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Cucuzza:«Pino Greco si sentì usato» | Cucuzza:«Pino Greco si sentì usato» |
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Processo Pio La Torre. Macaluso:«Il politico sapeva che l’avrebbero ucciso» di Monica Centofante Per l’omicidio di Pio La Torre Pino Greco si sentì usato. E’ quanto ricorda il pentito Salvatore Cucuzza alla prima sezione penale della Corte di Assise di Palermo, presidente Renato Grillo, chiamata a giudicare i boss Giuseppe Lucchese e Antonino Madonia per l’uccisione del segretario regionale del Pci. <<Greco Pino non parlava più di tanto>>, racconta Cucuzza, ma un giorno, in una sorta di <<sfogo>>, <<mi fece capire>> di essere stato <<usato>>, <<magari con lo spauracchio della Legge La Torre>>. Una riflessione sorta in seguito all’approvazione della stessa legge sulla confisca dei beni ai mafiosi - promossa dall’onorevole comunista - che <<dopo un altro delitto>>, quello di Dalla Chiesa, <<ha avuto un’accelerazione molto più forte>>. Tanto che Greco, prosegue il pentito, si rese conto <<che non era… non era questo il modo per potere bloccare quella legge>>, che non solo non uscì emendata, ma ebbe un inaspettato valore retroattivo. Risiederebbero infatti nel tentativo della mafia di fermare tale provvedimento legislativo le motivazioni dell’omicidio dell’onorevole, definito dal collaboratore <<una spina nel fianco>>. <<Combatteva ‘Cosa Nostra’ con… con quello che poteva a livello politico>> e in merito alla legge che prese poi il suo nome <<c’era un vociare generale>> su quanto sarebbe potuto accadere. <<Anche a forma di scherzo qualcuno che diceva all’altro: “adesso ti levano tutto, te ne vai a zappare”>>. E sarebbe stato proprio questo, eccezioni a parte (Cucuzza: <<Ero l’unico che non ero interessato, cioè, se parliamo dal punto di vista economico, perché non avevo grandi mezzi>>), il sentimento diffuso tra tutti i membri dell’organizzazione criminale. A parlarne, tra gli altri, i collaboratori Francesco Paolo Anzelmo e Francesco Onorato, anch’essi escussi al processo insieme ai pentiti Calogero Ganci, Giovan Battista Ferrante, Giovanni Drago oltre che all’onorevole Virgilio Rognoni e all’ex senatore Emanuele Macaluso. In riferimento alle preoccupazioni sorte intorno alla figura del La Torre i due collaboratori citano Nino Madonia, Pippo Gambino, Pino Greco, Tanino Carollo, Micalizzi, Riccobono e in genere tutti gli uomini d’onore. Ai quali, commenta Onorato, <<pesava>> l’idea che potesse essere varata una legge in grado di attaccare i loro patrimoni perché, <<appena si trattava del portafoglio>>, <<diventavano selvaggi>>. <<”Io ho l’ergastolo, due ergastoli – gli avrebbero detto diversi mafiosi in carcere – ma basta che non mi toccano il pane dei bambini” perché significa togliere il vivere e significa che poi ne risente la famiglia, ne risentono i figli>>. <<L’uomo d’onore vuole stare tranquillo anche perché vuole dire sempre la parola in più, più degli altri, anche in famiglia>>. Anche per questo, prosegue Cucuzza, Cosa Nostra, <<sarebbe ingenuo non ammetterlo, a vari livelli ha degli agganci a livello politico>> tanto che il Greco avrebbe saputo di una circostanza in cui Pio La Torre, che <<imponeva agli altri questo suo vedere>>, avrebbe preso <<per il bavero>> un collega dicendo: <<Tu devi appoggiare questa legge>>. Nel caso specifico, aggiunge, <<c’era questo… un’attività [politica] che contrastava>> il suo operato e nonostante la quale si scelse poi la via dell’omicidio. Un errore tattico, commenta oggi Cucuzza, poiché questo non poteva essere <<un deterrente