La Rivista
Editoriali
«Devono confermare la mia versione» | «Devono confermare la mia versione» |
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di Anna Petrozzi Nonostante la manifesta inattendibilità, Pino Lipari ha testimoniato al processo a carico del senatore a vita Giulio Andreotti. Citato dall’agguerrita difesa, l’aspirante collaboratore è l’unico falso pentito ad aver rilasciato dichiarazioni a discolpa dell’ex Presidente del Consiglio. Infatti, pur confermando il collegamento di Salvo Lima (storicamente legato ad Andreotti), con gli ambienti mafiosi e più direttamente proprio con Riina e Provenzano, Lipari spiega come non solo il Senatore fosse estraneo a queste amicizie poco convenienti del suo rappresentante siciliano, ma era considerato da Cosa Nostra un acerrimo nemico poiché aveva approvato leggi severe contro i mafiosi. In particolare, rifacendosi all’estenuante attesa del verdetto definitivo di Cassazione del maxiprocesso, Riina, assai preoccupato, aveva mobilitato tutte le conoscenze possibili al fine di ottenere un giudizio favorevole. Il referente principale in questo caso era proprio Lima, ma, secondo quanto riferito da Ignazio Salvo, uno degli esattori di Salemi, nonché uomo d’onore, non sarebbe potuto intervenire presso l’onorevole Andreotti, altrimenti avrebbe rischiato l’espulsione dal partito. Testualmente: «L’onorevole Lima si è defilato da questa posizione perché la cosa era diventata estremamente delicata e pericolosa, e quindi un politico che parlasse di mafia o di interventi a favore della mafia non c’è dubbio che veniva definito mafioso. Quindi ai tempi l’onorevole Lima, babbiando, dico babbiando, disse che avrebbe sfruttato i suoi canali, ma non avrebbe parlato con l’onorevole Andreotti, specificamente per questo fatto perché lo avrebbe buttato fuori dalla corrente». Quando il 31 gennaio 1992 la Cassazione condannò definitivamente il gotha mafioso con Riina in testa, questi andò su tutte le furie, e decretò l’inizio della strategia stragista che cominciò proprio con la morte dell’eurodeputato, ammazzato a Mondello (PA) il 12 marzo dello stesso anno. L’omicidio poi, sempre secondo il Lipari, aveva avuto una doppia valenza: una punizione per il tradimento; e la precisa intenzione di ostacolare l’ascesa politica del senatore candidato alla Presidenza della Repubblica. In quanto al famoso incontro tra Andreotti e Riina, l’ex geometra dell’ANAS ha smentito categoricamente che questo possa essere accaduto e per due essenziali motivi. Il primo sarebbe legato alle confidenze che Paolo Rabito - uomo di fiducia dei Salvo, che sarebbe stato presente all’appuntamento di Riina e Di Maggio con il presidente - gli avrebbe fatto durante una comune detenzione nel carcere dell’Ucciardone a Palermo. «Eravamo nella stessa sezione, quindi andavamo all’aria insieme, quattro ore al giorno, e argomento del momento era il processo, tant’è che era iniziato, abbiamo sentito la requisitoria dei Pubblici Ministeri... Il Rabito, su una richiesta che gli feci, così, un poco velata ‘ ti fai sti incontri e non dici niente?’ Mi rispose: ‘Questa è un’invenzione del Di Maggio, che chissà cosa spera di ottenere con gli sconti di pena’». La seconda ragione si basa su fonte ben più autorevole, addirittura sarebbe stato Bernardo Provenzano che, rispondendo ad un Lipari un po’ risentito per essere stato lasciato all’oscuro («dopo tanti anni di carcere non ho potuto ricevere la confidenza di un incontro di questo tipo?), «mi disse che tutto il carcere che avevo fatto mi aveva reso ingenuo, nel senso che non avevo valutato che si trattava di un complotto creato dal partito comunista, soprattutto le persone che poi agirono: Violante che volle Caselli ad ogni costo alla Procura di Palermo nell’intento di cambiare lo Stato così come era successo a Milano con Tangentopoli». Il falso pentito, dunque, rispolvera la vecchia teoria di Riina, allora neanche presa in considerazione da giudici ed inquirenti e oggi riesumata persino dal Senatore che forse per l’età, forse per la stanchezza, forse perché a corto di argomenti, dice