provvedimenti restrittivi dell’A.G. italiana quali Geraci Antonio, Madonia Antonio e Sansone Francesco, afferenti soprattutto ad investimenti in attività commerciali ed immobili, nonché a trasferimenti di somme dalla Svizzera alla Germania”.
A soli pochi mesi dall’inizio della detenzione, durante la quale viene più volte richiesta e mai ottenuta la sua estradizione in Italia, le autorità elvetiche gli concedono un permesso premio. E’ il 26 dicembre del 1986. Il detenuto non farà più ritorno in carcere. Utilizzando un passaporto falso intestato al compagno di cella Frapolli Domenico Stelio, responsabile della società finanziaria Congent S.A., Palazzolo si rifugia in Sudafrica. In tasca ha 8 miliardi di lire in contanti e grazie all’aiuto di Peet De Pontes, avvocato e deputato del National Party, la forza politica che appoggia l’apartheid e tiene in carcere Mandela, in poco tempo diventa un uomo molto potente nel Ciskei, uno Stato riconosciuto solo dal governo sudafricano.
Nel frattempo, le ingenti somme da lui guadagnate con il traffico di droga, quantificabili in alcuni miliardi di lire ed in qualche milione di dollari statunitensi, vengono ricettate dai familiari Achille Fassina, Anna Palazzolo, Maria Rosaria Palazzolo e Pietro Efisio Palazzolo (per questo successivamente condannati). Tra il 1986 e il 1988 quelle somme vengono trasferite da Terrasini a Lugano per il tramite di Franca Campisi e di Vittorio Gregis e lì consegnate a Stelio Frapolli che le trasferisce ulteriormente a Singapore attraverso i corrieri di origine svizzera Lucia Ambrogini e Sandro Campisi. Qui vengono consegnate a Pietro Efisio Palazzolo il quale, a sua volta, provvede a reinvestirle in beni immobili ed altre attività in Sud Africa. Sia nel suo interesse che in quello del fratello Vito Roberto.
Quest’ultimo estende le sue attività a East London, in Namibia e in Sudafrica, dando a vita a un vero e proprio impero economico. Acquista innumerevoli proprietà immobiliari, tra cui la fattoria-azienda Terre De Luc, gestisce un corpo di vigilanza privata denominato Pro Security, ha una partecipazione del 40% nella ditta di diamanti Papillon Int., è a capo del consorzio Von Palace Kolbatschenko Trust e di una fabbrica di mattoni chiamata Kurkland Bricks. Gestisce inoltre una riserva di caccia, la discoteca Charlie Parker, il night-club Hemingway Club, è proprietario di un allevamento di struzzi da riproduzione ed ha interessi economici nell’ex Stato dell’Angola in relazione ad una società che si occupa di sfruttamento minerario del terreno per l’estrazione di pietre preziose.
Quando il 31 gennaio dell’88 viene nuovamente arrestato nei pressi di Città del Capo e successivamente estradato in Svizzera, le autorità elvetiche lo trovano in possesso di un passaporto e di una carta d’identità, rilasciati dallo stato del Ciskei, intestati a Robert Von Palace Kolbatschenko. Con questa nuova identità, nel 1994, con l’avvento al potere dell’African National Congress e l’inserimento del Ciskey fra gli stati membri, otterrà il passaporto ufficiale.
Anche questa volta il carcere è solo una breve parentesi: 18 mesi di ottimi trattamenti, nonostante la sua precedente evasione, e poi la liberazione, presumibilmente per buona condotta, e il rientro definitivo in Sudafrica.
In Svizzera, intanto, il 12 ottobre del 1988, Oliviero Tognoli si costituisce alle autorità elvetiche e viene interrogato dalla dottoressa Carla Del Ponte, da Giovanni Falcone e da Giuseppe Ayala nell’ambito di una rogatoria internazionale inerente la Pizza Connection.
In merito alla sua fuga il collaboratore, alla presenza della Del Ponte, ammette a Giovanni Falcone di essere stato avvertito da Bruno Contrada. Secondo le dichiarazioni rilasciate dal magistrato svizzero, però, il collaboratore si rifiuta di ufficializzare quanto detto in risposta al giudice palermitano: “E’ stato Contrada?”, “Sì”. Tognoli, continua la donna, “manifestava questa grande paura, questo terrore. Mi diceva, Dott.ssa Del Ponte, lei non sa  cosa vuol dire, perché sono potenti, questa mafia è potente”.