per la legge>> ma, <<secondo me, la poteva solo accelerare>>. Opinione - a detta di Onorato condivisa da molti uomini d’onore - che l’odierno pentito palesò al Greco, ma che non espresse nell’immediatezza del fatto per il timore che <<qualche riserva su questa cosa>> non sarebbe stata accettata dai vertici dell’organizzazione. Che quell’assassinio lo avrebbe pianificato nel più stretto riserbo, omettendo di rivelare il nome della vittima designata anche a quanti avrebbero composto il commando omicida e nascondendone la <<paternità mafiosa>>. <<Per questo delitto – conclude Cucuzza – furono usate delle armi inusuali, nel tentativo di depistare le indagini>>. L’omicidio Aveva in tasca una 45automatica quando la mattina del 30 aprile 1982, in compagnia di Gaetano Carollo, sottocapo del mandamento di Resuttana, partì dal Fondo Pipitone a bordo di una Fiat Ritmo rubata. <<Bisogna fare una cosa>>, gli aveva detto solo pochi minuti prima Pino Greco “Scarpa” e se dalle sue parole capì che si trattava di un omicidio, che la vittima fosse l’onorevole La Torre lo avrebbe appreso solo l’indomani dalle pagine del quotidiano l’Ora. Di quella vicenda Salvatore Cucuzza ricorda oggi ogni dettaglio. <<Come Pino Greco mi aveva chiesto la sera precedente – dice - mi presentai molto presto al Fondo Pipitone, una proprietà dei Galatolo situata nel mandamento dell’Acquasanta. E lì, oltre allo stesso Greco e a Carollo, vidi Lucchese, i fratelli Giuseppe e Vincenzo Galatolo, Stefano Fontana, Nino Madonia e tanti altri che andavano e venivano>>. Il Carollo <<già al corrente della strategia>> <<mi condusse in piazza Medaglie D’Oro dove, scendendo dall’auto, lasciò il posto di guida al Madonia che era giunto sul luogo con Pino Galatolo, a bordo di una 127, e che si fermò a venti o trenta metri di distanza da via Cuba>>. Ricevute le dovute istruzioni l’odierno pentito, come egli stesso racconta, avrebbe atteso sul marciapiede non più di un quarto d’ora per mettersi poi in azione non appena il Madonia tagliò improvvisamente la strada ad una macchina blu. <<Ho sparato un colpo solo al passeggero – prosegue Cucuzza – mentre il Greco, sopraggiunto a bordo di una moto guidata dal Lucchese, puntò una mitraglietta Thompson americana contro il conducente>>. La mitraglietta, però, si inceppò e quando <<mi accorsi che l’uomo alla guida aveva fatto un movimento indirizzai tutti i colpi su di lui>>. A finire il La Torre, continua con la voce rotta dall’emozione, fu Pino Greco che, sceso dalla moto, sparò <colpo su colpo>> contro l’uomo <<messo proprio con i piedi verso il finestrino, quasi a scalciare>>. Una scena <<che non potrò mai dimenticare>>. A operazione compiuta, riprende il racconto, <<il Greco si arrabbiò poiché sparando in direzione di Di Salvo avrei potuto incidentalmente colpire lui e si calmò soltanto quando gli dissi: <Ma se tu non sei intervenuto che facevo?>>>. Sempre in risposta ai pm Domenico Gozzo e Antonino Di Matteo, il pentito afferma ancora che il giorno successivo, una volta letta la notizia sul giornale l’Ora ottenne da Pino Greco la conferma dell’identità delle vittime e <<per questo, per lo scalpore che la notizia aveva suscitato ho pensato bene di eliminare l’arma del delitto buttandola in mare, nel porticciolo dell’Arenella>>. Apprese ancora dai giornali che la motocicletta usata nell’operazione era stata bruciata. <<Una cosa che si faceva abitualmente – precisa – poiché inconsapevolmente una motocicletta può lasciare un’impronta>>. E che ci fossero altri boss sul luogo del delitto il Cucuzza non lo esclude. <<Era quasi la norma – afferma – che alcune macchine