| Per una CULTURA DELLA LEGALITA’ n°31 |
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Messaggi dalla mafia di Carlo Lucarelli Tra i tanti misteri che riguardano la mafia ce n’è uno che sembra particolarmente oscuro. Perché quella mafia che oggi sembra scomparsa soltanto perché non uccide più in pubblico, esce allo scoperto con proclami nelle carceri, scioperi di protesta e striscioni allo stadio? Quella stessa mafia che solo fino a pochi anni fa sfidava lo stato direttamente a colpi di stragi e di bombe? La mafia che oggi fa affari con gli appalti di stato è la stessa che vuole l’abolizione del 41 bis e che rapporti ha con quella che metteva le bombe? Cosa è successo in questi anni? Per cercare di capirlo, forse, bisogna tornare indietro fino ad un momento preciso. 30 gennaio 1992. Il giorno della rivoluzione. Quel giorno la Prima Sezione della Corte di Cassazione, pronuncia la sentenza che chiude il maxiprocesso con 19 ergastoli e 2665 anni di carcere. Le rivelazioni di Tommaso Buscetta e degli altri collaboratori di giustizia sulla struttura e i delitti di Cosa Nostra, su cui si basavano i processi, diventano verità giudiziaria. E’ una rivoluzione, una vera e propria rivoluzione, per Cosa Nostra. C’erano stati altri tempi, nella lotta alla mafia. Tempi in cui i grandi processi di mafia finiscono tutti lontano da Palermo, per legittima suspicione e poi si chiudono quasi tutti con assoluzioni generali per insufficienza di prove, e qualche provvedimento di soggiorno obbligato. In cui i sostituti procuratori si rifiutano di firmare ordini di custodia e se li deve firmare il capo della Procura di Palermo in persona, Gaetano Costa, che infatti viene ammazzato per lo sgarbo poco dopo, come viene ammazzato anche Rocco Chinnici, il capo dell’ufficio Istruzione di Palermo. Poi, le cose, piano piano cominciano a cambiare. A sostituire Chinnici a capo dell’Ufficio Istruzione, arriva un altro magistrato che si chiama Antonino Caponnetto, che si chiude nel suo ufficio, in Tribunale, ne esce solo per andare a dormire in una stanza nella caserma della Guardia di Finanza. Ha un’idea sviluppata sulle esperienze fatte da Giancarlo Caselli nella lotta al terrorismo. Se le indagini le conduce un magistrato solo, è possibile intimidirlo o ammazzarlo. Quindi, per ragioni di sicurezza, di continuità, di scambio di idee e di informazioni, il magistrato che fa le indagini deve lavorare assieme ad altri. Il pool di magistrati che si occupano di combattere la mafia a Palermo e in Sicilia nasce il 16 novembre del 1983. Ne fanno parte Leonardo Guarnotta, Giuseppe Di Lello, Paolo Borsellino e Giovanni Falcone, che a Palermo, è già una leggenda. Le cose cominciano a cambiare. Nel 1982, dopo l’omicidio del Prefetto di Palermo Carlo Alberto Dalla Chiesa, era stato introdotto il 416 bis, l’articolo che punisce l’associazione di stampo mafioso. Prima essere mafioso non era un reato, bisognava rapire, uccidere, intimidire, mettere le bombe, ma essere semplicemente mafioso non era un problema, non più di tanto. Le cose cominciano a cambiare. Arrivano i pentiti. Agli inizi degli anni 80 c’era stata la seconda guerra di mafia, quello che viene chiamato il <<golpe dei Corleonesi>>. La <<Mafia vincente>>, la cosca di Totò Riina, la più feroce e la più preparata dal punto di vista militare, elimina tutti gli avversari e si impadronisce del comando di Cosa Nostra. Molti boss della parte <<perdente>> si <<pentono>>, accettano di collaborare con la giustizia per salvarsi la pelle. Il più grosso, il più importante di tutti, è Tommaso Buscetta, il <<boss dei due mondi>>. Il maxiprocesso a Cosa Nostra si apre a Palermo il 10 febbraio 1986. 474 imputati. Tra questi anche esponenti politici come i cugini Nino e Ignazio Salvo, e Vito Ciancimino, l’ex sindaco di Palermo dei tempi della speculazione edilizia. Il processo si conclude il 16 dicembre 1987 con 19 ergastoli e 2665 anni di carcere ai vertici di Cosa Nostra, ma qualche anno dopo in appello si ridimensionano le condanne e le testimonianze dei <<pentiti>>. E c’è anche l’omicidio di un altro giudice, Antonino Scopelliti, che avrebbe dovuto sostenere l’accusa presso la Cassazione, ucciso il 9 agosto 1991. Ma poi si arriva a quel giorno, il 30 gennaio 1992, quando la Cassazione conferma gli ergastoli del maxi processo. Il giorno della rivoluzione. La mafia è in difficoltà. Dopo i primi arresti, dopo le prime condanne del maxi processo, Totò Riina aveva detto ai suoi di stare calmi, che si sarebbe aggiustato tutto, come sempre, con qualche cavillo, una sentenza della Cassazione, le maxi assoluzioni per insufficienza di prove di una volta. La controffensiva è decisa, e come al solito, quando si tratta dei Corleonesi, feroce e spietata. Vendette trasversali. Una vera e propria strage di parenti, amici e collaboratori dei boss che hanno deciso