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Antimafia Duemila

Wednesday
Aug 20th
Iannò: «La politica aveva bisogno della mafia» PDF Stampa E-mail
Al processo “Comitato d’affari” il pentito lancia accuse «a destra e a sinistra»
di Monica Centofante

E’ un fiume in piena Paolo Iannò. Parla di scambi di favori tra mafiosi e politici, dell’infiltrazione criminale nei pubblici appalti, della sua responsabilità nelle intimidazioni al sindaco Italo Falcomatà. E lo fa nell’aula bunker di Viale Calabria, di fronte ai giudici della prima sezione del Tribunale reggino, presidente Silvana Grasso, in occasione del processo cosiddetto “Comitato d’affari”. Un troncone del filone principale sulla Tangentopoli locale che vede alla sbarra politici, imprenditori, capibastone.
<<Le cosche hanno avuto sempre un interesse sia nel mondo imprenditoriale sia in quello politico – spiega in due diverse udienze (1° e 10 aprile) agli avvocati e al pm Francesco Mollace – ma la politica ha cercato come si può dire un appoggio, come una protezione>>. A fare il primo passo, continua, era sempre lei perché non solo aveva bisogno di voti (<<la politica si rivolge al nostro gruppo per avere la sua candidatura>>), ma cercava qualcuno che potesse mettere <<il bastone a mezzo alle ruote>> degli avversari più temibili. In cambio prometteva l’aggiustamento dei processi (che <<adesso ci interessa un pochettino di più>>) e <<quando non si arriva a un giudice scaricava le colpe al magistrato, diceva di provvedere noi>>. <<Il nostro provvedimento era su minacce o su eliminazione fisica sul soggetto magistrato, anche se noi intelligentemente non abbiamo mai usato fino a oggi questa strategia>>. E <<non c’è stato destra e non c’è stato sinistra che non  ho avuto da fare io>>, sottolinea Iannò spiegando di aver <<militato>> <<con la politica>> sin da ragazzino, passando dal Psi al Psdi e dalla Dc a Forza Italia. In famiglia, ricorda, soltanto <<il mio defunto zio Surace Francesco>>, negli anni Settanta, <<appoggiava Ciccio Franco tramite Renato Meduri>> e <<fu anche arrestato per lo sciopero di Reggio>>. All’epoca, continua, la ‘Ndrangheta appoggiò la rivolta anche se <<per noi>> si commise uno sbaglio <<in quanto non si doveva attaccare la città di Reggio, distruggerla ma bensì doveva andare a Catanzaro a fare i guai>>.
E i contatti di Iannò con il mondo politico sarebbero durati fino al giorno della sua cattura, tanto che avrebbe <<avuto rapporti bene o male con tutti>> anche se oggi, precisa, <<non ammetteranno mai la mia conoscenza>>.
Era infatti giovanissimo quando a suo dire conobbe il dottor Marino di Gallina <<massone>> (<<esistevano rapporti tra politica, massoneria e ‘Ndrangheta>>) e amico del nonno Iannò Francesco, responsabile del locale di Catona e legato alle famiglie Lo Giudice, Rogolino, Surace.
Il Marino era all’epoca <<direttore del manicomio>> e proprietario di <<una clinica privata>> e, insieme al nonno, membro del Psi. Partito che la ‘Ndrangheta del paese avrebbe appoggiato e all’interno del quale lui stesso avrebbe partecipato attivamente <<se non avessi preso il mondo ‘ndranghetista>>. Fu proprio tramite il Marino che avrebbe poi conosciuto il presidente delle case popolari Nicola Argirò – <<militavano nello stesso partito>> - il quale sarebbe stato scalzato quando si rifiutò di fare assumere persone di favore. <<La parte politica di Reggio lo voleva eliminato – spiega Iannò – infatti lo mandò a Roma>>. Al suo posto, subentrò Giovanni Sculli (socialista, ex Iacp ndr.), appoggiato dalle ‘ndrine locali e alle cui spalle c’era Palamara Giovanni (ex assessore regionale ndr.). Ancora tramite il Marino, che passò poi nelle file dei socialdemocratici, la famiglia dell’odierno collaboratore avrebbe candidato l’avvocato Paolo Romeo del Psdi (<<il notaio Gangemi fece da tramite dicendoci di votare Romeo per essere aiutati nei processi>>) oltre che il proprio cognato Franco Rodà <<per riempire le famose liste di circoscrizione>>. E di altri politici in contatto con le cosche, quali Franco Quattrone o Pietro Battaglia della Dc gli avrebbe parlato Giovanni Fontana con il quale si incontrava insieme a Pasquale Condello.