pulite gravitassero sui luoghi, sempre per appoggio eventualmente succedeva qualcosa intervenivano per prendersi qualcuno>>. I gruppi di fuoco A commettere l’omicidio La Torre fu uno speciale gruppo di fuoco al servizio della Commissione. Lo spiegano ai giudici i pentiti Calogero Ganci, Francesco Paolo Anzelmo, e Francesco Onorato che indicano in Giuseppe Lucchese, Antonino Madonia, Salvatore Biondino, Pino Greco, Leoluca Bagarella, Salvatore Cucuzza, i fratelli Prestifilippo, Giovanni Brusca, Salvatore Cancemi e altri gli uomini scelti nei primi anni Ottanta dai vertici di Cosa Nostra per <<i fatti più delicati>>. Gruppi composti dai migliori killer <<di ogni borgata>>, precisa Onorato, <<scelti in base alla loro capacità, freddezza, serietà e fiducia reciproca>> e uniti da una sorta di <<fratellanza>>. Dovuta al fatto che queste persone, come conferma Ganci, <<avevano già fatto esperienze insieme ed erano tanto affiatate da capirsi immediatamente nel modo di fare ‘ste cose>>. Erano loro a commettere i cosiddetti omicidi eccellenti, concordano i pentiti, dalla strage della Circonvallazione ai delitti Chinnici, Dalla Chiesa, Montana, Cassarà. A decidere tali assassinii, sottolinea ancora Ganci, i capimandamento più influenti - <<poiché all’epoca non c’era una vera e propria Commissione>> - mentre ad occuparsi della fase organizzativa <<erano quasi sempre Giuseppe Gambino, Pino Greco e Antonino Madonia>>. Quest’ultimo, continua, <<con il quale ho commesso un quaranta o cinquanta omicidi>>, <<è una persona molto intelligente, che non andava allo sbaraglio, ma curava tutti particolari delle operazioni>>, tanto che <<con lui di imprevisti non se ne sono mai verificati>>. Egli stesso poi, così come Pino Greco, interviene Anzelmo, <<partecipava in prima persona anche alla fase esecutiva dei reati>> e sicuramente, aggiunge Cucuzza, <<per una questione di prestigio>>. E se Madonia si occupava principalmente della fase preparatoria degli omicidi, continua l’Anzelmo, è certo che Pino Greco <<era sempre uno di quelli che sparava>>, mentre <<Carollo Tanino ricopriva il ruolo di copertura>> e <<Lucchese Peppuccio era tra coloro che sapevano guidare il motore meglio di tutta la provincia di Palermo>>. Per l’organizzazione dei diversi omicidi, o anche solo per parlare di <<fatti di Cosa Nostra>> i rappresentanti dei gruppi di fuoco erano soliti incontrarsi in determinati luoghi. <<I posti in cui venivano fatte le riunioni – spiega Ferrante – cambiavano in funzione dei singoli omicidi da compiere per ragioni di tipo logistico>>, ma anche, precisa Onorato, <<perché troppa confusione in un solo posto avrebbe potuto in qualche modo attirare l’attenzione>>. <<Ci fu un periodo – racconta – in cui ci si vedeva da Mariano Tullio Troia, poi a casa di Biondino Salvatore o dai Galatolo che avevano un appartamentino nel quale si conservavano macchine, armi e via di seguito e ancora la villa di Riccobono e quella di Lo Piccolo Salvatore>>. <<Un paio di volte siamo stati a Carini, allo stallone di Pipitone Nino, dove abbiamo deciso gli omicidi Gallina, Badalamenti e Impastato mentre prima dell’82 ci si trovava a Vicolo Pipitone>>. All’appartamento di Baiamonte Angelino, <<usato per appostarci per l’omicidio Bontade>>, fa invece riferimento Calogero Ganci che cita anche il Baglio Biondo usato <<per la strage della Circonvallazione>> e la Favarella, <<frequentata da parte nostra prima ancora che scoppiasse la guerra di mafia>>. Meglio detto: <<Prima che fosse ucciso Stefano Bontade>>. E all’Acquasanta, risponde ai pm Francesco Onorato, <<non c’era solo vicolo Pipitone, cera