di parlare. Ma c’è un altro conto da regolare, ed è quello con la politica. Cosa Nostra, la Mafia, non sarebbe quello che è diventata senza un rapporto con la politica. Non sarebbe entrata nel gioco degli appalti, non sarebbe riuscita a far rimuovere ed allontanare i suoi nemici, non avrebbe goduto di tutte quelle impunità che per anni hanno ostacolato e addormentato l’azione dello Stato contro la Criminalità Organizzata. Il rapporto tra mafia e politica che fin dal dopoguerra, fino dai tempi del bandito Giuliano, è sembrato immutabile, adesso, dopo la rivoluzione del maxi processo, sembra in crisi. Forse, come ha detto qualcuno, perché è caduto il Muro di Berlino e per mantenere l’Italia sotto controllo, Cosa Nostra non serve più. Forse, come ha detto qualcun altro, la rivoluzione di Mani Pulite che si compirà nel ’92, ha talmente indebolito la politica che questa non riesce a coprire più i mafiosi. O forse, in questa guerra di Stato e Mafia, alcuni uomini dello Stato hanno finalmente deciso di reagire davvero. Allora bisogna dare un segnale più forte. Alla corleonese. 12 marzo1992. Viene ucciso l’eurodeputato Dc Salvo Lima, definito anche in atti giudiziari uno dei principali referenti politici di Cosa Nostra. Sei mesi dopo, il 17 settembre, è la volta di Ignazio Salvo, che con il cugino Nino, morto di cancro qualche anno prima, era stato uno dei principali referenti politici della mafia in Sicilia, già condannato al maxi processo. Procedere alla corleonese. Che significa anche togliere di mezzo i nemici. Il 23 maggio 1992 sull’autostrada che dall’aeroporto di punta Raisi va a Palermo, all’altezza di Capaci, viene ucciso da una bomba assieme alla moglie a tre agenti della scorta. Ma c’è un altro magistrato che fa paura alla mafia. Oltre che un collega, Paolo Borsellino è un amico di Giovanni Falcone. Sono cresciuti nello stesso quartiere, quello della Kalsa. Paolo Borsellino ha fretta, come se sapesse di non avere tempo. Lo dice a tutti, ho fretta, devo fare in fretta… ma perché così in fretta? Paolo Borsellino sta indagando sulla morte di Giovanni Falcone, ha ripreso in mano il rapporto su mafia e appalti scritto dai carabinieri del Ros del colonnello Mori e del capitano De Donno, sta lavorando tanto, sta lavorando tantissimo perché deve fare in fretta. Quando parla di sé, è la sorella Rita a ricordarlo, non dice se mi ammazzeranno. Dice quando mi ammazzeranno. Lo uccidono il 19 luglio 1992, poco prima delle cinque del pomeriggio, con un’auto bomba parcheggiata in via D’Amelio, dove abita la madre del magistrato. Con lui muoiono anche cinque agenti della sua scorta. Perché questa strage, a soli 57 giorni da quella di Capaci? I corleonesi devono sapere che provocherà una reazione forte. E infatti c’è la reazione della gente di Palermo, della Sicilia e di tutta l’Italia. Arrivano i soldati a presidiare gli obbiettivi sensibili e soprattutto, viene convertito rapidamente in legge il 41 bis, che in casi di eccezionale gravità, come la lotta alla mafia, <<sospende le normali regole di trattamento per i detenuti>> e stabilisce il <<carcere duro>> per i mafiosi. Intanto, però, succede qualcosa di strano. Tra gli inizi di giugno e l’inizio di agosto del ’92 ci sono alcuni incontri tra uomini dello Stato, alti ufficiali del Ros, il Reparto Operativo Speciale dei carabinieri, e uomini vicini alla mafia, come don Vito Ciancimino. I carabinieri dicono di voler tendere una trappola per arrivare alla cattura di latitanti. Totò Riina, invece, vuole <<trattare>>. E per portare avanti quella che ritiene una trattativa Totò Riina ha il suo metodo. Il metodo corleonese di trattare gli affari. Il 17 ottobre del 1992, un proiettile da mortaio viene nascosto nel giardino de’ Boboli, a Firenze. Poi qualcuno telefona all’Ansa per rivendicarlo, facendo riferimento alla situazione carceraria dei mafiosi. E’ un segnale, un segnale che vorrebbe essere preciso, ma chi telefona non riesce a spiegarsi bene, non sa farsi capire, la rivendicazione cade nel nulla e il proiettile verrà ritrovato addirittura molto tempo dopo. Intanto il 14 gennaio 1993, i carabinieri del capitano Ultimo scovano e arrestano Totò Riina. Ma Cosa Nostra si ferma. Il bastone del comando passa a Bernardo Provenzano. Al suo fianco, Bernardo Provenzano ha Leoluca Bagarella, che la pensa come Totò Riina sulla guerra da fare allo Stato. La mafia non si ferma. E alza il tiro. 14 maggio 1993, bomba in via Fauro, a Roma, trenta feriti. 27 maggio ’93, bomba in via De’ Georgofili, a Firenze, cinque morti, e 35 feriti. 27 luglio ’93, via Palestro, Milano, cinque morti. Un segnale che sembra anche essere diretto in un altro senso. Ad un altro interlocutore. La Chiesa. Agli inizi di maggio, papa Giovanni Paolo II visita la Sicilia Occidentale e attacca violentemente la mafia. La risposta di Cosa Nostra non si fa attendere. Nel quartiere Brancaccio, a Palermo, c’è un prete molto attivo e molto popolare che si chiama don Pino Puglisi. Viene ucciso il 15 settembre 1993. 