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Antimafia Duemila

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Aug 08th
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Cosa Nostra e Terrorismo Internazionale PDF Stampa E-mail
Il punto di contatto è Trapani, nelle mani di Matteo Messina Denaro
di Anna Petrozzi



Trapani

«Vi è un personaggio oggi, penso di non sbagliarmi, è il più importante di Cosa Nostra: Matteo Messina Denaro».
Così Antonino Giuffré descrive ai procuratori federali americani, venuti apposta per sentirlo, «il pupillo di Riina», il capo della provincia di Trapani, territorio di congiunzione tra Cosa Nostra italiana e americana.
Le due mafie cugine, secondo le parole del collaboratore, hanno sempre mantenuto ben stretti i loro legami, tanto che un uomo d’onore siciliano poteva essere trasferito da una famiglia mafiosa italiana ad una americana senza problemi visto che «in Cosa Nostra è assolutamente possibile».
Così fece suo zio, o meglio lo zio di sua moglie, Joe Stanfa, che da Caccamo si stabilì a Filadelfia assumendo gradualmente sempre più potere.
Come da perfetto sogno americano Giovanni Stanfa, padrino di affiliazione dello stesso Giuffré, approda negli Usa negli anni Settanta tramite Filippo Colletti; inizia la sua «carriera» come «bricklayer», ovvero muratore, per poi trasformarsi in imprenditore edile. Apre addirittura dei punti commerciali con prodotti siciliani e si conquista il ruolo di massimo esponente di quella zona. Non senza l’aiuto dei cugini d’Italia! Scampato all’attentato in cui muore Paul Castellano, di cui era l’autista, è costretto a nascondersi; Giuffré, al corrente del fatto, chiede intercessione direttamente a Provenzano e a Riina che, su interessamento di Michelangelo La Barbera (capo mandamento Bocca di Falco, passo di Rigano) e di un certo «Mimmo», riescono a salvargli la vita.
Lo zio Joe verrà spesso in Italia, dove aveva ancora parte della famiglia, per partecipare a riunioni e ad affari.
Proprio per questa sua parentela Giuffré si presta spesso da anello di raccordo tra i due continenti. Contestualmente alle indagini condotte da Falcone anche oltreoceano la potentissima famiglia Gambino di New York inviò il suo avvocato a Mondello e al giovane uomo d’onore di Caccamo venne assegnato il compito di trovargli una sistemazione, l’hotel La Torre Palace, e di procurargli tutti quei libri in cui venivano evidenziati «i punti deboli» dei collaboratori di giustizia ed in particolare di Tommaso Buscetta.
Ma il vero trait d’union tra le due Cosa Nostra nel passato come nel presente è il traffico di droga. Bernardo Provenzano ha di fatto ereditato, ovviamente con Riina, i canali di smercio di eroina e cocaina che dalla Sicilia giungevano in Usa via Inghilterra e Canada. Al centro di questo snodo, spiega Giuffré, agli inizi degli anni Ottanta «troviamo un personaggio di Bagheria molto importante, Michelangelo Aiello» che aveva costituito società paravento per giustificare il movimento di capitali.
Ci tiene poi a precisare il collaboratore che «Michelangelo Aiello era molto legato al Michele Greco; poi, caduto in disgrazia Michele Greco, passerà nelle mani di Provenzano direttamente».
I procuratori dell’FBI hanno poi chiesto al Giuffré se fosse a conoscenza del fatto che alcuni membri della famiglia Bonanno stessero ritornando a Castellammare «per farli diventare uomini d’onore, per far fare un po’ di pratica». L’ex boss non sa di fatti specifici in questo senso, ma considera la cosa possibile e con un pizzico di orgoglio nemmeno troppo velato, risponde: «Giustamente se gli Stati Uniti, cioè la mafia degli Stati Uniti manda dei manovali a specializzarsi e ha bisogno appositamente di persone..., non di dilettanti allo sbaraglio, ma di una preparazione: prima ci fanno il doposcuola e poi li vanno ad inserire. Mi permetto di dire una cosetta piccola, piccola, piccola: Salvatore Riina un giorno mi ha detto che per fare un uomo (d’onore) ci vogliono trent’anni... [...] Non c’è cosa più pericolosa di un mafioso ignorante del suo settore. Non parlo come cultura che dev’essere un universitario o laureato, nel suo settore specifico: mafia. [...] Quando persone di Cosa Nostra (siciliana ndr.) arrivavano in America e già venivano agganciati e usati