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Editoriali
RASSEGNA STAMPA n°31 | RASSEGNA STAMPA n°31 |
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IMI –SIR IL VERDETTO 26 aprile 2003 Milano. Slitta ancora il processo Imi-Sir/Lodo-Mondadori. Il Presidente Paolo Carfì ha fissato la prossima udienza per il 29 aprile, alle ore 15.00. La pm Ilda Boccassini ha provato a protestare facendo notare che la procura generale aveva già dichiarato inammissibile l’istanza. Per Cesare Previti che ha presentato la settima istanza di ricusazione nei confronti del collegio che lo sta giudicando per corruzione, il processo Imi-Sir –Lodo-Mondadori è stato <<utilizzato come arma di persecuzione, come arma di discriminazione sociale e politica>>- In sette pagine di arringa, consegnate anche alla stampa, il parlamentare di Forza Italia costruisce il suo caso contro il presidente della quarta sezione del tribunale di Milano, Carfì dichiarando: <<Mi ha negato persino il diritto all’ultima parola riconosciuto anche ai condannati a morte>>. Ma le sue dichiarazioni sono facilmente smentibili, così come ha ricordato fortunatamente Marco Travaglio nella rubrica Bananas. Tre anni di indagini, due di udienza preliminare e tre di dibattimento non sono serviti, spiega Travaglio? In più il 28 settembre Carfì faceva uno strappo alle regole, concedendogli di farsi interrogare per un’intera giornata, nonostante i termini scaduti. <<Dalle tante fandonie raccontate dal teste (Ariosto), neppure una è risultata conforme a verità, essendo state tutte smentite>>. E’ accaduto esattamente l’opposto. La teste Omega parlava di conti esteri di Fininvest, Previti e Pacifico per pagare Squillante e altri giudici. <<La Procura affrontò con il teste il problema dei compensi economici richiesti per le deposizioni>>. La Ariosto non ha mai chiesto una lira e il pool non ha mai affrontato l’argomento. <<Il Tribunale ha consentito che il dibattimento si trasformasse in una sorta di pubblica piazza o di uno stadio, come nella Cina comunista, per la mia gogna mediatica>>. I processi sono pubblici. E di questo processo in particolare non è mai stata trasmessa neppure una sequenza. Fu Panorama nel 1996 ad allegare un Vhs con un abile montaggio dell’incidente probatorio, per mettere alla gogna la Ariosto. <<Il mi reato è quello di aver percepito una parcella elevata, di essere un professionista affermato… E la mia collocazione politica. In assenza di elementi specifici, hanno trasformato la corruzione in reato spirituale>>. Cosa c’è nei 434.404 dollari che il 5 marzo 1991, nel giro di un’ora, passano dal conto Ferrido (Fininvest) al Mercier (Previti), al Rowenta (Squillante)? <<Il mio giudice è privo dei primari requisiti di imparzialità e terzietà>> Affermazione smentita solo tre mesi fa dalla Cassazione, interpellata proprio da Previti per il trasloco a Brescia. - <<Ho diritto di essere giudicato dal mio giudice naturale, che non sarà mai Milano, ma Perugina>>. Dal 1996 Previti & C. dicono “Perugina”, e Tribunale e Corte d’appello e Cassazione rispondono “Milano”. L’ha ribadito tre mesi fa la Suprema Corte: <<La competenza, allo stato, non può ritenersi illegittimamente determinata a Milano>>. <<Il Parlamento e il ministro della Giustizia devono rivedere alcune norme per correggere le storture e impedire che accadano scempi del genere>>. Almeno questo è vero: bisogna fissare subito un limite alle istanze di ricusazione e rimessione, che consentono a un pugno di imputati di non farsi giudicare in un processo finito da settimane. L’inchiesta Imi-Sir inizia nel 1995 quando Stefania Ariosto viene convocata dalla Guardia di Finanza. A luglio comincia a mettere a verbale presunti episodi di corruzione dei giudici romani. Nel 1996 la Procura iscrive nel registro degli indagati gli avvocati Previti, Pacifico e Acampora. E’ il 3 settembre 1997 quando viene chiesta al Parlamento l’autorizzazione all’arresto di Previti, ma il 20 gennaio 1998 il Parlamento respinge la richiesta. Il 19 ottobre del 2002 l’istruttoria dibattimentale è chiusa. Il pubblico ministero Ilda Boccassini chiede per Previti 13 anni di reclusione. Maria Loi COOP ROSSE: SCAGIONATO PARISI 25 aprile 2003 Palermo. Gianni Parisi, ex vicepresidente della Regione ed ex segretario regionale del Pci, coinvolto nell’inchiesta sulle presunte collusioni tra cooperative rosse e mafia, era finito nel registro degli indagati della Procura di Palermo con due accuse pesantissime, concorso esterno in associazione mafiosa e turbativa d’asta. Dopo due anni di tempo la Procura di Palermo ha chiesto ed ottenuto l’archiviazione della sua posizione. Secondo il pm Gaetano Paci contro di lui non ci sarebbero elementi sufficienti per sostenere in giudizio le accuse. <<Ho fatto una guerra - ha dichiarato Parisi -, sia dall’opposizione che da componente del governo contro il sistema politico mafioso e per questo motivo ritengo che ci possa essere stata la vendetta di qualcuno, che è stata consumata attraverso le dichiarazioni del pentito Angelo Siino che ha riferito circostanze che gli sarebbero state confidate da una persona deceduta, che è Salvo Lima>>. Il legale di Parisi, Fausto Amato, ha ammesso: <<L’iscrizione nel registro degli indagati di Gianni Parisi è stato un errore perché la dichiarazione di Siino è de relato e ha come fonte una persona che all’apertura dell’inchiesta era già morta da alcuni anni. Ritengo che sia stata una grossa leggerezza indagare Parisi, creando un danno a chi ha lottato la mafia>>. Non è ancora definita invece la posizione di Giannopolo, l’ex sindaco di Caltavuturno centro palermitano nel quale il Consiglio comunale è stato sciolto per infiltrazioni mafiose. Questi resta indagato con l’accusa di concorso in turbativa d’asta, aggravato dall’aver agevolato Cosa Nostra. L’inchiesta sulle coop rosse ha portato già a venti richieste di rinvio a giudizio, che saranno esaminate dal gup Maria Elena Gamberoni. Tra queste quella nei confronti di Stefano e Ignazio Potestio che secondo gli inquirenti avevano stretti rapporti con esponenti dell’ex Pci, come Parisi e Giannopolo. Mariantonietta Morelli OMICIDIO GIAMMONA: INDAGINI DELLA PROCURA PER LA FIDANZATA 24 Aprile 2003 Palermo. Le motivazioni della sentenza dell’omicidio Giammona sono state depositate dalla Corte d’Assise. Negli atti il giudice estensore Angelo Pellino scrive che “le indagini sono state severamente ostacolate dall’atteggiamento di scarsa collaborazione, addirittura omertoso, in qualche caso” da parte dei testimoni. Si legge ancora che Gaetana C., la fidanzata della vittima Giuseppe Giammona, avrebbe commesso reati di falsa testimonianza e di calunnia nei confronti dei carabinieri. Per queste ragioni la ragazza verrà indagata dalla Procura. In aula le deposizioni da lei rilasciate si sono rivelate infatti contraddittorie rispetto a quanto affermato alle forze dell’ordine subito dopo l’omicidio. La donna si è giustificata accusando i carabinieri di non aver riportato sui loro verbali le dichiarazioni corrette. La teste in sede d’esame ha testimoniato che gli assassini erano irriconoscibili, che il loro viso era coperto con una maschera di carnevale, mentre precedentemente aveva fornito particolari della vicenda contribuendo al disegno degli identikit degli assassini. La “coltre omertosa – scrivono i magistrati – non è venuta meno neppure nel corso del dibattimento, quando i presunti responsabili si trovavano ormai in vinculis”. Probabilmente la paura dei testimoni è subentrata quando nel corso del processo hanno sentito il movente dell’omicidio di Giuseppe Giammona, di sua sorella e del cognato, che erano sospettati di aver complottato contro i figli del capo di Cosa Nostra. Marco Cappella PROCESSO SCHITTINO 24 aprile 2003 Termini Imprese. Scaduti i termini di custodia cautelare per gli imputati del processo Schittino, contro la mafia delle Madonie. I giudici del Tribunale di Termini Imprese hanno disposto la scarcerazione di due degli imputati, i fratelli Angelo e Salvatore Schittino, figli del capomafia di Lascari, imputati di favoreggiamento nei confronti di Cosa Nostra. <<Sono profondamente amareggiato per quanto è accaduto>> dichiara il pm Marcello Musso, che aveva sollecitato una condanna a sette anni per gli Schittino: <<Questo paradosso della legge, la sentenza che può essere bloccata per il ricorso in Cassazione, mi lascia un gran senso di frustrazione per tutto il lavoro svolto. Mi riservo di valutare gli eventuali rimedi>>. <<I miei clienti hanno scontato una custodia cautelare che si è protratta ingiustamente oltre il dovuto>> ha annunciato la difesa di Schittino, pronta a chiedere un risarcimento in sede civile. Bisogna invece attendere la decisione della Corte di Cassazione sulla ricusazione chiesta dall’avvocato della difesa Scozzola, che aveva presentato l’istanza sostenendo che il presidente della sezione penale del tribunale di Termini Imprese, Fabio Marino, si era già pronunciato in un precedente procedimento sulla famiglia Schittino. Anna Petrozzi PROCESSO “PRIMALUCE” 23 aprile 2003 Roccella. Il processo “Primaluce” vede protagonista il collaboratore di giustizia Francesco Fonti di Bovalino, ritenuto uno dei testi principali del processo scaturito in seguito alla faida scoppiata tra i clan di Sant’Ilario dello Ionio. Il dibattimento, legato alla cruenta faida di Sant’Ilario, parte dall’omicidio del giovane reggino Emanuele Quattrone, assassinato il 15 agosto 1999 e ritenuto vicino ai D’Agostino. Lo scontro armato tra le due cosche si trascina per più di un decennio. Sotto i colpi delle lupare sono caduti diversi esponenti dei due clan. Nel luglio del 2000 poi, in seguito ad un duplice omicidio avvenuto sul lungomare di Locri, le forze dell’ordine hanno arrestato presunti boss e affiliati delle due cosche. Monica Centofante MAFIA, L’ERGASTOLO A GIOVANNI RIINA 22 Aprile 2003 Palermo. Depositata la motivazione della sentenza che lo scorso 25 novembre ha condannato all’ergastolo Giovanni Riina, detto Gianni. Il figlio maschio maggiore del boss di Cosa Nostra viene indicato come responsabile di quattro omicidi avvenuti nel 1995, in tre dei quali ha contribuito alla decisione, mentre nel quarto vi è la sua partecipazione diretta. Nelle 700 pagine consegnate la III sezione della Corte di Assise presieduta da Angelo Monteleone esprime un giudizio severissimo nei suoi confronti <<Una personalità a dir poco sanguinaria, negativamente connotata da un’elevatissima inclinazione a delinquere… una parabola criminale oggettivamente segnata da un’inquietante progressione nelle attività delittuose, nel segno di un ormai radicato disprezzo per la vita umana, oltre che di un’interiore dedizione al crimine>>. Le vittime sono: Giuseppe Giammona, la sorella Giovanna e il marito Francesco Saporito (nella fase concitata dell’omicidio si è salvato miracolosamente il loro figlioletto di 18 mesi). Per la morte di Antonino Di Caro, indicato come capomafia di Canicattì Gianni Riina viene ritenuto l’esecutore materiale. Con il figlio di Totò Riina sono stati condannati all’ergastolo Vito e Leonardo Vitale (quest’ultimo in un processo separato) e tra i condannati, a pene decisamente inferiori, i collaboratori Giovanni ed Enzo Salvatore Brusca. Durante il dibattimento un altro collaboratore Giuseppe Monticciolo ha avanzato pesanti sospetti nei confronti dell’altro figlio maschio del Boss di Cosa Nostra, Giuseppe Salvatore, attualmente detenuto per associazione mafiosa. Gli omicidi dei fratelli Giammona e di Francesco Saporito vennero decisi ed attuati in quanto i fratelli Riina temevano che Totuccio Contorno e Tanino Grado potessero servirsi dei loro concittadini per eliminarli (cosa risultata del tutto errata vista l’estraneità dei tre ad ambienti criminali). Mentre l’assassinio del dott. Di Caro rappresentò per Giovanni Riina il suo debutto ufficiale nel circuito criminale dopo un periodo