Fu invece lo zio Antonino Surace, a suo dire, a presentargli i democristiani Totò Cameri, ex assessore comunale; Franco Minniti, della Camera di Commercio; Franco Cangemi e Pietro Morabito, ex direttore dell’Asl reggina. Ai quali Iannò, nel 1994, chiese di <<cambiare partito>>, di <<fare la lista Forza Italia>>. In quell’anno e nel 1996, infatti, <<abbiamo votato per [il forzista] Amedeo Matacena –dice - e l’ultima volta ho votato per l’onorevole Valentino (sottosegretario alla giustizia ndr.)>>, <<attraverso influenza diretta>> di Franco Benestare, <<nipote dei Tegano>>. In quel periodo il collaboratore si trovava nel carcere di Reggio, all’interno del quale veniva comunque informato sulle strategie mafiose. Anche all’Aquila, nonostante la sua detenzione al 41bis, <<attraverso un passeggio>> si manteneva in contatto con i boss Lezzi Giuseppe, Croce Valanidi, Filippo Barreca (cugino del collaboratore) e alcuni palermitani del clan di Riina e catanesi vicini a Santapaola.
Nelle stesse liste di Forza Italia, ma alle elezioni del 2001 si presentò invece Araniti Pietro, dell’omonima famiglia mafiosa, il quale avrebbe chiesto a Iannò appoggio elettorale. Contemporaneamente, spiega il pentito, <<mi chiese aiuto anche Antonio “Totò” Ventura>>, candidato tra i socialisti e amico di Palermo Carmelo, con il quale <<abbiamo un San Giovanni (battesimo ndr.) fatto>>. <<Mi doveva cresimare Pasquale Condello, ma dato la sua latitanza quando venni arrestato mi cresimai qua al carcere di San Pietro, mi cresimò lui, Palermo Carmelo>>. In quell’occasione, quindi, <<feci pace con tutti e (…) ci dissi: guarda Totò siete compare loro hanno San Giovanni, mi astengo, voti personali te li do a te però in famiglia non faccio politica perché ci ritrovate scontrati>>.
In quanto ai rapporti mantenuti con altri soggetti politici, il collaboratore ricorda i socialisti <<Chirico Giuseppe>> e <<Scordo Andrea>>, <<che militavano con Argirò>>, e Mimì Cozzupoli, ex sindaco di Gallico ed ex presidente del Mediocredito calabrese, il quale avrebbe avuto un’amicizia con il Palermo e con Vazzana Luigi, implicato nella vicenda delle case popolari. Nulla saprebbe invece, sugli imputati Paolo Foti, Vincenzo Logoteta, ex vicesindaco di Reggio e Giuseppe Nicolò, ex segretario regionale della Dc.
Esaurita la questione politica l’interrogatorio si sposta poi sul tema dell’imprenditoria. In merito ai rapporti della ‘Ndnragheta con le grandi imprese Iannò, assistito in udienza dall’avvocato Letteria Porfida, riferisce che queste <<hanno chiesto sempre un tipo di protezione>> e che pagavano <<tranquillamente la mazzetta>> - ammontante al <<5%>> - per non avere nessun genere di problema: <<non va nessuno a mezzi, non gli manca niente, non c’ha quello sciopero di operai>>. <<Forse – aggiunge - se ne prende di più la politica>>, alla quale molte imprese avrebbero dovuto corrispondere una percentuale per poter lavorare. E se inizialmente i rapporti con l’imprenditoria li manteneva <<la famiglia Serraino>> - alla quale egli rimase sempre legato insieme alle famiglie Condello e Rosmini -, successivamente <<si sono rivolti a me>>, in quanto responsabile della zona di Gallico in seguito alla morte dello zio Paolo Surace. Una zona amministrata <<diversamente>> <<da altri posti – precisa - perché la mia mentalità, le mie ragioni della mia famiglia avevano dei principi ben diversi da questo mondo che si vive su Reggio né droga e non niente l’unica che accettavamo era l’estorsione con le ditte di cui abbiamo fatto un lavoro ben diverso dal privato>>, poiché le mazzette sui lavori privati non venivano richieste.In risposta al pm Mollace elenca quindi i diversi lavori che hanno visto la collaborazione di imprenditori, politici e mafiosi e, tra questi, la costruzione dell’aeroporto, del Cedir o del palazzo della Regione. E per quest’ultimo, racconta, affidato all’impresa Mazzitelli, <<la mazzetta>> se la prendeva Pinello Postorino, rappresentante della famiglia Postorino-Audino. Negli anni ‘90/’91, durante la guerra di mafia, <<siamo però intervenuti noi altri>>, la cosca Condello, tramite <<l’intervento di Giovanni Guarnaccia>> che con il Condello si sarebbe