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Antimafia Duemila

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Dal punto di vista delle vittime PDF Stampa E-mail
A dieci anni dalla strage di Firenze, la realtà e la verità giudiziaria
di Giovanna Maggiani Chelli



Ringrazio quanti mi hanno dato questa opportunità di poter parlare e, prima di tutto, approfitto di questo microfono, anche se non è quello di Rai2, per comunicare che noi, le vittime della strage di Via dei Georgofili, non pecchiamo assolutamente di mancanza di umanità quando esprimiamo apertamente, e non sotto forma di satira, che siamo contro l’abolizione del 41 bis.
Il 24 febbraio scorso ho sentito dire in seconda serata, in una emittente di Stato, che i mafiosi, anche quelli rei di strage, devo dedurre anche quelli che sono stati condannati per la strage di Firenze, hanno diritto in carcere ad un trattamento umano che ora non avrebbero.
Devono poter abbracciare i loro figli e devono potersi cambiare d’abito, perché questo nulla avrebbe  a che fare con i bigliettini che a suo tempo sono usciti dal carcere per ordinare stragi.
Sono espressioni che  abbiamo già sentito usare durante il processo per le stragi del 1993.
Le difese, in aula, per far presa sul senso umanitario, dicevano che a coloro che stavano a 41 bis nel carcere di Tolmezzo, ed erano siciliani, erano state tolte le magliette di lana dalla pelle e quindi avevano freddo.
E allora oggi noi diciamo agli Avvocati che stanno nel nostro Parlamento, i quali usano i mezzi di comunicazione di Stato, per loro di facile raggiungibilità, per difendere la mafia, che le magliette di lana, gli abiti non cambiati e gli abbracci ai figli nati da provette uscite dal carcere a 41 bis, nulla  hanno a che fare con il senso di umanità.
Potrei cercare di richiamarlo io il senso di umanità, ricordando i sudari, unico abito per i nostri morti, e ricordando gli ultimi abbracci che sono stati dati a tizzoni carbonizzati, e si capirebbe così quanto sia facile far presa su chi ascolta, ma questi mezzi non servono a dare giustizia a nessuno.
“Magliette di lana a parte”, il 41 bis è una legge severa, ma necessaria, che non piace ai mafiosi, e non gli piace proprio perché non possono più comunicare con l’esterno attraverso i loro sistemi mafiosi, non possono più organizzare attraverso le sbarre stragi e mille altri misfatti.
Quindi noi non ci commuoveremo, e tanto meno ci lasceremo linciare moralmente da chi ha la pretesa di occuparsi di commissioni sulla giustizia e la giustizia non sa neppure che cosa sia, e continueremo a chiedere l’applicazione del 41 bis per il reato di strage.

