| Giuffré: Eravamo direttamente in contatto con Berlusconi |
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Il procuratore Grasso chiede: Direttamente? Risposta: Direttamente! Forse ci si aspettava che rivelasse il giorno e l’ora degli incontri più scandalosi, che fornisse le mappe dei luoghi o documenti fotografici e scritti a convalidare le sue affermazioni su mafia e politica. Quindi ora che ha «solo» confermato quanto detto dagli altri collaboratori di giustizia di primo rango: Giovanni Brusca, Salvatore Cancemi e il confidente Luigi Ilardo tra gli altri, aggiungendo comunque particolari e prospettive diverse, è un millantatore. Uno che ha letto da pagina 53 a pagina 58 del libro di Violante «Il ciclo mafioso», uno che cerca benefici, ma soprattutto uno che è stato meglio far tacere. Eh sì, perché la tanto sospirata proroga per Giuffré non è arrivata e i 180 giorni sono finiti. Un caso che prima della decisione in merito sia stato violato il computer del pm Prestipino e che subito dopo le pagine dei maggiori quotidiani d’Italia si siano riempite dei verbali del pentito proprio su mafia e politica? Andata com’è andata, ora Giuffré potrà riferire solo in merito a quanto scritto nella dichiarazione d’intenti, quella specie di menù al quale potrà solo aggiungere qualche precisazione, ma niente di più. Passiamo dunque agli ormai noti verbali dell’8 novembre, però, con una avvertenza necessaria ma, spesso, volutamente, dimenticata. Cosa Nostra è un’organizzazione criminale segreta, il suo capo, Bernardo Provenzano, è latitante da quarant’anni, dal 1963, e nessuno, ma proprio nessuno, sa neanche dove dorme. Non esistono documenti di alcun genere, fatta eccezione per i «pizzini», minuscoli pezzi di carta con i quali i mafiosi comunicano le diverse direttive «d’affari» spesso in codice, decifrato dai magistrati con certosino impegno. Ci sia concesso poi di precisare che ogni qualvolta un collaboratore ha portato prove più incisive della sua semplice testimonianza è stato additato come un menzognero poiché in Cosa Nostra prove troppo eclatanti non ce ne possono essere... Quindi, prima che venga approvata quella riforma di legge, già in cantiere, che mira proprio a cancellare il valore probatorio delle dichiarazioni convergenti dei collaboratori di giustizia, riportiamo quanto detto dal Giuffré al Procuratore Grasso, agli aggiunti Lo Forte e Scarpinato, e ai sostituti Di Matteo, Gozzo e Ingroia, perché riteniamo che sia di estremo interesse per i procedimenti tuttora in corso. L’attenzione degli inquirenti si è focalizzata sulle strategie attuate da Cosa Nostra all’indomani delle bombe e dell’arresto di Riina per ripristinare l’organizzazione dal suo interno e soprattutto per riagganciare contatti con referenti politici di fiducia che potessero offrire garanzie «serie». «Il 1993 è caratterizzato nel modo particolare oltre dai problemi interni che abbiamo per i fatti di cui abbiamo ricordato che sono succeduti fuori dall’Italia... fuori dalla Sicilia, agli attentati di Firenze, Milano e Roma; nel mentre si cercava di ristrutturare, di cercare dei punti di contatto dei punti di unione dentro Cosa Nostra appositamente per decidere chi portare avanti, quantomeno nel discorso sotto un profilo provinciale. Come ho detto da un lato ci troviamo Bernardo Provenzano, dall’altro Bagarella. Sotto un profilo strettamente politico, se ricordo bene, appositamente è l’anno in cui il Bagarella cerca di creare una struttura politica diciamo un pochino autonoma, disimpegnata da tutti gli altri partiti politici per conto proprio, cioè mettendo persone di fiducia sue e di Cosa Nostra in linea di massima. [...] Diciamo che arriviamo, sempre in un clima di tensione, alla metà e anche dopo del ‘93, quando diciamo che finalmente si vede all’orizzonte il nascere di situazioni politiche un pochino diverse da quelle tradizionali». C’è quindi