incontrato più volte. <<Nella successiva pace – prosegue - con i comuni accordi è ritornata alla famiglia Audino>>, anche se nella parte finale del lavoro <<l’impresa Mazzitelli diede in subappalto all’impresa Antonio (…) Calabresi, un cugino di mio cognato>> e quindi <<sono intervenuto io>>. In merito ai lavori dell’aeroporto, invece, <<si commentò che all’interno vi fosse Libri>>, <<in quanto il cemento, tutte le forniture se le faceva Crucitti>>, un affiliato alla sua cosca. Anche i lavori per il Cedir, chiarisce, erano gestiti dalla <<famiglia Libri>>, mentre per la costruzione degli alloggi popolari di Gallico, il territorio dominato dalla cosca Iannò, ci avrebbe dovuto pensare l’impresa catanzarese di Vittorio Procopio, e invece <<comparve la famiglia Araniti>>. Avevano <<preso un subappalto>>, continua, e durante l’esecuzione dei lavori si verificò la morte dello zio Paolo Surace, responsabile insieme a Chirico Francesco del territorio di Gallico, e la successiva divisione con gli stessi Chirico. Per competenza territoriale quindi il neo-responsabile Iannò divise con i Chirico la mazzetta di 120 milioni che gli Araniti – come di regola - non mancarono di contribuire <<a far uscire all’impresa Procopio>>.
Nel corso del controesame, iniziato con le domande di Lorenzo Gatto, legale di Domenico “Mico” Libri, il pentito afferma di non avere mai avuto rapporti con il clan di Cannavò, precisando di aver da terzi, in particolare da Nino Imerti e Pasquale Condello, tutte le sue conoscenze sulle attività della ditta Libri.
Conferma inoltre di aver spedito a Falcomatà la famosa lettera minatoria con i tre proiettili di kalashnikov, successiva all’incendio del portone di casa del sindaco, per il quale, assicura, non c’era un progetto di uccisione.
Alla fine, dopo aver ricordato le dichiarazioni rese al pm in merito ad alcuni omicidi verificatisi precedentemente al 2000 - compresi quelli di Paolo Aquilino, Crupi, Totò Nucera e i fratelli Iannò – risponde alle domande degli avvocati del Guarnaccia. Ribadendo di aver mandato a chiamare l’imprenditore per il pagamento di una mazzetta e di averlo incontrato insieme a Pasquale Scarpella. Quando i legali esibiscono una lettera con la denuncia di una lunga estorsione subita dal loro assistito a partire dal 1993 il pentito replica: <<Perché Guarnaccia denuncia ora le estorsioni e non l’ha fatto quando sono avvenute?>>.
Prima della chiusura le dichiarazioni spontanee. <<Mio nonno – dichiara il boss Mico Libri – lavorava quale colono della famiglia Cozzupoli e così feci io per qualche tempo. Questi gli unici rapporti avuti con la famiglia Cozzupoli , tant’è che quando ebbi una ditta edile per fatti miei, mi rivolsi ai due fratelli Cozzupoli che si rifiutarono di farmi fare il progetto e il conteggio della cubatura e del ferro per un complesso che doveva sorgere sul viale Calabria in quanto ero stato in galera>>. Poi aggiunge: <<La stessa cosa posso dire per quanto riguarda Pietro Siclari, mio compaesano, col quale non ho avuto mai alcun rapporto di lavoro, i suoi lavori erano indirizzati verso il settore pubblico con Provincia e Comune, mentre io mi interessavo solo di lavori privati. E’ sufficiente andare a prendere i progetti e coloro che ne favorirono la costruzione>>. Ed è lo stesso Cozzupoli ad evidenziare successivamente <<la dignità e la responsabilità di aver retto la città per alcuni anni, quindi come tale non può accettare la semplificazione di fatti così come riferito dal signor Iannò>>. <<Ritengo – continua – che la vita di una persona e di una famiglia che non ha mai avuto problemi non può essere calpestata>> e con gli occhi lucidi aggiunge: <<io non appartengo né all’uno né all’altro di quelli indicati prima da Vincelli e poi da Iannò. Ho querelato immediatamente Vincelli per le infamie dette su di me già quando ero in carcere, malgrado il parere contrario del mio avvocato, il compianto avvocato Campolo e devo dire visiti i risultati aveva pienamente ragione. La mia querela venne archiviata dopo due anni, stranamente venne dato incarico di indagare, sui fatti da me denunciati, al dott. Pennisi che fu uno dei due pm incaricati in questo processo>>.