preparatorio curato minuziosamente dallo zio Leoluca Bagarella. Maria Loi MAFIA, ENZO SALVATORE BRUSCA SI CONFIDA A PADRE RANIERO 21 Aprile 2003 Palermo. Brusca. Un cognome di quelli che restano marchiati sulla pelle come il peggiore tatuaggio a ferro e fuoco. Fratello dell’uomo che ha premuto il telecomando nella strage di Capaci, con il quale ha pianificato ed eseguito personalmente l’uccisione del piccolo Giuseppe Di Matteo, Enzo Salvatore Brusca, uomo di Cosa Nostra, adesso collaboratore di Giustizia, scrive a Padre Raniero Cantalamessa. Passa del tempo e dopo il contatto epistolare arrivano i colloqui in carcere. Uno dei capitoli più appassionati del libro “Caro Padre…” (Ed. Piemme), che racchiude le confidenze di personaggi più o meno noti a livello nazionale riguarda proprio lui. <<Mi chiedevo come avevo potuto commettere certi crimini, se ero sano o no, se vi fosse stato anche spazio per me nella società, se veramente fossi stato capace di non commettere mai più reati, e ancora: come cresce una persona normale, che senso ha la vita, dove era Dio quando commettevo i crimini e perché non aveva fatto niente per impedirmelo, e poi perché proprio io, e come mai avevo avuto il ruolo di carnefice e non di vittima>>. Un dialogo con il frate visto in televisione, dopo 28 mesi in isolamento. <<Dai colloqui con questo fratello – racconta padre Cantalamessa – ho capito più cose sulla mafia che da tutti i dibattiti, le inchieste, i film. Qui parla uno che conosce la mafia da dentro. Ho compreso che vi sono casi in cui un giovane non può non divenire mafioso…>>. All’uscita del libro non sono mancate le polemiche nei confronti di padre Cantalamessa e dello stesso Brusca. Se nei confronti del primo viene imputata una dose eccessiva di protagonismo, a Brusca non viene perdonata l’appartenenza genealogica e il suo vissuto criminale, al di là delle sue dichiarazioni. <<Poi ho iniziato a conoscere il rimorso; è stato come svegliarmi da un sonno e mi sono ritrovato in un incubo…: essere disprezzato è la cosa peggiore che a un uomo può capitare. Ma lì nel più profondo del baratro che la coscienza umana può creare, ho incontrato Lui; quando nessuno mi avrebbe barattato con un soldo bucato mi ha raccolto e dato speranza facendomi capire che è salito in croce proprio per me. Enzo>> Lorenzo Baldo IL PARROCO CHE SFIDA LA ‘NDRANGHETA 20 aprile 2003 Stefanaconi. Il parroco di Stefanaconi a Vibo Valentia, Salvatore Santaguida, 36 anni, ha sfidato la ‘Ndrangheta nonostante le mille intimidazioni e le minacce di morte subite. Fino allo scorso anno la parrocchia procedeva ad una specie di gara d’appalto per stabilire chi dovesse portare sulle spalle le due statue dell’Affruntata e del Cristo e la ‘Ndrangheta ha sempre fatto in modo di mandare a fare il portantino esponenti delle cosche vincenti. L’annuncio di don Salvatore sembra essere stato accolto positivamente dalla popolazione, che assicura il religioso, come se si fosse liberata da un peso, è corsa a complimentarsi con lui. <<L’opportunità di portare le statue deve essere data a tutti anche a chi non ha denaro da offrire>> ha spiegato Padre Santaguida con una lettera ai fedeli. Dora Quaranta STRAGE DI CAPACI: MOTIVAZIONE DELLA SENTENZA 19 aprile 2003 Roma. La Cassazione ha annullato con rinvio 13 condanne all’ergastolo ai boss accusati di essere tra i mandanti della strage di Capaci. In 273 pagine i giudici della Suprema Corte hanno spiegato le motivazioni con le quali la quinta sezione penale, il 31 maggio 2002, ha espresso il giudizio che la responsabilità di tutti i componenti della cupola mafiosa per la strage di Capaci deve essere provata. In sostanza secondo i giudici la semplice appartenenza alla cupola di Cosa Nostra (teorema Buscetta) non comporta per tutti i boss l’adesione alle decisioni dell’organizzazione. Processo da rifare quindi per: Pietro Aglieri, Salvatore Buscemi, Pippo Calò, Giuseppe Farinella, Carlo Greco, Antonino Giuffrè, Antonino Geraci, Francesco Madonia, Giuseppe Salvatore Montalto, Matteo Motisi, Benedetto Spera, Giuseppe Madonia. Condanne confermate, invece, per gli esecutori materiali dell’attentato: Totò Riina, Leoluca Bagarella, Domenico e Raffaele Ganci. <<Mi addolora la circostanza di un altro processo ma di più il non sapere dei mandanti occulti per la strage di Capaci>> ha detto Maria Falcone, sorella del giudice ucciso il 23 maggio 1992. <<Non sono la più adatta - ha continuato – ma credevo che già il maxiprocesso avesse dimostrato la validità di quel teorema>>. Antonella Morelli RACKET: SOTTO ACCCUSA ANCHE I COMMERCIANTI CHE NON DENUNCIANO 19 aprile 2003 Palermo. Due anni di intercettazioni ambientali hanno fatto scattare una maxi-inchiesta contro il racket delle estorsioni della cosca mafiosa di Brancaccio. 144 gli imputati, fra cui il capomandamento Giuseppe Guttadauro, la moglie Gisella e il figlio Francesco. Con l’accusa di favoreggiamento nei confronti della mafia figurano come imputati anche 60 commercianti rei di non aver esposto denuncia contro la riscossione del pizzo. Nel corso dell’udienza preliminare boss e gregari hanno deciso di patteggiare la pena mentre gli altri hanno negato ogni addebito scegliendo di andare al processo. L’associazione antiracket “SOS Impresa” è stata ammessa come parte civile. Dora Quaranta CASO ALFANO: GIUDICI REGGINI INADEMPIENTI 18 aprile 2003 Palermo. L’8 gennaio 1993 veniva assassinato il giornalista di Barcellona Pozzo di Gotto Beppe Alfano. A distanza di un anno la Corte d’Assise d’Appello di Reggio Calabria non ha ancora depositato le motivazioni della sentenza di assoluzione di Antonino Merlino, accusato di essere stato il mandante dell’omicidio. A causa di tale inadempienza non è possibile alcun ricorso in Cassazione. In una lettera a Ciampi i familiari di Alfano ne chiedono l’immediato intervento in qualità di presidente del Csm. La figlia di Beppe Alfano, Sonia, ha pubblicamente denunciato che tale inerzia è l’ultimo anello di una lunga catena di deviazioni della giustizia in relazione a questo delitto. <<Abbiamo appreso – ha poi sconsolatamente continuato Sonia – che un mese dopo la sentenza, Merlino ha potuto festeggiare la sua assoluzione alla presenza del padrino del boss Gullotti venuto appositamente dalla Francia, così come accertato nel corso di un’irruzione da parte di carabinieri>>. Il mese scorso la vedova Alfano ha ricevuto da Ciampi il premio di giornalismo Saint Vincent alla memoria. <<E’ stato ucciso perché ha dato fastidio a lor signori della mafia>> è stato il commento del presidente del Consiglio Nazionale dell’Ordine dei giornalisti Lorenzo Del Boca intervenuto in quell’occasione. Monica Centofante Forum sociale antimafia Peppino Impastato Mafia e resistenza alla mafia a 25 anni dall’assassinio di Peppino Impastato 18 aprile 2003 Palermo. Sono passati 25 anni dall'assassinio di Peppino Impastato. In tutti questi anni, i familiari che hanno rotto con la parentela mafiosa, i compagni di militanza di Peppino che hanno continuato sulla strada percorsa al suo fianco, il Centro siciliano di documentazione a lui intitolato hanno condotto una lotta quotidiana per salvare la memoria di Peppino, smantellare la montatura che lo voleva terrorista e suicida, per ottenere verità e giustizia, e hanno promosso iniziative, a cominciare dalla manifestazione nazionale contro la mafia del 9 maggio 1979, la prima della storia d'Italia, che coniugavano la radicalità dell'esperienza di Peppino, la sua rottura con la famiglia, con la concretezza di un'antimafia fatta insieme di riflessione, di denuncia e di impegno sociale. Le iniziative del prossimo maggio cercheranno di affrontare i temi legati agli interessi economici dietro la guerra in Irak, alla politica di legalizzazione dell’illegalità del governo Berlusconi, collegandoli con le risposte che le mobilitazioni degli operai, degli studenti, dei disoccupati, dei senzacasa, il movimento per la pace e contro la globalizzazione neoliberista hanno cominciato a dare. Il programma di quest'anno prevede le seguenti iniziative: Giovedì 1 maggio: partecipazione alla manifestazione di Portella della Ginestra per chiedere ancora una volta che venga fatta piena luce su tutte le stragi che hanno insanguinato l'Italia. Sabato 3 maggio, ore 17: incontro-dibattito su 25 anni di impegno per la verità e la giustizia. Le sentenze di condanna di Palazzolo e Badalamenti per l'assassinio di Peppino Impastato. Venerdì 9 maggio, ore 9: iniziative nelle scuole di Cinisi, mostra fotografica Ore 11: apposizione di lapidi sulla tomba di Peppino, sul casolare vicino ai binari dove è stato ucciso, sul lungomare Cinisi-Terrasini e nella sede di Radio Aut. Ore 16: Forum su Mafie, guerre e globalizzazione. Ore 19: fiaccolata da Radio Aut alla piazza di Cinisi. Ore 22: spettacoli in piazza. Sabato 10 maggio, ore 10: iniziative promosse dalle varie associazioni che promuovono il Forum, tra cui Forum su Donne, mafia e antimafia e su Informazione e controinformazione. Ore 16: Forum su Mafia, deindustrializzazione e sviluppo alternativo. Ore 18: Forum: Mafia e politica tra prima e seconda Repubblica. Ore 21: spettacoli. Domenica 11 maggio, ore 10: Forum su Antimafia istituzionale e antimafia sociale. In mattinata chiusura dei lavori dei Forum. Ore 17: Corteo. Ore 21: spettacoli. Il programma dettagliato sarà fornito successivamente. Per informazioni: Centro Impastato Palermo: tel. 0916259789, fax 091348997, Indirizzo e-mail protetto dal bots spam , deve abilitare Javascript per vederlo , Associazione Radio Aut: 3336394387, Indirizzo e-mail protetto dal bots spam , deve abilitare Javascript per vederlo , sito: www.radioaut.org ; Giovani comunisti: tel. 0916121588, e-mail: Indirizzo e-mail protetto dal bots spam , deve abilitare Javascript per vederlo www.giovanicomunisti.net. Tratto dal sito www.centroimpastato.it per tutti gli approfondimenti sul caso. Su www.antimafiaduemila.com sezione arretrati n. Aprile 2002 lo speciale su Peppino Impastato. DICHIARAZIONI IANNO’: RICOSTRUITI GLI ANNI 1987-1992 16 aprile 2003 Reggio Calabria. Il pentito Paolo Iannò nel corso delle dichiarazioni rese al pm Francesco Mollace, ha ricostruito in pagine e pagine di verbali le alleanze che sul finire degli anni ’60 hanno cementato le cosche calabresi protraendosi fino alla seconda guerra di mafia. Iannò ha delineato le vicende che hanno insanguinato con una violenza brutale le strade di Reggio tra il 1987 e il 1992, quando il gruppo De Stefano-Tegano contendeva il potere al cartello Condello-Imerti-Serraino-Rosmini, di cui faceva parte Iannò stesso. Le cosche reggine, decimate dagli scontri continui e cruenti, avevano stretto legami con le ‘ndrine delle altre province calabresi: i “destefaniani” si indirizzarono su Lamezia e Cirò, i “condelliani” verso Cosenza. Iannò si è soffermato in particolar modo sull’omicidio di un suo carissimo amico, Francesco Marcianò, 41 anni, di Cannitello, detto “U Monacu” e di Antonio Idone, 37 anni, di Villa San Giovanni. I Marcianò erano ritenuti fedelissimi di uno dei capi dei condelliani, Nino Imerti. Idone e Marcianò furono uccisi il 7 settembre 1988 sulla Salerno-Reggio Calabria, mentre erano nell’area di servizio tra gli svincoli di Sant’Onofrio e Pizzo. I due stavano recandosi a stringere un’alleanza con il clan di Franco Pino. Quest’omicidio fu l’immediata risposta alla morte di “don” Ciccio Chirico, 55 anni, “consigliori” dei De Stefano, assassinato il giorno prima. Tuttavia il duplice delitto Marcianò-Idone sollevò un interrogativo tra i condelliani: chi conosceva lo scopo del loro viaggio? Qualcuno aveva avvertito la cosca avversaria. Di questo delitto sono stati accusati nel processo “Olimpia 1” i fratelli Carmine e Giuseppe De Stefano, figli del defunto boss di Archi, ma sono sempre stati assolti in tutti i gradi di giudizio. Monica Centofante SCARCERATO SALVATORE D’ANNA 16 aprile 2003 Palermo. Dopo una