La Rivista
Editoriali
«La lotta alle mafie. Scelte ed azioni positive» | «La lotta alle mafie. Scelte ed azioni positive» |
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di Giuseppe Lumia Qual è oggi la situazione della criminalità mafiosa in Italia? Quale la valutazione degli investigatori, delle polizie e della magistratura sulla forza, l’influenza e la consistenza della mafie? Come sono rappresentate le mafie sui giornali e nelle televisioni? Se ne parla nelle scuole, nelle università? E come? Qual è la percezione dell’opinione pubblica della morsa criminale sul tessuto civile, economico e sociale? Come operano i partiti, le forze sindacali, i movimenti? Quanto l’effervescenza ed il risveglio di sensibilità sui temi della legalità ha direttamente riguardato le mafie, l’impegno per costruire una rete tra i diversi versanti della società e delle istituzioni per sradicare il crimine organizzato? Qual è, infine, la considerazione del fenomeno da parte delle istituzioni: il Parlamento, il Governo, la Commissione parlamentare Antimafia? Ecco una serie di interrogativi che ci siamo posti quando abbiamo pensato di organizzare questa iniziativa. Un incontro pensato per fare il punto sulla lotta alle mafie in Italia, per presentare una bozza di programma, aperta a integrazioni e modifiche, per riflettere, insieme agli operatori che abbiamo invitato, anche criticamente, su quanto abbiamo fatto e soprattutto su quanto ci spetta di fare. Vediamo quali sono intanto le risposte che ha dato la maggioranza di Centrodestra in quasi due anni di governo. · il Centrodestra ha approvato la nuova legislazione sul rientro dei capitali, sul falso in bilancio, sulle rogatorie internazionali, sul legittimo sospetto e si oppone al mandato di cattura europeo e al sequestro cautelativo dei beni; · è stato estromesso Tano Grasso dal Commissariato straordinario del Governo per il coordinamento delle iniziative antiracket e antiusura; · il Governo non ha accettato una proposta di modifica della legge sui collaboratori per poter rendere effettivi i 180 giorni di deposizione, malgrado un parere unanime della Commissione Antimafia e l’impegno del Ministro dell’Interno, solo perché Giuffrè affronta il nodo mafia e politica; · esponenti del Governo ci hanno invitato a “convivere con la mafia”; · nessun esponente del Governo ha sentito il dovere, prima morale che civile, di presenziare al funerale di Antonino Caponnetto, il padre del pool antimafia di Palermo; · il Governo ha presentato leggi che intaccano l’autonomia e la libertà della magistratura, altre ancora puntano a rendere inefficaci le indagini e i processi di mafia; · si susseguono inchieste sul diretto coinvolgimento di amministratori e politici nelle attività delle cosche mafiose; · il Ministro della Giustizia si propone di depenalizzare nella sostanza il reato di usura se compiuto da operatori bancari; · dal Centrodestra partono periodicamente tentativi di modificare la legge sulla confisca dei beni per poter vendere i beni confiscati ai mafiosi, consentendo così agli stessi boss di rientrarne in possesso attraverso il classico prestanome; Intanto boss del calibro di Pietro Aglieri e Leoluca Bagarella a più riprese inviano delle missive per richiamare alcuni settori politici al mantenimento degli impegni per recuperare spazi di impunità, ridotti grazie all’attività delle forze dell’ordine e dalla magistratura.Ma non siamo solo noi, con le nostre valutazioni e con l’elencazione di questi fatti, a dire che la mafia è ancora forte. Sono le stesse analisi di tutti gli apparati dello Stato impegnati nell’azione di contrasto che periodicamente ce lo segnalano.Anche chi è in prima fila nella lotta alle mafie sul versante della società civile, non si stanca di ripetere come, invece di migliorare, la situazione del contrasto alle organizzazioni criminali stia peggiorando. Don Luigi Ciotti, instancabile voce delle mille associazioni che fanno parte di Libera, nell’avviare la carovana antimafia (che sta diventando un’esperienza sempre più coinvolgente e preziosa) e presentando la giornata della memoria e dell’impegno, che il prossimo 21 marzo ci vedrà a Modena, ha ricordato come molte leggi approvate recentemente siano state segnali negativi per la lotta alle mafie.La Federazione delle associazioni antiracket ed antiusura (Fai), in un suo