perché appositamente avevano una preparazione sia da un punto di vista principalmente militare, non tanto per una questione di business, come dicevano i boss americani. E poi un altro fattore importante: la riservatezza, perché da noi era arcinoto che i mafiosi americani parravano assai  insomma. E oggi la mafia, per sopravvivere, deve ritornare indietro e cercare di correre ai ripari, in modo particolare quella americana, per non rifare gli errori che ha fatto perché la storia appositamente insegna questo. E niente di strano che sta iniziando daccapo dallo ‘zoccolo duro’, se si può dire, siciliano, che è Trapani che a sua volta gode di tanti appoggi importanti.».
Ed è proprio riguardo a questa riservatissima provincia della Sicilia occidentale che Giuffré apre scenari piuttosto inquietanti.
«E’ un punto di incontro tra i Paesi arabi e l’America. Lo posso tranquillamente dire che Castellamare, oltre ai traffici normali, droga e tutto il resto, diciamo che è un punto dove si incontrano diverse componenti che girano attorno alla mafia. E’ un punto di incontro della massoneria. E’ un punto di incontro, in modo particolare intendo riferirmi a dei Servizi Segreti deviati, cioè un punto di incontro particolarmente ricco e particolarmente pericoloso  principalmente per gli Stati Uniti, in particolare del mondo arabo».
Tutte notizie apprese grazie alla sua stretta frequentazione,  «a Palermo insieme a Provenzano», di Francesco Messina detto «Mastru Cicciu», il sostituto di Mariano Agate, «legatissimo a Salvatore Riina», alla dirigenza della provincia di Trapani da cui avrebbe ereditato i rapporti intrattenuti con società di pescherecci italo-tunisine o algerine che potrebbero fungere da copertura per traffici di altra natura.
«Poi fra l’altro - aggiunge - c’è un discorso massonico molto importante in quella zona perché c’erano delle logge coperte dove addirittura si dice che lo stesso Mariano Agate, lo stesso Provenzano, lo stesso Riina facessero parte di quella loggia».
Grazie a questo sodalizio Castellamare e Castelvetrano sono state le loro roccaforti. «C’era anche qualcosa che è andato oltre Cosa Nostra ... qualcosa di molto importante. Castellamare è stata anche una miniera di notizie, che poi arrivano tramite Cosa Nostra, anche a livello di Servizi Segreti, cioè è stato tutto un punto, e lo è, strategico importantissimo».
Poi osa Giuffré e chiarisce: «... ma io voglio mettere in risalto un altro fatto appositamente che è importantissimo che unisce, forse che lega, interessi africani, in particolare mediorientali, arabi, e in modo particolare anche, se mi lasciate fare questo piccolo... forse anche nel campo terroristico!».
Solo deduzioni forse anche se, precisa, «in Cosa Nostra è sufficiente una smorfia per capirsi».
Certo è, invece, che «la mafia non chiude le porte a nessuno: quando i suoi interessi convergono fa alleanze».
Se Castellamare è un nodo nevralgico per gli interessi ad alto livello di Cosa Nostra non va dimenticato che la testa pensante è sempre a Palermo. Infatti il pentito ricostruisce subito l’alleanza tra «Mastro Ciccio» e Salvatore Biondino, braccio destro di Salvatore Riina (catturati insieme il 15 gennaio 1993), il quale, oltre ad aver consegnato nelle mani del suo capo il commercio della cocaina, avrebbe avuto contatti con frange estremiste in Libia e con i servizi segreti.
All’interno di questo quadro Giuffré inserisce le stragi Falcone e Borsellino anche perché quest’ultima fu organizzata proprio da Salvatore Biondino.
Ai procuratori FBI ha spiegato di vedere dietro i due efferati delitti  una causale internazionale che coinvolgerebbe anche Cosa Nostra americana che si è voluta vendicare dei colpi subiti grazie alle indagini dei magistrati assassinati.
«Nel momento in cui un Giudice italiano si affaccia in America e porta dei colpi tremendi alla mafia italoamericana, Falcone è palermitano, siciliano, Riina è siciliano ed è il capo della Cupola regionale della Sicilia, ha una certa responsabilità nei confronti degli americani e deve cercare di neutralizzare questi attacchi».
In sostanza, termina Giuffré, tra la mafia siciliana e la mafia americana vi è una «saldatura», una volta impostata «sui valori e sui soldi», poi «sul dollaro che copriva tutto e compensava tutti».