Detto questo, ora vi leggo il messaggio per questo convegno da parte dell’Associazione familiari delle vittime della strage di Via dei Georgofili, però  prima di addentrarmi nel tema vero e proprio dell’incontro di oggi, voglio ricordare il Giudice Antonino Caponnetto e lo farò citando un aneddoto che lo riguarda e che in qualche modo mi coinvolge.
Io entro in contatto, si può dire personalmente, con Antonino Caponnetto, perché è lui a farlo.
Sul giornale “ANTIMAFIADuemila” del Novembre 2000, cito testualmente alcune delle mie parole che erano contenute in una mia lettera pubblicata da Repubblica, pochi giorni prima.
Così diceva la lettera:
“Non si può minimamente pensare che il rito abbreviato, con la conseguente abolizione dell’ergastolo possa essere applicabile anche per uomini, che tali si definiscono, ma che uccidono i bambini, donne e ragazzi inermi”.
Noi non siamo in guerra con loro, ma loro si lo sono con noi, che viviamo osservando le leggi dello Stato e per questo la sera del 27 Maggio 1993 hanno messo a ferro e fuoco Firenze”.
Il Giudice Antonino Caponnetto citò le mie parole per i lettori di “Antimafia” e per se stesso.
Al Giudice non riusciva di capire, perché potessero avvenire cose spiacevoli come il tentativo di graziare Riina per strage, ma era sotto gli occhi di tutti in quella legislatura in corso nel 2000, questo per poco non avvenne.
Io non mi intendo di politica, leggo solo da dieci anni ciò che di politico appare sui giornali e spesso leggo che all’interno di uno schieramento non bisognerebbe mai spaccare, ma mostrarsi sempre compatti e uniti per non farsi del male.
Però se rendere noto:
1)    che nel 2000, non si è potuto comprendere quel decreto salva stragisti cui faceva riferimento la mia lettera citata dal Giudice  Caponnetto;
2)    che pochi giorni fa non si è potuto comprendere, perché in fatto di indulto si è tentato di mandare a casa tutti i picciotti di Provenzano, affinché continuassero a fare per lui estorsioni e quant’altro;
3)    che ancora non si può comprendere in fatto di indultino, un altro emendamento presentato e poi ritirato, che avrebbe mandato a casa tutti coloro che al 30 settembre 2002 avessero avuto in corso un’azione penale, che non fossero ancora in carcere, e che non fossero ancora condannati;
4)    che non si può comprendere come mai mentre si continuano ad arrestare capi mafiosi che regolarmente si “pentono”, i quali probabilmente la sanno lunga su chi si è veramente colluso con Riina e compagni, nessuno, neppure chi votò in precedenza la legge sui collaboratori di giustizia, e oggi non può non essersi accorto dell’errore, chiede per la legge stessa di correggere i tempi della durata delle deposizioni;
5)    che  non si può comprendere e lascia esterrefatti la proposta di legge la quale  dopo varie vicissitudini, nel corso di questi anni, porterà inevitabilmente a far sì che quelle intercettazioni telefoniche nelle quali solo si menzionerà il nome di un parlamentare non avranno più nessun valore, un invito a nozze per la mafia;
6)    che ancora non si può comprendere come in Parlamento si facciano troppo spesso esempi di ciò che sarebbe il cancro della democrazia, senza trovare il coraggio di dire che il vero cancro del nostro Paese sono e saranno sempre le stragi eseguite a suon di tritolo, e questo fintanto che non ci sarà verità completa.

Ebbene se avere queste perplessità verso tutto quanto sopra detto, se non comprendere tutto ciò, e dirlo apertamente vuol dire che “ci si  fa solo del male”, allora meglio farsi del male, ma continuare a dire che qualcosa in fatto di mafia in questo Paese non va.
O sarebbe tradita quella fiducia che un  uomo, un Giudice come Caponnetto aveva riposto in persone non importanti come me.