recentissimo documento ha ricordato come siano in evidente calo le denunce contro il racket, mentre tutte le Province del Sud segnalino un aumento del fenomeno. Ci sono posti come Reggio Calabria dove nel centro cittadino il 90% dei negozi paga il racket, e l’altro 10% probabilmente è gestito direttamente dalla criminalità. Eppure le denunce non aumentano. E’ sempre la Fai a segnalare come in alcuni territori la situazione sia sempre più vicina a quella esistente a cavallo tra gli ani ’80 e ’90. La domanda più importante allora diventa questa: ha ancora un senso porsi l’obiettivo primario della lotta alla mafia? Sì, oggi, più di ieri. È bene dire, con la massima chiarezza, che le mafie non sono scomparse, continuano ad essere radicate, sebbene abbiano in gran parte mutato le forme di presenza sul territorio ed abbiano ridotto notevolmente gli aspetti che le avevano rese tragicamente visibili sul piano nazionale e internazionale. In una parola, per prima Cosa Nostra, ma anche le altre mafie, hanno abbandonato la linea stragista e le azioni più scopertamente violente per scegliere una condotta meno appariscente, di ‘inabissamento’, com’è stato detto con felice espressione, ma non per questo di più basso profilo. Oggi questa stessa strategia può subire delle trasformazioni. La mafia “dentro”, attraverso i boss in galera continua a puntare sullo svuotamento del 41 bis, anche dopo la stabilizzazione della legge, ma punta ancora di più all’importante obiettivo dell’approvazione della legge sulla revisione dei processi su cui il Governo e la maggioranza continuano a non esprimersi contro con chiarezza, decisione ed univocità. Non è da sottovalutare inoltre l’ipotesi che i boss in carcere possano chiedere a chi è fuori di tornare ad azioni violente ed eclatanti. Non bisogna minimizzare tali pericoli poiché la mafia storicamente interviene con l’uso della violenza quando si trova di fronte a delle istituzioni che assumono comportamenti contraddittori: con settori che promettono e non mantengono, altri che trattano e accendono speranze, altri ancora che confermano una linea severa di lotta alla mafia. Anche la mafia silenziosa, quella che sta “fuori”, oggi costituisce un pericolo serio per la nostra democrazia, un vincolo strutturale per l’autosviluppo del Mezzogiorno, una presenza invasiva in tante aree del Centro-nord, una sfida vera e drammatica nel contesto della globalizzazione. A dieci anni dal biennio delle stragi (1992 – 1993) si impone una riflessione per registrare i buoni risultati raggiunti, i limiti da superare e le innovazioni da apportare. Tra i dati positivi va registrata la forte incrinatura di tre capisaldi delle mafie: la segretezza, la convinzione dell’impunità e l’omertà interna ed esterna. Molti importanti boss sono stati catturati grazie all’intuizione di creare strutture investigative specializzate ed integrate con le professionalità delle forze dell’ordine radicate nel territorio, sono state acquisite conoscenze sempre più approfondite sui meccanismi interni delle organizzazioni mafiose, sono stati celebrati numerosi processi e condannati con sentenza definitiva molti capi, con il contributo determinante dei collaboratori e, in molti casi, dei testimoni di giustizia. Ma sono risultati che vanno difesi perché ancora fragili in quanto sono inediti per il nostro Paese e per la vita della nostra democrazia. C’è ancora il rischio evidente che possano essere spazzati via. Per questo vanno contrastate ed evitate leggi che permettano la revisione dei processi o limitino la validità delle deposizioni incrociate dei collaboratori di giustizia, ed ancora vanno contrastate proposte legislative che impediscano lo svolgimento efficace di indagini come l’avviso di apertura d’indagine immediato o le limitazioni alle intercettazioni telefoniche. Tutto questo lavoro per sistematizzare un meccanismo di sicurezza e repressione nella lotta alle mafie non basta. Nonostante i diversi risultati ottenuti sul piano repressivo militare. Le mafie non sono state sconfitte, si sono trasformate, hanno un forte radicamento nei territori e si sono anche inserite nei meccanismi di globalizzazione dell’economia. E’ necessario pertanto un salto di qualità, valorizzare i risultati ottenuti, verificare criticamente i limiti presenti nelle scelte compiute in questi anni nel contrasto alle