Agrigento

Se Trapani è il territorio esclusivo di Matteo Messina Denaro ed è un centro di snodo internazionale, Agrigento è terra assai ricca per il turismo e gli appalti e, secondo il racconto di Antonino Giuffré, dopo essere stata a lungo contesa stava sfuggendo anche dalle mani di Bernardo Provenzano. Il futuro beneficiario sarebbe potuto essere proprio lui, il collaboratore, e forse, il motivo del suo arresto pilotato si nasconde nella valle dei templi.
Al capo storico della provincia Colletti Carmelo erano subentrati dapprima Peppe Di Caro, poi Totò Gioia, fatto rientrare dagli Stati Uniti da Riina in persona, seguito da Salvatore Fragapane, arrestato grazie alla collaborazione del confidente Luigi Ilardo, e dal duo Antonino Di Caro e Peppe Capizzi.
Il primo, detto il dottore, aveva ereditato la propria carica dal padre, e di fatto agiva come rappresentante della provincia coadiuvato da Benedetto Capizzi. Entrambi erano legati a Palermo tramite Giovanni Marcianò che si muoveva su ordine di Michelangelo La Barbera, capo del mandamento di Bocca di Falco, strettamente legato a Salvatore Riina. Giuffré ha riferito di incontri organizzati dal Marcianò con i due uomini d’onore agrigentini nei quali, in linea generale, si scambiavano le quote delle messe a posto e discutevano delle strategie di Cosa Nostra. In particolare Giuffré ricorda di come Peppe Capizzi fosse piuttosto «battagliero» e sostenesse la linea dura contro lo Stato con una teoria tutta particolare. A suo dire, se Cosa Nostra non avesse reagito con forza avrebbero fatto tutti la fine degli «agnellini di Pasqua». «Piano piano, se li sono portati tutti e li hanno macellati e così ci finirà a noialtri».
Provenzano, proprio per questi discorsi, non gradiva affatto che il Giuffré li frequentasse poiché li considerava «poco affidabili», ma evidentemente per il capo del mandamento di Caccamo quel territorio era troppo importante per lasciarselo scappare. La storia di fatto prova come dopo l’arresto di Riina si scatenò una vera e propria lotta intestina tra lo schieramento di Giovanni Brusca e Leoluca Bagarella e quello di Giuffré e Provenzano per il controllo della zona, che all’inizio andò a favore dei primi per poi rientrare sotto l’influenza del boss superlatitante. Non per molto però. Poiché il candidato designato a fare le sue veci, tale Giuseppe Falzone, sarebbe stato scavalcato da Maurizio Di Gati votato a larga maggioranza da qualcuno che avrebbe sparso la voce che così voleva Provenzano.
Questi «parecchio incazzato», come riferisce Giuffré, gli aveva chiesto di scoprire chi aveva usato il suo nome. E’ il pentito stesso a rivelare ai procuratori Grasso, Crescente e Di Leo che in accordo con Domenico Virga, Benedetto Spera, Fileccia Salvatore e Gambino Giulio avevano scelto il Di Gati contravvenendo all’ordine del boss.
Il dato veramente interessante è che coloro che hanno avversato Bernardo Provenzano, a partire da Brusca e Bagarella nel passato, sono stati arrestati, molti a causa di una soffiata. Un metodo economico, in termini di spargimento di sangue, e strategico, perché tiene impegnate le forze dell’ordine. Mentre lui rimane latitante.
Giuffré era diventato davvero indispensabile per il capo dei capi. Troppo. Gli portava sì decine di milioni frutto degli affari illeciti di tutta la Sicilia, ma per fare questo aveva stretto rapporti personali a cui il Provenzano non poteva accedere data la sua condizione di fantasma. Allora non è difficile pensare che le tresche del Guzzino Diego, nemico storico del pentito e maggior sospettato di essere la spia che lo ha tradito, sono state funzionali alle esigenze del boss corleonese, che, come storia insegna, se ne è lavato le mani.