confusione dentro Cosa Nostra in attesa di un qualche segnale di speranza... «Noi guardavamo questo discorso con grandissimo interesse perché già quando si parlava di nuovo, di uomini nuovi, già questo destava tanta attenzione perché appositamente si era sazi di avere a che fare con una vecchia classe politica che ormai era, come ho detto, del tutto inaffidabile ma questo discorso non era solo un discorso di Cosa Nostra, cioè anche il popolino normale era stufo sempre dei soliti politici». Cominciava infatti «a girare voce che c’era un interessamento in alto loco, affinché avvenisse la creazione di una nuova, di un nuovo partito politico con uomini nuovi». «Da parte nostra facevamo pervenire delle pressioni affinché questa bolgia si materializzasse e si parlava già tranquillamente e apertamente di Fininvest e di Berlusconi cioè Fininvest nel senso che uomini facenti parte del gruppo Fininvest si stavano interessando appositamente per portare avanti un discorso politico. Diciamo che mai come in questo minuto c’è stato un discorso unanime dentro Cosa Nostra [...] giustamente venivamo da un passato piuttosto brutto e non mi viene il termine giusto, scanalliati dall’esperienza passata, giustamente eravamo un pochino preoccupati, fatemi passare il termine e si chiedeva appositamente delle garanzie [...] sono discorsi che io facevo con Pietro Aglieri, con Carlo Greco, con Provenzano e con persone di Boccadifalco». Il discorso appariva piuttosto allettante per i mafiosi che intravedevano «buone prospettive, persone che hanno una certa esperienza nel campo amministrativo, persone che ci si poteva affidare». Giuffré, però, visto come Cosa Nostra si era «scottata», racconta di un incontro avvenuto con Carlo Greco della famiglia di Santa Maria del Gesù legato a Pietro Aglieri e Provenzano, in cui gli chiede «ma qua queste persone che hanno questi contatti sono persone serie che noi ci possiamo fidare?...» e riceve una risposta del tutto rassicurante «Non ci sono problemi perché ci sono persone che sono a contatto con noi e che fanno quello che noi gli diciamo». «In quella circostanza ha parlato del costruttore Jenna e di Brancaccio, cioè che i fratelli Giuseppe Graviano e Filippo Graviano avevano un pochino la situazione sotto controllo...» Alla richiesta del pm di meglio specificare con chi presuppostamente questi avrebbero fatto da tramite Giuffré risponde secco: «con Berlusconi direttamente». Il procuratore Grasso, sorpreso, chiede: “Direttamente?”, Giuffré conferma: “Direttamente!” E’ di grande importanza la collocazione temporale di queste conversazioni. Infatti il collaboratore, sollecitato dai magistrati, fa risalire «stu discursu», al «mese di giugno del ‘93 se non addirittura prima». Un dato rilevante che va a coincidere con quanto già affermato in precedenza da Salvatore Cancemi al quale era sempre stato contestato, in particolare dalla difesa del senatore Marcello Dell’Utri, che in quel periodo ancora non esisteva nemmeno il progetto di Forza Italia. «Perfetto, non c’era assolutamente niente, c’erano semplicemente delle voci che giravano [...] a volte per vedere noi che cosa ne pensiamo...». Verrebbe logico pensare che fosse il Provenzano a tastare il terreno prima di ordinare la direttiva ufficiale, invece no, come più volte hanno testimoniato «pizzini» e collaboratori lui sembra non saperne nulla... «Il discorso con il Provenzano... era diciamo successivo, sono più discorsi che avvengono tra di noi che ci andiamo incontrando...» Poi, «il progetto si trasforma in realtà, c’è la discesa in campo direttamente di Berlusconi sul campo politico a livello nazionale». Ma perché proprio Berlusconi? «Signor Procuratore Berlusconi era conosciuto, questo lo sapevamo tutti che è un imprenditore, cioè una persona abbastanza capace di poter portare avanti diciamo un pochino le sorti d’Italia». [...] Poi un’esperienza personale risalente