Tanto potente da organizzare contro quei giudici un attentato, che fortunatamente fallisce, sulla scogliera dell’Addaura. Tanto potente che Palazzolo riesce a evitare la prima richiesta di estradizione, emessa il 24 dicembre del 1991, nascondendosi sotto le ali dell’allora dittatore militare del Ciskei Oupa Gqozo.
Negli anni a seguire la Dia mette sotto controllo le utenze telefoniche intestate al  Palazzolo scoprendo, tra l’altro, che questi è in costante contatto con la sorella Sara.
In particolare emerge che quest’ultima svolge un ruolo di brooker tra le attività commerciali svolte dai fratelli Vito Roberto e Pietro Efisio in Sudafrica.
Nel corso di una telefonata intercettata il 22 marzo del 1996 il Palazzolo chiede alla sorella di prendere contatto con tale Abbate, medico di Cinisi, perché costui avvertisse Giuseppe Bonomo della necessità di contattare suo padre Giovanni, latitante, ospite del Kolbatschenko in Sudafrica.
Il contatto tra i due avviene quello stesso giorno. Due mesi dopo, nell’ambito di un’operazione di polizia condotta nel territorio di Partinico, sfuggono alla cattura due personaggi strettamente legati al boss Giovanni Brusca. Uno di questi è proprio Giovanni Bonomo, l’altro è Giuseppe Gelardi. Entrambi sono rifugiati nel paradiso sudafricano del Palazzolo.
Il 30 maggio, con una ulteriore telefonata, Giacomo Gelardi comunica a suo fratello di <<non chiamare più per nessun motivo, in quanto sono successe male cose… bruttissime…>>. Il riferimento è non solo all’operazione condotta dal Ros, ma soprattutto alla conferma che Bonomo e Gelardi si trovano in Sudafrica.
Il 19 febbraio del 1997 il giudice per le indagini preliminari di Palermo emette un’ulteriore ordinanza di custodia cautelare nei confronti del boss di Terrasini. L’accusa, questa volta, è di associazione mafiosa, ”per avere, in concorso con numerosi altri associati, tra i quali Riina Salvatore, Bonomo Giovanni e Gelardi Giuseppe”, commesso  reati “finalizzati al traffico di sostanze stupefacenti e di T.L.E., nonché di armi e valuta” “e per avere, inoltre, favorito la latitanza, anche in territorio straniero, di associati mafiosi”.
Le indagini che hanno portato alla richiesta di arresto, specificano i  giudici, riguardano fatti commessi successivamente al 29 marzo 1992 e nascono nell’ambito di un complesso procedimento riguardante il riciclaggio internazionale di pietre preziose e l’insediamento in Sudafrica di soggetti di origine siciliana legati a Cosa Nostra. I quali forniscono appoggio logistico per la gestione dei latitanti.
I pentiti Salvatore Ciulla e Salvatore Palazzolo, uomini d’onore rispettivamente della famiglia di Resuttana  e Cinisi lo indicano come uomo chiave di Cosa Nostra. Il secondo, in particolare, sottolinea la sua vicinanza ai corleonesi confermando, così, quanto dichiarato il 31 luglio del 1996 dal collaboratore di giustizia Francesco Di Carlo, già rappresentante della famiglia di Altofonte e strettamente legato a Riina e a Bernardo Brusca. Egli si diceva infatti a “conoscenza dell’esistenza di un c/c in franchi svizzeri di Salvatore Riina a Ginevra (Svizzera), ove operava per suo conto Palazzolo Vito Roberto…”.
Lo Sco si rivolge allora al generale André Lincoln chiedendogli di svolgere un’indagine sull’italiano. Conclusione: si tratta di un cittadino esemplare. Nel marzo del ’98 il generale finisce in carcere per frode e  furto.
A giugno dello stesso anno arriva l’ennesima richiesta di estradizione, per l’ennesima volta bocciata.