mafie. C’è bisogno di un progetto ampio, integrato in grado di aggiungere alla dimensione repressivo-giudiziaria, percorsi, soggetti capaci di colpire le mafie nelle loro dimensione interne ed esterne, soprattutto nelle loro collusioni con la società, la politica, le istituzioni e gli interessi economici. Per impedire che la capacità di trasformazione delle mafie possa tradursi in una loro avanzata occorre un’azione che investa con decisone tre versanti: la politica, l’economia e la società. Bisogna intervenire per spezzare in ambito locale tutti i legami tra politica e mafia, un fenomeno in forte aumento e con una dato seriamente preoccupante: i politici sono sempre più parte integrante delle organizzazioni e non solo fiancheggiatori più o meno occulti. A mo’ di esempio, come ultimo avvenimento potremmo citare lo scioglimento del consiglio comunale di Lamezia Terme, ma il fenomeno, per come si rileva dalle segnalazioni che giungono da tante parti del Paese - da Corleone a Bari, da Locri a Caserta, da Vibo alla Regione Sicilia - è ancora forte e presente. Si impone un impegno ed una iniziativa politica e legislativa che affronti alla radice il problema, alla luce delle esperienze di questi ultimi anni. Il numero di casi accertati di collusione, di rapporti ingiustificati di politici con persone e gruppi malavitosi non può non destare preoccupazione. Non occorrono molti sforzi di memoria, ma i casi di Dell’Utri, di Giudice, di Matacena, di quel consigliere provinciale di Forza Italia trovato al summit della cupola mafiosa della provincia di Agrigento, e poi giù giù, in una serie di situazioni che sono davvero troppo numerose per essere valutate alla stregua di casi sporadici ed eccezionali. Non mancano inoltre casi, e non vanno nascosti, seppure isolati, che coinvolgono esponenti del centrosinistra. Su questo crinale occorre un impegno di tutti nella consapevolezza che si tratta di un tema delicato, che coinvolge un aspetto, quello del rapporto tra responsabilità politica e responsabilità penale, troppo importante per la credibilità delle istituzioni, davvero decisiva per essere oggetto di strumentalizzazioni di parte. Non c’è una soluzione giudiziaria al problema tutto politico di una selezione della classe dirigente che, soprattutto nelle regioni più a rischio, si dimostra spesso incapace di offrire al Paese una prospettiva di sviluppo ordinato e compiuto, libero e solidale. Una prima preoccupante valutazione ci fa notare come si stia progressivamente passando da un sistema in cui le mafie e la politica erano due mondi sostanzialmente autonomi, che solo in alcuni momenti si incontravano per spartire appalti, affari, poteri e valutare appoggi elettorali, ad un sistema in cui a prevalere è un rapporto organico tra rappresentanti nelle istituzioni e mafie, in cui le strategie non sono solo convergenti ma sono proprio comuni e condivise. Il rischio è, in sostanza, che si passi via via da un rapporto mafia e politica in cui prevalente era la “mediazione” ad un meccanismo di collusione in cui in cui prevalente diventa la “rappresentazione diretta” della mafia nella politica. I fatti specifici che costituiscono reato sono e saranno valutati dalla magistratura. Sempre che le si dia la possibilità di operare in tal senso e non si travolga tutto con leggi-tombali per la democrazia, viste alcune difficoltà che incontrano nell’applicazione concreta le stesse leggi-privilegio sulle quali è stato impegnato, pressoché costantemente, il Parlamento, in questo scorcio di legislatura. Ma occorre ribadire, in modo chiaro e forte, che oggi in Italia vi è una “questione morale” che riguarda il personale politico di questa nazione, al quale “il popolo” - per usare una categoria ultimamente presa in prestito dal Centrodestra - ha il diritto di chiedere non solo l’incensuratezza penale, su cui è compito della magistratura pronunciarsi, ma anche una limpidezza “etica”, che è imposta proprio dalla funzione di rappresentanza propria ed autonoma della politica. Non sono concetti nuovi, ne convengo. Ma la forza intramontabile di essi mi porta a ritenere la loro centralità, anche oggi, nella battaglia di ogni giorno, per dare sostanza al principio di legalità. Ben poca cosa, e davvero poco credibile, sarebbe la chiamata all’impegno contro le mafie dei giovani e dei cittadini onesti, se