San Mauro
Castel Verde


Che fra Giuffré e Brusca non corresse molto buon sangue lo si è visto anche di recente nel corso di un interrogatorio che doveva risolvere un contrasto insorto a seguito delle dichiarazioni dell’uno e dell’altro. Le loro carriere mafiose ai massimi vertici dell’organizzazione si sono incrociate spessissimo ma raramente sono stati dalla stessa parte, come nel caso delle vicende interne al mandamento di San Mauro Castelverde.
Sentito nell’ambito del processo per l’omicidio di Massimo Capomaccio, Giuffré ha chiarito l’evoluzione dei rapporti da lui intrattenuti con Peppino e Mico Farinella, padre e figlio, capi del mandamento in questione.
Prima più legati a Provenzano e poi sempre più vicini a Brusca, i Farinella vantano una  parentela autorevole con Palermo. Mico infatti è sposato con la sorella di Santino Pullarà uomo di spicco della famiglia di Villagrazia.
La frattura avviene come sempre a causa di una tragedia.
Giovanni Brusca era in società con Nino Biancorosso, uomo d’onore, e un certo Corrado Milazzo in una impresa di costruzioni che doveva effettuare lavori a S. Giuseppe Jato.
Constatata la vicinanza dei due al Giuffré, Brusca lo chiama in disparte e accusa i suoi soci di essere responsabili di un ammanco di centinaia di milioni (dai trecento ai cinquecento) per cui chiede la testa di Milazzo che però il boss di Caccamo gli rifiuta.
Nella diatriba il Brusca è appoggiato da Mico Farinella che in quel periodo cura la latitanza di Bagarella nella zona di Finale di Pollina.
Non tutte le amicizie però sono buone.
Il giovane Farinella infatti si accompagna spesso con tale Massimo Capomaccio «persona di Cefalù» invisa al vecchio padre infastidito dal fatto che questi usasse il suo nome per fare poi danneggiamenti o chiedere tangenti. E non solo. Avrebbe anche emesso un assegno scoperto per saldare alcuni debiti, cosa che avrebbe fatto decidere al Provenzano di ordinarne la morte.

Belmonte Mezzagno


L’omicidio di Pietro Ocello rappresentò per Cosa Nostra non solo un fatto gravissimo, ma un’inammissibile violazione delle regole: un capo mandamento non può essere ucciso. Quindi va vendicato. Il territorio di Misilmeri era da sempre teatro di duri scontri tra fazioni che nessuno era in grado di sedare, per questo Totò Riina, all’indomani della morte di Pietro Ocello, decise di eliminare il mandamento e di annetterlo a quello di Belmonte Mezzagno guidato da Benedetto Spera.
Per lui non fu certo un gran guadagno questo, poiché si ritrovò al centro di una tragedia bella e buona culminata con il suo arresto.
Avversato sia a Misilmeri che nel suo stesso territorio, scampa per un soffio ad un attentato, nel quale invece viene ucciso il fratello. Ciò, racconta Giuffré, rappresentò per Spera un affronto tale da poter essere lavato solo con il sangue: «un’ossessione» che si placò solo dopo che ebbe «scannato personalmente i responsabili». Uno dei quali era un certo Lo Bianco che voleva impadronirsi del mandamento appoggiato ancora una volta dalla cordata Brusca, Bagarella, Graviano.
I guai per Spera però non finirono lì: a Belmonte si muoveva un gruppo di dissidenti capeggiato da un certo Casella Rosario che per danneggiarlo fece uccidere uno degli uomini di più stretta fiducia del boss: l’imprenditore e uomo d’onore Nino Chinnici.
Un altro durissimo colpo che si tramutò anche in un inquietante mistero. Grazie ad un’indagine interna Spera non impiegò molto a capire chi aveva agevolato il delitto.
Si trattava di Ciccio Pastoia, così intimo con Provenzano da curarne la latitanza.
Sebbene con le spalle al muro Spera organizzò con l’aiuto del Giuffré un agguato per eliminare il Casella. Sapendo che si muoveva armatissimo e blindatissimo nella zona del fiume San Leonardo chiese al pentito di procurargli una pala gommata sì da bloccare la strada all’avversario che una volta intrappolato non avrebbe più avuto via di uscita. Giuffré fece rubare il mezzo che fu recapitato sul posto, ma il piano non andò mai in porto perché a breve distanza l’uno dall’altro sia Casella che Spera vennero arrestati. Senza fare troppo scruscio.
A conferma del suo racconto Giuffré ha fatto ritrovare agli inquirenti una sorta di archivio della corrispondenza da lui tenuta con Provenzano e con altri capi. I «pizzini» si trovavano catalogati in perfetto ordine in un barattolo di vetro custodito dietro un mucchio di tegole in una stalla situata nella campagna di Vicari dove il Giuffré teneva la lavatrice.
In uno di questi importantissimi documenti si fa riferimento infatti alla pala gommata in quanto il proprietario aveva fatto sapere al Provenzano di essere anche disposto a pagarla pur di riaverla, affare che però non interessava al Giuffré che dopo averla fatta consegnare allo Spera ne perse completamente le tracce.