condanna in primo grado a 3 anni e 8 mesi con rito abbreviato Salvatore D’Anna, detto “Salvatorino”, è stato assolto ieri dalla Corte D’Appello, presieduta da Salvatore Scaduti, dall’accusa di essere il capo della cosca di Terrasini e quindi uno degli uomini più vicini a Provenzano. L’imputazione era scaturita dall’esame di alcune conversazioni intercettate dalle forze dell’ordine tra due presunti mafiosi di Carini: Giuseppe Leone e Antonio Giannusa che avrebbero pronunciato in più di un’occasione il nome “Salvatore”, “Salvatorino” e sovente anche il cognome. A carico di Salvatore D’Anna vi era anche un incontro che questi avrebbe avuto con Giannusa e Giuseppe Palazzolo. I dialoghi tra Leone e Giannusa ricoprono rilevanza particolare, poiché nel 1999 i due hanno parlato di un agguato ad un uomo che doveva essere rapito e poi fatto sparire. Un anno e mezzo dopo scompare Giuseppe Di Maggio, figlio del boss di Cinisi Procoprio, rivale dei D’Anna, con gli stessi metodi descritti precedentemente da Giannusa e Leone. I legali di Salvatore D’Anna sono riusciti in aula a dimostrare che in tutta Terrasini e nei dintorni il nome del loro assistito è alquanto diffuso ed è quindi impossibile stabilire con certezza che Giannusa e Leone abbiano fatto riferimento proprio a lui. Il pg, Rosalia Cammà, ricorrerà in Cassazione. Dora Quaranta OMICIDIO PIAZZA: ERGASTOLI CONFERMATI 16 aprile 2003 Palermo. Confermati gli ergastoli inflitti in primo grado per l’omicidio di Emanuele Piazza. La Corte di Assise d’Appello, presieduta da Innocenzo La Mantia, ha riconfermato i 3 ergastoli per i boss mafiosi Salvatore Biondino, Antonio Troia e Giovanni Battaglia. Condannati inoltre a 30 anni di reclusione Antonino Erasmo Troia, Simone Scalici, Salvatore Biondo “il lungo” di 47 anni e Salvatore Biondo “il corto”di 46 anni. Diverso il verdetto per Salvatore Graziano, assolto in primo grado e condannato ora a trent’anni di carcere. L’omicidio di Emanuele Piazza, ex agente di polizia, eseguito e ordinato dalla famiglia mafiosa di San Lorenzo, sarebbe stato legato all’attività che svolgeva sotto copertura per i servizi segreti. <<E’ stata fatta giustizia giuridica. La sentenza di Appello è un importante tassello verso l’accertamento definitivo processuale della verità>> ha detto Andrea Piazza, fratello di Emanuele e avvocato di parte civile al processo con il padre Giustino. Anna Petrozzi GIORNALISTI E POLITICI ASCOLTATI COME TESTIMONI DIFESA DELL’UTRI 15 aprile 2003 Roma. La seconda sezione penale del Tribunale di Palermo, impegnata nel processo contro Marcello Dell’Utri, imputato di associazione mafiosa, si è trasferita ieri a Roma, Piazzale Clodio, per ascoltare i testimoni della difesa: Gianni Letta, Maurizio Costanzo, Giuliano Ferrara, Marco Pannella, Enrico Mentana, Alfredo Biondi. Oggetto delle domande del pubblico ministero Antonio Ingroia: la data di nascita di Forza Italia e l’esistenza o meno di possibili pressioni per attenuare l’impegno sul fronte antimafia. In merito a quest’ultimo punto tutti i testimoni ascoltati hanno espresso piena autonomia di decisione nelle loro azioni senza aver mai ricevuto nessun tipo di pressione né da Berlusconi né da Dell’Utri. Per quanto riguarda il primo quesito il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Gianni Letta, all’epoca direttore del “Tempo” di Roma, ha ricordato che Berlusconi assunse la decisione di scendere nel campo della politica nel momento dell’entrata in vigore del maggioritario. Era il pranzo di Natale del ’93 quando, secondo Letta, Berlusconi comunicò la sua volontà. Letta espresse il suo dissenso, preoccupato per il conflitto d’interesse che si sarebbe creato. Anche Ferrara, Costanzo e Mentana non furono d’accordo, a differenza di Dell’Utri. Marco cappella LA LOGGIA RILANCIA L’IPOTESI MEDIOCREDITO 15 aprile 2003 Palermo. Nella sede dell’Assindustria di Palermo il ministro per gli Affari regionali Enrico La Loggia ribadisce la piena sintonia con il Presidente della Regione Totò Cuffaro sulla questione della creazione di un mediocredito capace di dare risposte concrete allo sviluppo dell’economia regionale. La Loggia si domanda il perché non si debba provare con Bankitalia e Abi <<a sperimentare in Sicilia una linea del credito particolare per attrarre investimenti>>, in quanto <<servono delle banche attente alle esigenze dello sviluppo dell’economia locale>>. Non mancano le stilettate nei confronti dell’IRFIS che <<ha fallito la sua missione di sostegno alle imprese>>, così come per <<il Banco di Sicilia che rappresenta un perno di un sistema creditizio di cui non possiamo essere contenti, ne possono esserlo gli imprenditori>>. Torna alla ribalta una competenza che la Regione ha utilizzato per molto tempo prima di metterla da parte: quella in materia di credito che già faceva parte dello Statuto e che la riforma del titolo quinto della Costituzione riporta in auge. Si delinea uno scenario in cui Cuffaro apre le porte a Banca Intesa e Compagnia delle Opere, mentre Banca Nuova e Assindustria firmano un accordo che sancisce l’impegno a concedere alle industrie siciliane forme di finanziamento innovative. Nel frattempo sul primo bando di applicazione del Pia (Pacchetto integrato agevolazioni) vengono presentati dalle regioni del centro sud 600 progetti, di cui 40 solo per la Sicilia. M.T. AGGIORNATO IL VOLTO DI PROVENZANO 14 aprile 2003 Palermo. E’ segretissimo il nuovo fototip di Bernardo Provenzano. A ricostruirlo il pentito Nino Giuffrè, interrogato più volte dalla Procura di Palermo e direttamente da Piero Grasso. Ora l’identikit è nelle mani delle squadre speciali della Mobile di Palermo e del Ros dei carabinieri. L’avvocato difensore di Provenzano, Salvatore Traina, commenta sorpreso la notizia: <<Mi sembra alquanto singolare che questo fototip di Provenzano esca fuori soltanto adesso>>. Giuffrè ha incontrato l’ultima volta il capo dei capi della mafia in un casolare di campagna nel gennaio 2002 pochi mesi prima di essere catturato. Di Provenzano ora si sa che ha capelli castano chiari, quasi rossicci, gote rosse, è poco stempiato, tarchiato, senza cicatrici visibili, è alto circa un metro e sessanta e non ha segni particolari di identificazione. Giuffrè ha smentito le voci di una sofferenza alla prostata e di un periodico uso della dialisi da parte del boss che alcuni anni fa portò ad un blitz in diversi ospedali pubblici e privati di Palermo e della provincia. Provenzano a 70 anni suonati guida ancora l’auto con patente intestata ad un prestanome e si muove solo per le strade della provincia. Il fototip è stato mostrato a Pino Lipari, la cui collaborazione è ritenuta inattendibile dalla Procura, il quale ha subito riconosciuto il suo vecchio capo. L’ultima volta in cui le forze dell’ordine hanno avuto il privilegio di vedere il volto di Provenzano risale al 9 maggio del 1963, quando fu convocato nella caserma dei carabinieri di Corleone per accertamenti. Le sue tracce si perdono il 18 settembre dello stesso anno dopo una denuncia per la strage in cui trovarono la morte Francesco Streva, Biagio Pomilla e Antonio Piraino. Lorenzo Baldo DENUNCIATO NICOLO’ D’ANNA 13 aprile 2003 Palermo. I carabinieri della compagnia di Carini e del nucleo operativo ecologico hanno sequestrato il terreno, un’area di 7000 mq, sito in contrada Ramaria, a ridosso delle cave del boss Girolamo D’Anna già sottoposte ad azione di sequestro. Il terreno attiguo era utilizzato come discarica abusiva dal nipote di Girolamo, Nicolò D’Anna, di 40 anni, titolare di un’impresa edile, che è stato denunciato. Non è ancora approdato a nulla il progetto di riempimento delle cave sequestrate per trasformarle in un parco urbano con annesso un anfiteatro. Quando la pubblicazione amministrazione langue la mafia è subito pronta a prendere l’iniziativa; i D’Anna erano intenzionati a riappropriarsi della cava come discarica di amianto. Monica Centofante ADAMO A PROPOSITO DI IANNO’ 12 aprile 2003 Reggio Calabria. In seguito alle dichiarazioni del pentito Paolo Iannò, Nicola Adamo, segretario regionale dei Ds, sostiene che l’attacco sferrato dalla mafia contro Italo Falcomatà e Marco Minniti era volto ad intimorire e delegittimare. La ‘ndrangheta era fermamente decisa a bloccare la “Primavera” di Reggio che, dice Adamo, <<con la guida di Falcomatà aveva fatto di questa città un simbolo, un avamposto di una vera e propria risoluzione per la legalità, la trasparenza e la lotta alla mafia>>. Ora bisogna andare fino in fondo affinché sia fatta giustizia e ricostruita la verità storica dei fatti. Dora Quaranta CASO CATANIA, ARCHIVIATE DAL GIP LE ACCUSE AL PROCURATORE BUSACCA 11 aprile 2003 Catania. Decreto di archiviazione nei confronti del Procuratore della Repubblica di Catania Mario Busacca, indagato per tentativo di abuso d’ufficio ed omissione d’ufficio. Il Gip di Messina Eugenia Grimaldi ha rilevato che la condotta del procuratore Busacca <<non sia sussumibile delle fattispecie contestate, ne sotto un profilo oggettivo, ne sotto un profilo soggettivo>>. Nel decreto il Gip fa esplicito riferimento ai Pm Ardita e Lombardo che <<non hanno denunciato comportamenti del loro procuratore diretti a coartare la loro volontà e le loro scelte processuali>>. Il “Caso Catania” diviene di dominio pubblico dopo un’audizione della Commissione Parlamentare Antimafia nella quale l’ex presidente del Tribunale dei Minorenni Giovanbattista Scidà affermò che <<ci sarebbe stato un gruppo di magistrati legati da fortissimo vincolo associativo che esercitava il proprio potere nell’incamerare notizie di reato e nel non approfondirle>>. A Scidà si unì il sostituto procuratore Nicolò Marino che mosse contestazioni a Busacca in merito alla <<gestione dei pentiti>> e all’inchiesta sul secondo lotto della costruzione dell’ospedale Garibaldi che vide la mancata iscrizione nel registro degli indagati dell’ing. Sciortino, cognato di un Pm della Procura di Catania. Nel frattempo la terza commissione del Csm ha accolto la richiesta del Pm Nicolò Marino di essere trasferito alla Procura distrettuale di Caltanissetta, in attesa della valutazione del Plenum. Maria Loi ALDO MADONIA ASSOLTO IN CASSAZIONE 11 Aprile 2003 Palermo. E’ stata confermata in Cassazione la sentenza di assoluzione di Aldo Madonia dall’accusa di traffico di droga. Le indagini furono avviate dall’inchiesta del <<Big John>>, il cargo che avrebbe scaricato sul litoraneo di Castellamare del Golfo circa 600 chili di cocaina. Ad indicare il Madonia come reo fu il collaboratore di giustizia italoamericano, Giuseppe Joe Cuffaro, il quale sostenne di aver presenziato ad una riunione di mafia tenuta proprio dal “dottorino”, così chiamato perché il Madonia è laureato ed è farmacista. L’imputato ha sempre asserito di aver mantenuto le distanze con la sua diretta famiglia fortemente implicata nella logica e nella pratica mafiosa. Infatti egli è figlio del boss di San Lorenzo Francesco e fratello di tre mafiosi condannati all’ergastolo: Antonino, Giuseppe e Salvatore. Ad aiutarlo ad avere la fedina pulita è stata la moglie Carla Cottone, che lo ha difeso sia nella vita privata, allontanandolo dagli <<affari>> della sua parentela, sia in quella pubblica, con le sue dichiarazioni sull’innocenza del marito rilasciate anche ad una trasmissione televisiva presentata da Maurizio Costanzo. La lunga vicenda giudiziaria del Madonia ha inizio con una condanna a venti anni per traffico di droga ribaltata nell’agosto del ’94 in secondo grado. Approdata in Cassazione la sentenza viene annullata con Rinvio. Il secondo processo d’Appello si chiude con una condanna a 17 anni, nuovamente annullata dalla Suprema Corte. Il 5 marzo del 2001 Madonia viene assolto, sentenza confermata oggi. Mariantonietta Morelli LA COMMISSIONE EUROPEA SUL FALSO IN BILANCIO 11 aprile 2003 Milano. Il servizio giuridico della Commissione Ue ha bocciato la legge varata dal governo