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Antimafia Duemila

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Jul 05th
Home arrow La Rivista arrow Editoriali arrow Una certa voglia di mafia
Una certa voglia di mafia PDF Stampa E-mail
L’allarme del procuratore Grasso scuote il mondo dell’imprenditoria
di Piero Grasso



Il Procuratore Capo di Palermo, Piero Grasso, al convegno sul Mezzogiorno organizzato dai DS nel capoluogo siciliano lo scorso 15 marzo, ha lanciato l’allarme sulla forte infiltrazione mafiosa nell’imprenditoria. Il durissimo bilancio tracciato dal Procuratore ha raggiunto il suo apice con una dichiarazione che ha suscitato molto scalpore sia in ambito politico che in quello imprenditoriale: “Periodicamente ritorna anche nelle forze sane dell’imprenditoria quasi una voglia di mafia, come entità occulta che possa mediare tra le forze produttive e far da garante al rispetto di accordi illeciti non scritti”. Considerato che la succitata frase ha scatenato consensi e dissensi  ed è stata, per la maggiore, commentata senza alcun riferimento contestuale, abbiamo ritenuto opportuno pubblicare integralmente la sua relazione dal titolo Economia e mafia, che peraltro condividiamo, in modo da poter essere compresa con quella serietà e profondità che contraddistinguono l’operato del procuratore Grasso.
Giorgio Bongiovanni
ECONOMIA E MAFIA