Veniamo ora al tema di oggi .
La verità giudiziaria sulla strage di Firenze del 27 Maggio 1993, per quello che riguarda gli esecutori materiali e i mandanti interni all’organizzazione criminale ”cosa nostra”, l’ha scritta la Corte Suprema di Cassazione il 6 Maggio 2002 confermando gli ergastoli del processo di primo grado e dell’Appello.
Quindi il processo di Firenze è stato e resterà un giusto processo, ma l’espressione “mandanti interni a cosa nostra” è d’obbligo  e  la Magistratura, necessariamente avrà fatto e dovrà ancora fare indagini su ciò che può portare alla completa verità sul massacro di Firenze.
Non  può perciò essere sbagliato, ritenere che  quando il 12.9.1998 Maurizio Avola, uno dei testimoni dell’accusa, a proposito di uno dei tanti attentati in programma nel periodo 1992-1993, disse in aula a Firenze le seguenti parole:
“”La decisione nasce che queste persone, che all’epoca erano….ora non so chi sono di preciso, però, comunque, fanno l’incontro all’Hotel Excelsior e sono persone, uno un grosso trafficante d’armi, si chiama Battaglia, con un’altra persona legato ai Servizi Segreti””…..
Ebbene ripeto, non può essere sbagliato pensare che a causa di una testimonianza come questa, così come per tante altre emerse nel processo, i Magistrati abbiano dovuto far svolgere ulteriori indagini.
Se poi indagando sul citato episodio, come su tanti altri, non sarà emerso nulla in grado di portare alla ricostruzione della famosa prova penale, così come giustamente prevede il codice, ciò non vuol dire che l’espressione “infondatezza” spesso usata nell’archiviare indagini senza sbocco, voglia dire necessariamente ciò, che per spiegare il significato del  termine viene riportato dal dizionario della lingua italiana.
Questo perché un conto è credere nel processo penale, un conto è affermare che il processo stesso sia sempre in grado di dare verità completa, sia per la difficoltà della ricostruzione della prova stessa, e troppo spesso per la famosa Ragion di Stato.
Ecco quindi quella realtà di cui parlano le vittime, e dalla quale gli storici non possono prescindere, come troppo spesso si fa.
E’ la realtà che sta all’interno di quei molteplici episodi, sia pure sfiorati dal processo, ma per i quali spesso non si potrà indagare fino in fondo per le ovvie ragioni già esposte.
Un esempio di realtà l’incendio nel quale ha perso la vita Dario Capolicchio la notte del 27 Maggio 1993.
Inoltre la realtà che la storia non potrà ignorare, ripeto quella che per ora sta fuori dal processo, e chi sa mai se vi entrerà, perché da dieci anni ce la stanno mettendo tutta a suon di leggi perché ciò non avvenga, nel nostro caso è la collusione mafia-politica, che ha caratterizzato il periodo che va dagli anni 90 al 2003.
Salvatore Cancemi ed altri collaboratori di giustizia, ci indicano giusto nel processo di Firenze e in tanti altri processi, i nomi di uomini che in seguito sono entrati in politica, e che già nel 1992 erano oggetto di attenzioni da parte della mafia, e oggi su questi nomi è più che giusto cercare verità.
In questo Paese però dal 1996 al 2002, hanno governato forze politiche che se è pur vero che nessun collaboratore di giustizia ha mai fortemente colpevolizzato, almeno per quello che ci è dato di sapere, è altrettanto vero che nulla hanno fatto per contribuire alla verità sulla strage di Firenze anzi….
Quindi se “sapevano e hanno taciuto” come dice Giovanni Brusca, gli esperti nell’analisi dovranno tenerne conto nel tramandare ai posteri la storia della strage di Firenze del 27 Maggio 1993:
1)perché altrimenti la storia sarà falsata e le trattative sono tra i pericoli dei falsi storici; 2)perché noi non potremmo mai dimenticare testimonianze come quelle di Giovanni Brusca, perché se dobbiamo credere ai collaboratori di giustizia, Giovanni Brusca lo è a tutti gli effetti, e noi lo diremo sempre, ed è ingiusto far fare a noi, le vittime della strage di Firenze, la figura di coloro che “dicono sempre le stesse cose”.