a qualche anno prima. «Riina attorno agli anni ‘90, non so se mi abbia detto questo in corso di una riunione di Commissione o mi abbia direttamente chiamato o ci siamo visti in incontri diciamo extra, espressamente mi ha detto che c’era Nitto Santapaola che aveva problemi con la Standa e dei problemi anche con l’Upim e che era intenzionato a portare avanti un discorso fino al convincimento del gruppo interessato a venire a patti... c’era un discorso di tangente, c’era un discorso di forniture e diciamo ancora che vogliamo intrattenere un rapporto diretto con Berlusconi da parte di Nitto Santapaola». Giuffré però non sa come si concluse la faccenda poiché la Standa di Termini che avrebbe dovuto subire danneggiamenti sotto la sua direzione fu chiusa e non si preoccupò, come vuole la regola, di fare ulteriori domande. «Il discorso quando matura viene discusso con Provenzano ...» Ci si preoccupava principalmente di «non commettere errori» di scegliere «persone che non avessero paura, paura nel senso politico...di portare avanti con determinazione i problemi che ci trascinavamo dietro con fatica da diverso tempo». In sostanza Cosa Nostra non aveva alcuna preferenza di tipo politico, cercava solo referenti che potessero assecondare i loro bisogni... «a noi ci interessavano i discorsi a nostro favore ... non abbiamo mai ben visto, sono di Sinistra, di Destra perché erano nemici giurati nostri quando si parlava di comunisti e di fascisti... ma in modo particolare che a livello interazionale sono successi dei fatti molto, molto importanti, cioè non c’è più la Russia, non c’è più il muro di Berlino, l’America un avi ‘cchiù stu spauracchio e forse forse all’America la mafia non ci interessa più perché i comunisti, i comunisti finirono ... come lo stesso discorso a’ Chiesa che aveva un certo qual modo... la mafia è stata una breve parentesi... è stata sempre il numero uno nell’andare a sfruttare le situazioni che si presentavano a proprio vantaggio»... E quindi anche questa volta non si è lasciata sfuggire l’occasione. Serviva qualcuno che aiutasse a risolvere «il problema del 41 bis, della revisione dei processi, abbiamo il problema dei pentiti, abbiamo il problema del sequestro dei beni e diciamo che in linea di massima sono dei discorsi più importanti, ne resta forse ancora uno per quanto riguarda un certo alleggerimento della Magistratura nei confronti degli imputati, nelle condanne diciamo, questa impunità di cui avevamo in precedenza parlato. Diciamo ci sono dei problemi che giustamente non sono problemi, sono macigni... e siamo tutti perfettamente convinti che è una situazione pesante e che andare a rimuovere questi macigni non sia una cosa facile. In modo particolare poi i discorsi successivi del Provenzano, che ci vuole tempo, diciamo che eravamo tutti infervorati e ripeto che ora quando il discorso è diventato reale, abbiamo incominciato ad adoperarci un pochino tutti perché eravamo convinti che era l’ultima carta che ci potevamo giocare ed era, come si suol dire, una battaglia all’ultimo sangue». Sono le stesse identiche richieste contenute nel papello di cui parla Brusca, le esigenze principali di Cosa Nostra per cui necessitava riprendere, se mai si fosse interrotta, la trattativa. «Dai contatti che noi avevamo, ricevevamo delle sollecitazioni positive ad andare avanti perché si parlava con persone che in un primo tempo facevano parte dei Socialisti ed erano felici di questo discorso e posso anche fare il nome, cioè mi ricordo che parlando con Nino Mormino di questo discorso quello che sono a conoscenza mia, Nino Mormino era da sempre stato socialista (avvocato penalista e ora vice presidente della Commissione giustizia per Forza Italia n.d.r.) ed era felicissimo... cioè tutta quella parte di socialisti che trovavano quella parte anche di democristiani... cioè c’era un consenso generale». Da qui la decisione del