Berlusconi sul falso in bilancio e dichiara: <<La nuova legge italiana sul falso in bilancio è in contrasto con le norme comunitarie e i giudici non possono applicarla>>. Il documento, che contiene la posizione dell’esecutivo di Bruxelles, è stata depositata nella cancelleria della Corte di Giustizia Ue del Lussemburgo dove è in corso una causa pregiudiziale innescata dall’ordinanza con cui il tribunale di Milano, su richiesta del pm Colombo, ha trasmesso gli atti del processo – stralcio Sme che vede il presidente del Consiglio imputato di falso in bilancio. <<Dopo tante speculazioni - dichiara l’ex capo della procura di Milano, Gerardo d’Ambrosio - arriva dall’Europa una lettura positiva alle nostre preoccupazioni per una legge che, in controtendenza con gli orientamenti di paesi “liberì”, quali gli Stati Uniti, riduceva un reato grave per la stabilità dell’economia nazionale a semplice contravvenzione>>. I giudici del Lussemburgo hanno riunito, oltre all’ordinanza emessa dai giudici Sme, anche quelle emesse dalla Corte di Appello di Lecce e dal Tribunale di Milano nel processo a carico di Marcello Dell’Utri. Quando avranno riunito tutte le memorie i giudici decideranno se la legge italiana che ha modificato l’articolo 2621 del codice penale è in contrasto con le norme e le direttive comunitarie. <<La Commissione avrebbe potuto invitare, ad esempio, il governo italiano a modificare la legge e a suggerire una sanzione. Al contrario ha preferito una posizione più netta>> ha precisato D’Ambrosio. MArco Cappella CASO LO FORTE E SCARPINATO 11 aprile 2003 Palermo. Nulla di fatto sulla questione Lo Forte – Scarpinato. Il Csm passa la parola al procuratore di Palermo Pietro Grasso che dovrà decidere il ruolo dei quattro aggiunti che lo affiancano nella Direzione del pool antimafia. Avendo superato gli otto anni fissati da una circolare del Csm come termine massimo di permanenza, e non essendoci una legge che fa riferimento al ruolo degli aggiunti, quello che non sarà possibile è l’inserimento stabile di Guido Lo Forte, Sergio Lari, Roberto Scarpinato e Annamaria Palma nella Dda come coordinatori. <<Nella pronuncia della commissione - dichiara Giuseppe Fici, consigliere del Csm - non c’è, alcun riferimento ai colleghi Lo Forte e Scarpinato. I componenti si limitano a chiedere l’intervento del procuratore sul ruolo degli aggiunti>>. Sul problema la commissione si è soffermata a lungo analizzando la normativa che applica il termine degli otto anni solo ai sostituti addetti al pool. <<Il potere di coordinamento non può essere frazionato né disgiunto dall’attività di direzione>> sottolineano a Palazzo dei Marescialli <<perché la delega deve <<essere integrale>>. Ma il procuratore Grasso secondo i membri del Csm ha la possibilità di adottare <<modelli organizzativi che consentano di avvalersi della collaborazione dei procuratori aggiunti, in conformità alla normativa primaria e secondaria, per far fronte alle esigenze di buon funzionamento dell’ufficio e alle necessità di un efficace contrasto alla criminalità organizzata di stampo mafioso>>. In conclusione Grasso può avvalersi della collaborazione dei procuratori aggiunti, ma non affidare a più di uno di loro il potere di coordinamento nella Dda. Lorenzo Baldo IL SI’ DELLA CAMERA ALL’IMMUNITA’ 10 aprile 2003 Roma. Approvato il testo che disciplina l’articolo 68 della Costituzione sull’immunità Parlamentare. Il sì della Camera al ddl sull’insindacabilità delle opinioni espresse dai parlamentari e sull’utilizzabilità dei tabulati telefonici e delle intercettazioni indirette (quelle autorizzate dal magistrato per un indagato non parlamentare, ma alle quali prende parte un deputato) si è concluso con 214 voti favorevoli, 81 astenuti e 6 contrari. Tra gli astenuti Ds, Margherita e Rifondazione che hanno visto nel testo i rischi di un <<ostentato privilegio>> nei confronti dei parlamentari Al Senato si preannuncia già guerra aperta perché è alta la tentazione all’interno di Forza Italia di inserire in questo provvedimento una norma che congeli i processi in corso a carico di parlamentari. Vedi il processo a carico di Cesare Previti e quello in cui è imputato il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi. La novità principale della legge approvata lo scorso 9 aprile è la insindacabilità di ogni attività critica e di denuncia politica di deputati e senatori connesse alla funzione parlamentare. Il testo approvato prevede inoltre che il magistrato debba chiedere l’autorizzazione alle Camere per l’utilizzazione dei tabulati e per le intercettazioni indirette. Ma non solo. Sempre in attesa della risposta delle Camere, il magistrato può sospendere il processo per 90 giorni, ed il Parlamento può eventualmente prorogarlo per altri 30. Giuseppe Fanfani della Margherita precisa: <<Nel caso in cui un indagato, che ha il telefono sotto controllo, parli con un deputato confessandogli di essere l’autore di un reato, se la Camera non autorizza l’utilizzo di quella conversazione, quell’ammissione di responsabilità non può essere utilizzata>>.<<E’ un regalo ai delinquenti>> dichiara Pierluigi Castagnetti della Margherita. Maria Loi ECOMAFIA NELLE MARCHE 10 aprile 2003 Ancona. Il 9 aprile scorso Ermete Realacci presidente nazionale di Legambiente ha presentato a Roma il rapporto Ecomafia 2003 su il ruolo della criminalità organizzata e l’illegalità ambientale, tra i presenti anche il ministro dell’Ambiente Altero Matteoli. Nel rapporto risulta che nel territorio marchigiano “esiste una situazione generale di crescente illegalità nel settore edilizio urbanistico”. Luigino Quarchioni, presidente di Legambiente Marche propone di rafforzare la rete di controlli fino a costituire un osservatorio marchigiano sulle illegalità. Ma.C. “RAPPORTO ECOMAFIA 2003” 10 aprile 2003 Roma. E’ stato presentato ieri a Roma da Legambiente il “Rapporto Ecomafia 2003” giunto all’ottava edizione. Presenti anche Pier Luigi Vigna, procuratore nazionale antimafia e Altero Mattioli, ministro dell’Ambiente. L’importante documento contiene una vasta mole di informazioni. Dati, numeri e cifre raccolti confermano gli enormi interessi rivolti all’ambiente da parte della criminalità organizzata. A 16,6 miliardi di euro, 16,5% in più rispetto allo scorso anno, ammonta il business complessivo delle ecomafie. 158 i clan coinvolti, 7 in più nei confronti del 2001. 19.453 le infrazioni rilevate in Italia (comprendenti l’abusivismo edilizio, le discariche abusive, il maltrattamento degli animali), 16.651 le persone denunciate, 4.479 i sequestri effettuati. 11,2 milioni di tonnellate i rifiuti tossici spariti nel nulla, 4.866 le discariche abusive. La Campania è la regione con il più alto numero di infrazioni rilevate nel 2002: 2.996, segue la Calabria con 2.852 infrazioni, la Sicilia con 1.895. Desta preoccupazione il dato relativo alle costruzioni abusive: 30.821 case non autorizzate sono state edificate nel 2002, con un aumento del 9%, per un valore pari a 2,1 miliardi di euro. Il 55% di tale abusivismo è concentrato in Campania, Sicilia, Puglia e Calabria, le 4 regioni a tradizionale presenza mafiosa. Secondo il presidente di Legambiente, Ermete Realacci, è bastato che il Governo avesse solo annunciato il terzo condono edilizio per verificarsi un’impennata nell’abusivismo delle costruzioni. In materia di appalti il Rapporto evidenzia un valore di 26.289,77 milioni di euro per i lavori pubblici per i quali è stato emesso il bando, 21% in più del 2001. Nelle 4 regioni in mano alla mafia gli appalti sono aumentati del 45,45%. Durante la conferenza stampa Pier Luigi Vigna ha sottolineato: <<Dopo la mafia dei tabacchi, quella delle armi, quella della tratta degli esseri umani, abbiamo la mafia che distorce le regole del mercato. Per questo è nato il Servizio pubblici appalti e nel giro di pochi mesi produrremo anche un “libro bianco” con le nostre idee in materia e con le nostre proposte per interventi legislativi e amministrativi>>. Dora Quaranta SCONTRI SU AGENDA 2000 9 aprile 2003 Palermo. Cuffaro è furibondo. Un emendamento toglie alla Regione la gestione dei fondi di Agenda 2000, oltre 18 mila miliardi che l’Europa ha disposto da oggi fino al 2006 per lo sviluppo della Sicilia. La proposta sostenuta è del vicepresidente dell’Ars Salvo Fleres di Forza Italia, che ha proposto e ha fatto approvare un emendamento che di fatto espropria il governo regionale della gestione senza controlli dei fondi di Agenda 2000. <<E’ una norma, aveva detto Cuffaro subito dopo l’approvazione attaccando il vice-presidente dell’Ars Fleres, fuori da ogni logica del buon senso e fuori dai canoni di costituzionalità. Un emendamento che era stato già bocciato in commissione Bilancio e che Fleres ha ripresentato, fatto approvare in tre secondi nella disattenzione generale, senza fare capire al governo cosa stesse succedendo. E se questa azione è stata compiuta da un esponente della maggioranza, allora vuol dire che c’è un problema politico che dobbiamo risolvere>>. Mariantonietta Morelli GIUSEPPE RIINA RINVIATO A GIUDIZIO 9 aprile 2003 Palermo. Rinviato a giudizio per associazione mafiosa Giuseppe Riina. La richiesta è del pm della Dda Maurizio De Lucia, pubblica accusa all’udienza preliminare a carico del terzogenito del boss corleonese. Il rinvio è stato emesso anche nei confronti di Antonino Bruno, Giancarlo Virga, Iliano Baiamonte, Giuseppe Diesi e Stefano Greco. Secondo i magistrati, Giuseppe Riina avrebbe guidato un gruppo di affiliati alla cosca corleonese e utilizzato alcuni imprenditori come prestanome per accaparrarsi appalti pubblici nel settore delle infrastrutture portuali. Dalle intercettazioni telefoniche, inoltre, gli investigatori avrebbero accertato che la famiglia corleonese avrebbe reinvestito rilevanti capacità economiche in attività lecite come un ristorante e una società che opera nel settore degli appalti Marco Cappella LANCIAMISSILI E BOMBE DALLA CAMORRA ALL’ETA IN CAMBIO DI DROGA 8 aprile 2003 Madrid. E’ ad una svolta l’inchiesta sul patto scellerato stretto tra la Camorra e l’Eta, rivelato dal pentito Raffaele Spinello. Questi lo scorso settembre aveva spiegato ai magistrati della Dda di Napoli che la mafia riforniva i terroristi baschi di armi in cambio di cocaina e hascisc. Ogni settimana due ragazze spagnole portavano la droga al clan Genovese di Avellino e a varie famiglie di Torre Annunziata: i Tamarisco, i Vangone, i Fransuà, i Valentini. Una donna poi, come rappresentante del gruppo, raccoglieva il denaro dalle diverse famiglie e prendeva nota degli ordinativi. <<Queste persone – aveva dichiarato il pentito – avevano bisogno di armi, perché le preferivano, ribassando il prezzo della cocaina, rispetto al denaro. Non mitra come i kalashnikov, che dicevano di avere già, ma armi grandi, lanciamissili, esplosivi, ecc.