Del resto non possiamo che continuare a dire le stesse cose, e perché la cosa è di per sé sempre la stessa, la mancanza di completa giustizia per la strage in questione, e perché con grande caparbietà si continuano a fare leggi in favore della mafia, anche di quella specifica mafia, quella che era a Firenze insieme ad “altri” come emerge dal processo, la notte del 27 Maggio 1993.
Quindi non è onesto dire che quando parliamo noi della responsabilità anche di chi ha “taciuto e sapeva”, diciamo sempre le stesse cose, quando invece altri riportano solo ed esclusivamente ciò che si è potuto scrivere fino ad oggi sugli atti processuali, perché si è potuto ricostruire la prova penale, allora quella sarebbe analisi storico-politica da tramandare.
Non è così, perché un conto è la verità giudiziaria, un conto è la verità vera fino in fondo, la realtà.
Non si è chiaramente gli autori di un reato se “si sapeva e si è taciuto”, ma là dove sta il confine, fragile peraltro, tra il favoreggiamento e l’ignavia, una lancia gli storici la dovranno pur spezzare, se non altro per capire se le responsabilità erano almeno di singoli uomini. Singoli uomini che se non potranno essere processati in un’aula di tribunale, almeno la storia al momento della loro morte non li elevi al rango di grandi politici, perché è proprio pensando ai nostri morti e ai nostri feriti per i quali per ora non c’è verità, che sentiamo odore di mafia ovunque.
Inoltre, anche delle vittime si dovrà tener conto nell’analisi storica, lo si dovrà far capire finalmente perché da sempre le vittime delle stragi in Italia devono essere previste all’interno di leggi risarcitorie penose.
Pare che una sorta di complesso generale verso queste vittime, le abbia sempre fatte collocare a debita distanza.
Guardate questa foto, e non è certo l’ultima in ordine di data, è il” Panorama” del 6 giugno 1993.
Un corpo squarciato in mezzo alla strada.
Il Parlamento all’epoca ha fatto una seduta su questa foto, si è posto il problema se andava censurata o meno, ma l’organo massimo della nostra democrazia non si è mai vergognato del fatto che quel corpo esposto fosse lì alla merce di tutti, a causa di trecento chilogrammi di tritolo stragista e per giunta mafioso.
Centinaia se ne sono viste di queste foto, da Portella della Ginestra ad oggi e le vittime  sempre trattate allo stesso modo indistintamente da tutti i Governi, relegate ad un ruolo scomodo.
Le vittime delle stragi sono sempre state un richiamo alle sporche coscienze, e le sporche coscienze lo si sa anche troppo bene, meglio non ascoltarle.
Vi leggo cosa riportava in copertina il “Panorama” in quel 6 giugno 1993 a dieci giorni dalla strage di Firenze a fianco di questo corpo martoriato, allora erano i titoli normali del normale andamento del Paese in quel momento:
-IL FUTURO DELLA FIAT-GIUDICI E IMPRENDITORI-DOVE VA L’ECONOMIA
-LE RIFORME DA FAR SUBITO
Oggi sappiamo che per queste cose in questo Paese, che ogni giorno pretende di salvaguardare i valori della democrazia, si può anche morire.
O si può essere fotografati squarciati nel corpo, in mezzo ad una strada, in attesa di una ambulanza, perché alcune ore prima sono esplosi trecento chili di tritolo, salvo in seguito buttare tutto in archivio perché bisogna fare comunque la figura dei democratici davanti al mondo attraverso le  pagine dei nostri giornali.
Democratici sì, ma con il vizio del T4, con poca attenzione verso per le vittime dell’esplosivo stragista con composti militari, con il limite posto da verità giudiziarie che per ora dopo trent’anni non hanno ancora permesso di fermare le stragi e con la predisposizione a portare avanti analisi storiche, che non sempre rispecchiano la realtà fino in fondo, favorendo inevitabilmente quel “terriccio” dove la strage all’occorrenza trova linfa vitale.
Chiudo dicendo per tutto quanto sopra che l’Unione Nazionale delle vittime di tutte le stragi, della quale questa Associazione è parte integrante, è contro l’indulto, l’indultino, e qualsiasi forma di Amnistia.