28 luglio ’93, bomba sotto il portico della Chiesa del Velabro, a Roma. Stessa notte, bomba in Piazza San Giovanni in Laterano. E non finisce qui. Se è possibile, c’è anche di peggio. Alla fine di maggio del ’93, la mafia fa piazzare una Lancia Thema imbottita di esplosivo e frammenti di tondino di ferro vicino allo Stadio Olimpico, davanti alla caserma dei Carabinieri, pronta ad esplodere alla fine di una importante partita. Sarebbe stata una strage, che non avviene soltanto perché il telecomando non funziona. Stragi, bombe, massacri. Ma cosa vuole Cosa Nostra? La Mafia vuole le revisione delle sentenze di condanna come quelle del maxi processo, la restituzione dei beni confiscati con la legge Rognoni-La Torre, la cancellazione della legge sui pentiti, e soprattutto del 41 bis. Perché in carcere col 41 bis si vive male e si resta così isolati da non poter comandare e decadere praticamente dal ruolo di capo. Cominciano a collaborare addirittura i corleonesi. Ma Cosa Nostra cerca anche un’altra cosa. Cerca di riallacciare quel rapporto con la politica che si è interrotto e che le è necessario per sopravvivere ed espandersi. Cerca un interlocutore politico. Il rapporto con la politica è sempre stato un’ossessione per Cosa Nostra. Ne parla anche il collaboratore di giustizia Antonino Giuffré nelle sue più recenti dichiarazioni. Una cosa <<poco bella>>, di cui però non si <<poteva fare a meno>>. Poco bella perché l’uomo politico, dice Giuffré, è <<viscido>> si prende i voti di Cosa Nostra e quando viene eletto si dimentica delle promesse. Anzi, quando sente su di sé l’attenzione dello Stato, si spaventa e per farsi credere pulito comincia ad impegnarsi nella lotta alla Mafia. La <<miserabilitudine>> dell’uomo politico, così la chiama Giuffré. Sarebbe meglio fare da soli, come Leoluca Bagarella che ispira Sicilia Libera, che nasce a Palermo e a Catania nell’ottobre del ’93, e che assieme a tante persone ignare ed oneste, vede la presenza diretta di Cosa Nostra. Ma Bernardo Provenzano, ha altre idee. Alla partecipazione diretta preferisce il <<collateralismo politico>>, preferisce un interlocutore esterno che sappia venire incontro alle esigenze della mafia, come è sempre successo. Un interlocutore da cercare con tutti i mezzi, anche con le stragi. Poi, all’improvviso, tutto finisce. Dal luglio del ’93, o dal gennaio del ’94 se consideriamo anche il fallito attentato allo Stadio Olimpico, di bombe non ce ne sono più. Perché? Perché Cosa Nostra ha capito che la strategia stragista non funziona, anzi, è addirittura suicida perché inasprisce la risposta dello Stato? O perché ha ottenuto il suo scopo? C’è una frase, molto ambigua, pronunciata da Totò Riina prima di essere arrestato. <<Si sono fatti sotto>>, dice. A chi si riferisce? Ai contatti avuti con i carabinieri del Ros che volevano catturarlo e che lui ha frainteso? O a qualcun altro? Qualunque cosa sia successo, per quanto riguarda la mafia non accade più niente. Niente più bombe e niente più omicidi eccellenti. La Mafia sembra essere diventata <<invisibile>. Fino ad oggi. Da quasi tutte le carceri italiane dove si trovano detenuti sottoposti al 41 bis arrivano lettere e petizioni che annunciano proteste e scioperi della fame. Si rivolgono soprattutto agli <<avvocati delle regioni meridionali (…) che ora siedono negli scranni parlamentari>>. C’è anche uno striscione, esibito allo stadio di Palermo durante una partita: <<uniti contro il 41 bis: Berlusconi ha dimenticato la Sicilia>>. E’ strana questa mafia che passa dalle stragi alle petizioni espresse con preciso linguaggio giuridico. Una mafia che chiede sconti, oppure, come sostiene qualcuno, che <<presenta il conto>>. Sono proteste che quando vengono dagli uomini di Cosa Nostra, anche se in carcere, preoccupano. Dalla Digos, arrivano informative preoccupanti, che indicano tra i possibili obbiettivi di una eventuale <<reazione>> sette parlamentari eletti in Forza Italia e Alleanza Nazionale. E dal colonnello Mori, che dirige il Siside, arriva l’indicazione che un possibile obbiettivo in questo senso potrebbe essere Marcello Dell’Utri. Ma resta aperto un altro giallo. Gli omicidi dei primi anni ’90, quelli di Salvo Lima, di Ignazio Salvo, erano omicidi di vendetta. La strage di Capaci, con la morte di Falcone, anche quella rispondeva a logiche di vendetta ma soprattutto di prevenzione, per togliere di mezzo un uomo dello Stato che era troppo pericoloso. Le stragi del ’92, sono <<stragi estorsive>> ricatti per portare avanti quella che i corleonesi ritenevano una trattativa. Ma quella di via D’Amelio? Un tentativo di alzare la tensione della trattativa che si è rivelato un errore strategico? Un’azione