box1
Condello non voleva la guerra


Continua, di fronte alla Corte d’Assise d’Appello di Reggio Calabria il processo Olimpia 3, nato dai tronconi intermedi della maxi-inchiesta della Dda sull’attività delle cosche della ‘Ndrangheta reggina, la cui istruttoria dibattimentale è stata riaperta lo scorso 26 marzo. Giorno in cui il pentito Paolo Iannò ha raccontato la sua versione dei fatti sulla “pax mafiosa” seguita alla terribile guerra di mafia nata dallo scontro tra i De Stefano-Tegano da una parte e i Condello-Imerti-Serraino-Rosmini dall’altra. E sulla quale da tempo circolano diverse versioni che vedono nella pacificazione l’intervento della mafia palermitana o delle cosche canadesi. In risposta alle domande del sostituto procuratore generale Fulvio Rizzo Iannò ha dichiarato di non aver partecipato alle trattative di pace per propria scelta, ma di essere stato rappresentato e ha quindi confermato il ruolo del patriarca della ‘Ndrangheta di San Luca Antonio Nirta - alias “zu ‘Ntoni” – nel processo di pacificazione. Questi infatti, come già altri collaboratori avevano affermato e come era emerso da un’intercettazione ambientale, si sarebbe recato ad Archi per parlare con i figli del defunto Paolo De Stefano ed esortarli a convincere lo zio Orazio, fratello del boss ucciso, della necessità di porre fine agli scontri. Cosa che, secondo il collaboratore, avrebbe fatto anche Domenico “Mico” Alvaro di Sinopoli, garante della fascia tirrenica. E a pace raggiunta, ha proseguito Iannò, il territorio fu suddiviso in locali per garantire ad ogni cosca il controllo delle attività lecite ed illecite in una determinata fetta di territorio: a Gallico la sua cosca; ad Archi i De Stefano-Tegano da un lato e Pasquale Condello dall’altro; a Modena i Melari-Borghetto e i Rosmini; a Sbarre i Labate; a Sambatello gli Araniti; a Campo Calabro i Garonfalo; a Cannavò i Libri. Il collaboratore ha poi ripercorso la sua carriera criminale iniziata a 17 anni nella cosca capeggiata dallo zio Paolo Surace e ha riferito di aver ricevuto il grado di “sgarrista” nel 1984, mentre si trovava in carcere. Tornato in libertà, nel 1986, si sarebbe schierato con Pasquale Condello nel corso della guerra di mafia e successivamente, commettendo <<tanti fatti di sangue>>. Nello specifico, 16 omicidi e 7 tentati omicidi. In merito all’autobomba contro Nino Imerti (10 ottobre 1985) e all’agguato in cui fu ucciso Paolo De Stefano (13 ottobre 1985) ha riferito che Pasquale Condello cercò in ogni modo di evitare il conflitto mandando tramite Domenico Libri “un’ambasciata” ai Tegano con la quale chiedeva un incontro chiarificatore. Il Libri, però, si fece <<portatore di una tragedia, riferendo ai Tegano che Pasquale Condello aveva intenzione di sterminarli>>. E il 16 gennaio del 1986 venne ucciso, davanti al carcere di via San Pietro, Francesco Domenico Condello, fratello del boss. Nella successiva udienza, quella del 28 marzo, il pentito ha poi aggiunto che Condello non era sicuro della responsabilità di Paolo De Stefano in merito all’autobomba e che con l’ambasciata intendeva dichiararsi disponibile anche ad uccidere il cugino, Domenico Condello, ritenuto responsabile della morte di Paolo De Stefano. Per quanto concerne l’iniziativa di pace ha invece riferito che era stato lo schieramento opposto a fare il primo passo. <<Noi – ha detto – non lo avremmo mai fatto avendo sempre assunto la determinazione che un solo schieramento sarebbe dovuto sopravvivere>>. E la pace sarebbe giunta quando il suo stesso schieramento <<si stava accingendo a chiudere il cerchio su Archi, dopo aver sbaragliato la fazione contrapposta nelle altre zone della città>>. In risposta alle domande del pg Fulzio Rizzo, il collaboratore ha poi parlato del sistema delle estorsioni e dei rapporti con i politici. In particolare dell’on. Amedeo Matacena, conosciuto a suo dire tramite Giuseppe Aquila (ex vicepresidente dell’amministrazione provinciale), <<parente della famiglia Rosmini>> (<<me l’aveva presentato Diego Rosmini junior quale soggetto da favorire nella campagna elettorale>>). Il Matacena, ha aggiunto, avrebbe garantito <<contropartite per la racconta dei voti effettuata a suo favore e a favore di Aquila>>, per poi puntare il dito contro imprenditori definiti vicini alle cosche. Tra questi Giovanni Guarnaccia, descritto come vicino al boss Condello dopo la pacificazione e intermediario per alcune richieste estorsive. <<In occasione dell’estorsione alla ditta Gambogi – ha raccontato – ho personalmente assistito alla consegna da Guarnaccia a Condello di 60 milioni di lire>> mentre per i lavori del primo tratto della strada Gallico-Gambarie <<Guarnaccia aveva assunto l’impegno di corrispondergli una somma a sua discrezione, ma ciò non era avvenuto perché nel frattempo era stato arrestato. E questo in ossequio al principio stabilito dopo la pacificazione, secondo cui chiunque, amico o nemico che fosse, avrebbe dovuto corrispondere una quota dei proventi dei lavori alle famiglie preposte al controllo del territorio>>. Collettore di estorsioni il Guarnaccia sarebbe stato anche in occasione della realizzazione del palazzo della regione e del palazzo della Questura.