>> In una rogatoria condotta il 27 marzo scorso a Roma Spinello ha riconosciuto in fotografia Josè Miguel Arrieta Llopis, detto “Kocteles”, feroce assassino attualmente in carcere e Gracia Morcillo Torres, che nel ‘99 in un ristorante milanese condussero la trattativa con Felice Bonetti, boss del clan Genovese. Le armi, provenienti dal Pakistan e dall’Uzbekistan, la Camorra le riceveva da un ufficiale della Repubblica Ceca, nome in codice “Patriarca”. Quanto alla provenienza della droga il giornale madrileno La Razon rivela che <<l’Eta dispone a Cuba di una invidiabile base logistica, grazie alla protezione del regime comunista di Castro>>. Pensare che l’Eta ufficialmente ha sempre sostenuto di lottare contro i “mercanti di morte” del narcotraffico. Mariantonietta Morelli PROCESSO ANDREOTTI 5 aprile 2003 Palermo. Prosegue davanti alla prima sezione penale della Corte d’Appello di Palermo la requisitoria della pubblica accusa che vede il senatore a vita Giulio Andreotti imputato di associazione mafiosa. Lo scorso 4 aprile sono state depositate le memorie. Una, di 1272 pagine, divisa in tre faldoni, è firmata dagli avvocati della difesa Franco Coppi, Gioacchino Sbacchi e Giulia Buongiorno; la seconda, di 800 pagine, - in due volumi - è dei procuratori generali Daniela Giglio e Anna Maria Leone. La terza, un centinaio di pagine, è della parte civile del Comune di Palermo rappresentata dall’avvocato Salvatore Modica. Gli argomenti scelti dalla difesa sottolineano come <<di volta in volta i fatti indicati dall’accusa come prove della partecipazione non sono mai accaduti; le propalazioni accusatorie sono rimaste prive di qualsiasi riscontro; le asserzioni provenienti dai vari collaboranti sono frutto di congetture personali quando addirittura non sono pure invenzioni e falsità>>. I legali del senatore avrebbero <<dimostrato la insussistenza di qualsiasi fatto specifico e concreto che possa fornire prova della partecipazione di Andreotti a Cosa Nostra>>. Anzi, in relazione alla “disponibilità” di Andreotti si sostiene che <<è stata sempre una condotta di contrasto agli interessi e alle aspettative di Cosa Nostra. Non si è trattato certamente di una politica del “doppio gioco o del doppio binario” dal momento che il processo ha raccolto solo prove di interventi del senatore Andreotti contrari a Cosa Nostra e non ha potuto porre sull’altro piatto della bilancia interventi in favore dell’organizzazione criminale>>. E’ stato negato anche il “bacio” di Riina ed è stata demolita la credibilità di tutti i collaboratori fatta eccezione per Pino Lipari. Non è della stessa opinione la pubblica accusa che ha definito la collaborazione dell’ex geometra dell’Anas, braccio destro del capo di Cosa Nostra Bernardo Provenzano, <<apparente, inutile e fuorviante>>. I magistrati hanno contestato a Lipari anche di avere riferito ai familiari – violando quindi la legge sui pentiti – i contenuti degli interrogatori resi ed una <<intrinseca inattendibilità ed il tentativo di minare l’impianto accusatorio di una serie di processi in corso>>. In rappresentanza del Comune di Palermo l’avvocato Modica ha concordato con la Procura Generale sulla <<inattendibilità>> di Pino Lipari. Mentre, sempre per l’accusa, Nino Giuffré <<pur non fornendo un contributo determinante in termini di novità conferma tuttavia l’impianto accusatorio>>. Monica Centofante PELLEGRINO LASCIA L’ASSESSORATO 6 aprile 2003 Palermo. Torna a far parlare di sé l’assessore regionale Bartolo Pellegrino, autosospeso dopo l’iscrizione nel registro degli indagati per una inchiesta di mafia. Pellegrino aveva annunciato che <<per il bene della coalizione>> avrebbe lasciato la carica. E così ha fatto. Lo scorso 16 aprile a Palazzo D’Orleans ha formalizzato le sue dimissioni davanti al Presidente della Regione, Totò Cuffaro, accompagnato dal suo sostituto: l’ingegnere Mario Parlavecchio, suo capo di gabinetto. <<Ci siamo conosciuti quando si è insediato in assessorato, nel 2001. Poi, lo scorso anno, - ha dichiarato Parlavecchio - mi ha chiamato a guidare il suo ufficio di gabinetto. Era l’11 novembre, e il 20 dicembre si è autosospeso>>. Facendo riferimento al termine dell’incontro con Cuffaro, Pellegrino ha spiegato: <<Ho consegnato la mia lettera di dimissioni a Parlavecchio e me ne sono andato augurando al governatore e al neo assessore di poter compiere insieme un proficuo lavoro>>. <<Il caso della discordia non c’è più>> ha dichiarato l’ex assessore, che ha così concluso: <<Ho scelto di occuparmi solo di politica e progetto Nuova Sicilia. Non intendo creare né alimentare polemiche che nuocerebbero alla colazione>>. Lorenzo Baldo IN RICORDO DI PEPPINO IMPASTATO 5 Aprile 2003 Cinisi. Radio Aut rivive. La mitica stazione radiofonica da cui trasmetteva Peppino Impastato è stata riaperta lo scorso 5 aprile. L’inaugurazione si è svolta in casa di Impastato a Cinisi, grazie al fratello, Giovanni Impastato, a Salvo Vitale, Elio Teresi e agli esponenti dell’Associazione Radio Aut. Venticinque anni fa, la mattina del 9 maggio 1978, il corpo di Impastato fu trovato dilaniato dal tritolo sui binari della linea Palermo-Trapani. La sua tragica morte trova spiegazione nella forte azione di contrasto al potere mafioso intrapresa da Peppino che lo sbeffeggiava tramite un mezzo ideale: la radio. Ogni giorno, da una stanza al primo piano lungo il corso principale di Cinisi conduceva “Onda pazza”, la trasmissione di punta di Radio Aut. Da quei microfoni Peppino con coraggio lanciava denunce, sfidava con attacchi diretti la mafia parlando degli interessi illeciti di Cosa Nostra, in particolare dei boss mafiosi locali tra i quali “Tano Badalamenti”, capo di Cinisi che nelle sue trasmissioni irriverenti diventava “Tano Seduto”. Peppino trattava temi sociali: traffici di droga, speculazioni edilizie, aggressione selvaggia della costa, costruzione dell’aeroporto di Punta Raisi, cronache del consiglio comunale. La gente locale, all’epoca, quando incontrava in piazza gli speaker di Radio Aut, non osava incrociarli neanche con lo sguardo, ignorandoli. Ma nella intimità delle loro case le radioline erano accese e seguivano attentamente un po’ per curiosità e un po’ per interesse ciò che commentava Impastato. Attorno a Radio Aut, insieme con Peppino, collaboravano giornalisti improvvisati, speakers, tecnici, elettricisti, in un clima armonioso di brio e di impegno civile, avvolti anche da un alone di incoscienza. La pericolosità della mafia si è rivelata improvvisamente con l’omicidio di Peppino: un nemico invisibile, che osteggiato da personaggi scomodi ha dimostrato la sua tragica presenza. A Cinisi il 9-10-11 maggio sarà ricordato l’anniversario dell’uccisione del giovane Peppino Impastato, militante di Democrazia Proletaria, con forum, spettacoli teatrali e musicali, e una fiaccolata. Morelli Mariantonietta EMERGENZA DISCARICHE ABUSIVE NASCE IL “POOL AMBIENTE” A PALERMO 4 aprile 2003 Palermo. Pietro Grasso, procuratore capo di Palermo e l’aggiunto Giuseppe Pignatone, coordinatore del settore criminalità economica, hanno istituito un “pool ambiente” per fronteggiare l’allarme del traffico illecito dei rifiuti, vero business nelle mani della mafia. Vi prendono parte anche i sostituti Gianfranco Scarfò e Geri Ferrara. Nell’ultimo anno sono state sequestrate fra Palermo e provincia 30 discariche abusive che rischiano di tramutarsi in altrettante bombe ecologiche se non si provvede ad una loro immediata bonifica. Per questo il Palazzo di Giustizia di Palermo ha inviato l’ennesima lettera ai Comuni, all’assessorato regionale Territorio e Ambiente, al Commissario per l’emergenza rifiuti, ai proprietari dei suoli. Una grande discarica di amianto, gas e particolari oli, vasta 54.000 mq, comprendente 13 capannoni, giace proprio nel cuore di Palermo, in via Cavalcante, sede dell’ex Icem di Roberto Parisi. In tutta l’isola le discariche che richiedono urgenti opere di bonifica sono complessivamente 1.000. L’ultima area in ordine di tempo sottoposta a sequestro è situata all’interno dello scalo ferroviario di Brancaccio. Dora Quaranta OPERAZIONE WHITE SHIRT 4 aprile 2003 Fermo. Il 2 aprile scorso i carabinieri di Montegranaro hanno stroncato un grosso traffico di sostanze stupefacenti e sono state fermate sedici persone accusate di spaccio. L’operazione denominata “White Shirt” è stata il risultato di un’indagine iniziata nel dicembre 2002, che ha permesso di smascherare una vera e propria organizzazione criminale dedita al traffico di stupefacenti nel Fermano. Tra gli arrestati un tunisino B.S. (27 anni) un fermano B.F. (36 anni) e una coppia di Montegranaro M.D. (30 anni) G.L. (39 anni). Secondo gli investigatori i primi due sarebbero stati “la mente” della banda. I carabinieri di Montegranaro, in collaborazione con il nucleo operativo di Fermo con l’ausilio di apparecchiature sofisticate sono riusciti a ricostruire l’itinerario della droga. Il capitano del comando dei carabinieri di Fermo Patrizio La Spada ha spiegato che << la banda si riforniva a Milano e Pescara e la droga veniva trasportata nel Fermano dai corrieri di turno, che effettuavano viaggi in treno e in auto. Una volta giunta nelle mani dell’organizzazione, veniva tagliata e introdotta nel mercato locale in modo capillare. Stiamo parlando di un grosso giro (di parla di diversi chili) di cocaina ed eroina che fruttava molti soldi ai due capi della Banda>>. Gli investigatori hanno stimato un incasso mensile di 40mila euro circa per uno spaccio medio di due chili tra eroina e cocaina Marco Cappella E’ SCONTRO NEL GOVERNO SULLA SUPERPROCURA UE 4 aprile 2003 Roma. L’art. 20 contenuto nella bozza della Costituzione UE proposta dal presidente della Convenzione di Bruxelles, Valery Giscard d’Estaing, divide il governo italiano. L’articolo prevede l’istituzione della Superprocura europea come organismo “competente per individuare, perseguire e trarre in giudizio gli autori e i complici di gravi reati con ripercussioni in più Stati membri e di reati che ledono gli interessi finanziari dell’Unione ed esercita l’azione penale per tali reati dinanzi alle giurisdizioni competenti degli Stati membri>>. Sabato 29 marzo, durante una riunione dei ministri UE della Giustizia, Roberto Castelli ha espresso un deciso “no” alla Superprocura, denunciando un <<piano preciso delle toghe rosse europee>> che punta a <<strumentalizzare e ad appropriarsi di questi strumenti per portare avanti un disegno profondamente antidemocratico>>. Per Castelli c’è il rischio che si crei un superstato molto accentratore che tolga sovranità agli Stati europei. Dello stesso parere anche i membri italiani della Convenzione appartenenti al centro-destra, gli eurodeputati di Fi, An e Lega. A sorpresa invece Gianfranco Fini si è dimostrato favorevole e da Bruxelles ha fatto sapere: <<La mia posizione è quella del governo. In ogni caso questa decisione è una delle pochissime che dovranno essere prese con il voto unanime dei governi>>. Castelli ha invitato Fini a riconsiderare le sue parole dato che assumere una posizione non decisa su un tema così delicato può essere pericoloso e causare problemi futuri. Per Antonio Di Pietro ed Elena Paciotti, ex presidente dell’Associazione nazionale magistrati, la Superprocura è <<un’opportunità storica>>, uno <<strumento che ostacolerà i disonesti di ogni stagione>>. Il Parlamento europeo intanto a stragrande maggioranza ne ha approvato l’istituzione. Giovedì prossimo la Convenzione riaffronterà il problema. Dora Quaranta LA MAFIA SI E’ NASCOSTA, LO STATO INDIETREGGIA 3 Aprile 2003 Trapani. In occasione dell’anniversario della strage di Pizzolungo va segnalato il monito del sostituto procuratore di Palermo Massimo Russo, presidente della sezione distrettuale dell’associazione nazionale magistrati, insieme al procuratore aggiunto di Trapani Teresa Principato. Un’amara constatazione quella dei due magistrati che partendo dall’efferatezza dell’attentato al giudice Carlo Palermo, costato la vita ad una giovane madre ed ai suoi due figli, ripercorrono la lunga scia di morti, fino alle stragi del 1992. Falcone, Borsellino, il tritolo, la rabbia, l’indignazione generale, gli strumenti legislativi grazie ai quali oggi è anche possibile celebrare il processo per la strage di Pizzolungo. Poi le condanne a Totò Riina, a Vincenzo Virga, esecutori e fiancheggiatori. Con l’interrogativo che accompagna sempre le stragi: perché? Chi le voleva? Nessuna risposta, solo l’oblio della gente e delle istituzioni. Teresa Principato è lapidaria <<Oggi facciamo i passi indietro, la mafia si è nascosta, lo Stato indietreggia, si ripropongono quegli scenari che 20 anni addietro furono segnati da delitti e stragi>>. Massimo Russo chiede che la mafia non venga rinnegata solo nei giorni delle ricorrenze soprattutto ora che <<ci sono riforme in atto che rischiano di agevolare la mafia, svuotando di contenuti il processo penale… come se a priori si voglia impedire l’accertamento di questa