di non voler parlare di complotto, ma avanza calunniosi sospetti sull’operato del pm di primo grado Roberto Scarpinato. Per Lipari che confessa «amo Andreotti più di mio padre», sarebbero solo voci anche tutte quelle convergenti dichiarazioni di collaboratori che attestano gli incontri e i rapporti del Senatore con Stefano Bontade, con i cugini Salvo, con Andrea Manciaracina ecc... (confermati per altro anche dalla motivazione di assoluzione in primo grado). A riprova delle sue parole altrettante «voci di Cosa Nostra», apprese «all’aria», la maggior parte delle quali da personaggi, «purtroppo morti», o dalla stampa «si è sentito qua in televisione [...] credo che sia stato ribadito ad una trasmissione, non so se ‘Porta a Porta’»... Dopo un continuo accavallarsi di date sbagliate, di scambio di nomi, di contraddizioni e di sentito dire, persino il presidente della Corte Scaduti gli fa notare di non avere bisogno di un «mafiologo», ma di dati certi. «volo alto» Non è solo la tentennante, ridicola e confusa deposizione al processo Andreotti a smascherare agli occhi di chiunque sappia vedere e leggere (la trascrizione integrale è a disposizione sul nostro sito www.antimafiaduemila.com) le vere intenzioni di Pino Lipari. Sono state soprattutto le intercettazioni ambientali predisposte dai giudici a decretare la fine di un’aspirante collaborazione. Durante i colloqui con i familiari, infatti, l’ex dichiarante, tra sussurri all’orecchio, frasi mimate e parole a metà si è lasciato scappare parte del suo progetto, quella necessaria a tranquillizzare tanto la famiglia, quanto i mafiosi che potevano essere coinvolti dal suo dire. Non ha mancato poi di raccomandare agli interessati di confermare la sua versione dei fatti per conferirgli almeno un po’ di attendibilità, pena l’arresto. «... quindi Arturo io a che cosa mi sono adagiato - spiega al figlio - volo alto ‘sull’alta mafia’, su concetti, sui rapporti politici del passato e del presente, ma in tutto questo io debbo trovare un riscontro oggettivo, cioè mi sono spiegato, se io dico cose che loro non possono verificare eccetera...» e prosegue rivelando ciò che ha «dovuto dire», pregando poi anche la figlia Cinzia di recarsi a parlare con diversi soggetti al fine di ottenere conferme. «Cinzietta, vedi che tuo padre le sa le cose come stanno, questo se non dice, se nega questa situazione, lo arrestano! Invece se loro dicono... che poi combacia con quello che ho detto io... c’è l’attendibilità mia». E alle incertezze della figlia motivate dalla paura che i magistrati «vadano a sentire» i personaggi in questione il Lipari incalza: «Ma a maggior ragione se li arrestano a colpo gli dicono il fatto... sono informati, va fatto questo Cinzia!» Ancora, per comprovare il suo presunto incontro con il Maresciallo Lombardo avvenuto presso la casa di Vito Motisi, sollecita la famiglia a tranquillizzare lo stesso e a prepararlo a fornire la medesima ricostruzione. «Prendi un appuntamento con Vito Motisi», si interrompe perché la moglie Marianna Impastato gli parla all’orecchio e poi riprende «senti Marianna, guardami negli occhi... che stia tranquillo, molto tranquillo!» e snocciola i dettagli «mi incontro con il Motisi e mi fa incontrare il maresciallo Lombardo... c’è una casa... che c’è il suo studio... il maresciallo entrò da un’altra strada... che la casa ha due facciate... ho detto: ‘Io non ho mai detto nulla al Motisi... per quale motivo mi volessi incontrare - gli ho detto - però nel futuro vidi che questo mi guardava con diffidenza come se io fossi stato una specie di spione, una specie di coso...». Indeciso se precisare o meno la questione dello spione consiglia «aspetta un poco, se non glielo dici poi lo valutate voi se tu non gli dici questo lo possono arrestare. Uno... se invece lo dice... che ripeto: ‘Il maresciallo l’ho fatto incontrare... che so che si devono dire, non è che ho fatto incontrare due mafiosi! Ho fatto incontrare un mafioso... ho fatto incontrare un mafioso con uno sbirro! Mi sono spiegato? Gli ho messo a disposizione la casa perché dovevano parlare, anzi da