Le associazioni criminali di tipo mafioso hanno sempre  manifestato un grande interesse ad infiltrarsi nelle iniziative economico-imprenditoriali che si svolgono sul loro territorio.
Deve, purtroppo, prendersi atto che la mafia siciliana riesce senza soluzione di continuità, a condizionare pesantemente lo sviluppo dell’economia isolana soprattutto nel settore delle opere pubbliche, mortificando il principio della libera concorrenza tra imprese.
L’attività di “Cosa Nostra” nel settore degli appalti pubblici è legata ad una duplice forma di intervento: quella  parassitaria  consistente nella imposizione del così detto “pizzo” e quella dinamica della mafia imprenditrice, che vede tale organizzazione criminale, pur senza alcuna rinuncia alla parallela imposizione del pizzo, entrare in prima persona nella gestione diretta od indiretta degli appalti pubblici.
Nella sub-cultura imprenditoriale siciliana la c.d. messa a posto è talmente recepita come atto dovuto, da essere sostanzialmente considerata, da molte imprese, anche da quelle di mafiosi, alla stessa stregua di un costo di produzione.
Le forme in cui si manifestano le pratiche estorsive  non consistono soltanto nel pagamento di somme di denaro, ma possono anche concretizzarsi in sottrazioni di merci, compiacenti fatturazioni per operazioni inesistenti, assunzioni di manodopera, imposizione di servizi di vigilanza, fino alla imposizione della compartecipazione societaria.
In quest’ultimo caso le vittime preferite sono costituite da imprese in difficoltà, con carenza di credito e di liquidità, cui sopperiscono società finanziarie sostanzialmente in mano alla mafia che offrono tassi inferiori a quelli bancari; in un secondo tempo viene imposto l’acquisto di quote societarie in un crescendo che può condurre al totale controllo dell’impresa da parte di Cosa Nostra.
Le percentuali indicate dai collaboratori e riscontrate dall’attività di indagine hanno consentito di accertare tangenti versate a Cosa Nostra, per importi variabili dal 2% al 10% del valore dell’appalto, normalmente il 3%.
E’ un dato acquisito  che le estorsioni sono di interesse vitale per l’organizzazione mafiosa (al pari delle altre attività criminali di maggior rilievo, quali la gestione illecita degli appalti pubblici ed i traffici illeciti di sostanze stupefacenti e di armi).
Attraverso le estorsioni, infatti, Cosa Nostra realizza due obiettivi fondamentali:
·    un obiettivo economico, costituito dalla acquisizione costante e regolare di considerevoli profitti;
·    un obiettivo di politica criminale, costituito da un sistematico controllo del territorio; sul quale l’organizzazione, sostanzialmente sostituendosi allo Stato, esercita un potere illegale di imposizione fiscale in ragione dei corrispettivi servizi di protezione, in tal modo riuscendo anche ad ottenere “consenso” dagli stessi operatori economici vittime del fenomeno.
Per la ricostruzione di questo contesto, di particolare interesse appaiono le risultanze delle indagini svolte - dopo la cattura di Giuseppe Graviano  - sulle attività criminose nel mandamento di Brancaccio , articolazione territoriale di Cosa Nostra. Tra la documentazione sequestrata, di particolare interesse appaiono tre lettere scambiate tra il Mangano e Giuseppe Graviano (che si firma “madre natura”) , detenuto in regime di restrizione ai sensi dell’art. 41 bis O.P.
In tali lettere, il Graviano dà notizie sulla sua posizione, informa sugli affari illeciti che aveva in corso al momento del suo arresto (estorsioni, società di fatto con prestanomi per lo più nel settore edile, ed altro), ed illustra le esigenze economiche sue e di molti altri detenuti che a lui si rivolgono.
I suoi interlocutori a loro volta riferiscono del prosieguo delle attività e forniscono informazioni utili sugli affari (tutti, ovviamente, delittuosi) in corso.
Questo il testo:Ci sono venti carcerati che sono rovinati processualmente e non hanno mezzi economici per affrontare la situazione; l’impegno è di darci dai tre a quattro appartamenti ciascuno per avere un futuro economico sicuro sia loro che le loro famiglie.
Sempre i carcerati mi chiedono perché gli è stato diminuito il mensile dopo il mio arresto (...) solo per me spendo venti milioni al mese di avvocato, vestirmi, libretta e colloqui.
Quando ero fuori si incassavano 800 milioni annuo effettivi + da 1 a 1 ½ miliardi extra (...).
(...) i costruttori che sono in moto debbono uscire questi appartamenti, se qualcuno babbìa vi dico io quali sono stati i patti (...).
(...) non fate società con i costruttori che ho io, forse qualcuno babbìa e gliela debbo fare pagare, chi approfitta dei carcerati la paga perché è un infame.
Nella risposta gli interlocutori del Graviano, fra l’altro, scrivono:
“ (...) inoltre quando c’è lo chiedono diamo i soldi per gl’avvocati. Per esempio nel 94 quelli documentati sono 66 M, nel 95 fino a oggi sono 36 M. Ti faccio un quadro della situazione gli stipendi attuali ammontano a 474 M per i carcerati, 156 M x latini (latitanti - N.d.R.), 270 M per le persone indispensabili che girano vicini a noi (...).
(...) per quanto riguarda i costruttori che sono in moto stiamo facendo come ci hai mandato a dire.