anche una casetta nella disponibilità di Madonia Peppuccio>> mentre nei pressi dell’ospedale Cervello, al Fondo Chiusa, <<si stava da Mariano Tullio Troia>>. Cita ancora <<l’appezzamento di terreno con la roulotte>>, appartenente a Saro Riccobono <<dove una volta il dottore Contrada si è incontrato con il boss>> e una villa, sempre del Riccobono, <<dove si facevano riunioni e mangiate>>. <<Mi ricordo una volta è sceso Nuvoletta e Zazza di Napoli perché hanno portato le mozzarelle di bufala>>. Nel corso di tali incontri, rivela Onorato, <<si parlava degli omicidi commessi, si commentava, ognuno diceva la propria>> ed è per questo motivo che <<in seguito ai pentimenti di Buscetta, Contorno, Marino Mannoia i tempi cambiarono>>. <<Su ordine di Riina e di tutta la Commissione tali incontri non si fecero più per andare a mangiare o per scherzare, perché ormai si faceva solo lavorare e basta>>. La Torre sapeva di essere nel mirino Ricorda una delle ultime chiacchierate con l’amico onorevole, il giornalista Emanuele Macaluso che ai giudici della prima sezione penale del Tribunale di Palermo riporta una dichiarazione del politico ucciso nel 1982. <<Ora tocca a noi – avrebbe detto La Torre al giornalista, all’epoca senatore e membro della direzione nazionale del Pci – cerca di sensibilizzare la segreteria del partito perché lì la situazione è diventata grave>>. Una riflessione, sostiene il teste, sorta in seguito all’approfondita lettura degli omicidi che avevano caratterizzato quegli ultimi anni e dietro ai quali vedeva una sorta di regia volta a colpire i vertici dello Stato <<che più rappresentavano qualcosa nel contrasto al sistema mafioso>>. Primo fra tutti Pier Santi Mattarella, sostiene Macaluso, che il dirigente regionale del Pci era convinto fosse <<stato ucciso […] perché il suo agire politico fu considerato di un uomo che si metteva fuori da un certo sistema e che lo combatteva>>. E non lo faceva più dello stesso La Torre, continua il giornalista, <<la cui lotta al crimine organizzato>> era rappresentata in particolar modo in quel disegno di legge sul sequestro dei beni mafiosi, <<pensato insieme a Cesare Terranova>> e <<già anticipato nella sua relazione di minoranza nella Commissione Antimafia>> scritta insieme allo stesso giudice. Intorno al febbraio dell’82, racconta l’allora ministro degli Interni Virgilio Rognoni, <<La Torre […] mi chiese un appuntamento e venne al Viminale con altri colleghi parlamentari, non ricordo bene chi fossero questi colleghi parlamentari, ma venne soprattutto per vedere se c’era la possibilità di unificare i due progetti di legge in modo tale da assicurarci un percorso del processo parlamentare, legislativo più rapido>>. Durante l’incontro, prosegue il ministro, l’onorevole rappresentò la difficoltà della situazione siciliana e la conseguente urgenza dell’entrata in vigore di quei procedimenti poiché <<attraverso la confisca dei beni potesse condurre l’investigazione ai responsabili di questo o quell’altro terrorista o di questo o quell’altro fatto organizzativo mafioso>>. E per sollecitare il disegno di legge il politico si sarebbe recato - <<forse insieme allo stesso Rognoni>>, <<al senatore Pecchioli e alla signora Costa Rita>> - anche dall’allora Presidente del Consiglio Spadolini a cui avrebbe inoltre chiesto <<la venuta del generale Dalla Chiesa>> a Palermo. Era infatti suo convincimento, a detta di Macaluso, <<che le autorità locali non fossero sufficientemente adeguate alla lotta alla mafia>> e che <<un uomo come il generale>>, alla luce dell’<<esperienza fatta sia nella lotta al terrorismo, sia nell’intervento