preventiva, per far fuori un altro uomo dello Stato che poteva essere pericoloso? Oppure cosa? Perché doveva lavorare in fretta Paolo Borsellino? Perché doveva essere ucciso subito? Per gentile concessione dell’autore. Il più crudele dei giorni A nove anni dal delitto della giornalista di Rai3 Ilaria Alpi e del cameraman Miran Hrovatin, uccisi a Mogadiscio, in Somalia, il 20 marzo 1994, è stato proiettato nelle sale italiane il film Il più crudele dei giorni diretto da Ferdinando Vicentini Orgnani coautore della sceneggiatura con Marcello Fois. Il film, che prende spunto dal libro L’Esecuzione scritto dai genitori di Ilaria, Giorgio e Luciana Alpi, con Mariangela Gritt Grainer e Maurizio Torrealta, ricostruisce l’ultimo mese di vita dei due inviati vicini ad una verità scomoda fatta di traffici illeciti, armi e rifiuti tossici che coinvolgevano faccendieri, politici, servizi segreti e militari. <<E’ una storia ancor più complessa e incredibile di quanto si possa immaginare – racconta il regista -, ci siamo attenuti scrupolosamente alla documentazione del caso. E’ stato un lavoro complicato, pieno di paletti, uno slogan continuo tra la verità dei fatti, le esigenze del racconto cinematografico, il processo ancora in corso, le prove, le omissioni, i depistagli, gli strani comportamenti spesso contraddittori delle persone direttamente o indirettamente coinvolte>>. Il giornalista Gianni Minà che segue ancora il caso, spiega: <<Al rientro delle salme sull’aereo da cui sparirono molti documenti c’erano militari italiani, funzionari Rai e dei servizi segreti. Il generale Fiore scrisse ai genitori notizie false, mi disse che come militare eseguiva ordini, ma non mi fece nomi. Tre membri della Digos di Udine – continua Minà -, scoperte certe fonti furono rimossi dall’incarico. Il film riporta la realtà solo in parte ma l’accusa che lancia è chiarissima: è un’ignobile storia che riguarda i servizi segreti deviati. La storia di Ilaria langue malgrado le prove raccolte, bisogna stare addosso al giudice Ionta perché non si eluda ancora una volta la verità>>. Ad interpretare Ilaria Alpi è Giovanna Mezzogiorno e al suo fianco l’attore Rade Sherbedgia nei panni del cameraman Miran Hrovatin. <<Ho visto molti filmati su Ilaria Alpi – ha detto la Mezzogiorno -; ho parlato a lungo con i suoi genitori, ho cercato di comprenderne la personalità, il modo che aveva di avvicinarsi alla vita e al lavoro. Quando si fa un film su una persona realmente esistita c’è il pericolo di imitarla, ma c’è anche la responsabilità importante di darle una verità, evitando, per esempio in questo caso, di cadere nel solito stereotipo della giornalista di guerra. Penso di aver capito che Ilaria era una persona forte, determinata, con un profondo senso della giustizia e con una gran dose di buona fede>>. Le riprese del film (costato 6 miliardi e mezzo di vecchie lire) sono durate un mese e mezzo tra Trieste, Roma, Slovenia, Belgrado e Marocco. <<Abbiamo detto tutto ciò che potevamo dire senza oltrepassare i limiti. Non potevamo fare nomi perché sul caso non c’è una sentenza definitiva ma i fatti che raccontiamo e le responsabilità sono evidenti – spiega Fois -. Compreso il poco sostegno dato a Ilaria dalla Rai che in alternativa a quell’inchiesta le offrì di seguire il salone dell’auto a Torino>>. Insomma, una pellicola scomoda. Non sorprende infatti che durante la lavorazione abbiano subito qualche pressione <<soprattutto sugli attori somali che subendo minacce incrociate sparivano dal set. Mentre due giornalisti italiani coinvolti nella vicenda, nel vedersi rappresentati, hanno voluto che i loro nomi non fossero resi noti>>. Speriamo, ha dichiarato il padre di Ilaria Alpi, che <<con questo film ci sia un nuovo impulso: oggi ci sono grandi porcherie e interessi che nessuno può negare. Ilaria si interessava di traffico di armi e rifiuti tossici e a qualcuno questo dava fastidio. E mi auguro che i giovani che vedranno il film abbiano uno stimolo positivo da questa donna che a 32 anni ha perso la vita per dire la verità>>. L’ESECUZIONE INCHIESTA SULL’UCCISIONE DI ILARIA ALPI E MIRAN HROVATIN Giorgio e Luciana Alpi Mariangela Gritta Grainer Maurizio Torrealta Il 20 marzo 1994, a Mogadiscio, vennero assassinati la giornalista della Rai Ilaria Alpi e l’operatore Miran Hrovatin. Al duplice delitto seguirono manovre e depistaggi per impedire l’accertamento della verità dei fatti. Fatti che evocano traffici d’armi e di scorie radioattive, il sottobosco politico-affaristico italo-somalo, e settori del servizio segreto militare italiano. Questo libro-inchiesta ricostruisce i contorni del delitto di Mogadiscio, e attraverso notizie inedite arriva nei pressi della verità. Kaos Edizioni Euro 14,46 Ilaria Alpi. Un omicidio al crocevia dei traffici Carazzolo Barbara Chiara Alberto Scalettari Luciano Il 