Nelson Mandela messo sotto pressione da autorità italiane, americane e stampa ordina agli Scorpioni, l’élite dei corpi speciali del Sudafrica che raggruppa pubblici ministeri, poliziotti e agenti segreti, di indagare su Robert Von Palace Kolbatschenko.
Che, anche questa volta, festeggia la sua vittoria giudiziaria. In tribunale emerge infatti la figura di un uomo rispettabile come le sue amicizie.
Nel 1999, in seguito all’approvazione della legge che permette la confisca dei beni a coloro che sono riconosciuti membri del crimine organizzato, le proprietà del boss vengono acquistate dal conte Agusta. Il Palazzolo rimane però amministratore di tutte le aziende. Gli affari dell’amico, infatti, non vanno molto bene. Complice una battaglia giudiziaria, che dura da dieci anni, con la matrigna Francesca Vacca per l’eredità di famiglia.
Il 12 novembre di quell’anno l’italiano finisce in manette per violazione della legge sulla cittadinanza sudafricana ma viene rimesso in libertà su cauzione.
La storia si ripete, identica, il 4 marzo del 2000. Oltre alla cauzione, però, questa volta vi è l’obbligo della firma.
Le inchieste proseguono. Il Sudafrica ottiene la collaborazione del Liechtenstein che fornisce documenti bancari di quattro società appartenenti al Palazzolo mentre il fratello Pietro viene incriminato a Città del Capo per una rapina di diamanti e la sorella Maria Rosaria arrestata a Palermo per favoreggiamento nei confronti di Bernardo Provenzano.
Il banchiere della mafia, messo alle strette, scatena così una guerra giudiziaria e di relazioni pubbliche per bloccare tutte le inchieste.
Fino ad oggi, la meglio la ha sempre avuta lui.

I riscontri testimoniali
A rilasciare dichiarazioni in merito al traffico di stupefacenti organizzato da Cosa Nostra negli anni Settanta/Ottanta e alla responsabilità in tale ambito di Vito Roberto Palazzolo non è soltanto Oliviero Tognoli. Nella sentenza palermitana che condanna il boss di Terrasini a dodici anni di reclusione sono riportate le deposizioni degli imputati in procedimento connesso Rosario Spatola, Vincenzo Sinacori, Giovanni Mazzola, Salvatore Palazzolo, Salvatore Ciulla e Francesco Di Carlo oltre a quelle di testimoni che con lui hanno partecipato al trasferimento dei narcodollari. Tra questi Paul Edward Waridel, Marino Mannoia, Franco Oliveri, Franco Della Torre, Enrico Rossini e Filippo Salamone.
Il primo, arrestato a Lugano nel 1985 e condannato a 13 anni di reclusione per finanziamento illecito del traffico di droga, riferisce, in particolare, le modalità di acquisto della morfina base la quale veniva importata dalla Turchia, via mare, per il tramite del fornitore turco Yasar Avni Mussulullu. A gestire i rapporti e gli affari con lui è, in un primo momento, Nunzio La Mattina - poi sostituito dal Antonino Rotolo – il quale è solito pagare il turco con il denaro proveniente dai conti ove via via affluiscono le somme relative alle operazioni effettuate in Canada dal Cuffaro e dal Caruana Pasquale ed in Svizzera da Cuntrera Pasquale e Caruana Alfonso. Il La Mattina - che secondo l’imputato in procedimento connesso Marino Mannoia si occupava sin dalla fine degli anni Settanta “delle forniture di morfina base per i laboratori ove il dichiarante ha ammesso di avere raffinato centinaia di chilogrammi di eroina” – venne poi ucciso in seguito “ad una sottrazione di denaro che aveva compiuto”. Ad affermarlo è ancora una volta il Waridel, il quale aggiunge che i conti in uso al La Mattina non erano intestati a suo nome ma a quello di Luigi Dapueto. La circostanza viene confermata dal Dapueto stesso.