l’esempio, anche qui, non venisse dall’alto, ovvero da parte di chi ha assunto una responsabilità politica con il compito di rappresentare gli altri nelle scelte che riguardano la vita di tutti. Se si può capire che il cittadino Silvio Berlusconi si avvalga della facoltà di non rispondere di fronte ad un magistrato, utilizzando un legittimo strumento di difesa; è meno comprensibile come il Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi si possa rifiutare di chiarire in sede politica ed istituzionale ogni dubbio sui suoi rapporti con esponenti di Cosa Nostra. Dubbi che sarebbe bene diradare di fronte alla Commissione parlamentare Antimafia che è l’organismo istituzionalmente preposto. Bisogna, inoltre, fermare la marea inquinante, sempre più consistente, che investe il rapporto delle mafie con il mondo economico. Da un lato ci sono inchieste importanti, come quella sull’Anas e sulla Salerno-Reggio, che dimostrano come importanti aziende nazionali, magari proveniente da regioni “sane”, appena vinto un appalto nel Sud la prima cosa che hanno fatto è stata quella di cercare il rapporto con la ‘Ndrangheta. Su un altro lato ci sono le piccole e medie imprese locali che dalle stesse cosche sono strangolate e costrette a versare quote dei loro incassi per poter semplicemente stare sul mercato. Registriamo anche l’aumento di realtà economiche direttamente espressione delle mafie. Infine, ci sono i tanti cittadini vittime dell’usura, un fenomeno perverso che aggiunge dolore alla disperazione e che altro non è che un’altra faccia della schiavitù prodotta dalle mafie. Di fronte a tutto questo il Governo manda segnali devastanti: consente il rientro di capitali illeciti, depenalizza il falso in bilancio, pensa di velocizzare gli appalti togliendo i controlli di legalità, propone di depenalizzare il reato di usura se commesso da operatori bancari, caccia via Tano Grasso. La nostra proposta è ben diversa. Vanno rafforzati i controlli sui capitali, dando piena e valida attuazione alla legge sull’anagrafe dei conti e dei depositi. Vanno penalizzate le imprese che hanno fatto patti con le mafie, prevedendo anche meccanismi che privilegino chi denuncia le estorsioni, come propone la Fai e ci risulta che a Napoli questo si stia già sperimentando, dimostrazione che è possibile invertire la tendenza. Va diminuito drasticamente il numero delle stazioni appaltanti, in maniera che meccanismi illegali ed accordi (volontari o obbligati) tra diverse aziende vengano scoperti con maggiore facilità. Vanno monitorati realmente i cantieri per evitare che i subappalti e le forniture siano appannaggio esclusivo delle mafie. Per fare questo è necessario che anche la società civile passi dalla stagione dell’antimafia indignata a quella dell’antimafia propositiva ed attiva. Gli esempi ormai non mancano. Ad esempio dentro Libera si trovano splendide esperienze di percorsi di educazione alla legalità; nel versante del riutilizzo dei beni sociali si è ormai radicato il Consorzio “Sviluppo e legalità” che dimostra come veramente dai beni strappati alla criminalità possa arrivare lavoro e produttività per le realtà locali; le associazioni antiracket, guidate dalla Fai, dimostrano che è possibile dire di no alle estorsioni, coinvolgendo direttamente gli operatori economici. Ci sono alcune emergenze sociali che si legano strettamente con la vita delle mafie e con la difficoltà di far crescere la fiducia dei cittadini nell’azione di contrasto, fra queste basti ricordarne tre particolarmente simboliche: le lotte dei disoccupati, la gestione delle acque e quella dei rifiuti. Per quanto riguarda la questione delle lotte per il lavoro è evidente per tutti che con uno sviluppo maggiore nel Sud Italia le possibilità di fare proseliti per le mafie sarebbero molto inferiori. Per questo sono necessarie sempre più politiche capaci di legare lo sviluppo con la legalità, perché altrimenti si corre il rischio di lasciare i disoccupati, soprattutto giovani, in mano alle varie mafie presenti sul territorio. Già in diverse città del Sud le giuste proteste organizzate dei disoccupati si mischiano con azioni di violenza e di intimidazione che nulla hanno a che vedere con l’esigenza si promuovere il lavoro. Bisogna essere capaci di spezzare questa pericolosissima catena, riprendendo un’azione continua dei Ds all’interno del