29 marzo 1994 la giornalista Rai Ilaria Alpi e il cameramen Miriam Hrovatin vengono uccisi in un agguato a Mogadiscio. A oltre otto anni di distanza, è emerso solo qualche brandello di verità ufficiale: un colpevole (membro del comando che però non sparò) e tanti, troppi perché senza risposta. Tre cronisti di "Famiglia Cristiana" hanno indagato a lungo sui traffici di armi, di rifiuti tossici, di scorie radioattive che sembrano essere il vero movente del caso Alpi. Un viaggio attraverso Paesi (Somalia, Yemen, Kenia, Mozambico, Francia, Spagna, Inghilterra), carte processuali sparse in molte Procure italiane e decine di testimoni, pentiti, faccendieri e agenti dei servizi segreti. Tassello dopo tassello, gli autori hanno scoperto loro malgrado che un filo unico sembra legare questo a tanti casi irrisolti degli ultimi vent’anni della nostra storia. Partendo infatti dalle conoscenze della Alpi sono saltati fuori via via collegamenti impensabili con l’omicidio di Mauro Ristagno della comunità Saman (avvenuto a Trapani nel 1988); omicidio forse legato alla malacooperazione italo-somala che esportava armi anziché aiuti alimentari; e poi le strani morti di due militari presenti in quei mesi maledetti in Somalia, forse agenti di Gladio, impiegati in azioni coperte negli anni Ottanta. Editore Baldini e Castoldi Euro 13,00 Piazza delle cinque lune Uscirà il 9 maggio 2003, a venticinque anni di distanza dalla scomparsa dello statista democristiano Aldo Moro, Piazza delle cinque lune, il film diretto da Renzo Martinelli che ha esordito dietro la macchina da presa con “Sarahsarà” e a cui hanno fatto seguito “Porzus” (1997) e “Vajont” (2001). Il film interpretato da Donald Sutherland, Giancarlo Giannini e Stefania Rocca sarà presentato il 16 marzo in anteprima a piazza del Campo a Siena. E’ incentrato sulla figura del procuratore capo della città di Siena, il quale, nel suo ultimo giorno di lavoro - sta infatti per andare in pensione - si trova tra le mani una documentazione sconvolgente: l’originale del memoriale di Aldo Moro. Il documento – pubblicato intorno al 17 ottobre 1978 anche se una parte inedita viene rinvenuta nel 1990 nel covo di via Montenevoso a Milano - contiene notizie riservate e compromettenti visto che Mino Pecorelli, il giornalista di Op, morì poco dopo aver deciso di pubblicarli. Stessa fine fecero il colonnello dei servizi segreti Antonio Varisco e il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa. Per realizzare il film, dedicato ad uno dei tanti misteri d’Italia, <<abbiamo studiato gli atti dei processi e li abbiamo confrontati con un’impressionante mole di documenti e articoli usciti negli ultimi anni - spiega il regista - e ci siamo fatti un’idea che abbiamo cercato di sostenere nel film. Speriamo che questa nostra sollecitazione serva a fare emergere se non tutta almeno qualche nuovo tassello di quella verità che fino adesso è rimasta nascosta>>. box1 Uscirà il 9 maggio 2003, a venticinque anni di distanza dalla scomparsa dello statista democristiano Aldo Moro, Piazza delle cinque lune, il film diretto da Renzo Martinelli che ha esordito dietro la macchina da presa con “Sarahsarà” e a cui hanno fatto seguito “Porzus” (1997) e “Vajont” (2001). Il film interpretato da Donald Sutherland, Giancarlo Giannini e Stefania Rocca sarà presentato il 16 marzo in anteprima a piazza del Campo a Siena. E’ incentrato sulla figura del procuratore capo della città di Siena, il quale, nel suo ultimo giorno di lavoro - sta infatti per andare in pensione - si trova tra le mani una documentazione sconvolgente: l’originale del memoriale di Aldo Moro. Il documento – pubblicato intorno al 17 ottobre 1978 anche se una parte inedita viene rinvenuta nel 1990 nel covo di via Montenevoso a Milano - contiene notizie riservate e compromettenti visto che Mino Pecorelli, il giornalista di Op, morì poco dopo aver deciso di pubblicarli. Stessa fine fecero il colonnello dei servizi segreti Antonio Varisco e il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa. Per realizzare il film, dedicato ad uno dei tanti misteri d’Italia, <<abbiamo studiato gli atti dei processi e li abbiamo confrontati con un’impressionante mole di documenti e articoli usciti negli ultimi anni - spiega il regista - e ci siamo fatti un’idea che abbiamo cercato di sostenere nel film. Speriamo che questa nostra sollecitazione serva a fare emergere se non tutta almeno qualche nuovo tassello di quella verità che fino adesso è rimasta nascosta>>. ALDO MORO ULTIMI SCRITTI 16 marzo – 9 maggio 1978 <<Innanzitutto io tengo, davanti a tante irrispettose insinuazioni, affermare che io, non fatto oggetto di alcuna coercizione personale, sono in pieno possesso delle mie facoltà intellettuali e volitive e che quel che dico, discutibile quanto si voglia, esprime il mio pensiero. Certo non posso dimenticare