Relazione al convegno nazionale in memoria di Antonino Caponnetto “Evoluzione politica del fenomeno mafioso in Italia dalla II Guerra Mondiale ad oggi”, tenutosi il 28 febbraio 2003 presso l’Auditorium Consiglio Regione Toscana a Firenze.



box1
Stragi del ’93. Le tappe


-    14 maggio 1993, via Fauro, Roma. Un attentato contro il giornalista Maurizio Costanzo causa il ferimento dello stesso Costanzo e di altre 23 persone;
-    27 maggio 1993, via dei Georgofili, Firenze. Un attentato causa la morte di 5 persone e il ferimento di altre 38;
-    27 luglio 1993, via Palestro, Milano. Muoiono in un attentato 5 persone, alte 12 rimangono ferite;
-    28 luglio 1993, Roma. Due attentati, avvenuti a distanza di cinque minuti l’uno dall’altro, danneggiano la basilica di S. Giovanni in Laterano e la chiesa di San Giorgio al Velabro e provocano il ferimento di 22 persone;
-    31ottobre 1993, Stadio Olimpico, Roma. Viene piazzata un’autobomba che non esplode per un difettoso uso del congegno di attivazione della carica;
-    14 aprile 1994, via Formellese, Formello. Viene casualmente scoperto un quantitativo di esplosivo destinato a colpire il collaboratore di giustizia Salvatore Contorno. Esplode durante l’intervento degli artificieri ma non provoca vittime.
Per tali atti criminosi, sulla base delle dichiarazioni rese dai collaboratori di giustizia, verranno successivamente rinviati a giudizio, davanti alla Corte di Assise di Firenze, i boss di Cosa Nostra Bagarella Leoluca Biagio, Barranca Giuseppe, Benigno Salvatore, Calabrò Gioacchino, Cannella Cristofaro, Carra Pietro, Di Natale Emanuele, Ferro Giuseppe, Ferro Vincenzo, Frabetti Aldo, Giacolone Luigi, Giuliano Francesco, Graviano Filippo, Grigoli Salvatore, Lo Nigro Cosimo, Mangano Antonino, Messana Antonino, Pizzo Giorgio, Spatuzza Gaspare, Tutino Vittorio, Graviano Giuseppe, Riina Salvatore, Bizzoni Alfredo.
Il 6 giugno del 1998, la Corte di Assise di Firenze condanna alla pena dell’ergastolo: Bagarella Leoluca Biagio, Barranca Giuseppe, Giuliano Francesco, Graviano Filippo, Lo Nigro Cosimo, Mangano Antonino, Spatuzza Gaspare, Benigno Salvatore, Calabrò Gioacchino, Cannella Cristofaro, Giacalone Luigi e Pizzo Giorgio; a 28 anni di reclusione Tutino Vittorio; a 21 Messana Antonino; a 18 Grigoli Salvatore e Ferro Giuseppe; a 16 Ferro Vincenzo; a 14 Carra Pietro; a 12 Frabetti Aldo; a 11 Di Natale Emanuele.
Il 21 gennaio 2000 la stessa corte, che aveva stralciato le posizioni di Riina Salvatore, Graviano Giuseppe e Bizzoni Alfredo dal processo principale condanna i primi due alla pena dell’ergastolo e il Bizzoni a 1 anno e 6 mesi di reclusione.
In seguito alla sentenza, tutti i condannati presentano appello e il 13 febbraio del 2001, dopo aver disposto la riunione dei due procedimenti, la Corte di Assise di Appello di Firenze conferma le precedenti condanne con le seguenti eccezioni: per Riina Salvatore e Graviano Giuseppe viene confermata la pena all’ergastolo, ma viene ridotto il periodo di isolamento (da 3 anni a 2 anni e 8 mesi); stesso discorso per Barranca al quale però l’isolamento viene ridotto da 3 a 2 anni; a Cannella viene invece annullato l’ergastolo e assegnata una pena a 30 anni di reclusione. La Corte dichiara inoltre il non doversi procedere per Bizzone e determina in L. 666.666 di multa la pena per il reato di favoreggiamento reale, ritenuto come favoreggiamento in contravvenzione.
Anche in seguito a tale sentenza tutti i condannati chiedono il ricorso in Cassazione. In data 6 maggio 2002, la Suprema Corte conferma l’ergastolo per Bagarella Leoluca Biagio, Barranca Giuseppe, Benigno Salvatore, Cannella Cristofaro, Giuliano Francesco, Graviano Filippo, Mangano Antonino, Pizzo Giorgio, Spatuzza Gaspare, Calabrò Gioacchino, Graviano Giuseppe, Riina Salvatore, Giacalone Luigi e Lo Nigro Cosimo. Pena confermata anche per Carra Pietro (14 anni), mentre per gli altri imputati si registrano le seguenti modifiche: Di Natale, 10 anni e 10 mesi di reclusione; Ferro Giuseppe 17 anni e 9 mesi di reclusione; Ferro Vincenzo 15 anni e 10 mesi di reclusione; Frabetti, 11 anni e 10 mesi di reclusione; Grigoli, 17 anni e 9 mesi di reclusione; Tutino 27 anni 11 mesi e 20 giorni di reclusione.