sulle carceri>> avrebbe portato nuovo vigore. Quello stesso vigore del quale avrebbe avuto bisogno anche il suo partito, che il politico sentiva <<l’esigenza di svegliare, diciamo così, e di rimettere in moto su tutti i campi dell’azione di massa>>. Perché La Torre <<era un uomo di un attivismo straordinario>> e <<riteneva>> che all’interno del Partito Comunista <<ci fosse un affievolimento della iniziativa di massa, delle lotte sociali, delle lotte per il lavoro, delle lotte quindi anche contro la mafia>>. Sempre nel corso della stessa visita, l’onorevole comunista avrebbe inoltre consegnato al Presidente Spadolini un promemoria contenente i suoi punti di vista “sull’estrema pericolosità della situazione siciliana”, dove, tra le altre cose, sarebbe commentata la vicenda del ritorno in Sicilia di Michele Sindona. <<La Torre – sostiene ancora Macaluso – era convinto che tra la mafia e Sindona ci fosse un intreccio molto più denso, più intenso di quello riportato nella mia relazione di minoranza della Commissione Sindona della quale avevo fatto parte>> e che la presenza del bancarottiere in Sicilia, fosse da mettere in relazione con il rinsaldarsi dei rapporti tra Cosa Nostra siciliana e mafia americana. Di un altro massone, il questore di Palermo Nicolicchia, si sarebbero invece occupati i colleghi di partito. Il Nicolicchia, interviene ancora Rognoni, <<figurava nell’elenco dei Funzionari dello Stato che si trovavano nelle liste di Gelli, nelle liste della P2, a seguito dell’indagine della Procura di Milano>>, e il Partito Comunista <<aveva manifestato preoccupazioni per la sua presenza>>. Tra le altre cose che il La Torre avrebbe sottoposto all’attenzione del Presidente del Consiglio, continua il giornalista, vi fu anche <<la questione della base di Comiso>>, per la quale <<fece tutta una battaglia politica nel timore che la mafia potesse controllarne gli appalti>> e <<la commistione illecita tra Cosa Nostra e uomini politici>> a partire dagli anni Cinquanta. <<Lui era convinto, e del resto ne ero convinto anche io – dice il giornalista -, che il punto di snodo nel rapporto soprattutto con l’avvento dei corleonesi fosse Ciancimino>>. Poi, con una punta di rammarico annota: <<Ho letto nei fascicoli allegati al processo>> che <<i servizi segreti tennero La Torre Pio sotto sorveglianza continuamente, anche nei giorni in cui andava a Comiso>>, <<non lo tennero sotto sorveglianza solo nel giorno in cui lo ammazzarono>>. box1 Al processo un testimone oculare del delitto Ha descritto la scena dell’agguato al segretario regionale del Pci Pio La Torre e al suo autista Rosario Di Salvo il testimone oculare Alfio Silla, interrogato lo scorso 17 aprile dai giudici della prima sezione del tribunale di Palermo. Silla, all’epoca dei fatti militare di leva in servizio nella caserma dell’Esercito davanti alla quale venne compiuto l’omicidio ha ricordato di aver visto i killer e di aver chiesto al suo caporal maggiore di rispondere al fuoco. Da questi, però, avrebbe ricevuto l’ordine di non reagire. box2 Riceviamo dall’avvocato Luigi Ficarra e pubblichiamo. Caro Direttore, la ringrazio dell’importante contributo di conoscenza dato sull’ultimo periodo di lotta politica di Pio La Torre, col serio ed approfondito servizio pubblicato sull’ultimo numero del periodico “Antimafia 2000” da Lei diretto. Io, allora giovanissimo, lavorai all’ufficio studi della CGIL Regionale Siciliana nel periodo in cui ne fu Segretario questo grande compagno, di cui potei quindi conoscere ed ammirare l’intelligenza, il coraggio e la forza politica. Ritengo possa affermarsi che egli sia