box2
Olimpia 3: tanti i patteggiamenti


Accolte lo scorso 10 aprile le richieste di patteggiamento formulate da diversi imputati al processo Olimpia 3, celebrato nell’aula bunker di viale Calabria di fronte ai giudici della Corte d’Assise d’Appello di Reggio.  Hanno patteggiato: Diego Rosmini (una condanna a 30 anni di reclusione); Antonio Marcianò, fratello del collaboratore di giustizia Maurizio (10 anni); Antonino Barreca, nipote del pentito storico della ’Ndrangheta Filippo Barreca (9 anni); Cosimo Borghetto (20 anni); Peppino Melari Belisario (3 anni e 10 mesi); Giovanni Imerti (20 anni); Demetrio Sesto Rosmini (30 anni). Lo scorso 8 aprile, invece, si sono dissociati di fronte all stessa Corte i boss Bruno Rosmini e Giovanni Tripodi. Il Rosmini ha dichiarato: <<Voglio cambiare vita, e questi anni mi hanno fatto maturare molto. Intendo assumermi ogni responsabilità in ordine ai fatti addebitatimi, compreso l’aver fatto partecipato all’organizzazione dell’omicidio di Lodovico Ligato>>.




box3
Il braccio destro di
Condello responsabile
delle intimidazioni a Falcomatà


Gli attentati contro il sindaco Italo Falcomatà, estraneo a contatti con la mafia, dovevano servire per suscitare paura nella città e per lanciare un messaggio a quanti avevano scaricato sulle cosche i ritardi nell’esecuzione di lavori pubblici in territorio di Gallico. Anche le tre pallottole di kalashnikov e i venti grammi di plastico che sarebbero dovuti servire per colpire il parlamentare della Quercia Marco Minniti, sottosegretario alla presidenza del Consiglio, rientravano nello stesso disegno. Ad affermarlo è Paolo Iannò, che nelle sue dichiarazioni al pm Francesco Mollace dichiara di aver personalmente incendiato il portone dell’abitazione marsalese del Falcomatà e parla dei giorni successivi all’elezione del sindaco, personaggio che la mafia calabrese aveva visto di buon occhio. Erano infatti i giorni della Tangentopoli reggina, spiega, quelli in cui il sindaco Dc Agatino Licandro aveva rivelato il patto mafia-politica, attirando l’attenzione degli inquirenti e quindi bloccando gli affari delle cosche. E solo una figura come quella di neo-primo cittadino avrebbe potuto fungere da copertura in attesa che ritornasse la calma dopo la tempesta. Un calcolo che si rivelò sbagliato, prosegue Iannò, vista la ferma opposizione del sindaco alla mafia, per la quale le ‘ndrine maturarono l’idea di ucciderlo. E quando si valutò che l’omicidio di un sindaco di centrosinistra avrebbe causato più svantaggi che vantaggi si decise di intimidire il soggetto e di delegittimarlo facendo in modo che fosse aperta un’inchiesta contro di lui. Contemporaneamente si cercò di allontanarlo dal Minniti impaurendo anche quest’ultimo. Il Falcomatà, però, non si sarebbe mai piegato.



ANTIMAFIDuemila N°31
 
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