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Borsellino-bis: A volere la strage
non fu solo Cosa Nostra


La grande stampa italiana non ne ha dato notizia, ma la sentenza d’appello del processo cosiddetto Borsellino-bis e le recenti dichiarazioni del pentito Antonino Giuffré al processo Dell’Utri hanno fornito nuove sconcertanti informazioni sui rapporti mafia-politica nel nostro Paese. Le riferisce Gianni Barbacetto nell’ultimo numero di MicroMega partendo da un’assoluta novità nel mondo del pentitismo: quella del presunto incontro tra Silvio Berlusconi e il boss Stefano Bontade raccontato dal Giuffré, lo scorso 7 gennaio, in occasione del processo Dell’Utri. A seguire, le dichiarazioni dello stesso collaboratore in merito all’appoggio dato dalla mafia a Forza Italia (<<…in cambio di favori, dell’eliminazione dell’ergastolo, del 41 bis, della confisca dei beni>>) e le impressionanti conclusioni a cui sono giunti i giudici del Borsellino-bis. Nelle motivazioni della sentenza si legge infatti che l’immediata eliminazione di Paolo Borsellino - “controproducente per Cosa Nostra” vista la reazione che nel breve periodo avrebbe scatenato – sarebbe stata frutto di garanzie “esterne” e trattative in corso poiché Riina sembrava essere in contatto con “persone importanti”. Notizie, queste, che avrebbero circolato fra gli uomini della Commissione e che secondo Cancemi, nonostante questi non lo abbia mai affermato con sicurezza, potevano essere identificate con Berlusconi e Dell’Utri. In questo senso, spiega Barbacetto, “la sentenza, in mancanza di prove certe, non ipotizza accordi o intese formali tra gli ambienti Fininvest e i boss. Ma afferma che Cosa Nostra può almeno aver tenuto presente, nel decidere la strage, gli interessi delle persone che intendeva <<garantire>> (“per ora e per il futuro ndr.)”. Riporta poi uno stralcio del documento nel quale sono elencati tre “eventi esterni” che spiegherebbero la fretta di uccidere il giudice Borsellino: l’intervista rilasciata dallo stesso Borsellino al giornalista francese Fabrizio Calvi e riguardante i rapporti tra Mangano, Dell’Utri e Berlusconi; la trattativa in corso tra Cosa Nostra e uomini dello Stato; l’annuncio pubblico, fatto circolare dopo la morte di Falcone, che Borsellino avrebbe occupato il posto di Procuratore Nazionale Antimafia. Tra i detenuti, specifica poi il giornalista citando la sentenza, sembrava essere diffusa l’opinione che Riina non si fosse potuto sottrarre ad un “suggeritore esterno” da ricercare “tra gli interessati all’indagine su mafia e appalti nella quale il dottor Borsellino aveva dichiarato, imprudentemente, di volersi impegnare a fondo, nello stesso momento in cui Tangentopoli cominciava a profilarsi all’orizzonte. In questo senso tanto Bernardo Brusca che il Calò ritenevano che la decisione di uccidere il dottor Borsellino, nel momento meno opportuno, dovesse risalire proprio a Bernardo Provenzano, dei due capi corleonesi certamente il più sensibile all’argomento appalti pubblici”. Contemporaneamente a Mani Pulite, infatti, “la Tangentopoli siciliana – che accanto al politico e all’imprenditore ha un terzo protagonista, il boss di Cosa Nostra – è già individuata e tratteggiata in un rapporto su mafia e appalti avviato per impulso di Falcone – spiega Barbacetto – ma che resta chiuso per qualche tempo nella cassaforte dell’allora procuratore di Palermo Pietro Giammanco”. E tra le ipotesi formulate dalla Corte d’Assise d’Appello di Caltanissetta presieduta dal dott. Francesco Caruso in merito all’uccisione del giudice Paolo Borsellino non manca quella dei servizi segreti. Personaggi misteriosi avrebbero infatti tenuto sotto controllo i telefoni di Borsellino e avrebbero controllato la zona della strage dall’alto del monte Pellegrino. Dove ha sede il Cerisde, un centro studi che copriva un centro del Sisde in quegli anni controllato a Palermo da Bruno Contrada. “Un’utenza telefonica clonata, in possesso di boss mafiosi – scrive Barbacetto citando la sentenza – chiama uno dei villini che si trovano lungo il tragitto che l’auto di Borsellino percorre la domenica della strage, ma chiama anche alcune utenze del Sisde. Pochi secondi dopo l’esplosione, dalla sede palermitana del Sisde (sempre vuota la domenica, tranne quella domenica) parte una telefonata che raggiunge il cellulare di Contrada. Sul luogo della strage, poi, scompare misteriosamente l’agenda di Borsellino, da cui il magistrato non si separa mai. Mentre erano in corso delicatissime indagini sui possibili ‘aiuti esterni’ – ha spiegato Genchi (consulente tecnico, specialista in analisi di traffici telefonici ndr.) in aula durante il processo – la pista viene bruciata dall’intempestivo fermo di Pietro Scotto e lo stesso è costretto a farsi da parte”. M.C.
(Per approfondimenti vedi ANTIMAFIADuemila n. 29 – febbraio 2003 o consulta il sito www.antimafiaduemila.com)