di essere qui, a causa di un’azione di guerra, da venti giorni, nel corso dei quali ho vissuto, com’è immaginabile e inevitabile, in circostanze eccezionali. …Non si potrà dire pertanto domani che io in fondo trovavo giuste e avallavo le posizioni delle forze politiche …ma si dovrà dire invece che le consideravo disumane, pericolose, politicamente improduttive. Il mio vivo stupore è stato di non trovare eco alcune di queste complesse valutazioni nei dibattiti parlamentari, ma di coglierli grigi e privi di vibrazioni umane come non mai. Può essere che un Paese come l’Italia, ricco di sentimenti, capace di cogliere la sofferenza in tutte le sua forme, per istinto indotto all’equità, sia stato così duro, spietato, miope, monocorde in questa circostanza?>> Piemme Euro 12,00 CONVERGENZE PARALLELE Le Brigate rosse, i servizi segreti e il delitto Moro Sergio Flamigni Un piano della destra per sequestrare Moro molti anni prima della strage di via Fani • Da sot- tosegretario degli “omissis” a ministro dell’Interno “impreparato”: Francesco Cossiga • I verbali e i documenti della gestione della crisi scomparsi dagli archivi del Viminale • Un infiltrato del Vi- minale nelle Brigate rosse: il terrorista “Rocco” • Il covo Br di via Gradoli 96, e gli immobili dei servizi segreti in via Gradoli 96 • Il falso comunicato Br n. 7 e la messinscena del Lago della Duchessa • Brigate rosse di bugie: la “verità di comodo”, e le mezze verità concordate con settori del potere • Vent’anni dopo il delitto Moro: tutto a posto, tutti liberi. Kaos Edizioni Euro15,49 DIALOGHI SU MORO Un contributo alla storia Francesco Saverio Garofani Giorgio Straniero Come il programma da cui è tratto (Sequestro Moro ieri e oggi, palinsesto notturno Rai), il libro ha l’obiettivo di offrire elementi per una riflessione sulla vicenda Moro, attraverso un viaggio nella memoria, al quale hanno collaborato, con contributi critici e con testimonianze, molti protagonisti del mondo politico, di allora e di oggi, giornalisti, uomini di cultura. Editore Eri - Rai Radiotelevisione Italiana Libri e Video n.8/1998 IL COVO DI STATO Via Gradoli 96 e il delitto Moro Sergio Flamigni La strana scelta di “Mario Borghi”, e la scoperta pilotata del covo. Da via Gradoli al Lago della Duchessa; al covo di via Montalcini; alla tipografia di via Foà; alla base di Firenze; al Ghetto ebraico; allo scandolo dei fondi riservati del Sisde. Le prove documentali che la base Br di via Gradoli era un “covo di Stato”. Edizioni Kaos Euro 14,46 PAOLO VI E LA TRAGEDIA DI MORO 55 giorni di ansie, tentativi, speranze e assurda crudeltà a cura di Pasquale Macchi Ricorre in questi mesi il ventesimo anniversario del rapimento e dell’uccisione di Aldo Moro, avvenimenti questi che, forse più di ogni altro hanno segnato e caratterizzato drammaticamente la storia recente del nostro Paese. A distanza di tanto tempo restano però ancora molti punti oscuri su quelle vicende e sul loro tragico epilogo. Questo libro vuol fare luce sull’impegno della Santa Sede nei 55 giorni in cui si consumò la tragedia dello statista. In particolare, intende dimostrare quanto Paolo VI si adoperò per cercare una soluzione positiva alla vicenda, la narrazione dei fatti segue puntualmente la cronologia dei 55 terribili giorni, basando ogni affermazione su documenti, che vengono riprodotti e trascritti integralmente in queste pagine da cui emerge la verità definitiva, rigorosamente documentata, che mostra quanto Paolo VI avesse a cuore Aldo Moro e la sua sorte, impegnandosi personalmente secondo le possibilità e lo stile del suo mistero. Rusconi Euro 9,00 IL DELITTO INFINITO Silvio Bonfigli, Jacopo Sce Due consulenti della “Commissione parlamentare d’inchiesta sul terrorismo e le stragi in Italia” (1999-2001) raccontano quanto di nuovo è emerso sul sequestro e sull’uccisione di Aldo Moro: dalle bugie e le reticenze del servizio segreto militare, alle incredibili “coincidenze” che favorirono la latitanza del capo brigatista Mario Moretti; dall’ambigua vicenda del musicista russo Igor Markevitch, all’ufficio del servizio segreto civile in via Caetani. Kaos Edizioni Euro 14,00 «IL MIO SANGUE RICADRÀ SU DI LORO» Gli scritti di Aldo Moro prigioniero delle Br Sergio Flamigni Le lettere e il “memoriale” scritti dal presidente della Dc Aldo Moro durante i 55 giorni trascorsi nella prigione delle Brigate rosse (16 marzo-9 maggio 1978), raccolti, ordinati e annotati a cura del massimo esperto del “caso Moro”. Questa drammatica documentazione (ancora parziale, anche dopo il secondo rinve- nimento del 1990 nel covo Br di via Monte Nevoso) ripropone i torbidi enigmi che continuano a gravare sul delitto Moro, e consente di rileggere il più cruciale frangente politico della recente storia repubblicana. Kaos Edizioni Euro19,63 STORIA DI UN DELITTO ANNUNCIATO Le ombre del caso Moro