stato il compagno più vicino alla posizione politica assunta da Berlinguer dopo che quest’ultimo operò la svolta radicale dalla fase del “compromesso storico” a quella dell’alternativa, con il discorso fatto a Salerno alla fine degli anni ‘70. Giustamente, nell’intervista della Maria Fais si ricorda che La Torre si distaccò nettamente da quel gruppo di compagni riformisti dell’ala destra del vecchio PCI, Macaluso, Chiaramonte, Bufalini, Napolitano, etc., i quali contrastavano, assieme alla CGIL di Lama, la svolta politica operata da Berlinguer. E detta opposizione fu purtroppo determinante sia per le modalità di svolgimento, in modo difensivo e perdente, delle lotte alla Fiat nel 1980 sia, poi e soprattutto, nella battaglia apertasi col referendum per l’abrogazione del decreto Craxi sul punto di contingenza, cui seguì dopo l’abolizione della “scala mobile”; referendum alla cui sconfitta contribuì in modo pesantemente negativo la posizione “filocraxiana” dei suddetti compagni. Come Berlinguer fu allora più volte isolato in Direzione, ed anche attaccato per la giusta posizione assunta sulla “questione morale”, così accadde - ricorda nella sua bella intervista la compagna Fais - pure a La Torre, quando, venuto in Sicilia, per tradurre in una politica concreta e di massa la svolta politica dell’alternativa, fu alla direzione di una lotta radicale contro la corruzione politico-mafiosa, che investiva anche alcuni gangli del PCI e, come si è pure appreso, alcune frange della CGIL. La grande battaglia di massa da lui promossa contro la base militare missilistica di Comiso, s’incrociava, per la chiara e manifesta impostazione datagli, con la lotta contro il potere politico-mafioso e quindi contro la diffusa cancrena della corruzione politica: s’iscriveva palesemente nella nuova linea berlingueriana dell’alternativa. Fu, si ripete, una lotta di massa, che rompeva radicalmente, ponendoli quindi in discussione, consolidati equilibri di potere, specie nei rapporti che per lungo tempo si erano stabiliti fra maggioranza ed opposizione: è essenzialmente per questo motivo che La Torre venne isolato e poi ammazzato.La saluto cordialmente, dr. Bongiovanni, ancora ringraziandola per il grande contributo che dà col suo giornale alla lotta contro la mafia. Luigi Ficarra box3 Lettera aperta indirizzata a: Dott. Furio Colombo, direttore responsabile de L’Unità Dott. Antonio Padellaro, condirettore de l’Unità E p.c. Paolo Flores D’Arcais, direttore Micromega Marco Travaglio, giornalista Saverio Lodato, giornalista de L’Unità Giuseppe Lumia, membro Commissione Antimafia Piero Fassino, segretario generale DS S.Elpidio a Mare, 3 aprile 2003 Carissimi Furio Colombo e Antonio Padellaro, desidero innanzitutto esprimere il mio sentimento di massimo rispetto per voi e per la vostra professionalità, in quanto l’Unità è uno dei pochi giornali affidabili, soprattutto in questi tempi di guerra, nel panorama della stampa italiana, ma è soprattutto uno dei pochissimi quotidiani, grazie al puntuale lavoro del vostro corrispondente da Palermo Saverio Lodato, a costituire un serio punto di riferimento nella lotta alla mafia. Sono molto rammaricato e rattristato per un fatto accadutomi di cui desidero mettervi a conoscenza qualora voi non lo foste. In data 13 marzo u.s. abbiamo inoltrato richiesta di acquisto, tramite l’agenzia pubblicitaria PUBLIKOMPASS, di uno spazio pubblicitario in prima pagina (mm94x91) de l’Unità per l’edizione di domenica 6 aprile. La nostra inserzione riportava l’immagine dell’ultima copertina di ANTIMAFIADuemila, attualmente in edicola, e il testo di alcuni titoli