Provenzano a non indugiare oltre: «Purtroppo non abbiamo altre alternative, da quello che si riesce a capire e a sapere, dovremmo essere nelle mani giuste, che Dio ci aiuti e ci siamo diciamo ufficialmente imbarcati sulla barca di Forza Italia». Trattative, quindi, «un pochino sommerse da parte delle persone che avevano i contatti con queste persone della Fininvest con Berlusconi diciamo sino a quando diciamo che questi hanno avuto delle garanzie che sono arrivate all’orecchio di Carlo Greco, Provenzano, Aglieri e via di seguito». Ma Giuffré è certo che a consigliare il boss latitante ci siano i suoi due più stretti collaboratori: Pino Lipari e Tommaso Cannella che «sapendo la portata» dei quali avevano certamente saputo scegliere. E’ per questo che l’eventuale collaborazione del Lipari, se affidabile, potrebbe aggiungere elementi fondamentali per la ricostruzione del dialogo mafia-stato. «Quindi sposiamo un pochino tutti la causa di Forza Italia». Si dà così il via ai lavori. «Una fase iniziale dove si chiede agli esponenti di questo movimento delle garanzie, poi c’è da andare a scegliere quelle persone dei vari collegi della Sicilia, il più possibile seri, il più possibile puliti ... perché essendo chiacchierati a livello di magistratura, poteva succedere che non potevano parlare perché poi avevano paura ad esporsi». [...] «Questo fa parte della finezza di Provenzano appositamente il discorso della Polizia, cercare noi di non esporci più di tanto perché se no anche se era pulito lo bruciavamo noi e tutto il discorso...». Interrogato a turno dai vari magistrati il Giuffré specifica che i canali esplorati erano tre oltre a «quelli di Provenzano». Un primo, di cui già si è accennato, è quello riferito dal Carlo Greco circa i contatti dei fratelli Graviano e del costruttore Jenna, un secondo che viene a conoscenza del Giuffré tramite Giovanni Brusca passa attraverso Vittorio Mangano. «Sapevamo di Mangano era alle dipendenze di Berlusconi, che c’era un certo contatto tra Cosa Nostra appositamente e Berlusconi». Quindi, spiega Giuffré «Un’altra strada probabilmente che sia chista di Mangano e poi parlando di Fininvest è venuto fuori il nome di Dell’Utri come uno dei personaggi più dinamici e interessati a portare avanti questo discorso». Poi sempre Brusca presenta a Giuffré Salvatore di Gangi, boss di Sciacca il quale aveva un contatto con l’avvocato Berruti che «se ricordo bene era un alto esponente della Finanza a livello nazionale passato poi alle dipendenze di Berlusconi come legale». Tirando le somme «da un lato c’era il discorso dell’avvocato Berruti, dall’altro c’è il discorso di Mangano con Dell’Utri, Berlusconi... dall’altro c’è il discorso dei Graviano con ‘u costruttore Jenna, penso che cioè e se forse noi poi andiamo in altri discorsi, troveremmo altri punti che partono a vanno a finisciu sempre là». Giuffré descrive l’euforia interna a Cosa Nostra per le soluzioni trovate e sottolinea che questa era principalmente dovuta al fatto che avevano avuto la certezza che i problemi dell’organizzazione «erano attenzionati che erano reali e che loro li sentissero...». Anche perché, poi, i palermitani dovevano tranquillizzare anche le altre provincie, poiché andava salvaguardata «Cosa Nostra nella sua unitarietà». Ovviamente niente è dato per niente e per far sì che, come previsto dal Provenzano, «in una decina d’anni», si potessero ottenere risultati concreti, anche Cosa Nostra si è dovuta prendere i suoi impegni. «... sempre tramite i canali, arrivano... dall’altra parte arrivano a Milano le nostre richieste e dice: noi siamo disponibili però voi ci dovete facilitare nel nostro cammino, se continuate a sparare, se continuate a fare stragi... non possiamo lavorare tranquillamente perché a livello di opinione pubblica, le cose... cioè in linea di massima lo sappiamo tutti che l’italiano ha la memoria un pochino corta...» Non