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Burrafato vittima
della vendetta di Bagarella


A volere la morte dell’agente di polizia penitenziaria Antonio Burrafato sarebbe stato Leoluca Bagarella per vendetta. Secondo la ricostruzione di Giuffré, che per altro conferma la versione già data sul punto dal collaboratore Salvatore Cucuzza che ha permesso di riaprire l’inchiesta chiusa per mancanza di indizi, il vicebrigadiere aveva negato allo spietato boss un colloquio con i familiari.
Cucuzza aveva potuto raccontare il delitto nei particolari poiché accompagnò di persona i due killer Pino Greco «scarpa» e Antonino Marchese a Termini Imerese dove il 29 giugno 1982 in piazza Sant’Antonio freddarono il Burrafato. Giuffré invece ha spiegato i retroscena.
Nei primi anni Ottanta, aveva l’abitudine di passare ogni sera a casa di Ciccio Intile per raccogliere le disposizioni per i lavori da compiere. Una volta gli capitò di incontrare Nino Marchese di Corso dei Mille, che al tempo ancora non conosceva. Il suo capo mandamento gli disse: «Salvatore Riina ha mandato Nino Marchese per questo lavoro, cioè era l’ambasciatore di Salvatore Riina, e Ciccio Intile si è messo a disposizione e ha dato l’autorizzazione per fare l’omicidio, primo, e successivamente ha messo a disposizione anche altre persone nell’eventualità che il gruppetto esterno avesse avuto di bisogno». Infatti il supporto logistico venne fornito da Rosolino Rizzo di Cerda e da Nardino Lo Bello di Termini. Qualche tempo dopo, ha proseguito Giuffré, «Ciccio Intile mi ha consigliato di non recarmi a Termini Imerese se non avevo bisogno, dato che il discorso doveva essere fatto a breve, con una certa urgenza. Dopo un periodo di tempo, una settimana, dieci giorni, è avvenuto l’omicidio
del brigadiere Burrafato».
L’udienza si è conclusa con un piccolo giallo riguardo un blocco notes che il collaboratore teneva chiuso sul tavolo durante la deposizione in videoconferenza. Per sicurezza, nonostante non vi fossero dati riferiti al processo in corso, ma, come ha chiarito immediatamente Giuffré, solo annotazioni relativi al colloquio con il proprio legale, la Corte ha disposto l’acquisizione degli appunti tramite fotocopia.


box2
Lima, una morte annunciata tre anni prima


La condanna a morte dell’eurodeputato democristiano era già stata emessa tre anni prima dell’omicidio avvenuto il 12 marzo 1992.  Per Lima «alla vigilia della terza elezione al Parlamento europeo la sorte era già segnata», dichiara Giuffré nel corso del processo «Agate + 46» e riporta le parole di Provenzano stesso «Come mia abitudine per due volte gli ho messo la mano per evitare di fargli sbattere la faccia al muro, ma ormai non c’è più nulla da fare». Quindi già dal 1989, dopo che Riina aveva deciso di passare dalla parte del partito socialista, Lima era un morto che camminava a causa di quel suo «babbiare» e  a «defilarsi» senza rispettare gli accordi presi. «Per questo - ha continuato il Giuffré - quando sentivo parlare della decisione di ucciderlo, lo davo per scontato e non prestavo molta attenzione».