quel momento mi sono cominciato a guardare da Pino Lipari, mi pareva un po’ forse al servizio degli sbirri!’, ma questo mi dà una credibilità!». Contestatogli questo e altro nel corso del processo Andreotti, il falso pentito ha dapprima cercato di giustificasi sostenendo di volere esclusivamente evitare di preoccupare troppo i familiari, poi, in particolare su quest’ultimo punto, ha dovuto ammettere di avere sbagliato. Rispondendo al Sostituto Procuratore Generale Giglio che gli faceva notare come una persona sicura di dire la verità non ha nessuna necessità di fare sapere ai possibili testimoni ciò che devono dire ha ceduto: «Gliene devo dare atto, ha ragione!». box1 Dalla Chiesa, chi ha voluto la sua morte? Tra le tante contraddizioni in cui è incorso il Lipari la ricostruzione dei moventi che hanno portato all’assassinio del generale Dalla Chiesa, della moglie e dell’agente di scorta è tra le più eclatanti In un principio, interrogato dal procuratore Grasso, Lipari si dice certo che sia stato un omicidio voluto esclusivamente da Salvatore Riina poiché «il Dalla Chiesa era stato Capitano dei Carabinieri a Corleone, era stato per tanti anni poi Comandante della Legione e in base ai problemi che aveva avuto il Riina e la sua famiglia, avrebbe fatto sapere al dottore Dalla Chiesa che se fosse venuto in Sicilia, se avesse messo piede nel corleonese, sarebbe morto». Poi dopo aver confuso la storia del generale Dalla Chiesa con quella del colonnello Russo, ha allargato la sua veduta «Lo rifilarono (Dalla Chiesa ndr.), così, dico, i politici, per levarselo di torno, perché era un uomo di disturbo, un uomo ingombrante, certamente. Quindi l’ordine... cioè, la venuta del Dalla Chiesa in Sicilia era già la firma della sua morte, cioè non doveva mettere piede in Sicilia». A logica deduzione, ciò significa, che se si sapeva, sempre a detta del Lipari, che se il generale Dalla Chiesa non poteva mettere piede in Sicilia, perché era sotto la minaccia di Cosa Nostra, «rifilarlo» in Sicilia, voleva dire condannarlo a morte. Ma il sedicente pentito non si scompone e prosegue vaneggiando su presunti ricordi e molta confusione. «Preoccupazioni di mafia, non ne dovete avere, parlo di cose antiche, vecchie» Con tali premesse ci si può accostare al contenuto delle dichiarazioni di Lipari. Si riparte infatti da Gaetano Badalamenti, capo della Cupola, ai tempi della Cosa Nostra ricca (grazie all’immenso traffico di droga e al riciclaggio), e di «buone maniere»; dall’avvento dei corleonesi, esclusi dalla spartizione della grossa torta nonostante il sostegno offerto a ‘zu Tano, e perciò decisi a prendersela tutta con la violenza; in sostanza dalla seconda guerra di mafia. Salvatore Riina e Bernardo Provenzano si insediarono al vertice di Cosa Nostra, dopo aver fatto «posare» Badalamenti e sterminato tutto le schieramento avversario, ereditarono così tutti i contatti a medio e alto livello, a partire dal vecchio Vito Ciancimino. E’ Lipari stesso ad accompagnare Provenzano ad un lungo incontro, «durato 5-6 ore», con il vecchio sindaco di Palermo, che diventa «persona riservata dei corleonesi». Grazie all’autorevole protettorato Ciancimino riacquista una certa autorità tanto che, nonostante le divergenze interne alla grande Democrazia Cristiana, ottiene la salvaguardia di Salvo Lima. Il rappresentante Dc in Sicilia era, invece, un uomo assai riservato, ma di grande carisma, secondo la descrizione di Lipari, che sul punto introduce un inedito tanto strepitoso quanto confuso: Provenzano ebbe un incontro personale con Lima! Tuttavia, in un primo momento, davanti al Procuratore Grasso il dichiarante nega l’accaduto salvo poi ripensarci in aula dove, cercando di divincolarsi tra una contestazione e l’altra, racconta di aver accompagnato il Provenzano a casa di Nino Salvo in via Ariosto, ma siccome nello stesso stabile abitava il ministro Ruffino, e quindi c’era una certa confusione, il boss gli consigliò di aspettarlo sotto, mentre lui raggiungeva Ciancimino e Lima. Quest’ultimo, in quell’occasione, presenziò nonostante la febbre a 39! Assieme