In merito agli altri testimoni escussi specifichiamo che le loro rivelazioni contribuiscono a chiarire il modus operandi del Palazzolo il quale, come abbiamo visto, per la sua attività di intermediario nel trasferimento dei narcodollari, utilizza in un primo momento i conti Frater e Graziano, intestati a lui e al Della Torre e poi, con quest’ultimo, istituisce la Consultfin S.A., società finanziaria con sede a Lugano. Le operazioni di scambio valuta avvengono negli uffici della finanziaria Traex, appartenente al Rossini, con sede in via Balestra nr. 12 a Lugano.
Una per tutte, quella avvenuta nel cosiddetto incontro del Venerdì Santo, della quale riferisce la maggior parte dei dichiaranti. In tale occasione, negli uffici di via Balestra nr.12 viene organizzato un incontro al quale partecipano il Waridel, un certo Sulqyman, parente del Mussulullu, Antonino Rotolo, Leonardo Greco, Oliviero Tognoli, Vito Roberto Palazzolo, Franco Della Torre, Antonio Ventimiglia, Philip Salamone ed Enrico Rossini. E’ il Venerdì Santo del 1982 e l’occasione è quella di una consegna di oltre cinque milioni di dollari.
“Quando siamo entrati nell’ufficio – racconta il Waridel - la montagna di dollari ha fatto tremenda impressione. Palazzolo stava contando e sistemando i dollari ancora sciolti con l’aiuto di una macchina conta-soldi”. Il Della Torre aggiunge: “In realtà tutto quanto io feci in questo contesto fu l’esecuzione degli ordini impartitimi dal Palazzolo, dominus della situazione” .
Le banche referenti per le operazioni di trasferimento del denaro, si evince ancora dal racconto dei testimoni, sono la Hutton e la Merryl Lynce di New York. Con il passare del tempo le operazioni che in un primo momento vengono effettuate a nome della Traex, sono successivamente trasferite alla società finanziaria Acacias Corporation.
Si legge in sentenza: “Il Palazzolo, quindi, ha partecipato attivamente alle consegne del denaro; ha organizzato i trasferimenti di valuta, individuando i corrieri – quali, ad esempio, il Salamone – e reperendo i fondi quando quelli a disposizione dei ‘siciliani’ non erano sufficienti (…); infine, ha gestito il denaro che confluiva sui conti nella sua disponibilità, sia utilizzandolo per pagare i fornitori della morfina base, sia reimpiegandolo anche in attività lecite (come l’acquisto di oro o pietre preziose)”.

Le ammissioni di Vito Roberto Palazzolo
Oltre alle citate testimonianze e ai numerosi elementi probatori raccolti la sentenza di Palermo riporta le “parziali e rilevanti ammissioni” dello stesso Palazzolo, “che appaiono già da sole idonee a sostenere l’accusa”.
Scrivono i giudici: Egli “ha ammesso di avere partecipato attivamente al trasferimento della valuta dagli Stati Uniti alla Svizzera, pur tentando di accreditarsi quale personaggio di caratura minore rispetto agli altri soggetti coinvolti, e cercando, altresì di dimostrare di essere stato, quantomeno in un primo momento, assolutamente non consapevole della provenienza del denaro dal traffico di stupefacenti.
Soltanto in un secondo momento, scoperte le reali generalità dei soggetti per i quali e con i quali lavorava, egli aveva compreso l’origine illecita del denaro, ma non aveva potuto esimersi dal proseguire nell’attività delittuosa, da ciò costretto per motivi economici”.
Le affermazioni del Palazzolo però, continua il documento, “sostanzialmente convergenti con quanto dichiarato dagli altri soggetti coinvolti nella vicenda (…) mostrano inequivocabilmente che egli non agì come semplice esecutore dei disegni altrui bensì quale gestore in prima persona di quella delicata fase dell’intero traffico di stupefacenti”.