verità in maniera seria e fondata, tutto a causa di quello che Paolo Borsellino chiamava “garantismo di ritorno”>>. Lorenzo Baldo L’AUTODIFESA DI PALAZZOLO 3 aprile 2003 Palermo. Non possono essere utilizzate le intercettazioni nei confronti del boss Vito Roberto Palazzolo, latitante in Sudafrica, processato a Palermo per associazione mafiosa. La terza sezione penale del Tribunale di Palermo presieduta da Donatella Puleo ha accettato la richiesta dei suoi legali, Gianfranco Viola e Dario D’Agostino, che avevano presentato l’istanza della mancata rogatoria internazionale di autorizzazione delle intercettazioni. Secondo i pm dell’accusa, Gaetano Paci e Domenico Gozzo, nelle intercettazioni telefoniche avvenute nel 1996 tra Palazzolo e la sorella Maria Rosaria vi sarebbe stata la prova che il boss avrebbe accolto in casa sua, in Sudafrica, due latitanti di Partinico: Giuseppe Gelardi e Giovanni Bonomo e che vi erano riferimenti ad esponenti del centrodestra candidati nel collegio di Partitico che dimostrerebbero l’interesse dell’imputato per la situazione politica generale . Palazzolo ha ottenuto anche un altro successo giudiziario. Il tribunale Federale di Città del Capo lo ha assolto dall’accusa di ingresso illecito in Sudafrica con il falso nome di Vito von Palace Kolbatschenko. Condannato in appello a 5 anni e 6 mesi dai giudici svizzeri nell’ambito di una maxi inchiesta sul traffico di stupefacenti, secondo l’accusa avrebbe riciclato 5 miliari di narcodollari. Nel dicembre 1986 Palazzolo riuscì a fuggire dalla Svizzera in seguito ad un permesso della direzione del carcere. Nel 1988 venne arrestato in Sudafrica e poi estradato in Svizzera. Oggi Vito Roberto Palazzolo vive in Sudafrica. La magistratura italiana avrebbe presentato più volte, nei suoi confronti, la richiesta di estradizione ma il governo sudafricano l’avrebbe rigettata perché nel Paese non esiste il reato di associazione mafiosa. Marco Cappella CASO CONTRADA: MOTIVAZIONI DELLA SENTENZA 3 aprile 2003 Roma. <<Non voglio entrare nel merito della valutazione di questa sentenza della Cassazione sul piano giuridico perché ci penseranno i miei avvocati. Non compete a me ma rilevo che i giudici della seconda sezione penale sono entrati nel merito della questione e non si sono limitati a un giudizio di legittimità, cosa che non è di loro competenza>>. È stato il commento di Bruno Contrada alle motivazioni della sentenza d’appello che il 12 dicembre scorso ha assolto l’ex esponente del Sisde dall’accusa di concorso in associazione mafiosa. <<Comunque a parte ogni considerazione di carattere giuridico ritengo che le sottili ed elaborate disquisizioni giuridiche siano in contrasto con il valore fondamentale della vita di un uomo – ha aggiunto Contrada –. Se la sentenza di assoluzione della corte di appello è carente in qualcosa lo è per la mancanza di esposizione e valorizzazione della mia attività di 30 anni contro la mafia che per intensità e impegno è stata nettamente superiore a quella di ogni altro funzionario di polizia che ha operato a Palermo>>. Nelle 327 pagine della motivazione i giudici della Suprema Corte hanno parlano di una sentenza in cui la Corte di Appello di Palermo ha formulato <<congetture neppure in astratto dotate di una base razionale>> e per aver operato un <<sistematico e pregiudiziale svilimento di qualsiasi elemento che potesse ritenersi a carico dell’imputato>>. In sostanza, i giudici chiedono un altro giudizio di secondo grado poiché la sentenza è <<illogica e contraddittoria>>. La Cassazione ha ritenuto, in particolare, che i giudici che hanno assolto Contrada dall’accusa di avere dato informazioni utili ad alcuni boss mafiosi non abbiano tenuto nella giusta considerazione le dichiarazioni rese dai collaboratori di giustizia Gaspare Mutolo, Marino Mannoia, Salvatore Cancemi, Tommaso Buscetta, Rosario Spatola e lo stesso Siino. Da rivalutare secondo la Suprema Corte anche l’accusa a carico di Contrada di aver favoritola fuga di John Gambino. E da rivedere anche il rapporto del 7 agosto 1979 nel quale Contrada escludeva <<con affermazioni assolutamente categorica>> che vi fosse un incontro tra il capo della Squadra Mobile di Palermo, Boris Giuliano, e l’avvocato Carlo Ambrosoli. Inoltre per la Cassazione è grave che non sia stata presa in considerazione una testimonianza di Carla Del Ponte e della vedova di Boris Giuliano. Anna Petrozzi OMICIDIO CAMPAGNA: SI RIAPRE IL PROCESSO 2 aprile 2003 Palermo. E’ ricominciato il processo per l’uccisione di Graziella Campagna, la stiratrice di diciassette anni di Saponara sequestrata e poi uccisa la sera del 12 dicembre 1985 sui colli Sarrizzo. Graziella si era ritrovata tra le mani un’agendina “compromettente” dimenticata nella tasca di una giacca lasciata in lavanderia dai latitanti palermitani Gerlando Alberti junior e Giovanni Sutera. Si parla già delle prime novità: ovvero, due verbali con le nuove dichiarazioni di ex pentiti Giovanni Leo e Santi Timpani. Il primo è stato prodotto dal pm Rosa Raffa e il secondo dal difensore di parte civile Fabio Repici. Durante l’udienza del 1° aprile scorso sono state fissate le date per la deposizione dei testimoni. Fissate nel 22 giugno per il pentito catanese Calogero La Piana, Nino Sfameni, il vicequestore della Dia Aldo Fusco e il maggiore dei Ros Giovanni Iacono. Mentre per il 10 giugno è prevista l’udienza in cui verrà sentito Angelo Siino ed altri pentiti. Il processo è ripreso dopo che la Corte Costituzionale ai primi di febbraio aveva rispedito alla Corte di Assise di Messina tutti gli atti sul processo respingendo le modalità d’interrogatorio dei testimoni. Mara Testasecca ALLARME MAFIA NEL LAZIO 2 aprile 2003 Roma. <<Da vent’anni continuo a dire che il fenomeno mafia nel Lazio è sottovalutato. Gli attentati dell’ultimo periodo hanno sicuramente un certo rilievo ma sono poca cosa rispetto a quello che accade nel territorio>>. A lanciare l’allarme è Luigi De Fichy, sostituto Procuratore della Direzione Nazionale Antimafia, per 15 anni alla procura di Roma. <<Nel sud del Lazio da almeno 15 anni ci sono insediamenti criminali dello stesso livello di quelli campani. Il controllo del territorio è totale. A Nettuno, Anzio e Ostia la criminalità è di altissimo livello. Il traffico di stupefacenti viene gestito da gente che ha contatti in tutto il mondo. Criminali con un’esperienza notevole. Nel territorio romano le cosche hanno i propri referenti, ma ci sono anche veri e propri insediamenti della ‘Ndrangheta, della Camorra e della mafia>>. Per non parlare poi della Capitale. Qui la criminalità locale si è alleata con la criminalità siciliana, calabrese per concludere affari. Allarme anche per le mafie straniere, da quella nigeriana, a quella albanese e cinese che sono riuscite a controllare le attività economiche attraverso estorsioni e sequestri di persona. Mentre la mafia russa, in particolare, ricicla nel nostro paese soldi guadagnati illecitamente all’estero. A fare un’analisi non molto ottimistica della situazione del Lazio è anche il procuratore della Repubblica di Roma Salvatore Vecchione che ha inviato alla Commissione Antimafia una relazione di 12 pagine. <<Il territorio del distretto per la posizione geografica favorevole e per le elevate condizioni economiche, costituisce un’importante base per lo sviluppo di traffici illeciti sia di carattere nazionale che internazionale>> esordisce il pm nel documento. <<In tale quadro appare tutt’ora valida la convinzione secondo la quale la criminalità organizzata locale, che ha gestito nella capitale i più importanti settori dell’illecito anche attraverso intese con organizzazioni meridionali mafiose e che era costituita principalmente dalla “banda della Magliana”, è ora riconducibile all’organizzazione denominata ‘banda della Marranella’, colpita da numerosi provvedimenti restrittivi ma tuttora operante>>. Il pericolo secondo Vecchione è che <<continuano ad operare propaggini della criminalità mafiosa siciliana, calabrese e campana che con la malavita locale stringono rapporti di alleanza per la conduzione di singoli affari. La criminalità siciliana è presente con piccoli gruppi familiari, proiezioni con una certa autonomia dei clan di appartenenza, tra cui si segnalano in particolare le famiglie di Porta Nuova di Palermo, Santapaola e Cursoti di Catania, Cuntrera e Caruana di Agrigento. La criminalità calabrese, che appare in espansione, si segnala per la presenza in particolare nella capitale e nel territorio sud pontino: è attiva specialmente nel traffico internazionale di sostanze stupefacenti La contiguità territoriale, d’altro canto, agevola la presenza sul litorale romano e nelle province di latina e Frosinone della criminalità campana, che opera nel campo delle estorsioni, del traffico e dello spaccio di stupefacenti e nel riciclaggio, effettuato su notevole scala mediante l’acquisizione di beni mobili, immobili e società. Il contatto con tali organizzazioni - si legge ancora nel documento - ha determinato inoltre un’evoluzione dei gruppi criminali locali, che hanno mutuato da quelli campani modi organizzativi e comportamentali. Sono in atto indagini relative a infiltrazioni della Camorra nella attività commerciali e imprenditoriali delle province di Frosinone e Latina>>. Senza tralasciare infine il riciclaggio, <<Un fenomeno che si verifica in modo sempre più massiccio a Roma e nelle province limitrofe>> che <<avviene tramite società, anche con sede all’estero, mentre nell’area pontina e in quella del litorale si assiste all’acquisizione, attraverso prestanome, di attività commerciali a che vengano vendute e ricomprate con fini evidenti di ripulitura>> e l’usura un settore di interesse soprattutto nell’hinterland. Maria Loi SI COSTITUISCONO CAPIZZI E BADAGLIACCA 31 marzo 2003 Palermo. Ancora oscuri i motivi che hanno spinto Antonino Capizzi e Pietro Badagliacca a costituirsi. Capizzi, latitante, figlio del capomafia Benedetto Capizzi, era ricercato dallo scorso dicembre. Sfuggito all’arresto nell’ambito dell’operazione “Ghiaccio”, Capizzi è indicato come un affiliato alla cosca mafiosa di Villagrazia. Secondo gli inquirenti avrebbe gestito per Cosa Nostra diversi lavori economici, fra i quali la fornitura di materiali per alcuni lavori pubblici a Palermo. Anche Pietro Badagliacca, capomafia della cosca ‘Rocca Mezzo reale’, come Capizzi, era riuscito a sfuggire all’operazione “Ghiaccio” che si concluse con l’arresto di una decina di persone. Secondo il collaboratore di giustizia Nino Giuffrè Capizzi e un altro latitante, Salvatore Filaccia, considerato molto pericoloso, sarebbero stati in grado di procurarsi armi. A loro si sarebbe rivolto per avere i mitragliatori; un Fal e un Kalashnikov, che sarebbero dovuti essere utilizzati per uccidere l’ex presidente della Commissione Antimafia, Beppe Lumia. <<La scelta di costituirsi potrebbe rientrare in una strategia difensiva - ha commentato Lumia, -. Oppure potrebbero essersi consegnati per tirarsi fuori da qualcosa di cui sanno e nel quale non vogliono rischiare di essere coinvolti>>. Mara Testasecca SULLE TRACCE DI PROVENZANO 28 marzo 2003 Messina. Il Ris (Reparto Investigazioni Scientifiche) sta svolgendo in questi giorni un lavoro molto delicato. Con estrema meticolosità sta passando al setaccio l’auto e l’abitazione palermitana di Giovanni La Barbera in via Pitrè, in cui ha trovato ospitalità il boss Salvatore Rinella, finito in manette il 6 marzo scorso, alla ricerca di impronte digitali e prove decisive che conducano fino a Bernardo Provenzano. Secondo le forze dell’ordine, infatti, nella casa di La Barbera avevano luogo riunioni “strategiche” di Cosa Nostra con la partecipazione di uomini vicini a Giuffré e Giuseppe Balsamo; non è da escludere poi che lo stesso Provenzano vi abbia messo piede o comunque suoi emissari di fiducia. All’attenzione del Ris vi sono alcuni reperti rinvenuti