trai quali proprio quello di prima pagina intitolata «Omicidio La Torre, i mandanti erano anche nel PCI?» con una fotografia del politico brutalmente assassinato da Cosa Nostra. Oggi, 3 aprile 2003, riceviamo comunicazione che «la finestrella di prima pagina è stata annullata poiché il soggetto non è passato all’approvazione dell’editore». Non voleva certamente essere una provocazione la mia, avendo constatato che l’Unità ospita frequentemente gli interventi di Paolo Flores D’Arcais e di Marco Travaglio che non hanno mai risparmiato aspre critiche ad una certa sinistra contraddittoria o inadempiente. Cari Colombo e Padellaro, io non mi sono alzato una mattina con l’intento di fare uno scoop o un falso scoop pubblicitario speculando su un argomento così grave. Tanto più che ANTIMAFIADuemila ha sempre valorizzato tutti quegli uomini di sinistra, fossero giornalisti o politici, che si sono contraddistinti nella lotta alla mafia. Questo benché il nostro giornale non abbia alcun riferimento politico o partitico, ma è apertamente schierato con i magistrati impegnati nella trincea antimafia, e quindi non con tutti i magistrati. Abbiamo infatti messo in evidenza quei processi in cui sono imputati o addirittura sono stati condannati magistrati, di Palermo e non, perché favoreggiatori della mafia. Tra l’altro mi preme far notare che il titolo è posto con un punto interrogativo, poiché mi sono documentato sulle carte di un processo ancora in corso nel quale, piaccia o non piaccia, sta riemergendo la pista dei mandanti interni al partito. Stiamo seguendo personalmente ed attivamente il processo per l’omicidio dell’onorevole Pio La Torre (nel quale, al momento, sono imputati solo gli esecutori materiali, mafiosi, del delitto), istruito dal pm della DDA di Palermo Antonino Di Matteo, già rappresentante dell’accusa ai processi per la strage di via D’Amelio, nel quale alcuni testimoni vicini all’onorevole ucciso, come Maria Fais, o appartenuti all’allora dirigenza del partito, come l’avvocato Antonino Caleca, hanno riferito elementi che risollevano l’ipotesi di un coinvolgimento del partito stesso. Già i giudici istruttori Falcone e Natoli avevano esplorato questa possibilità di indagine, salvo poi chiederne l’archiviazione (come abbiamo specificato nel dossier), ma ciò che sta emergendo oggi, nel corso del dibattimento orale, cioè quando si forma la prova, si basa su spunti probatori del tutto nuovi e per questo di estremo interesse. Non vi nascondo di essere rimasto spiacevolmente sorpreso nel constatare l’assoluta assenza o quasi della notizia sui maggiori quotidiani, tanto più sul vostro, dato che si tratta del barbaro assassinio di un uomo simbolo della sinistra storica. Non solo. Non ci siamo accontentati delle trascrizioni processuali, ma abbiamo intervistato direttamente uno dei testi, approfondendo così, con ancora maggiore cura, la questione. Se poi a conclusione del processo tutto ciò si risolvesse in un nulla di fatto, vale a dire senza alcuna conseguenza penale per gli allora dirigenti del partito, è tutta un’altra storia. D’altra parte anche il senatore Andreotti, nonostante le accertate frequentazioni poco raccomandabili, è stato assolto. Noi riteniamo che una seria lotta alla mafia si debba fare con trasparenza e correttezza e una notizia del genere merita la prima pagina, per lo meno la nostra. Inoltre non è un mistero, e voi lo sapete bene, che in Sicilia vi sono inchieste in corso a carico di alti dirigenti del vecchio partito comunista, trasmigrati poi nelle file dei DS, per associazione esterna di stampo mafioso, così come sono stati celebrati