Palazzolo, infatti, e solo per citare un esempio, è sempre presente in ogni occasione in cui avvengono le consegne di denaro ai trafficanti turchi e nel caso dell’incontro del Venerdì Santo è lui stesso ad ammettere la sua partecipazione e il suo ruolo attivo. Riferisce, poi di un’ulteriore consegna di denaro effettuata al Waridel, avvenuta il 10 giugno del 1982 sotto il suo ufficio di Zurigo ed ammette di avere partecipato attivamente alla consegna di “quindici assegni da centomila dollari ciascuno al Rotolo – che anzi il Palazzolo stesso, sotto il falso nome di ‘Helmut’, si era fatto consegnare dal Fisher e dal Colmegna per poi consegnarli al Waridel ed al Mussulullu in pagamento delle partite di morfina base (ad agli atti è acquisita la copia degli assegni su cinque dei quali c’è la firma di quest’ultimo) -: che si trattasse poi di denaro che proveniva dagli Usa da gruppo Ganci – Catalano è stato ammesso dal Della Torre e, sostanzialmente, dallo stesso odierno prevenuto”
“Non appare certo credibile alla luce dell’imponente corredo probatorio sopra richiamato – è la conclusione dei giudici - che il Palazzolo non sapesse che il denaro che maneggiava fosse di origine illecita, né appare tantomeno credibile quanto l’imputato ha affermato e cioè che, una volta compreso che si trattava di narcodollari, non aveva più potuto sottrarsi al meccanismo in cui si trovava inserito a causa delle ingenti perdite di denaro subite e dei debiti accumulati dai quali doveva rientrare. Si è infatti stimato che complessivamente l’imputato, a fronte di un traffico di stupefacente per un valore superiore a 57 milioni di dollari, abbia maneggiato denaro per circa 18,3 milioni di dollari USA: questa enorme cifra, gestita, come si è visto, con mille accorgimenti diretti a cancellarne le tracce, a non rendere facilmente identificabili i suoi canali di movimentazione e gli stessi autori materiali dei trasporti, non è compatibile con nessun altro traffico lecito”.

Le dichiarazioni
di Frapolli Domenico Stelio

In seguito all’arresto di Vito Roberto Palazzolo, operano come riciclatori dei proventi della sua illecita attività Pietro Efisio Palazzolo, Maria Rosaria Palazzolo, detta Sara, Anna Palazzolo e Achille Fassina. I primi due sono fratelli del Vito Roberto mentre la terza, coniugata con Achille Fassina è cugina della madre. Tali soggetti, imputati nella medesima sentenza che ha condannato il sedicente nobile nel 2000, hanno operato per organizzare, servendosi di Domenico Stelio Frapolli e dei corrieri da questo reperiti, “l’esportazione dall’Italia alla Svizzera e da lì a Singapore ed in Sud Africa dei capitali illecitamente accumulati dal Vito Roberto: Anna e Maria Rosaria Palazzolo unitamente al Fassina contattando i corrieri, accordandosi per il loro compenso, organizzando gli incontri e gli scambi di denaro ‘sporco’ guadagnato da Vito Roberto Palazzolo nel traffico internazionale di stupefacenti prima descritto, Pietro Efisio Palazzolo recuperando il denaro dai corrieri all’estero. Nel porre in essere questo operato, i predetti imputati hanno senz’altro favorito il loro congiunto, che, prima a causa della sua detenzione, poi a causa della sua latitanza, non poteva tornare in Italia né in Svizzera per organizzare l’esportazione di questi capitali, ma hanno anche operato per un loro specifico e personale  vantaggio”.