ai cugini Nino e Ignazio Salvo, Lima era il capofila di politici e di uomini influenti «mascariati» con Cosa Nostra. Il dichiarante li elenca per comodità: Bernardo Mattarella, vicino a Ciancimino e «figura indicata dal Vaticano»; l’ex ministro degli esteri Ruffini che si sarebbe incontrato con Salvatore Greco e Stefano Bontade, e ancora Gioia in società con Lima, Cuffaro, Franz Gorgone, Sciangula, Nicolosi..... In poche parole il rapporto mafia e politica di allora era da intendersi come una collusione tesa a spartirsi le tangenti e gli affari. Proprio la sua materia di specializzazione. Il Lipari infatti conferma il suo ruolo di re degli appalti, posizione che per un periodo ha diviso con Angelo Siino, ad eccezione del fatto che le sue competenze erano riservate per i grandi business miliardari. Già che c’era il falso pentito non si è lascito sfuggire l’occasione di togliersi qualche sassolino dalla scarpa e ha sottolineato la mancanza di fiducia del Riina nei confronti dell’operato di Giovanni Brusca e del Siino, oggi entrambi collaboratori di giustizia. In particolare ha raccontato di un appuntamento che sarebbe avvenuto nello studio dell’ingegnere D’Agostino cui prese parte assieme a Nino Buscemi, capo del mandamento di Bocca di Falco, all’ingegnere Bini della Calcestruzzi Sicilia, facente capo al gruppo Gardini, a Brusca e Siino. Questi ultimi avrebbero offerto a Buscemi tutto il loro pacchetto lavori che si estendeva sulla provincia per un valore di 41 miliardi, in cambio del quale richiedevano l’8%. Buscemi avrebbe rifiutato, indignato dall’offerta. Per questi e altri motivi Riina non vedeva di buon occhio il duo poiché, spiega Lipari, il contatto con il gruppo Gardini rappresentava per lui un accesso possibile a Craxi, molto utile per poter ottenere una mano d’aiuto per la sentenza di Cassazione del maxi processo. Aveva già avuto inizio infatti lo spostamento degli interessi del capo di Cosa Nostra verso il Partito Socialista, e in particolare a sostegno dell’onorevole Martelli che, più volte sceso in Sicilia, aveva promesso una giustizia più giusta promuovendo un referendum in cui si proponeva di introdurre una sanzione per i procuratori che commettevano errori. «Intermediazioni ad alto livello», le definisce il dichiarante, «che servono per portare avanti seriamente i problemi tra Cosa Nostra e la politica». Al proposito, se Lipari difende a spada tratta il senatore Andreotti, non risparmia Silvio Berlusconi e Marcello Dell’Utri. Ripercorrendo, infatti, le vie del riciclaggio degli enormi introiti derivanti dal traffico internazionale di stupefacenti il vecchio geometra racconta dell’incredibile ricchezza di Stefano Bontade e Mimmo Teresi che disponevano, per quell’epoca, di miliardi da investire. A tal fine sarebbero entrati in contatto con grandi magnate della finanza come Sindona, Calvi e Silvio Berlusconi con il quale avrebbero partecipato all’edificazione del noto complesso residenziale Milano 2. Inoltre la loro presenza vicina all’imprenditore avrebbe rappresentato una garanzia di sicurezza contro possibili rapimenti o azioni intimidatorie. I referenti di Cosa Nostra a Milano sarebbero stati Vittorio Mangano e Tanino Cinà, entrambi in contatto con l’allora manager di Publitalia, Marcello Dell’Utri. «Si sapeva già che Dell’Utri era agganciato a Mangano, questo era ufficiale...». Sostanzialmente una conferma alle tesi della procura di Palermo che accusa il senatore di Forza Italia di concorso esterno in associazione mafiosa. Lipari, però, aggiunge particolari, rilevanti per comprendere le sue reali intenzioni, circa l’evoluzione di questi rapporti dopo la scomparsa della vecchia mafia guidata da Bontade. «Provenzano era alla ricerca di un aggancio qualificato, quasi personale, o quasi diretto, disse che erano in incubazione agganci diretti con Dell’Utri», e ancora «quando ho parlato con lui, mi disse una serie di cose, nel senso che erano interessati di far confluire personaggi in Forza Italia». Poi qualcosa cambiò i programmi. Lipari sostiene che a causa della vicinanza della famiglia Cillari, legata