potevano avanzare richiesta migliore. «Questo discorso ha un duplice scopo che interessa a noi per riorganizzarsi e interessa ai nostri referenti per potere lavorare tranquillamente». Fu così che ebbero fine le stragi e che Forza Italia in Sicilia fece bottino di voti. L’unica eccezione fu il tentativo di attentato di Bagarella allo stadio Olimpico che fallì per un guasto tecnico. Giuffré lo legge come un messaggio che il mafioso voleva lanciare ai carabinieri, del tutto isolato dalle strategie già scelte da Cosa Nostra. Ora attendiamo di avere a disposizione i verbali della deposizione del 7 di gennaio al processo dell’Utri di cui pubblichiamo, nel riquadro della pagina precedente, una breve sintesi. Intanto, se per l’omicidio dei fratelli Savoca e per il piccolo Andrea, Giuffré è stato condannato a 17 anni di carcere, con la sola attenuante generica, per il delitto Sceusa gli è stato concesso l’art. 8 che sancisce l’attendibilità. Nonostante non possa più parlare per scadenza dei termini, il suo nome si sentirà ancora per un bel po’ se non fosse per le polemiche che già infuriano in vista delle prossime udienze ai processi di mafia e politica. Speriamo che avendo passato il Natale a casa con la famiglia, per concessione del giudice, si sia preparato alla guerra. box1 Giuffré al processo Dell’Utri Ha sostanzialmente confermato in aula quanto contenuto nei verbali qui pubblicati il pentito di Caccamo durante il processo a carico di Marcello Dell’Utri per concorso esterno in associazione mafiosa. «Essendo il signor dell’Utri una persona vicina a Cosa Nostra e nello stesso tempo un ottimo referente per Berlusconi, era stato reputato come persona seria e affidabile». Non se lo aspettava il senatore di Forza Italia che questa mattina ha voluto presenziare personalmente all’udienza dove ha rilasciato dichiarazioni spontanee. Con la nota sagacità «ha aperto il suo anno giudiziario» porgendo le sue scuse al Presidente della Corte Leonardo Guarnotta per «essere mancato al processo negli ultimi mesi, quando ritenevo che la materia di cui si è discusso mi era estranea»... Il Giuffré ha ripercorso i rapporti tra mafia e politica dalla Dc fino a Forza Italia, soffermandosi più volte sulla figura di Berlusconi e sul ruolo di Vittorio Mangano all’interno della casa di Arcore. «Quando Mangano fu assunto ad Arcore, sia Bontade (Stefano, capo di Cosa Nostra negli anni ‘70) che altre persone, di tanto in tanto, si incontravano con Berlusconi, con l’accusa di andare a trovare lo stesso Mangano». Il falso rapimento davanti Arcore era stato «organizzato proprio per mettere paura a Berlusconi, in modo da esercitare una pressione indiretta per far assumere Vittorio Mangano». Una versione questa che va a coincidere con quella di un altro collaboratore: Francesco Di Carlo, uno dei principali accusatori di Dell’Utri. Pronte, immediate e minacciose le smentite dell’avvocato di Berlusconi, Nicolò Ghedina: «L’on Berlusconi non ha mai né conosciuto, né sentito, né incontrato il costruttore Ienna, che, peraltro, ha già smentito le dichiarazioni di Giuffré, né ha avuto alcun contatto diretto o indiretto tramite il senatore Dell’Utri, nei confronti del quale vengono mosse accuse del tutto infondate, con soggetti mafiosi per la costituzione di Forza Italia o per voti a favore di Forza Italia. Anche per evitare queste storture la riforma della giustizia deve trovare pronta e immediata attuazione». A.P. box2 Pino Lipari, una mossa di Provenzano? Non si fidano i magistrati di Palermo. Stanno ancora studiando le mosse del presunto pentito Pino Lipari. «Per noi resta un semplice dichiarante per il momento», spiega il procuratore Grasso, «e non certamente un collaboratore di giustizia alla luce dei requisiti di genuinità, completezza, novità e rilevanza delle dichiarazioni. Dopo un primo giro di interrogatori, le iniziali perplessità non sono state