E’ assolutamente chiara l’interpretazione degli scritti, così come importantissimo è stato il loro rinvenimento. Offrono un’eccezionale conferma documentale di quella che è la “normale” attività criminosa di Cosa Nostra, del bilancio di una famiglia mafiosa, che può contare su entrate ordinarie annue per 800 milioni di vecchie lire riferibili al ’93 e già nel ‘94 spende in stipendi, qualificabili come spese fisse, 900 milioni, oltre a 66 milioni per spese legali. Pertanto, irrinunciabile il ricorso ad entrate straordinarie che ai tempi di Graviano ammontavano a circa 1 miliardo e ½. Non appare azzardato individuare nelle estorsioni le fonti delle entrate ordinarie su cui la famiglia mafiosa potrà sempre contare in virtù del suo riconosciuto ed accettato dominio sul territorio.
L’attuale modulo organizzativo di Cosa Nostra comporta che l’attività del racket, se non debellata, può progressivamente determinare la materiale appropriazione degli esercizi commerciali e delle imprese da parte dei mafiosi, con possibilità di utilizzarle per il riciclaggio di denaro proveniente da altre attività illecite e col conseguente inquinamento di tutto il sistema economico complessivo.
Nonostante alcuni parziali progressi, a tutt’oggi un pesante clima di omertà soffoca le vittime del reato.
Le particolari modalità operative oggi privilegiate da Cosa Nostra nell’esercizio delle attività estorsive (riscossione a tappeto per somme limitate, avvicinamento della vittima attraverso un volto amico che fa ridurre anche considerevolmente le pretese dell’organizzazione, inizialmente sempre molto elevate) inducono spesso la vittima non soltanto ad omettere la denuncia del reato, ma addirittura a negarne l’esistenza anche dopo che il delitto è stato accertato e ne sono stati identificati i responsabili.
In altri termini, il silenzio della vittima, originariamente determinato dal timore di ritorsioni, si evolve in una sorta di connivenza, alimentata dal calcolo della sopportabilità dei costi, nonché dalla speranza di poter convivere con l’organizzazione mafiosa.
Le più recenti indagini hanno confermato l’esistenza di una imprenditoria mafiosa che ha operato ed opera prevalentemente:
·    nel settore dell’edilizia e dell’impiantistica;
·    nel settore agro-alimentare (oggetto di interesse anche per la possibilità di beneficiare di finanziamenti CEE);
·    nel settore sanitario (in particolare attraverso la costituzione di società aventi ad oggetto forniture di apparecchiature per strutture ospedaliere);
·    più in generale in tutti i settori imprenditoriali interessati alla partecipazione ai pubblici appalti;
·    nel settore delle società finanziarie (aventi il fine di riciclare denaro di provenienza illecita).
·    nel settore dei rifiuti.
In tali settori Cosa Nostra è riuscita a creare condizioni assai prossime a quelle di un regime economico di tipo monopolistico.
Le c.d. imprese mafiose godono di vantaggi differenziali indebiti che realizzano nel loro insieme una sostanziale soppressione delle regole del libero mercato e della concorrenza; tali vantaggi sono costituiti soprattutto:
·    dalla creazione di vere e proprie situazioni di monopolio locale (in particolare nella realizzazione di opere edilizie, nella aggiudicazione di appalti, nella esecuzione di contratti di sub-appalto, di fornitura etc.);
·    dalla assenza di conflittualità sindacale all’interno delle aziende;
·    dalla utilizzazione di risorse finanziarie di provenienza illecita;
·    dalla frequente attenuazione, sotto forma di sconti, delle imposizioni estorsive;
·    dalla costante violazione delle norme previdenziali ed antinfortunistiche a tutela dei lavoratori.
Uno degli strumenti più efficaci adottato da “Cosa Nostra” per entrare nella gestione degli appalti è stato storicamente,  quello della imposizione dei  subappalti.
Mediante tale pratica è stata imposta alle imprese appaltatrici dei grossi lavori pubblici la presenza di piccole  imprese operanti nel settore degli scavi, del trasporto di materiale, della fornitura di calcestruzzo, del materiale di cava e degli asfalti, ed in buona sostanza in tutti quei settori che, non necessitando di specifiche competenze tecniche e progettuali, consentono l’inserimento di imprese dotate soltanto di beni strumentali minimi e semplice manodopera.
Ovviamente l’imposizione dei subappaltatori ha finito per mortificare i principi della libera concorrenza in tale settore, penalizzando  le imprese sane che sono state emarginate ed hanno finito o  con il soccombere economicamente fino al fallimento,  o con l’accettare il sostanziale assorbimento nel cartello delle imprese legate a  Cosa Nostra.
Il sistema sopra descritto ha finito con il determinare una crescita imprenditoriale delle imprese sub-appaltatrici, che sono state così in grado, grazie anche al  ricorso allo strumento giuridico  dell’associazione temporanea d’impresa,  di passare dalla fase iniziale del sub appalto e della fornitura a quella della diretta gestione degli appalti, sempre fruendo dei metodi illeciti connaturali alla struttura criminale mafiosa.
La strumentalizzazione dell’istituto dell’associazione d’impresa o dei consorzi di cooperative ha dunque consentito alle imprese legate a Cosa Nostra, dotate di una liquidità notevolissima proveniente anche dagli altri traffici illeciti  della famiglia mafiosa, una diretta partecipazione ai grandi appalti anche al di fuori della Sicilia.