a Brusca e Vitale, al Senatore (mai accennata da nessun pentito) Provenzano avrebbe poi espresso «titubanza nell’agganciare il Dell’Utri tramite Mangano». «Mascariati» sì, dunque, ma sono storie vecchie. Anche perché ogni qualvolta i magistrati hanno tentato di avvicinarsi anche solo al periodo delle stragi, per via della conseguenza logica delle domande, di colpo, il Lipari dimentica, non sa, non ricorda... Durante l’interrogatorio al processo Andreotti, Lipari ha rifiutato il paravento, così da farsi vedere da tutti, telecamere e macchine fotografiche comprese, ed è apparso molto nervoso. Un messaggio per tranquillizzare Provenzano che, nonostante qualche disguido, sta comunque portando avanti la loro strategia? Una richiesta di grazia? Come a dire: «mi fido di te, non ho paura»? Intanto il falso pentito ha chiesto nuovamente di essere riascoltato dai magistrati, ansioso di parlare, spiegare, raccontare la sua versione dei fatti. Questa volta sarebbe disponibile anche a fare i nomi di quei personaggi di Agrigento che prima, come ha detto al figlio Arturo, non voleva coinvolgere propio per non compromettere gli affari dell’erede, e a indicare quelle altre proprietà e beni che, contravvenendo al contratto firmato con lo Stato, stava cercando di mettere in salvo con astuzie del mestiere. Staremo a vedere se il Procuratore Grasso valuterà plausibili queste nuove dichiarazioni d’intenti, fino ad ora si sono rivelate false e funzionali ad una precisa strategia. Sempre quella di Cosa Nostra. |
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In edicola dal 28 maggio 2008
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Baciamo le mani E guai a chi vuol fare da guastafeste e minare il dialogo, viene linciato con la verga bipartisan. A inaugurare il nuovo metodo all’educato olio di ricino è stato Marco Travaglio. Che si è permesso ancora una volta di utilizzare la televisione come organo di informazione, cioè si è preso la briga, ad autentico sprezzo del pericolo, di dare ai cittadini una notizia. Per altro non esclusiva.
Invitato da Fabio Fazio nella trasmissione Che
tempo che fa ha osato informare i cittadini italiani che il neo-presidente del
Senato Renato Schifani ha avuto, nel procedere della sua carriera, amicizie e
frequentazioni poco raccomandabili. Con boss mafiosi per l’esattezza. |
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Inserto Terzo Millennio N. 58 In questo numero: Nell'ambito del simposio internazionale indetto a Torino lo scorso 28 e 29 marzo dal titolo “From Global Warning to global policy” Giulietto Chiesa ha parlato di recessione mondiale e crisi ambientale, energetica e finanziaria. Questioni cruciali che stanno scuotendo il mondo intero. Fame nel mondo e povertà estrema. Una realtà sempre più vicina a noi, ma di chi è la colpa? Il Kosovo come le ciliegie: un'indipendenza tira l'altra. Quali saranno le conseguenze? Dal sequestro di Ingrid Betancourt in Colombia all'elezione di Fernando Lugo in Paraguay: guerra, corruzione e speranza in America Latina. Libera l'Acqua: proseguono le iniziative delle associazioni del Cipsi per promuovere la campagna sull'oro blu. Appello per un'informazione libera: un nuovo format televisivo per garantire libertà e democrazia nell'informazione. |
Di seguito pubblichiamo, in formato pdf, l'intervento del Clar (Centro Libero Analisi e Ricerche) alla conferenza “Crisi dei mutui e finanza mondiale: cosa ci riserva l'economia?”
L'incontro si è tenuto ad Ancona lo scorso 14 dicembre 2007 e tra i relatori Anna Petrozzi il caporedattore del giornale ANTIMAFIADuemila.
La relazione è la sintesi di uno studio sulla finanza internazionale condotto dallo stesso Centro (vedi www.clarissa.it) ed esposto in modo semplice e facilmente comprensibile anche ai non addetti ai lavori. Un documento prezioso corredato di schemi e tabelle che illustra in modo chiaro i meccanismi di potere sui quali è basato l'attuale modello finanziario mondiale.
Studio sulla finanza internazionale del Centro libero analisi e ricerche
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