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Mannino
non aveva rispettato
gli impegni presi


«Chistu è ‘cchiù curnutu i l’avutri...». Questa la condanna senza appello che avrebbe pronunciato il capo di Cosa Nostra Bernardo Provenzano nei confronti dell’onorevole Calogero Mannino perché, sempre secondo Giuffré, avrebbe mancato agli impegni presi con alcuni affiliati della provincia di Agrigento dai quali avrebbe invece ricevuto sostegno elettorale e altri favori.
Già assolto in primo grado con la formula che di fatto corrisponde alla vecchia insufficienza di prove, Mannino ha partecipato alla prima udienza del processo d’appello che si è tenuta  l’8 aprile scorso. Il 19 maggio, se verrà accettata la richiesta della pubblica accusa rappresentata dal procuratore generale aggiunto Vittorio Teresi, la Corte ascolterà la deposizione di Giuffré.



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Vara e Giuffré: «Mimmo Vaccaro
è uomo d’onore»


Dei 68 pizzini rinvenuti su indicazione del Giuffré nella masseria di Vicari Roccapalumba il 4 dicembre scorso, alcuni sono stati acquisiti al processo «Urano» in corso a Caltanissetta che vede come imputati Domenico Vaccaro, Giuseppe Modica e Claudio Di Leo per associazione mafiosa.
Tra tanti saluti affettuosi e benedizioni Provenzano scrive a Giuffré della cattura di Domenico Vaccaro rappresentante della provincia nissena in sostituzione di Piddu Madonia «Lo avresti sentito pure tu come l’ho sentido pure io che a mm lo hanno arrestato, ed io anche quando, avesse buoni notizie di Lui, nonò con cui potere comunicare, salvo che venisse qualcuno a suo nome».
Sentito dai magistrati il collaboratore ha spiegato che la sigla mm si riferiva proprio a Mimmo Vaccaro, così come usavano altri codici che «potevamo capire solo noi due». Infatti senza le chiavi di interpretazione difficilmente gli inquirenti avrebbero potuto comprendere che «Ti confermo che ho ricevuto 8xmm, quando con il volere di Dio le possa ricevere. E per tua conoscenza, quando ricevi questi, ne à ricevuti16. perché prima di questi ciò ho mandato 3, ehe ho conferma, che le ha ricevuto e altri 5, che ancora non c’è stato il tempo per darmi conferma. Ecco perché ti dico che con questi ne ha ricevuto 16...»  attesta il ricevimento della somma di dati milioni come risultato delle messe a posto tra Provenzano, Giuffré e Domenico Vaccaro.
A riprova di quanto sostenuto dal pentito di Caccamo, le dichiarazioni di un altro collaboratore di spessore, Ciro Vara, elemento di spicco della famiglia nissena, che a proposito della figura del Vaccaro ha specificato: «E’ un uomo d’onore di Campofranco e l’ho conosciuto nel 1981. Dopo la morte di Nino La Mattina fu nominato rappresentante di Campofranco. Sempre nel giugno del 1989 Vaccaro, su mia iniziativa, fu nominato da Giuseppe Madonia consigliere provinciale, e poi successivamente nel 1991 è stato nominato vicerappresentante provinciale. Dopo la cattura di Madonia la reggenza passò a Vaccaro, in collegamento con Bernardo Provenzano. Nel giugno del 1994 è stato nominato rappresentante provinciale. Dopo la sua cattura, la reggenza passò al fratello Lorenzo e Luigi Ilardo. (Il confidente, di cui si occupò il colonnello Riccio, ucciso dopo soli otto giorni dalla collaborazione ufficiale ndr.) Dopo la morte di Lorenzo Vaccaro risalente al 1998, Domenico Vaccaro ritorna in Sicilia continuando a mantenere i rapporti sia con la provincia di Caltanissetta e sia con Provenzano, tant’è che dopo la cattura di Vito Vitale, ricordo ad Enna ci fu una riunione di pacificazione alla quale Vaccaro partecipò, anche se era particolarmente contrariato perché gli avevano ucciso il fratello proprio nel momento in cui aveva nelle mani le redini della famiglia. Durante la sua carcerazione a Catanzaro, Vaccaro mi ha mandato i saluti tramite Antonino Valenti, uomo d’onore di Castellamare del Golfo. Le notizie che ho di Domenico Vaccaro si fermano prima dell’irrogazione della misura del 41 bis. Prima della sua cattura teneva rapporti con la provincia di Agrigento. Anche se un appartenente a Cosa Nostra viene arrestato, è sempre uomo d’onore, questo stato di mafioso permane fino a quando non si viene messi fuori confidenza o posati. Vaccaro è sempre stato l’uomo di riferimento di Madonia e Provenzano».
Il Vara poi, nell’ambito del processo «Leopardo», ha fornito diverse informazioni sulle vicende interne alla provincia e in particolare ha illustrato i rapporti con la politica prima della stagione stragista. La sua militanza nelle file della Democrazia Cristiana, il sostegno dato a Gianfranco Occhipinti figlio di un grosso politico prima del Movimento Sociale Italiano e poi passato nel PSDI, e in particolare all’onorevole Cicero che alle elezioni del 1991 ottenne ottocento voti. Dopo l’omicidio Lima, invece, «Cosa Nostra non votava più per nessuno», tanto meno per la Democrazia Cristiana che comunque, dopo il 1987, aveva perso diversi favori dopo la decisione di Riina di agganciare il partito socialista.  Chiunque fosse, chiarisce il neopentito, «tutti sapevano benissimo che noi eravamo mafiosi e tutti ci cercavano».
Vara e Giuffré, ex compagni di scuola ed ex compagni di mafia, hanno poi confermato  che Provenzano si rifugiava spesso nel nisseno ospite dell’agricoltore Giuseppe Palazzolo per questo sotto processo  a Caltanissetta. A.P.