rimosse». Sembrerebbe infatti che mentre per le rivelazioni di Giuffré i riscontri erano già stati acquisiti dagli inquirenti in precedenza e tenuti segreti, per quelle del «cassiere» di Provenzano le inchieste trovano smentite. La cautela è quindi d’obbligo, in particolare per quanto riguarda la delicatissima questione mafia e politica per la quale, pare, il Lipari stia dando un colpo al cerchio e uno alla botte. I processi sono quelli di Andreotti e Dell’Utri. Nel primo caso il ragioniere avrebbe riportato una confidenza di Provenzano in persona, secondo la quale, Andreotti sarebbe stato vittima di un complotto politico-giudiziario coordinato dall’ex procuratore capo Gian Carlo Caselli in combutta con l’ex-presidente della Commissione Antimafia, Luciano Violante. Grosso modo la stessa storia tirata in ballo da Brusca all’inizio della sua collaborazione, quando voleva proteggere i suoi e screditare l’acerrimo nemico Balduccio Di Maggio, salvo poi rispettare rigorosamente il patto con lo Stato, e la stessa teoria spiegata dal Riina in occasione di uno dei suoi rari interventi all’indomani della cattura, quando gridava al complotto Comunista e metteva in guardia il Governo di allora guidato da Forza Italia. Al famoso bacio Lipari non crede, perché, dice con sicurezza, in un’occasione simile Riina avrebbe portato lui e non certamente un semplice picciotto come Di Maggio. Soffia, invece, dall’altra parte il vento per il senatore Dell’Utri. Lipari infatti concorderebbe con Giuffré sulla ricostruzione dei fatti, soprattutto sulla retrodatazione della nascita del partito. Avrebbe aggiunto poi di aver saputo dal boss Mimmo Teresi che la costruzione di Milano 2 sarebbe avvenuta grazie ai capitali mafiosi provenienti dal traffico di stupefacenti gestito all’epoca da Stefano Bontade. La presunta volontà del Lipari a collaborare potrebbe rivelarsi come la «polpetta avvelenata» preparata da Provenzano per arginare il fiume Giuffré, oppure potrebbe essere l’occasione per la Procura di dimostrare, una volta per tutte, che si è sempre lavorato all’accertamento della genuinità delle collaborazioni alle quali devono necessariamente corrispondere delle prove. Certamente il procuratore Grasso e colleghi sapranno discernere e utilizzare ciò che è vero e ciò che è falso. A.P. box3 Giuffré deporrà anche al processo di Gaspare Giudice Sarebbe stato Pietro Aglieri l’artefice dell’ingresso in politica del deputato di Forza Italia Gaspare Giudice. «Negli anni novanta - dice Giuffré - Giudice divenne una persona di fiducia di Pietro Aglieri. Quest’ultimo, per premiarlo, lo appoggiò per entrare in politica e venne eletto. Nelle ultime elezioni del 2001, in occasione dei contatti che avevo con la famiglia mafiosa di Villagrazia e Santa Maria del Gesù, avevo appreso che Giudice era stato elettoralmente sostenuto da Giulio Gambino, Salvatore Fileccia e Giuseppe Greco». Il pentito aggiunge dettagli: «Giulio Gambino e Gaspare Giudice avevano avuto degli incontri ed io avevo detto a Gambino di stare attendo perché, con la loro presenza, potevano rovinare Gaspare Giudice». «Quando Lorenzo di Gesù, Giuseppe Panzeca (coimputato di Giudice ndr.) o altri mafiosi avevano bisogno, Giudice era sempre a disposizione e tutti ne parlavano bene». Conclude Giuffré: «La disponibilità di un direttore di banca era importante per Cosa Nostra, i direttori rigidi li facevano trasferire». Giudice ha commentato: «Ho fiducia nella giustizia, so che prima o poi la verità verrà fuori». A.P. box4 Calvi ucciso per ordine di Pippo Calò Fu Pippo Calò ad ordinare l’omicidio di Roberto Calvi, il banchiere di Dio, assassinato a Londra, sotto il ponte dei Frati Neri, nel giugno del 1982. Giuffré non ha nessun dubbio in merito, anche perché fu testimone diretto del Calò che, in occasione di una riunione tenutasi a Caccamo, proprio nell’82, alla presenza di Ciccio Intile, Lorenzo Di Gesù