Occorre tuttavia evidenziare che l’imprenditoria siciliana non sempre ha  subito supinamente la pressione mafiosa, accettando di essere progressivamente  espropriata del proprio ruolo; invero si sono registrati  alcuni casi di imprenditori che hanno reagito e si sono opposti alla sopraffazione mafiosa rischiando o sacrificando anche la vita.
Parallelamente a questi isolati casi di reazione alla sopraffazione mafiosa, si sono purtroppo registrati casi molto più numerosi di  imprenditori che hanno trovato conveniente  stipulare delle vere e proprie alleanze con “Cosa Nostra”, allo scopo di assicurarsi cospicue fette di mercato ed arricchirsi avvalendosi della protezione, sia pure interessata, di tale organizzazione criminale, che ha loro consentito di pilotare appalti e di  sbaragliare la concorrenza.
Dalle indagini condotte da questa Procura non sono emersi, allo stato, elementi che possano consentire di affermare con certezza che “Cosa Nostra” intervenga, come un tempo, attraverso imprenditori di riferimento, nella fase dell’aggiudicazione degli appalti pubblici, dato che preferisce esigere la così detta “messa a posto” per l’attività nel territorio. Vi sono, però, dei casi di accordi tra gli imprenditori indipendentemente  dal coinvolgimento mafioso.
Nell’ambito di una indagine ancora coperta da segreto investigativo, si é accertato che nel 2001, in base ad una legge regionale, che anziché il massimo ribasso, prevedeva la media ponderata dei ribassi, il 95.9 % degli appalti inferiori ai 10 miliardi di vecchie lire (1378), è stato aggiudicato con un ribasso inferiore all’1%. Come dire che in Sicilia le opere pubbliche costano di più rispetto ad altre regioni e ad altre tipologie di lavori di importo superiore, aggiudicati con ribassi che oscillano, in genere, tra il 16 ed il 20%.
Alla vigilia dell’erogazione dei finanziamenti previsti nell’ambito del programma AGENDA 2000, si deve amaramente registrare il consolidamento di un sistema illegale di condizionamento degli appalti in cui non vi è assolutamente concorrenza fra le imprese, con tutte le intuibili conseguenze negative per l’economia e per la società siciliana.
Pertanto su questo fronte è assolutamente necessario intervenire con decisione e tempestività - sia sul versante della politica e della amministrazione sia su quello strettamente giudiziario - per un pronto recupero di legalità, senza dover rinunciare ai finanziamenti pubblici che costituiscono per la Sicilia l’ultima spiaggia su cui innestare serie e proficue politiche di sviluppo.
Lo ribadiamo con forza: la mafia non potrà mai essere compatibile con un sano sviluppo, con il necessario clima di libera concorrenza favorevole all’imprenditoria sana.
Bisogna stare in guardia perché ancora sono in molti coloro che invece ritengono che la mafia sia compatibile con lo sviluppo, perché in fondo i soldi li porta e li reinveste.
Periodicamente ritorna anche nelle forze sane dell’imprenditoria quasi una voglia di mafia, come entità occulta che possa mediare tra le forze produttive e far da garante al rispetto di accordi illeciti non scritti.
E’ in atto il tentativo di lanciare il messaggio, secondo cui è ritornata la “vecchia mafia”, affidabile anche per le istituzioni e capace di garantire l’ordine pubblico. Niente di più falso ed illusorio! Non bisogna dimenticare che, nonostante l’efficace azione repressiva da parte della magistratura e delle Forze di Polizia, Cosa Nostra, attraverso il sistema delle estorsioni, delle intimidazioni diffuse, degli attentati agli amministratori, del controllo degli appalti, continua comunque ad esercitare il suo pesante, violento, arrogante ed esteso controllo di qualsiasi attività economica si svolga entro il suo territorio.
Il pericolo che incombe è che si radicalizzi la momentanea illusione che Cosa Nostra sia stata sconfitta una volta per tutte, dimenticando le sue enormi capacità di sopravvivenza e di recupero e che ogni pausa le permette di richiudere la crepa, sempre più vistosa, nel muro dell’omertà, nonché di riorganizzarsi.
In altri termini, poiché i ricambi nei quadri direttivi ed esecutivi divengono operativi in tempi più rapidi rispetto alle operazioni di polizia e ancor di più rispetto ai processi e alle sentenze definitive, senza una costante attenzione e un incessante sforzo repressivo da parte dello Stato, le condizioni ambientali faranno si che la mafia riemergerà più forte e più pericolosa di prima.
Appare, pertanto, assolutamente indispensabile continuare ad approfondire ed ampliare le indagini, analizzarne gli effetti sulle nuove strutture di potere, proseguire con costanza tenace e sinergia istituzionale da parte di tutti gli organi dello Stato, nel disvelare gli intrecci, nel denunciare le infiltrazioni e le pressioni mafiose, nel superare il muro di omertà e nel resistere alle intimidazioni.
Non bisogna dimenticare che qualsiasi segnale di cedimento determinando un inevitabile scoraggiamento, un tendenziale fatalismo ed una diffusa sensazione di impotenza, non può che risolversi in un potenziamento della capacità dell’organizzazione mafiosa di influenzare anche le coscienze degli imprenditori onesti.
La forza delle moderne organizzazioni mafiose più che nella libertà personale dei propri affiliati, sta nelle ricchezze di cui essi possono disporre.