in via Pitrè: una pistola, numerosi “pizzini”, cioè fogliettini con messaggi in codice, un cellulare (caso davvero singolare che un latitante si faccia trovare con un telefonino). Sono al vaglio degli inquirenti tutti i tabulati delle chiamate effettuate e ricevute. Indagini sono in corso anche sui capelli, sulle tracce di saliva prelevate dai bicchieri e su altri oggetti della casa. Il boss Rinella era un latitante di un certo spessore, dato che è stato lui a far incontrare Nino Giuffré con Benedetto Spera, uomo di fiducia di Provenzano arrestato lo scorso anno. Rinella aveva anche contatti con i nuovi capimandamento di Brancaccio. Dora Quaranta PROCESSO PECORELLI: RICORSO IN CASSAZIONE 27 marzo 2003 Perugia. I legali di Gaetano Badalamenti, Silvia Egidi e Paolo Gullo, hanno depositato il ricorso in Cassazione contro la condanna a 24 anni di reclusione per l’omicidio di Mino Pecorelli. Nel provvedimento si chiede l’annullamento della sentenza del 17 novembre scorso che aveva riconosciuto Badalamenti colpevole di essere stato il mandante del delitto. I difensori di “don Tano” hanno contestato il ricorso alla videoconferenza in quando il loro assistito potrebbe presenziare di persona al dibattimento. Ma gran parte dell’istanza è dedicata all’attendibilità delle affermazioni di Tommaso Buscetta che avrebbe appreso da Stefano Bontate e da Badalamenti, successivamente, che l’omicidio Pecorelli fu richiesto dai Salvo su interessamento di Andreotti. Cercheranno di ribaltare la sentenza della Corte di Assise d’Appello di Perugia anche gli avvocati di Giulio Andreotti, Franco Coppi e Giulia Buongiorno. <<Particolarmente importante per noi è l’atto che riguarda le clamorose falsità pronunciate da Tommaso Buscetta>> ha dichiarato la Bongiorno. Lorenzo Baldo SEQUESTRO DI BENI AL BOSS LIPARI 27 marzo 2003 Palermo. A Giovanni Lipari, boss di 75 anni di Porta Nuova, sono stati sequestrati beni per tre milioni e centomila euro dagli uomini del Gico del nucleo regionale di polizia tributaria della Guardia di Finanza coordinati dal procuratore aggiunto Giuseppe Pignatone e dal sostituto procuratore Pierangelo Padova. Il provvedimento è stato disposto dalla sezione misure di prevenzione del tribunale. Si è giunti a questa decisione dopo il controllo incrociato tra la spropositata differenza dei redditi dichiarati dal Lipari e dal suo nucleo familiare con i beni effettivi, invece, in suo possesso. Secondo il provvedimento, Lipari, “nonostante l’età avanzata, continua a svolgere un ruolo di risalto nell’ambito dell’associazione mafiosa ed in particolare nell’ambito della famiglia di Porta Nuova”. E’ un soggetto noto alle forze dell’ordine già dal 10 dicembre del 1990 quando fu condannato dalla Corte d’Assise per associazione per delinquere di tipo mafioso e traffico di stupefacenti. Tre anni fa, in aprile, il Lipari ha ricevuto presso la sua abitazione in via Molara 158 un ordine di custodia cautelare per mafia insieme ad altre persone. La fortuna attuale del boss, accatastata nel tempo ad opera dell’attività delittuosa della famiglia di Porta Nuova, comprende: un villino in via Molara; un appartamento in via Grotte Danisinni 18; un appartamento in via Marinuzzi 58; un appartamento in via Tommaso Calojra 31; un appartamento in via Domenico Guerrazzi 53; due appartamenti in via Monfenera 84; cinque appartamenti in via Altofonte 95/b, 95/h, 96, 96/a; due unità immobiliari in via Mulè 15 e 17; due fabbricati in via Alfredo Cuscinà 11; quattro terreni alla Molara; tre automobili; il capitale sociale e il complesso aziendale della società di abbigliamento Green di Lipari Anna & C in via Mulè 15-17. Lorenzo Baldo E’ LIBERO IL BOSS GIULIANO 23 marzo 2003 Napoli. Ha trascorso sette anni di carcere duro a Rebibbia Luigi Giuliano “’o rre”, il boss della camorra di Forcella. E’ famosa la foto che lo ritrae in compagnia di Maradona ai bordi di una vasca da bagno a forma di conchiglia. Ora Giuliano ha deciso di collaborare ed è scattato per lui il programma di protezione: una nuova identità, il trasferimento in una località protetta dove trascorrerà gli arresti domiciliari. “Luigino” si è già sottoposto diverse volte ad interrogatori dibattimentali da parte del pubblico ministero e a controinterrogatori della difesa. La prossima settimana interverrà a due udienze: sulla camorra di Forcella e nei riguardi di presunti affiliati ai clan di Secondigliano. Intanto sono scattati gli arresti domiciliari in una località protetta anche per altri tre pentiti. Si tratta dei fratelli Giuseppe, Saverio e Salvatore Castaldo, rei confessi di aver preso parte alla fase preparatoria dell’omicidio, avvenuto nel novembre 2000 a Pollena Trocchia, del boss Domenico Arlistico che per sbaglio costò la vita anche della piccola Valentina Terracciano, nipotina del boss. Con procedimento abbreviato in primo grado Saverio e Giuseppe sono stati condannati a 16 anni e Salvatore a 14 anni e mezzo. Saverio Castaldo lo scorso 19 dicembre ha ricevuto anche la condanna a 22 anni per la morte di Gioacchino Costanzo, un altro bambino ucciso per sbaglio nel 1995 a Somma Vesuviana. I Castaldo hanno fornito un importante contributo alle indagini dei magistrati della Dda di Napoli e hanno reso dichiarazioni in vari processi. Mariantonietta Morelli PROCESSO AKRAGAS: 20 ERGASTOLI 23 marzo 2003 Palermo. Sono 20 gli ergastoli inflitti dalla Corte d’Assise di Appello di Palermo a 37 presunti mafiosi della provincia di Agrigento. Carcere a vita anche per 4 mammasantissima attualmente latitanti: Gerlandino Messina, Luigi Putrone, Giuseppe Falsone e Joseph Focoso. Anche il boss Arturo Messina, in carcere, è stato condannato all’ergastolo. Quattordici anni, invece, sono stati inflitti a Giovanni Brusca. Gli imputati furono arrestati tra il 1998 ed il 1999 nell’ambito di due operazioni denominate “Akragas” e coordinate dalla Direzione Distrettuale Antimafia di Palermo. Il processo si è fondato principalmente sulle accuse dei collaboratori di giustizia Pasquale Salemi, Alfonso Falzone e Giulio Albanese. Parla di una <<sentenza storica >> il sostituto procuratore generale Vittorio Teresi, che ha portato avanti la pubblica accusa nel corso del maxi processo d’Appello “Akragas”: <<Possiamo affermare che quello che si è appena concluso è il più importante processo alle cosche agrigentine. Abbiamo messo a nudo i responsabili di fatti di sangue commessi in un lungo e travagliato periodo storico per la provincia di Agrigento. Una vastissima scia di sangue che ha trovato gran parte dei responsabili. Si tratta di un periodo in cui Cosa Nostra agrigentina, dopo una fase di sbandamento, rispose con forza agli stiddari e ad altri gruppi malavitosi agguerriti che possiamo definire spontanei. Cosa Nostra capì e lanciò l’attacco. Sulle strade i morti si contarono a centinaia. In quel periodo ci fu anche un corto circuito delle forze dell’ordine che non riuscivano bene a comprendere da dove venivano quei sicari spietati e chi attaccava, senza remore, famiglie mafiose così importanti e militarmente organizzate. Poi anche lo Stato capì e rispose>>. Vittorio Teresi ha poi voluto ricordare il sacrificio del maresciallo Giuliano Guazzelli e del brigadiere Pasquale Di Lorenzo, <<due servitori dello Stato che sono stati uccisi perché facevano il loro dovere. Due eroi, purtroppo, troppo spesso dimenticati. Penso a Guazzelli e Di Lorenzo e spero che nell’immaginario collettivo resti traccia di quei sacrifici di vite umane. Di quelle morti cadute nella dimenticanza. Anche in questo senso, perché sono state vendicate con le sole armi della giustizia due uomini di grande valore, ho parlato di una vittoria storica dello Stato>>. Maria Loi PENA RIDOTTA PER CINA’ 22 marzo 2003 Palermo. Pena ridotta per Antonino Cinà il medico che curò Totò Riina durante la latitanza. A stabilirlo la terza sezione della Corte d’Appello di Palermo che ha condannato Cinà a sei anni e 8 mesi di reclusione. Il nome di Cinà era comparso per la prima volta in una inchiesta di mafia nel 1979. Per i giudici, Cinà sarebbe vicino al superlatitante Bernardo Provenzano. Secondo i collaboratori di giustizia Giovanni Brusca e Isidoro Cracolici, il medico aveva assunto il ruolo di reggente del mandamento di San Lorenzo perché <<non c’era nessuno di un certo livello>>. Questi avrebbe avuto un ruolo nella trattativa fra Cosa Nostra e lo Stato nel periodo delle stragi del 1992. Il suo numero di telefono venne trovato nell’agendina di Leoluca Bagarella. Jessica Pezzetta IL CASO COCILOVO 20 marzo 2003 Palermo. E’ polemica sulla candidatura di Luigi Cocilovo, l’ex sindacalista della Cisl e attuale esponente del Ppi presentatosi nelle liste del centro-sinistra alle elezioni provinciali della città di Palermo. Il candidato che aveva vinto le primarie, superando di poco il professor Fiandaca, aveva deciso di abbandonare la candidatura dopo un articolo pubblicato su La Repubblica di Palermo da Marco Travaglio che lo chiamava in causa per una vicenda di corruzione nella quale venne coinvolto e poi assolto: quella dei 350 milioni che l’imprenditore messinese Domenico Mollica aveva confessato di aver versato per la Cisl siciliana in cambio di un pò di <<pace sociale>> nei suoi cantieri martoriati dagli scioperi. Mollica è stato condannato a tre anni per corruzione e Cocilovo assolto, ma solo perché la confessione di Mollica è stata ripetuta in aula e le regole dell’articolo 513 consentono di utilizzarla soltanto contro Mollica, non più contro Cocilovo. <<Risulta confermato – si legge nella sentenza – che il contributo fu realmente consegnato… una dazione a causa mista: da un lato era diretta a remunerare i favori del Nicolosi, dall’altro mirava anche a risolvere le questioni sindacali del cantiere ragusano>>. Senza il silenzio di Mollica – spiegano i giudici – la <<prova sarebbe stata senz’altro sufficiente ai fini della condanna di tutti e tre gli imputati>>. Secondo i giudici Cocilovo rimane il <<collettore di una tangente, disposto anche a chiedere favori sindacali>>. In riferimento all’articolo di Marco Travaglio Cocilovo ha parlato di: <<un attacco tanto violento quanto pretestuoso e strumentale perché esplicitamente legato a un tentativo di delegittimazione morale per episodi privi del tutto di fondamento e, comunque, su cui si è svolto un regolare processo, conclusosi, per quanto mi riguarda, con una sentenza di piena assoluzione, ormai definitiva>>. Al che Cocilovo avevaritirato la sua candidatura. <<Ritengo che non sussistano le condizioni per confermare il mio impegno alla candidatura>>, ma la grande solidarietà dei partiti l’ha fatto tornare sui suoi passi. Nel frattempo è stato pubblicato su Micromega un articolo firmato da Paolo Flores D’Arcais nel quale Cocilovo viene duramente attaccato. Riportiamo l’inizio dell’articolo. <<E’ sufficiente non essere dei criminali matricolati e patentati, cioè non aver subito condanne penali, per diventare candidati del centrosinistra in opposizione ai candidati berlusconiani?