e Giuseppe Panseca, mentre passavano in televisione le immagini del «suicidio» di Calvi, «se la rideva» e spiegava che il presidente dell’Ambrosiano era stato ucciso perché aveva sottratto parte del denaro investito da Riina, Provenzano e Madonia. Aggiungeva che molti miliardi erano stati recuperati dai mafiosi, ma ormai lui non era più affidabile. «Ha pagato», ha concluso i boss di Porta Nuova. Le dichiarazioni che Giuffré ha reso ai sostituti procuratori Luca Tescaroli e Maria Monteleone sono raccolte in un verbale super segreto che si è andato ad aggiungere agli elementi raccolti negli ultimi venti anni. Ora che si è riaperto il processo sono stati iscritti nel registro degli indagati altri tre nomi mantenuti nel più assoluto riserbo. Giuffré ha inoltre riferito agli inquirenti che, attraverso Calvi partiti e politici, tra cui Giulio Andreotti, avrebbero ricevuto ‘donazioni’ e ‘regali’ dai boss di Cosa Nostra, in cambio dei favori che la Dc avrebbe fatto all’organizzazione. Calvi, poi, avrebbe trovato ospitalità in una delle case costruite dalla mafia in Sardegna, oltre che in Toscana, per riciclare il denaro proveniente dal traffico di stupefacenti. A.P. box5 L’Fbi lo vuole interrogare Antonino Giuffré sarà sentito nei prossimi giorni in rogatoria internazionale da una delegazione di agenti dell’Fbi. Come da ordinamento di legge l’interrogatorio avverrà alla presenza di giudici italiani, in questo caso il gip Marcello Viola, e i pm Sergio Barbiera e Gioacchino Natoli. Gli argomenti saranno prevalentemente il traffico internazionale di stupefacenti e i rapporti tra Cosa Nostra siciliana a Usa. In alcune deposizioni infatti Il Giuffré aveva riferito di personaggi che godevano della protezione d’oltreoceano. box6 Chiusa la bocca al boss di Caccamo «Me lo aspettavo», ha detto Giuffré quando si è reso conto che non sarebbe arrivata la proroga dei 180 giorni disponibili per raccogliere le sue dichiarazioni. Molto più dura e amara la reazione del Procuratore Aggiunto Sergio Lari che assieme al procuratore Grasso ha raccolto la breve, ma intensa testimonianza del collaboratore. «Quando torneremo ad interrogarlo - ha spiegato - dopo aver svolto le indagini sulla base delle notizie e delle informazioni da lui forniteci, non potremo chiedergli alcun contributo su persone e fatti nuovi emersi perché automaticamene Giuffré verrebbe espulso dal programma di protezione». Ancor più grave, però, è quello che non si è riusciti a fare a causa della mancanza di tempo. «Dei 360 album contenenti foto segnaletiche predisposti dai carabinieri, ad esempio, gliene abbiamo potuti mostrare soltanto 160». «Chi sostiene che 180 giorni sono sufficienti affinché un collaboratore vuoti il sacco della sua memoria non conosce Cosa Nostra. Dai giorni a nostra disposizione sono stati sottratti quelli in cui è dovuto comparire come imputato nei dibattimenti per esercitare il suo diritto alla difesa tanto che i colleghi di Caltanissetta che indagano sulle stragi, di Firenze che indagano sulle bombe del 93, di Roma che indagano sull’omicidio di Calvi, e ancora di Messina e Catania lo hanno potuto sentire solo per due o tre giorni, un tempo davvero irrisorio. La prima parte della collaborazione si è consumata nel superare le comprensibili difficoltà nell’accusare parenti e amici fidati che gli hanno garantito la latitanza, che gli hanno permesso di diventare ciò che era: un capo che faceva parte della Commissione di Cosa Nostra. Inoltre non è facile, anche se Giuffré ha dimostrato di aver rotto definitivamente con il passato, riordinare 30 anni di vita costellata da omicidi, da patti, da accordi, da condotte più o meno rilevanti penalmente in cui scindere il lecito dall’illecito, attimi di vita privata da quelli della Famiglia mafiosa di appartenenza». In sostanza, tanto per cambiare, non si è voluto sfruttare l’occasione per raccogliere ulteriori elementi utili alla ricostruzione dei molti, troppi misteri d’Italia. Persino i procuratori distrettuali americani, in visita a Palermo nei giorni scorsi per uno scambio di informazioni con i colleghi, sono rimasti esterrefatti. «Noi abbiamo due anni di tempo per raccogliere le dichiarazioni, voi come fare in soli 180 giorni a sapere tutto?» Semplice. Non ce la facciamo. A.P. ANTIMAFIADuemila N°28 |