In una fase come l’attuale, di riduzione delle risorse e di tentativi di ripresa produttiva, i detentori di capitali mafiosi possono approfittare della mancanza di regole di mercato per espandere il loro potere economico-criminale, conquistando nuove posizioni e scacciando gli imprenditori onesti.
Devono preoccupare quei 60 mila miliardi di vecchie lire indicati da un istituto di ricerca come la media del giro di affari annuo delle organizzazioni mafiose.
In Italia, ma soprattutto nel Mezzogiorno, si è in presenza:   a) di un’economia sommersa, che produce beni e servizi in sé legali ma violando talune regole (come ad esempio le norme fiscali, previdenziali o antinfortunistiche); b) di un’economia criminale, che produce beni e servizi di per sé illegali (come la droga, il contrabbando di tabacchi, il giuoco clandestino, etc.);  c) di un’economia legale, nella quale, attraverso  l’interposizione fittizia di prestanomi, si investono i profitti mafiosi provenienti dall’illecito. Quest’ultima è la forma più pericolosa, perché, alterando occultamente il mercato legale, svuota la democrazia dei suoi contenuti essenziali.
Il mafioso che è in grado di accumulare enormi profitti, di controllare parti rilevanti del territorio, di influenzare a suo favore i flussi della spesa pubblica, non può non difendere il suo potere piegando le  istituzioni  ai suoi interessi, procurandosi una stampa connivente e ammiccando  alla politica.
Gli obiettivi di una strategia di attacco ai patrimoni mafiosi sono l’individuazione, il sequestro, la confisca dei patrimoni mafiosi e soprattutto la loro utilizzazione sociale.
Nella visione strategica ed operativa della Procura di Palermo  si è cercato, come priorità, di incrementare l’aggressione ai patrimoni mafiosi, fermamente convinti che è più difficile ricostruire i patrimoni confiscati, piuttosto che sostituire gli associati arrestati.
Sono stati conseguiti dei risultati significativi  sia sotto il profilo del numero delle proposte, sia sotto il profilo del valore  dei beni sequestrati.
In particolare, sotto il primo profilo, si può rilevare che da quando sono Procuratore a Palermo, cioè negli ultimi tre anni:
I)    - sono state formulate nr. 249 proposte di misure patrimoniali, con un aumento di circa il 400% rispetto al periodo 1996/1998;
II)    - sono stati sequestrati in esecuzione di provvedimenti richiesti da questo Ufficio nell’ambito di procedimenti penali o di prevenzione beni per un valore  di  £. 2.830 miliardi circa di vecchie lire (a fronte di un valore di £. 9.183 miliardi circa nel periodo 1993/1999).
In dieci anni sono stati sequestrati beni per un valore complessivo di oltre 12 mila miliardi di lire.
Non ci si stancherà mai di ripetere che la repressione penale è una condizione necessaria (trattandosi di un fenomeno criminale) ma non sufficiente per sconfiggere la mafia.
Quest’ultima, infatti, non è una organizzazione criminale comune, ma, partecipando al sistema di potere, trova il suo brodo di coltura nel consenso sociale. Bisogna, quindi, far sì che tale consenso si rivolga verso lo Stato; occorre che i cittadini oltre a vedere i territori liberi dalla presenza parassitaria dei mafiosi percepiscano una concreta utilità, uno specifico vantaggio, come, ad esempio, vedersi restituito, attraverso la creazione di un parco, la costruzione di una scuola, quel bene confiscato al boss mafioso. Per sconfiggere le organizzazioni criminali è indispensabile isolarle dal contesto sociale e per ottenere ciò, i cittadini devono trovare conveniente, attraverso benefici diretti e tangibili, l’azione antimafia.
La mafia va affrontata non solo come problema di ordine pubblico, ma come parte di un’azione di più generale riforma delle condizioni economiche e sociali del Mezzogiorno.
Bisogna finalmente uscire dal circolo vizioso, secondo cui la mafia frena lo sviluppo, e, d’altra parte, la carenza dello sviluppo fa ingrossare le fila della criminalità.
La questione meridionale nasce dall’Unità d’Italia.
I crediti del Sud sono enormi rispetto al Nord.
Il Mezzogiorno continua a dare mano d’opera alle industrie del nord, costituisce area di consumo per i prodotti del nord, rimane un bacino elettorale che influenza il formarsi della maggioranza parlamentare e di governo del Paese. Migliaia e migliaia di giovani siciliani intravedono nel loro futuro soltanto violenza, sopraffazione e disoccupazione; sono costretti al clientelismo, al favore, alla negazione dei più elementari diritti.
Sarebbe ora che la gente del Sud cominciasse a vedere una più attiva promozione della cultura della legalità da parte di tutte le istituzioni; la creazione di infrastrutture che favoriscano gli investimenti; l’estensione dell’associazionismo tra imprenditori e commercianti per contrastare il racket e l’usura; una più puntuale efficienza della pubblica amministrazione; un’accelerazione delle procedure amministrative; una rinnovata capacità progettuale degli enti locali; una maggiore apertura del sistema bancario a piccole e medie imprese, per evitare il ricorso a finanziamenti privati che alimentino l’usura; la creazione di un contesto sociale-economico più sicuro, investendo anche in sicurezza; l’adozione di misure di protezione personale e di effettiva assistenza economica per imprenditori e commercianti taglieggiati; il ripristino delle regole del libero mercato; la correttezza della politica ed il mantenimento delle sue promesse.
Alla repressione della mafia  pensiamo noi!