Alfredo Carlo Moro Sono passati venti anni dal sequestro e all'uccisione di Aldo Moro, un evento politico che ha determinato un sostanziale mutamento nella storia dei nostro paese. Lautore, fratello di Aldo Moro e magistrato, sviluppa in questo volume una sua lettura dei fatti di quel drammatico 1978, analizzando e collegando in modo organico tutto ciò che è emerso nei ripetuti processi penali e nelle molte inchieste parlamentari sul caso Moro. Non ne risulta una verità alternativa ma vengono evidenziati i molti inquietanti interrogativi restati senza risposta, le tessere dei mosaico che non vanno a posto, i buchi neri, gli episodi inspiegabili, le carenze ingiustificate, le illogicità. La verità reale, non quella di comodo, appare ancora velata. . La seconda parte dei volume analizza tutti gli scritti di Moro dalla "prigione", ponendo in evidenza da una parte l'azione censoria e manipolatoria dei sequestratori e dall'altra i segnali che attraverso le lettere Moro cercava di inviare all'esterno per far conoscere il suo vero pensiero. Attraverso gli scritti, specie quelli ai familiari, l'autore individua il reale stato d'animo del prigioniero, i suoi sentimenti, la sua serena accettazione del martirio: ne emerge un ritratto dell'uomo Moro assai diverso da quello che finora ci è stato presentato. Editori Riuniti Euro 12,91 LA TELA DEL RAGNO Il delitto Moro Sergio Flamigni La ricostruzione della strage di via Fani (Roma, 16 marzo 1978), e dei successivi 55 giorni del sequestro Moro. Gli affiliati alla Loggia P2 insediati ai vertici dei servizi e delle forze di sicurezza; le indagini ap- prossimative e omissorie, e i depistaggi delle ricerche della “prigione” brigatista; i reperti scomparsi e le ambiguità della magistratura ro- mana; le manovre occulte e le implicazioni in- ternazionali; le “lettere” di Moro, e i comunicati delle Br; il generale Dalla Chiesa e i documenti di via Monte Nevoso; le gravi responsabilità e le reticenze del ministro dell’Interno Cossiga; il presidente del Consiglio Andreotti e il conflitto tra il clan andreottiano e Carmine Pecorelli; le Brigate Rosse e il “quarto uomo”... I misteri che ancora gravano sul delitto che ha segnato – mutandola – la storia della Repubblica. Edizioni Kaos Euro 20,00 IL DELITTO MORO Strategie di un assassinio politico Francesco M. Biscione L'assassinio di Aldo Moro è stato espressione di due diverse tendenze politico-criminali, entrambe frutto della crisi politica italiana: il terrorismo "rivoluzíonario" e la strategia della tensione. E libro rilegge criticamente i giudizi e le acute intuizioni di Aldo Moro prigioniero e descrive le complesse manovre che si svolsero attorno al "carcere del popolo", ricostruendo i movimenti delle Brigate rosse, delle forze dello Stato e della criminalità organizzata, protagonisti di una vicenda complessa e ancora in larga parte misteriosa. Appaiono cosí in una nuova luce molte circostanze finora inspiegabili ed emerge'una ricostruzione del caso Moro come doppio delitto, un delitto cioè al quale contribuirono, in posizione non marginale, forze del tutto diverse dalle Brigate rosse. Editori Riuniti Euro 14,46 LA “PAZZIA” DI ALDO MORO Marco Clementi È questo il primo libro di storia sul sequestro di Aldo Moro da parte delle Brigate rosse. Un evento con cui per 23 anni è stato impossibile misurarsi con gli strumenti della ricerca scientifica. Molte ricostruzioni del rapimento e dell'uccisione di Aldo Moro da parte delle Brigate rosse prodotte fino a oggi sono caratterizzate dalla preferenza accordata dagli autori a un lavoro deduttivo e indiziale che si può definire, usando un neologismo tutto italiano, dietrologico, piuttosto che a un'analisi della documentazione originale, composta dalle lettere dello statista, dal memoriale, dai documenti politici delle Br, dalle memorie di politici e terroristi, dai risultati delle Commissioni di inchiesta parlamentari e dai processi. L'ampia bibliografia sul caso Moro e sulle Brigate rosse, allora, non costituisce ancora una vera tradizione storiografica, perché il lavoro analitico e di ricerca ha troppo spesso lasciato il campo a ricerche di taglio giornalistico, politico o, addirittura, a vere e proprie monografie basate su teoremi non dimostrati. Dopo tanti medium, radioestesisti, detectives dilettanti; dopo tanto impiego di pendolini, palle di vetro e tavolini sussultanti; dopo la profusione di ipotesi, congetture e coincidenze, finalmente, una lettura con metodo e senza pregiudizi: unico prerequisito, il sistema di regole della filologia. Un terminus a quo. Da questo momento è storia. Fatto un passo indietro quanto alla passione, ma fatti due in avanti quanto al metodo: per il tantissimo che esclude e lascia cadere e per quel poco che integra fino a portare a totalità i documenti, facendo parlare solo chi agì con responsabilità