mondo del lavoro e soprattutto del mondo della disoccupazione.Altrettanto importante, non solo come valore simbolico ma proprio per garantire uno sviluppo sano, è intervenire sulla gestione delle acque e dei rifiuti. Il problema dell’acqua è sentito particolarmente in Sicilia ma è presente in tutte le regioni del Sud; spesso, a fronte di una presenza di risorse sufficiente per le necessità sia agricole che civili, ai consumatori arrivano risorse esigue per una serie di cause a cui però non è estranea una presenza forte e pervasiva delle mafie. Restituire piena legalità a questo settore è determinante per tutta l’economia. Stesso discorso, ma ancora più diffuso, non solo nel Meridione ma in tutta Italia, vale per il ciclo dei rifiuti. Qui la presenza della criminalità organizzata incide in vari modi, gestendo discariche abusive, scaricando veleni ovunque, inquinando falde acquifere e terreni coltivati. E’ un malaffare che incide direttamente sulla salute e sul benessere dei cittadini, per questo è necessaria un’inversione di tendenza. Sono campi di impegno su cui è necessario lavorare per produrre altre scelte di fondo, “azioni positive” in grado di rendere la lotta alle mafie una “risorsa” in grado di far incrementare l’affermazione dei diritti, la crescita legale degli interessi, l’espansione di sviluppo economico sostenibile e di consenso intorno alle istituzioni e alle stesse regole del mercato. Ma vi è consapevolezza della reale presenza della criminalità mafiosa nella società, nella politica, nell’informazione? Pur senza generalizzare, nei grandi giornali di opinione e nelle televisioni, in tutte, sembra sparito non solo l’argomento ma il termine stesso “mafia”: d’altra parte nel discorso programmatico di Berlusconi alle Camere il termine “mafia” non compare mai, mentre la parola “criminalità” è utilizzata solo una volta. Anche i grandi soggetti che organizzano il sistema economico affrontano la questione mafia solo marginalmente e con superficialità. Non vi è dubbio che negli ultimi mesi vi sia stato nella società, nei mass-media un ritorno di attenzione su questi temi. E, in verità, le “provocazioni” delle leggi-privilegio - dal falso in bilancio, alle rogatorie, alla Cirami - erano davvero forti per non determinare la reazione che vi è stata, con i movimenti, i girotondi, l’impegno dei partiti e del sindacato. Ma bisogna chiedersi: quanto l’effervescenza ed il risveglio di sensibilità sui temi della legalità ha direttamente riguardato le mafie, l’impegno per costruire una rete tra i diversi versanti della società e delle istituzioni per sradicare il crimine organizzato? Con lealtà dobbiamo riconoscere che ancora non ci siamo.Ecco perché questa nostra iniziativa deve rappresentare l’avvio di un dialogo per capire come, nelle scuole, nelle università, nelle parrocchie, nei centri sociali, nei luoghi di lavoro, nei quartieri, tra gli interessi diffusi il tema dell’impegno antimafia possa essere trattato guardando da vicino e lottando da vicino per il commerciante in difficoltà per la stretta dell’usura, l’artigiano che deve pagare il pizzo, contro la presenza ingombrante di criminali nei comuni, negli enti locali, sostenendo l’impegno per la trasparenza negli appalti e nei subappalti, sviluppando iniziative contro la diffusione dell’usura e delle droghe.Voi pensate che la considerazione del fenomeno da parte delle istituzioni e della società sia sufficientemente adeguata? Noi pensiamo di no! Per questo motivo abbiamo voluto, con questa iniziativa mettere in campo le nostre capacità per comprendere criticamente quanto abbiamo fatto, rimotivare noi stessi e la politica, capire quanto ci spetta di fare. E’ certo, tuttavia, che le scelte normative della maggioranza parlamentare e del Governo non vanno nella direzione del rafforzamento del principio di legalità e della lotta contro le mafie. Sono oramai note le strumentali utilizzazioni della legge Cirami in decine e decine di processi contro clan e boss mafiosi in tutta Italia. Noi assicuriamo il nostro impegno, a partire dalle attività della Commissione parlamentare Antimafia. Dove pure, su determinate questioni, sono maturati positivi orientamenti unitari che si sono imposti in Parlamento (penso al 41 bis) mentre è mancata sinora un’iniziativa complessiva sul tema delle stragi e del rapporto mafia-politica-istituzioni. Come