A confermare tale rapporto è proprio il Frapolli, divenuto collaboratore in seguito al suo arresto. Nel corso di diversi interrogatori egli ammette, in primo luogo, di avere dato il proprio passaporto al Palazzolo nel periodo di comune detenzione e quindi di aver iniziato a gestire, nell’aprile del 1986, uscito dal carcere in libertà provvisoria, il denaro appartenente ai Palazzolo. Il suo compito è quello di organizzare i trasferimenti, dall’Italia alla Svizzera, di ingenti somme di denaro che vengono poi tradotte a Singapore ed in Sud Africa. Tra le tante operazioni vi è quella effettuata su richiesta di Achille Fassina nei giorni immediatamente successivi all’evasione di Vito Roberto Palazzolo e ammontante a 45 milioni di lire. Altre sono invece legate al boss Andrea Manciaracina, anch’egli coinvolto nei detti traffici e più volte recatosi in Sudafrica grazie a viaggi organizzati dall’amico Vito Roberto per il tramite di Anna e Maria Rosaria Palazzolo e del Fassina. Nell’ambito delle sue deposizioni il Frapolli ricorda un episodio risalente al 10 dicembre del 1987. In quella data viene invitato da Anna Palazzolo a Milano dove l’Andrea lo vuole incontrare per organizzare un trasferimento di denaro in Svizzera. Su richiesta dell’Andrea porta con sé un corriere, tale Vittorio Gregis. “Giunti a Milano”, racconta, “andammo negli uffici della DIP, ove oltre alla Anna vi era suo marito Achille e l’Andrea. Al momento delle presentazioni colui che io conoscevo come Andrea si presentò al Gregis come Roberto. Mi colse in contropiede ma non dissi niente. Dopo le presentazioni Anna ed il marito partirono lasciandoci soli. Andrea ebbe a spiegare che aveva dei soldi da trasferire in Svizzera e voleva sapere le condizioni fatte da Gregis. Oltre a ciò l’Andrea voleva sapere se Gregis era anche d’accordo di assumere l’incarico del trasporto. Gregis avute le garanzie che dietro questo trasporto – a detta dell’Andrea – non c’era nulla d’illecito, accettò l’incarico (…) Per conto dell’Andrea, il Gregis ebbe a fare un totale di sette viaggi a Palermo, portando quindi in Svizzera 2.793 milioni di lire netti di spese (…). La totalità di questo importo, suddiviso in diversi versamenti, mi venne recapitata nel mio ufficio di Lugano. A mia volta li versai sul conto ‘Separato Lorenz’. Il Gregis mi ebbe a portare il controvalore in franchi svizzeri di credo 600.000 dollari, da lui prelevati a Palermo, sempre dall’Andrea. Anche questi sono stati versati sul conto ‘Separato Lorenz’”.
Seguenti indagini dimostrano che tra il 14 e il 31 dicembre del 1987 il Gregis, che in aula conferma i fatti, trasporta più di 2.250.000.000 di lire ai quali va aggiunta una somma non ancora quantificata di dollari.
Di un milione di dollari il Frapolli parla invece in relazione ad un trasporto effettuato dai Campisi nel mese di aprile del 1996. “I Campisi – aggiunge - hanno ritirato dollari anche a Palermo, direttamente dalle mani della sorella Del Palazzolo, Sara Motisi”.
A riscontrare le sue dichiarazioni quelle della stessa Franca Campisi e di Lucia Ambrogini.
Interrogato infine sulla meta scelta dal Palazzolo per la sua fuga il Frapolli non si dichiara affatto sorpreso. “Durante la comune detenzione aveva avuto modo di vedere che diversi cittadini sudafricani di spicco lo erano andati a trovare in carcere tra il luglio ed il settembre 1986: tra gli altri, Roberto De Lange, sindaco della città di East London, e Peet De Pontes, parlamentare del Partito Nazionalista Sudafricano. Il Frapolli ha aggiunto che proprio il De Lange, contattato dalla Ambrogini, gli aveva confermato che il Palazzolo era a East London in un albergo ove lo stesso Frapolli gli aveva telefonato”.
Spiega inoltre che, in relazione ad alcuni conti, una volta avutasi la certezza che il Palazzolo si sarebbe trasferito in Sud Africa a fine pena, il De Pontes aveva preteso una prova della disponibilità finanziaria di quest’ultimo, il quale doveva dimostrarla versando la somma di due milioni di franchi presso la Boland Bank.

Conclusioni
Da quanto sin qui detto si deduce, in sostanza, che la forza economica di Cosa Nostra è rappresentata anche da Robert Von Palace Kolbatschenko, il quale, come emerge dalle numerose indagini condotte su di lui, è attualmente vicino al capo della mafia Bernardo Provenzano.
Gli inquirenti lo hanno definito il prototipo del potere mafioso, ma ciò che di lui più sconcerta è la sua assoluta intoccabilità. Quella stessa assoluta intoccabilità che è fatta di complicità e favori con ogni tipo di potere e che fino ad oggi ha sempre caratterizzato l’organizzazione criminale forse più pericolosa della storia.
P.S.:Ove non meglio specificato il testo riportato tra virgolette è tratto dalla sentenza palermitana contro Palazzolo del 12 ottobre 2000.

 
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