>>. Come Travaglio e Gomez, neanche Umberto Santino del Centro Impastato usa giri di parole, sulla vicenda: <<Non voterò Cocilovo e invito i cittadini realmente interessati a scelte di cambiamento a non votarlo e a designare altri candidati di cui ci si possa fidare>>. L’opinione espressa da Umberto Santino non è quella di un uomo isolato. Altre persone hanno aderito. Il politologo Claudio Riolo ha inviato una lettera aperta ai partiti e ai movimenti del cento sinistra per dire no alla candidatura di Luigi Cocilovo. Anche il diessino Giuseppe Cipriani, ex sindaco di Corleone, ammette: <<E’ una disfatta per i partiti, anche noi in Sicilia ora possiamo dire che con questi leader non vinceremo mai. Dovrebbero andare via e poi ricominciare tutto d’accapo>>. Maria Loi LEGALITA’ E LAVORO NERO 19 marzo 2003 Palermo. Educare le nuove generazioni alle legalità, al rispetto dei diritti e delle leggi, alla cultura democratica e antimafiosa. È questo l’obiettivo che si prefigge il <<Corso all’educazione alla legalità e prevenzione del lavoro nero>>, promosso dal Liceo classico <<G. Ugdulena>> di Termini Imerese. Le lezioni – rivolte agli studenti del liceo – sono già iniziate il 14 marzo scorso con una introduzione generale dedicata alla Costituzione, alle istituzioni repubblicane ed alla formazione delle leggi e proseguiranno tutti i venerdì pomeriggio presso l’istituto superiore, fino al 23 maggio. Il corso, progettato e coordinato da Francesca Caronna e Salvatore Mantia, due insegnanti di italiano del liceo termitano, particolarmente sensibili al problema dell’educazione alla legalità dei giovani, vedrà alternarsi davanti la platea degli studenti vari esperti e rappresentanti delle forze dell’ordine e della società civile, che porteranno le loro esperienze e professionalità agli studenti. Alcuni pomeriggi saranno pure dedicati alla visione di film e proiezioni sulla realtà sociale locale e sulla mafia. Uno sguardo particolare sarà pure rivolto al fenomeno del lavoro nero e dello sfruttamento del lavoro minorile, piaga purtroppo presente nella realtà locale termitana. Alla fine del corso, gli studenti produrranno anche un lavoro originale, consistente in una mostra fotografia o un cortometraggio che illustri la loro visione della legalità. Ciro Cardinale. SUICIDIO LOMBARDO: IL FIGLIO CHIEDE VERITA’ E FINISCE SOTTO ACCUSA 19 marzo 2003 Palermo. E’ ad una svolta la quarta inchiesta sul suicidio del maresciallo Antonino Lombardo, avvenuto il 4 marzo ‘95. I pm Nino Di Matteo e Paolo Guido hanno iscritto nel registro degli indagati Fabio Lombardo, il figlio del maresciallo ed il tenente Carmelo Canale, il cognato, con l’accusa di aver reso false dichiarazioni. La decisione è scaturita in seguito ad una serie di interrogatori e dopo che Lombardo e Canale sono stati posti a confronto con l’ufficiale dei carabinieri dal quale sostengono di aver ricevuto una confidenza importante: <<Vi dirò io chi ha preso la borsa>>. L’ufficiale dinanzi ai giudici di Palermo ha negato di aver mai pronunciato quelle parole. Canale dopo aver appreso di essere finito sotto inchiesta ha così commentato: <<I magistrati facciano la loro strada. Io continuo a chiedere verità sulla morte di Antonino Lombardo: anche sua moglie ha parlato ai procuratori delle carte scomparse, forse pure lei sta mentendo? Sta depistando? Troppi punti oscuri ci sono nella ricostruzione di quella sera in caserma. Perché non fu disposta l’autopsia sul cadavere?>> Fabio Lombardo si dice esterrefatto per la decisione dei giudici e sostiene di avere una sola colpa: <<voler ridare dignità ad un uomo che per 31 anni ha combattuto la mafia ed ha servito l’Arma dei carabinieri. Ma l’Arma sembra essersi dimenticata di quell’uomo>>. Dora Quaranta A SAN GIUSEPPE JATO DECAPITATO IL VERTICE MAFIOSO. IN MANETTE ANCHE I CUGINI DI BRUSCA 19 marzo 2003 Palermo. Gli uomini del commissariato di Partinico hanno eseguito l’ordine di custodia cautelare richiesto dai pm Salvatore De Luca e Maurizio De Lucia per i boss Giuseppe Bommarito, 59 anni, imprenditore edile e per Ignazio Bruno di 30 anni. Bommarito, dopo l’arresto risalente a due anni fa del vecchio capomafia di San Giuseppe Jato Salvatore Genovese, ne aveva preso il posto scalando rapidamente tutti i gradini gerarchici fino al vertice. Bommarito gestiva il racket delle estorsioni imponendo una percentuale variabile dal 3 al 4 per cento. Bruno invece sarebbe stato incaricato di riscuotere il pizzo. Gli agenti di Partinico hanno tratto in arresto anche Giuseppe e Salvatore Reda, di 33 e 35 anni, cugini di primo grado di Giovanni Brusca, e Calogero Martorana, 38 anni, incriminati per aver compiuto il 4 ottobre 1994 una rapina all’interno dell’abitazione di Castellamare del Golfo dell’urologo palermitano Francesco Paolo Rizzo che era finito nel mirino dei clan per il pagamento del pizzo. I tre devono scontare una condanna divenuta definitiva. Anna Petrozzi BARATTOLO DI VETRO CONTENENTE I SEGRETI DELLA MAFIA 18 marzo 2003 Trapani. In un barattolo di vetro sotterrato nelle campagne di Paceco erano contenuti foglietti che riportavano scritti scottanti della mafia. Il ritrovamento del barattolo è avvenuto sulla base delle indicazioni fornite dal boss pacecoto Ciccio Milazzo, dopo il suo arresto, alla Squadra Mobile. Egli rappresenta uno dei <<pentiti>> che afferma la supremazia della <<cosca>> mazarese, capeggiata dai boss Mariano Agate e mastro Ciccio Messina, sul territorio. Dei due boss il primo è in carcere da 10 anni e l’altro è deceduto suicida durante la latitanza. Il boss Milazzo ha riferito di aver ricevuto questi fogli dal mastro Ciccio Messina, che aveva il potere decisionale sugli investimenti che intraprendeva la mafia mazarese. Sui foglietti si leggono il nome del primo ministro libanese, i nomi di alcuni avvocati e il nome di uno yacht, il Nara, rintracciato nel porto di Viareggio. Ma l’appunto più saliente concerne i rapporti <<internazionali>> che possiede Cosa Nostra siciliana. Jessica Pezzetta ORDINE DI ARRESTO PER I FRATELLI PRAVATÀ: SONO AFFILIATI DI COSA NOSTRA 15 marzo 2003 Palermo. Recapitato in carcere un nuovo ordine di arresto per i fratelli Francesco e Placido Pravatà, allevatori di Roccapalumba (di 52 e 55 anni), presi lo scorso anno durante la cattura di Antonino Giuffré, ex capo mandamento di Caccamo. I fratelli sono stati arrestati solo per favoreggiamento nei riguardi dell’ex-capomafia, poi, grazie alle rivelazioni di quest’ultimo, divenuto collaboratore di giustizia, successivamente accusati di essere affiliati a Cosa Nostra. Sulla base dell’investigazione, condotta dai carabinieri della compagnia di Termini, coordinati dai pm Lia Sava e Michele Prestipino, è emerso che i Pravatà accompagnavano il Giuffré dappertutto, che proteggevano la sua latitanza, smistavano le sue lettere ed erano mediatori tra lui ed un altro criminale mafioso ultimamente arrestato: Salvatore Rinella, capomafia di Trabia. Grazie a questo lavoro di collegamento i due boss gestivano gli affari correnti come le estorsioni alle imprese, che su ogni lavoro appaltato, erano costretti a versare una percentuale. I guai con la giustizia hanno interessato sempre tutta la famiglia. Il padre dei fratelli Pravatà, negli anni Settanta, era considerato capofamiglia di Roccapalumba e avrebbe partecipato a riunioni con Totò Riina. Le indagini antimafia colpirono poi anche i figli. Di questi Michelangelo ebbe una condanna a 30 anni nel maxiprocesso-bis di primo grado, nel secondo la pena fu ridotta; Placido, inizialmente, ebbe una condanna di tre anni e mezzo dalla Corte di Assise, fu poi assolto nel maggio 1989 per insufficienza di prove, e con un ricorso in Cassazione da parte dell’imputato fu totalmente liberato dall’accusa. Si risentì parlare dei Pravatà un paio di anni fa, quando nell’ambito delle indagini volte alla cattura di Provenzano risultarono tra gli indagati, poiché ritenuti parte dell’ entourage del boss della cupola. Ciò fece avviare le indagini con accertamenti e intercettazioni ambientali. Gli sviluppi dell’investigazione, condotta dai carabinieri di Termini e dal pm Marcello Musso, confermarono la loro associazione mafiosa in atti di estorsioni e manipolazioni di appalti. Il tutto per loro si concluse il 16 aprile dello scorso anno, dove in un casolare tra Roccapalumba e Vicari avvenne la cattura del boss Antonino Giuffré e con lui i due fratelli Pravatà che erano nei pressi dell’ovile. Mariantonietta Morelli Per le seguenti notizie si ringrazia l’ufficio stampa della Regione Carabinieri Sicilia, Comando Provinciale di Palermo- Nucleo Operativo DOPO 22 ANNI FINALMENTE LUCE SULLA MORTE DI UN GIOVANE STUDENTE DI MEDICINA 6 marzo 2003 Palermo. Il giudice per le indagini preliminari presso il Tribunale di Palermo, dr.ssa Vincenzina Massa, ha emesso tre ordinanze di custodia cautelare in carcere nei confronti di Salvatore Madonia, Raffaele Ganci e Salvatore Riina perché responsabili dell’assassinio avvenuto nel 1981 di Calogero Santangelo, studente venticinquenne di medicina incensurato. Decisive si sono rivelate le dichiarazioni dei collaboratori di giustizia Giovanni Brusca, Calogero Ganci e Francesco Anzelmo. Secondo l’esito delle indagini l’ordine di uccidere Santangelo partì da Totò Riina su richiesta di Francesco Messina Denaro, “u zu Ciccio”, all’epoca capo della famiglia di Castelvetrano e padre del superlatitante Matteo Messina Denaro. A fare fuoco contro il giovane furono Salvatore Madonia e Calogero Ganci. Svolsero una funzione d’appoggio Giovanni Brusca e Raffaele Ganci, padre del collaboratore. Il commando fece uso di una macchina rubata, una Fiat Ritmo guidata da Francesco Paolo Anzelmo che fu subito ritrovata con targhe false e diverse munizioni all’interno. Jessica Pezzetta ARRESTATO SALVATORE TOMASELLI 9 aprile 2003 Palermo. Arrestato a Palermo lo scorso 6 aprile, nel quartiere della Guadagna, Salvatore Tomaselli, 53 anni, accusato di aver nascosto l’autobomba che il 19 luglio del 1992, in Via D’Amelio, uccise il giudice Paolo Borsellino e gli agenti della scorta. Ad emettere la richiesta di carcerazione è stata la Procura della Repubblica di Caltanissetta a firma del procuratore Aggiunto Dott. Francesco Paolo Giordano. Chiamato in causa dal pentito Vincenzo Scarantino indicandolo come uno degli affiliati al clan mafioso del quartiere della Guadagna, Tomaselli avrebbe nascosto in un suo magazzino e consegnato al commando dei killer guidati da Pietro Aglieri, la Fiat 126 imbottita di esplosivo utilizzata nell’attentato del 1992. Tomaselli, inoltre, deve scontare un residuo di pena di sei anni e undici giorni di reclusione perché riconosciuto colpevole di associazione a delinquere di stampo mafioso. Marco Cappella IN MANETTE SALVATORE GIACALONE 28 aprile 2003 Trapani. La polizia di Stato di Trapani e del commissariato di Alcamo ha arrestato Salvatore Giacalone accusato di associazione mafiosa ed estorsione. Secondo gli investigatori l’uomo avrebbe imposto il pagamento di tangenti a dipendenti e funzionari del Comune di Alcamo. Il 31 ottobre 2002 il tribunale di Trapani aveva condannato Giacalone a cinque anni e dieci mesi di reclusione per associazione mafiosa perché ritenuto affiliato alla cosca di Antonino Ignazio Melodia di Alcamo. Poi era stato scarcerato durante lo svolgimento del processo per decorrenza dei termini.. Secondo gli investigatori della squadra mobile di Trapani, già da allora, il presunto uomo di Cosa Nostra avrebbe avuto una forza intimidatrice molto forte sui funzionari comunali, tanto da ottenere il pagamento di somme di denaro da destinare ai boss detenuti e alle loro famiglie. Ma.C. ANTIMAFIDuemila N°31 |
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In edicola dal 18 luglio 2008In questo numero: Leggi "blocca processi", leggi "salva premier", "41 bis" revocati e intercettazioni vietate. E' scontro istituzionale. La Procura di Salerno ribalta il "caso De Magistris". Chiesta l'archiviazione ed annunciate indagini contro chi lo ha accusato. Presto al via il processo Toghe Lucane. La più importante inchiesta degli ultimi cinquant'anni. Agenda Rossa: La procura si appella alla Cassazione. Trapani: Nuovi legami tra mafia politica e massoneria. Il boss Messina Denaro tradito da falsi amici e documenti pericolosi. Gli affari della Despar in Sicilia. Si aggrava la posizione di Scuto nel processo. Barlume di speranza sul caso Rostagno. Vent'anni dopo l'attentato una perizia balistica potrebbe far emergere la verità. Talpe Dda. Le motivazioni delle sentenze Cuffaro, Borzacchelli e Ciuro. Calcestruzzi spa. Le dichiarazioni di Siino su Pesenti. Nu Bellu Lavuru. Sulla Ss 106 una commistione tra 'Ndrangheta e politica. Gli interessi di Cosa Nostra sul ponte di Messina. Ed altro ancora... |
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