BOX1
Cosa Nostra può prendere
di mira i magistrati siciliani


Nell’attuale clima di silenzio mafioso: niente stragi, niente grandi delitti, diventa legittimo cercare di capire se la compagine attuale di Cosa Nostra lascia presagire la preparazione di imminenti scenari di sangue.
A tal riguardo può aprire spiragli di luce sapere cosa pensa il procuratore di Palermo, Piero Grasso, che così ha risposto in un’intervista a Saverio Lodato per l’Unità.
<<Innanzitutto non intravediamo segnali concreti in questo senso. Tuttavia l’esistenza di fazioni ed interessi contrapposti in Cosa Nostra è stata più volte accertata. La situazione attuale mi appare piuttosto come una situazione di stallo. (...) Se dovesse cambiare, speriamo di riuscire a percepire tempestivamente eventuali segnali premonitori in maniera tale da poter prendere le contromisure necessarie>>. Dalle parole di Grasso emerge, comunque, la sua preoccupazione per una nuova offensiva quindi a conferma dei timori già affiorati dalla relazione semestrale DIA. <<Secondo una logica mafiosa – dichiara il magistrato - meramente terroristica, chiunque, in questo momento, corre dei rischi. Ma se dobbiamo ragionare in termini di interessi e moventi utilitaristici, i punti di resistenza e di dissenso da eliminare fisicamente, sono ancora una volta i magistrati siciliani. (...) Perché sono gli unici che continuano ad esprimere una intrasigente e rigorosa opposizione a Cosa Nostra rispetto a un clima generalizzato di acquiescenza e arretramento etico. (...) Mi auguro che non torni di moda la stagione in cui si veniva eliminati solo perché si faceva il proprio dovere>>. E indubbio che questo silenzio mafioso sia funzionale alla strategia, cossiddetta “moderata”, di Provenzano che in dieci anni ha proiettato l’organizzazione criminale in affari plurimiliardari. <<Sono affari che esigono un clima di calma e di tranquillità – spiega appunto Grasso – per evitare repressioni violente da parte della magistratura e delle forze dell’ordine, reazioni emotive da parte dell’opinione pubblica, e conseguenti gire di vite da parte delle istituzioni, dello stato, della politica>>.
Invece, Totò Riina, che non ha esitato a “trattare” con lo Stato a suon di bombe, sembra non accontentarsi più delle parole in assenza di fatti: le riforme sulle quali riponeva tante speranze: l’attenuazione del carcere duro, l’abolizione dell’ergastolo, la revisione dei processi, non sono state attuate. <<Effettivamente, - ribadisce il Procuratore – per i boss detenuti, i conti cominciano a non tornare. Ecco perchè sarebbe miope escludere l’ipotesi che all’esterno possa montare, su ispirazione proprio di detenuti e dei loro familiari, un clima di aperta contestazione all’attuale leadership di Cosa Nostra>>.
<<Da sempre il vero potere ce l’ha chi è in libertà. E il messaggio è stato quello che il carcerato deve rassegnarsi a farsi il carcerato. Significa però che chi ha libertà di movimento deve farsi carico dei problemi delle famiglie di sangue dei detenuti oltre che delle famiglie mafiose. Il problema insorge quando chi ha questo carico non si dimostra all’altezza di far fronte a questi compiti-doveri. E fra questi, anche quello di allegerire la posizione processuale e di detenzione di chi è stato catturato>>. M.M.