altri processi, ad esempio sul nodo mafia e appalti, in cui collaboratori di giustizia come Angelo Siino e Giovanni Brusca hanno parlato della collusione tra mafia e cooperative rosse, con l’appoggio di appartenenti e simpatizzanti del partito comunista. Non si possono tacere certe informazioni tanto più se si tratta di un processo storico, uno dei più importanti delitti politici e misteri d’italia: l’omicidio La Torre. A maggior ragione se emerge che non c’era solo Cosa Nostra, o solo i servizi segreti tra i possibili mandanti esterni, ma che ci potrebbe essere anche una pista interna al PCI. Quindi non capisco perché il vostro editore ha detto no alla nostra pubblicità a pagamento facendoci riferire direttamente di cambiare il titolo. Allora che cosa devo pensare? Un incidente di percorso? Un errore in buona fede? Oppure anche il Partito Comunista ha i suoi scheletri nell’armadio? Sempre con grande stima e rispetto per il vostro lavoro. Vi saluto caramente Giorgio Bongiovanni direttore responsabile di ANTIMAFIADuemila |
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In edicola dal 28 maggio 2008
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Baciamo le mani E guai a chi vuol fare da guastafeste e minare il dialogo, viene linciato con la verga bipartisan. A inaugurare il nuovo metodo all’educato olio di ricino è stato Marco Travaglio. Che si è permesso ancora una volta di utilizzare la televisione come organo di informazione, cioè si è preso la briga, ad autentico sprezzo del pericolo, di dare ai cittadini una notizia. Per altro non esclusiva.
Invitato da Fabio Fazio nella trasmissione Che
tempo che fa ha osato informare i cittadini italiani che il neo-presidente del
Senato Renato Schifani ha avuto, nel procedere della sua carriera, amicizie e
frequentazioni poco raccomandabili. Con boss mafiosi per l’esattezza. |
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Inserto Terzo Millennio N. 58 In questo numero: Nell'ambito del simposio internazionale indetto a Torino lo scorso 28 e 29 marzo dal titolo “From Global Warning to global policy” Giulietto Chiesa ha parlato di recessione mondiale e crisi ambientale, energetica e finanziaria. Questioni cruciali che stanno scuotendo il mondo intero. Fame nel mondo e povertà estrema. Una realtà sempre più vicina a noi, ma di chi è la colpa? Il Kosovo come le ciliegie: un'indipendenza tira l'altra. Quali saranno le conseguenze? Dal sequestro di Ingrid Betancourt in Colombia all'elezione di Fernando Lugo in Paraguay: guerra, corruzione e speranza in America Latina. Libera l'Acqua: proseguono le iniziative delle associazioni del Cipsi per promuovere la campagna sull'oro blu. Appello per un'informazione libera: un nuovo format televisivo per garantire libertà e democrazia nell'informazione. |
Di seguito pubblichiamo, in formato pdf, l'intervento del Clar (Centro Libero Analisi e Ricerche) alla conferenza “Crisi dei mutui e finanza mondiale: cosa ci riserva l'economia?”
L'incontro si è tenuto ad Ancona lo scorso 14 dicembre 2007 e tra i relatori Anna Petrozzi il caporedattore del giornale ANTIMAFIADuemila.
La relazione è la sintesi di uno studio sulla finanza internazionale condotto dallo stesso Centro (vedi www.clarissa.it) ed esposto in modo semplice e facilmente comprensibile anche ai non addetti ai lavori. Un documento prezioso corredato di schemi e tabelle che illustra in modo chiaro i meccanismi di potere sui quali è basato l'attuale modello finanziario mondiale.
Studio sulla finanza internazionale del Centro libero analisi e ricerche
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