e pagando prezzi. Odradek Euro 15,4 box2 Giuseppe Francese Il giornalista e l’impiegato Raccolta cronologica dei suoi articoli e il ricordo di due amici e colleghi di Totò Cernigliaro – Antonella Marino – Nicola Monterosso «Papà ricordo bene le tue mani bellissime e i tuoi occhi scuri pieni di bontà…» Nella mia vita non ho soltanto cazzeggiato, qualcosa di serio l’ho fatta anch’io. Ho scritto e ho scritto di mafia. Mio padre è stato un grande giornalista investigativo. Scriveva soprattutto di mafia. Per questo lo hanno ucciso: ventidue anni fa. Che fosse il migliore lo dice un’inchiesta giudiziaria, sfociata poi in un processo. Sette le condanne. Anch’io ho scritto qualcosa, perché lo faccio? Dato che nella mia vita il mio lavoro è tutt’altro? Boh! Forse soltanto sete di verità. Così qualche inchiesta l’ho fatta anch’io. In periodici poco conosciuti ma in cui ero libero di scrivere quello che volevo e l’ho fatto, credo di averlo fatto bene». Giuseppe Francese Giuseppe era solito dire ai suoi amici: «Il giornalismo mi scorre nelle vene»…Questa raccolta di suoi articoli realizzata da Totò Cernigliano, Antonella Marino e Nicola Monterosso vuole essere un omaggio al suo grande desiderio di giustizia e di verità. Il testo è scaricabile dal sito: www.fondazionefrancse.org. Info:tel.Cernigliaro 328/6280298 ANTIMAFIDuemila N°31 |
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In edicola dal 18 luglio 2008In questo numero: Leggi "blocca processi", leggi "salva premier", "41 bis" revocati e intercettazioni vietate. E' scontro istituzionale. La Procura di Salerno ribalta il "caso De Magistris". Chiesta l'archiviazione ed annunciate indagini contro chi lo ha accusato. Presto al via il processo Toghe Lucane. La più importante inchiesta degli ultimi cinquant'anni. Agenda Rossa: La procura si appella alla Cassazione. Trapani: Nuovi legami tra mafia politica e massoneria. Il boss Messina Denaro tradito da falsi amici e documenti pericolosi. Gli affari della Despar in Sicilia. Si aggrava la posizione di Scuto nel processo. Barlume di speranza sul caso Rostagno. Vent'anni dopo l'attentato una perizia balistica potrebbe far emergere la verità. Talpe Dda. Le motivazioni delle sentenze Cuffaro, Borzacchelli e Ciuro. Calcestruzzi spa. Le dichiarazioni di Siino su Pesenti. Nu Bellu Lavuru. Sulla Ss 106 una commistione tra 'Ndrangheta e politica. Gli interessi di Cosa Nostra sul ponte di Messina. Ed altro ancora... |
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La nascita della seconda Repubblica sul sangue di Falcone e Borsellino Il 20 luglio 1992 nasceva la Seconda Repubblica di questo nostro Paese, basata sulla corruzione, sulle mafie, sulla violenza, sul dominio, sulla prevaricazione, sulla ricchezza illecita, sul razzismo e sulla xenofobia.
Oggi, ancora luglio, ma 2008, ci ritroviamo per la
terza volta al governo l’imprenditore Silvio Berlusconi, plurimputato in
diversi processi, amico di condannati per mafia e amico di Cosa Nostra sin dai
primi anni Settanta. Che inneggia, abbracciato al suo principale garante Marcello
Dell’Utri, all’eroe Mangano, complice dello scioglimento nell’acido di esseri
umani.
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In questo numero: Dopo sei anni di prigionia è stata finalmente liberata Ingrid Betancourt. Giulietto Chiesa, sempre analizzando il quadro internazionale degli eventi, spiega il trattato di Lisbona, attorno al quale si è creato un vero dibattito politico. Nuovi interrogativi sull'11 settembre. Troppi crolli accidentali. Appello contro la pedofilia e la sua ideologia. L'allarme lo lancia l'Associazione Meter di Don Fortunato Di Noto. Libera l'Acqua: prosegue la campagna sull'oro blu da parte delle associazioni del Cipsi. Si torna a parlare di Nucleare. Una minaccia per il mondo. Intervista al pm paraguaiano Arnaldo Guizzo in lotta contro la corruzione e il narcotraffico. Appello per un'informazione libera: un nuovo format televisivo per garantire libertà e democrazia nell'informazione. LEGGI TUTTO... |
Di seguito pubblichiamo, in formato pdf, l'intervento del Clar (Centro Libero Analisi e Ricerche) alla conferenza “Crisi dei mutui e finanza mondiale: cosa ci riserva l'economia?”
L'incontro si è tenuto ad Ancona lo scorso 14 dicembre 2007 e tra i relatori Anna Petrozzi il caporedattore del giornale ANTIMAFIADuemila.
La relazione è la sintesi di uno studio sulla finanza internazionale condotto dallo stesso Centro (vedi www.clarissa.it) ed esposto in modo semplice e facilmente comprensibile anche ai non addetti ai lavori. Un documento prezioso corredato di schemi e tabelle che illustra in modo chiaro i meccanismi di potere sui quali è basato l'attuale modello finanziario mondiale.
Studio sulla finanza internazionale del Centro libero analisi e ricerche
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