BOX2

Le reazioni

Innocenzo Cipolletta, presidente della Marzotto ed ex direttore di Confindustria:
<<Il sistema delle imprese deve raccogliere l’allarme del procuratore Grasso per combattere la mafia nel settore dell’economia>>. Sino ad oggi <<le imprese nel loro complesso hanno respinto la criminalità>>,  ma <<quando un territorio è dominato dall’illegalità si rischia una selezione perversa che premia le imprese che hanno fatto patti con la criminalità organizzata>>.

Ettore Artioli, presidente di Confindustria Sicilia:
<<E’un allarme da tenere in considerazione, vista l’autorevolezza di chi lo lancia e l’osservatorio privilegiato di cui dispone Grasso>>.
<<Probabilmente il livello di disperazione economica e la carenza di liquidità rendono le imprese più deboli, costringendole a difendersi e a cedere alla criminalità organizzata (...) ed è possibile che molte imprese si rivolgano agli usurai (…) Se si vuole vessare un’azienda la pubblica amministrazione sa come fare: ritardare i pagamenti e costringere quindi un’azienda a rivolgersi ad altre fonti di finanziamento>>. <<Mi chiedo come non pensare che nel creare l’illecito le imprese e la mafia per incontrarsi hanno bisogno di mediatori?(..) L’inchiesta sull’omicidio del funzionario Filippo Basile ha svelato che negli assessorati regionali esistono funzionari che si occupano organicamente di gestire questi rapporti illeciti>>.

Savino Pezzotta, segretario nazionale della Cisl:
<<Bisogna aiutare le imprese ad avere più coraggio nel denunciare i fenomeni criminosi>>.

Guglielmo Epifani, segretario generale della Cigl:
<<Quelle di Grasso sono parole forti, ma la fonte è sicuramente attendibile. Se come è come il procuratore di Palermo dice, c’è da preoccuparsi>>.

Paolo Mezzio, segretario siciliano della Cisl:
<<Siamo senza parole. Le affermazioni di Grasso sono d’una gravità tale da togliere il sonno. Certo Grasso ha gli elementi per dire ciò che ha detto. E’ anche per questo che ci auguriamo che la sua denuncia non resti inascoltata. Che trovi seguito in tutte le sedi competenti (…) Come sindacato rilanciamo la preoccupazione espressa dal procuratore. Perchè il lavoro illegale è l’altra faccia del lavoro nero. E il lavoro nero è il nemico numero uno sia degli imprenditori onesti che dei lavoratori onesti che credono in uno sviluppo alimentato dalla correttezza, dalla trasparenza, dalla legalità>>.

Davide Grassi, figlio di Libero, l’imprenditore ucciso dalla mafia il 29 agosto del ’91 a Palermo:
<<Le parole del procuratore capo Pietro Grasso non sono inaspettate. Io non ho notato cambiamenti in questi anni>>.

Maria Falcone, sorella del giudice Giovanni ucciso dalla mafia il 23 maggio del ’92 a Capaci:
<<Già nelle indagini effettuate da mio fratello Giovanni c’era il rapporto fra imprenditori e mafia. In quel caso erano imprenditori del Nord Italia>>.

Francesco Averna, responsabile di Confindustria per il Mezzogiorno:
<<Il problema mafioso esiste, è vero, ma i problemi delle imprese siciliane sono altri. Se continuiamo a dire che il Sud è preso dalla mafia creiamo solo una distorsione di immagine>>.

Francesco Messineo, capo degli uffici della Procura nissena: 
<<La mafia ingrottata che non uccide e che punta a mediare sui fatti economici, ha preso il posto di quella aggressiva e sanguinaria. Sono molti oggi quelli che commettono il grave errore di non rendersi conto della pericolosità delle nuove strategie di Cosa Nostra. Ultimamente si risente dire, che la mafia crea posti di lavoro oppure che è capace di mediare. Ragionamenti che non hanno una logica perché Cosa nostra, con il sangue o senza, continua a fare i propri interessi, a compromettere le speranze di crescita della Sicilia. A Riesi ad esempio un’azienda del Nord est ha fatto grossi investimenti nel campo della produzione vinicola e da quando si è guadagnata, giustamente, un importante ruolo nel mercato, in quelle zone è diventata un’abitudine bruciare i vigneti. Questa dimostra che la mafia è sempre presente>>.