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In edicola dal 18 luglio 2008In questo numero: Leggi "blocca processi", leggi "salva premier", "41 bis" revocati e intercettazioni vietate. E' scontro istituzionale. La Procura di Salerno ribalta il "caso De Magistris". Chiesta l'archiviazione ed annunciate indagini contro chi lo ha accusato. Presto al via il processo Toghe Lucane. La più importante inchiesta degli ultimi cinquant'anni. Agenda Rossa: La procura si appella alla Cassazione. Trapani: Nuovi legami tra mafia politica e massoneria. Il boss Messina Denaro tradito da falsi amici e documenti pericolosi. Gli affari della Despar in Sicilia. Si aggrava la posizione di Scuto nel processo. Barlume di speranza sul caso Rostagno. Vent'anni dopo l'attentato una perizia balistica potrebbe far emergere la verità. Talpe Dda. Le motivazioni delle sentenze Cuffaro, Borzacchelli e Ciuro. Calcestruzzi spa. Le dichiarazioni di Siino su Pesenti. Nu Bellu Lavuru. Sulla Ss 106 una commistione tra 'Ndrangheta e politica. Gli interessi di Cosa Nostra sul ponte di Messina. Ed altro ancora... |
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La nascita della seconda Repubblica sul sangue di Falcone e Borsellino Il 20 luglio 1992 nasceva la Seconda Repubblica di questo nostro Paese, basata sulla corruzione, sulle mafie, sulla violenza, sul dominio, sulla prevaricazione, sulla ricchezza illecita, sul razzismo e sulla xenofobia.
Oggi, ancora luglio, ma 2008, ci ritroviamo per la
terza volta al governo l’imprenditore Silvio Berlusconi, plurimputato in
diversi processi, amico di condannati per mafia e amico di Cosa Nostra sin dai
primi anni Settanta. Che inneggia, abbracciato al suo principale garante Marcello
Dell’Utri, all’eroe Mangano, complice dello scioglimento nell’acido di esseri
umani.
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In questo numero: Dopo sei anni di prigionia è stata finalmente liberata Ingrid Betancourt. Giulietto Chiesa, sempre analizzando il quadro internazionale degli eventi, spiega il trattato di Lisbona, attorno al quale si è creato un vero dibattito politico. Nuovi interrogativi sull'11 settembre. Troppi crolli accidentali. Appello contro la pedofilia e la sua ideologia. L'allarme lo lancia l'Associazione Meter di Don Fortunato Di Noto. Libera l'Acqua: prosegue la campagna sull'oro blu da parte delle associazioni del Cipsi. Si torna a parlare di Nucleare. Una minaccia per il mondo. Intervista al pm paraguaiano Arnaldo Guizzo in lotta contro la corruzione e il narcotraffico. Appello per un'informazione libera: un nuovo format televisivo per garantire libertà e democrazia nell'informazione. LEGGI TUTTO... |
Di seguito pubblichiamo, in formato pdf, l'intervento del Clar (Centro Libero Analisi e Ricerche) alla conferenza “Crisi dei mutui e finanza mondiale: cosa ci riserva l'economia?”
L'incontro si è tenuto ad Ancona lo scorso 14 dicembre 2007 e tra i relatori Anna Petrozzi il caporedattore del giornale ANTIMAFIADuemila.
La relazione è la sintesi di uno studio sulla finanza internazionale condotto dallo stesso Centro (vedi www.clarissa.it) ed esposto in modo semplice e facilmente comprensibile anche ai non addetti ai lavori. Un documento prezioso corredato di schemi e tabelle che illustra in modo chiaro i meccanismi di potere sui quali è basato l'attuale modello finanziario mondiale.
Studio sulla finanza internazionale del Centro libero analisi e ricerche
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