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A Brancaccio lezioni di mafia


Altro duro colpo al cuore di Brancaccio grazie alle intercettazioni telefoniche che hanno portato alla vastissima operazione nota ormai come «Ghiaccio» che il settembre scorso ha portato all’arresto 80 persone tra cui il capo del mandamento Giuseppe Guttadauro e la sua famiglia. Questa volta sono finiti in manette altri 7 mafiosi, tre dei quali incensurati, il volto nuovo della Cosa Nostra che cerca di rigenerarsi ad ogni colpo subito. Gli ordini di custodia cautelare, emessi su richiesta del pubblici ministeri De Lucia e Prestipino, hanno colpito Nangano Francesco, 39 anni, Vincenzo Giordano, 31, entrambi già in carcere e Savoca Giuseppe, 39, Castelli Ludovico, 37, Giuseppe D’Angelo 36, Vincenzo Lo Monaco,29, Giovanni Alfano, 46, accusati, oltre che di associazione mafiosa, di estorsioni, danneggiamenti e spaccio di droga.
Erano parte dell’esercito agli ordini del medico Guttadauro di cui Giuffré ha potuto tracciare lo spessore mafioso, di entità tale da godere del favore personale di Provenzano. Ma è stato il chirurgo stesso a dare le conferme parlando alle microspie piazzate nel salotto della sua casa per ben quattro mesi.
Al suo uomo di fiducia, Scimò Fabio, ha spiegato e raccontato la storia di Cosa Nostra da Michele Greco in poi, non tralasciando di sottolineare la sua posizione di vantaggio all’interno dell’organizzazione perché sin dagli anni Ottanta era padrinato da personaggi del calibro di Pippo Calò e Bernardo Brusca.
«Tu - si rivolge allo Scimò - devi considerare che io avevo l’autorizzazione... perché io avevo Pippo Calò... avevo il Brusca... avevo l’autorizzazione personale mia di fare e di disfare, di andare dove volevo io, senza passare da nessuno, ne dal principale ne da Calò... come capo mandamento dato direttamente dal punto più alto che esisteva».
Praticamente, vista la sua professione, «c’è stato un minuto che io all’ospedale avevo ricoverato a mezza cupola... no ad uno», godeva di una sorta di mandato di extraterritorialità per cui «io partivo e me ne andavo dal capo mandamento diretto...».
Bei tempi quelli quando in carcere si beveva Don Perignon servito dalle guardie carcerarie che scaricavano «il camion della Cuccagna... non ti dico... aragoste...», ma anche periodi brutti, di tragedie quando «tu domani te ne andavi a mangiare e non sapevi se tornavi».
Non è vero, secondo la sua visione della storia, che Michele Greco comandasse tutta Cosa Nostra, «... zu Michele non ha diretto mai a nessuno... nei tempi antichi, che poi erano l’ottantasette, l’ottantotto, c’era la commissione..., no la cupola..., poi che minchia è questa cupola?...  C’era la commissione regionale, la commissione provinciale, quella di Palermo era fatta di tutti i capimandamento, erano o dodici o tredici».
Prima del «Papa», ha proseguito rimproverando un po’ il suo ignorante scolaro, «c’era il triumvirato, lo ha mai sentito dire? [...] con Stefano Bontade, Badalamenti, Luciano Liggio», quando quest’ultimo fu arrestato lo sostituivano «u Binnu « e « u Totuccio», Provenzano e Riina.
Dopo la guerra di mafia «la commissione non esisteva più [...] si riunivano però si faceva quello che diceva Totò Riina, u curtu, era lui quello che comandava. [...] Fino a quando c’era lui fuori, io basta che una cosa la sapeva lui, lui levava, lui metteva, lui faceva, lui diceva...» Affascinato l’allievo chiede «Questa potenza aveva?» «Certo! ... e chi ci doveva discutere?!»
Qualche nozione sugli altri mandamenti, ma è ovviamente quello di Brancaccio ad avere meriti speciali. Una volta si chiamava «Ciaculli» perché dominava la famiglia Greco di Ciaculli e vantava il gruppo di fuoco più spietato, «squadroni che facevano tremare la terra», capeggiato da Pino Greco «Pinuzzo Scarpazzedda che era un pericolo, non so se tu lo hai conosciuto?».