Giampiero De La Feld, presidente degli industriali campani:
<<Le affermazioni di Grasso sono molto gravi e non dimostrabili in nessun modo. Abbiamo sempre detto che la mafia e la camorra sono un grandissimo problema, non l’unico che affligge il Sud, ma certamente abbiamo sempre combattuto questa cancrena. L’omertà non esiste. La verità è che imprenditori e cittadini non si sentono sufficientemente protetti dalle istituzioni con le quali, infatti, non si sta consolidando un rapporto di fiducia>>.

Adriano Mussi, segretario generale aggiunto della Uil:
<<Occorre tenere sempre alta la guardia, richiamare chi ha responsabilità legislative e di governo, ma così si corre il rischio di confondere anche chi con onestà crea il proprio lavoro e lo crea anche per gli altri>>.

Enzo Fragalà, AN:
<<La sconfitta della mafia più che la semplice lotta, è un obiettivo prioritario per il governo di Centro Destra (…) Grasso fino ad oggi campione di indipendenzaha scelto una tribuna politica per fare affermazioni di questa gravità. Che non faccia l’errore di Gian Carlo Casellim non si presti a strumentalizzazioni”.

 
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    In edicola dal 28 maggio 2008

    In questo numero:

    Stragi ’93. Parla l’avvocato di Riina, Luca Cianferoni in un’intervista esclusiva al nostro direttore Giorgio Bongiovanni.
    I risultati delle elezioni politiche 2008. Approfondimento sulla figura di Marcello Dell’Utri: Attenti a quell’uomo.
    Pericolosi risvolti nella procura calabrese al centro di importanti inchieste. Dalle cimici, ai corvi è come un assedio.
    Calcestruzzi spa sotto inchiesta. Contatto con Cosa Nostra. Nuove collaborazioni e successivi arresti. E’ la fine del sistema Lo Piccolo. Proseguono i grandi processi a Palermo. Da Mercadante a Borzacchelli. Nuova inchiesta su Cuffaro.
    La relazione della Commissione Antimafia sulle grandi capacità d’infiltrazione della ‘Ndrangheta.
    Csm e Anm sotto accusa. Responsabilità e i silenzi nel caso De Magistris. Speciale droga. Le sostanze che invadono l’Europa.
    Le ultime novità del processo “De Mauro”.
    Ed altro ancora…

     

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  • Editoriale

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    Baciamo le mani

    Eccoci qui con il nostro governo nuovo di zecca. Ha stravinto il Partito delle libertà di Berlusconi con l’apporto fondamentale della Lega Nord, il Partito Democratico di Veltroni ha subito una pesante sconfitta e i partiti di estremità sia a destra che a sinistra sono scomparsi dal parlamento. E’ il volto della nuova Italia bipolare nella quale, come già ci hanno dimostrato, si va d’accordissimo, c’è pace e dialogo perché il paese ha bisogno di stabilità e non c’è tempo da perdere.

    E guai a chi vuol fare da guastafeste e minare il dialogo, viene linciato con la verga bipartisan.

    A inaugurare il nuovo metodo all’educato olio di ricino è stato Marco Travaglio. Che si è permesso ancora una volta di utilizzare la televisione come organo di informazione, cioè si è preso la briga, ad autentico sprezzo del pericolo, di dare ai cittadini una notizia. Per altro non esclusiva.

    Invitato da Fabio Fazio nella trasmissione Che tempo che fa ha osato informare i cittadini italiani che il neo-presidente del  Senato Renato Schifani ha avuto, nel procedere della sua carriera, amicizie e frequentazioni poco raccomandabili. Con boss mafiosi per l’esattezza.


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  • Terzo Millennio

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    Inserto Terzo Millennio N. 58

    In questo numero:


    Nell'ambito del simposio internazionale indetto a Torino lo scorso 28 e 29 marzo dal titolo “From Global Warning to global policy” Giulietto Chiesa ha parlato di recessione mondiale e crisi ambientale, energetica e finanziaria. Questioni cruciali che stanno scuotendo il mondo intero.
    Fame nel mondo e povertà estrema. Una realtà sempre più vicina a noi, ma di chi è la colpa?
    Il Kosovo come le ciliegie: un'indipendenza tira l'altra. Quali saranno le conseguenze?
    Dal sequestro di Ingrid Betancourt in Colombia all'elezione di Fernando Lugo in Paraguay: guerra, corruzione e speranza in America Latina.
    Libera l'Acqua: proseguono le iniziative delle associazioni del Cipsi per promuovere la campagna sull'oro blu.
    Appello per un'informazione libera: un nuovo format televisivo per garantire libertà e democrazia nell'informazione.
     
 

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