anche è stato assente un giudizio critico ed una valutazione complessiva sulle conseguenze nella lotta alle mafie delle ultime scelte legislative portandoci, con tutto il Centrosinistra, ad una valutazione critica della relazione annuale del Presidente.Tutti hanno un ruolo importante per lanciare questa svolta, non solo la politica. Penso alla Chiesa, al mondo del giornalismo, alle organizzazioni sindacali, al mondo delle imprese e degli interessi collettivi, ai singoli cittadini. Intanto i Ds debbono fare molto di più, recuperare la migliore memoria e dotarsi di un progetto antimafia forte, capillare e sistematico. Un progetto da elaborare e concretizzare tenendo conto della necessità di aprire una fase nuova del contrasto alle mafie, unificando la dimensione della legalità e quella dello sviluppo da realizzare nella vita di ogni giorno di tutti cittadini, dei lavoratori, delle imprese e dei giovani. In sostanza legalità e sviluppo non vanno mai separati, anzi, l’una deve essere risorsa per l’altro. Bisogna promuovere l’idea che la legge è smentita in sé quando non è “uguale per tutti”, la legalità è smentita in sé quando non diventa fattore propulsivo della massima integrazione sociale. La questione sociale è l’anima di ogni lotta per la legalità, intesa come lotta per la democrazia. Non c’è legalità senza giustizia sociale, perché nella mancanza di giustizia si annidano tutti i presupposti del sopruso e dell’arbitrio, che costituiscono l’humus di ogni mafiosità e di ogni mafia. Giuseppe Lumia Roma giovedì 13 marzo 2003, ore 15 e 30, Sala del Cenacolo, vicolo Valdina. Relazione introduttiva dell’on. Giuseppe Lumia, capogruppo Ds in Commissione Antimafia, ex presidente Commissione Antimafia e responsabile Ds Lotta alle mafie. |
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In edicola dal 28 maggio 2008
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Baciamo le mani E guai a chi vuol fare da guastafeste e minare il dialogo, viene linciato con la verga bipartisan. A inaugurare il nuovo metodo all’educato olio di ricino è stato Marco Travaglio. Che si è permesso ancora una volta di utilizzare la televisione come organo di informazione, cioè si è preso la briga, ad autentico sprezzo del pericolo, di dare ai cittadini una notizia. Per altro non esclusiva.
Invitato da Fabio Fazio nella trasmissione Che
tempo che fa ha osato informare i cittadini italiani che il neo-presidente del
Senato Renato Schifani ha avuto, nel procedere della sua carriera, amicizie e
frequentazioni poco raccomandabili. Con boss mafiosi per l’esattezza. |
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Inserto Terzo Millennio N. 58 In questo numero: Nell'ambito del simposio internazionale indetto a Torino lo scorso 28 e 29 marzo dal titolo “From Global Warning to global policy” Giulietto Chiesa ha parlato di recessione mondiale e crisi ambientale, energetica e finanziaria. Questioni cruciali che stanno scuotendo il mondo intero. Fame nel mondo e povertà estrema. Una realtà sempre più vicina a noi, ma di chi è la colpa? Il Kosovo come le ciliegie: un'indipendenza tira l'altra. Quali saranno le conseguenze? Dal sequestro di Ingrid Betancourt in Colombia all'elezione di Fernando Lugo in Paraguay: guerra, corruzione e speranza in America Latina. Libera l'Acqua: proseguono le iniziative delle associazioni del Cipsi per promuovere la campagna sull'oro blu. Appello per un'informazione libera: un nuovo format televisivo per garantire libertà e democrazia nell'informazione. |
Di seguito pubblichiamo, in formato pdf, l'intervento del Clar (Centro Libero Analisi e Ricerche) alla conferenza “Crisi dei mutui e finanza mondiale: cosa ci riserva l'economia?”
L'incontro si è tenuto ad Ancona lo scorso 14 dicembre 2007 e tra i relatori Anna Petrozzi il caporedattore del giornale ANTIMAFIADuemila.
La relazione è la sintesi di uno studio sulla finanza internazionale condotto dallo stesso Centro (vedi www.clarissa.it) ed esposto in modo semplice e facilmente comprensibile anche ai non addetti ai lavori. Un documento prezioso corredato di schemi e tabelle che illustra in modo chiaro i meccanismi di potere sui quali è basato l'attuale modello finanziario mondiale.
Studio sulla finanza internazionale del Centro libero analisi e ricerche
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