ANTIMAFIDuemila N°30
 
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    cop59.gif In edicola dal 18 luglio 2008

    In questo numero:
    Leggi "blocca processi", leggi "salva premier", "41 bis" revocati e intercettazioni vietate. E' scontro istituzionale.
    La Procura di Salerno ribalta il "caso De Magistris". Chiesta l'archiviazione ed annunciate indagini contro chi lo ha accusato.
    Presto al via il processo Toghe Lucane. La più importante inchiesta degli ultimi cinquant'anni.
    Agenda Rossa: La procura si appella alla Cassazione.
    Trapani: Nuovi legami tra mafia politica e massoneria. Il boss Messina Denaro tradito da falsi amici e documenti pericolosi.
    Gli affari della Despar in Sicilia. Si aggrava la posizione di Scuto nel processo.
    Barlume di speranza sul caso Rostagno. Vent'anni dopo l'attentato una perizia balistica potrebbe far emergere la verità.
    Talpe Dda. Le motivazioni delle sentenze Cuffaro, Borzacchelli e Ciuro.
    Calcestruzzi spa. Le dichiarazioni di Siino su Pesenti.
    Nu Bellu Lavuru. Sulla Ss 106 una commistione tra 'Ndrangheta e politica.
    Gli interessi di Cosa Nostra sul ponte di Messina.
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  • Editoriale

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    La nascita della seconda Repubblica sul sangue di Falcone e Borsellino

    Il 19 luglio 1992, a cinquantasette giorni di distanza dalla strage di Capaci, veniva assassinato a Palermo, in via D’Amelio, il giudice Paolo Borsellino e con lui gli agenti della sua scorta.

    Il 20 luglio 1992 nasceva la Seconda Repubblica di questo nostro Paese, basata sulla corruzione, sulle mafie, sulla violenza, sul dominio, sulla prevaricazione, sulla ricchezza illecita, sul razzismo e sulla xenofobia.

    Oggi, ancora luglio, ma 2008, ci ritroviamo per la terza volta al governo l’imprenditore Silvio Berlusconi, plurimputato in diversi processi, amico di condannati per mafia e amico di Cosa Nostra sin dai primi anni Settanta. Che inneggia, abbracciato al suo principale garante Marcello Dell’Utri, all’eroe Mangano, complice dello scioglimento nell’acido di esseri umani.


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    Dopo sei anni di prigionia è stata finalmente liberata Ingrid Betancourt.
    Giulietto Chiesa, sempre analizzando il quadro internazionale degli eventi, spiega il trattato di Lisbona, attorno al quale si è creato un vero dibattito politico.
    Nuovi interrogativi sull'11 settembre. Troppi crolli accidentali.
    Appello contro la pedofilia e la sua ideologia. L'allarme lo lancia l'Associazione Meter di Don Fortunato Di Noto.
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