 
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  • La Rivista

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    In edicola dal 28 maggio 2008

    In questo numero:

    Stragi ’93. Parla l’avvocato di Riina, Luca Cianferoni in un’intervista esclusiva al nostro direttore Giorgio Bongiovanni.
    I risultati delle elezioni politiche 2008. Approfondimento sulla figura di Marcello Dell’Utri: Attenti a quell’uomo.
    Pericolosi risvolti nella procura calabrese al centro di importanti inchieste. Dalle cimici, ai corvi è come un assedio.
    Calcestruzzi spa sotto inchiesta. Contatto con Cosa Nostra. Nuove collaborazioni e successivi arresti. E’ la fine del sistema Lo Piccolo. Proseguono i grandi processi a Palermo. Da Mercadante a Borzacchelli. Nuova inchiesta su Cuffaro.
    La relazione della Commissione Antimafia sulle grandi capacità d’infiltrazione della ‘Ndrangheta.
    Csm e Anm sotto accusa. Responsabilità e i silenzi nel caso De Magistris. Speciale droga. Le sostanze che invadono l’Europa.
    Le ultime novità del processo “De Mauro”.
    Ed altro ancora…

     

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  • Editoriale

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    Baciamo le mani

    Eccoci qui con il nostro governo nuovo di zecca. Ha stravinto il Partito delle libertà di Berlusconi con l’apporto fondamentale della Lega Nord, il Partito Democratico di Veltroni ha subito una pesante sconfitta e i partiti di estremità sia a destra che a sinistra sono scomparsi dal parlamento. E’ il volto della nuova Italia bipolare nella quale, come già ci hanno dimostrato, si va d’accordissimo, c’è pace e dialogo perché il paese ha bisogno di stabilità e non c’è tempo da perdere.

    E guai a chi vuol fare da guastafeste e minare il dialogo, viene linciato con la verga bipartisan.

    A inaugurare il nuovo metodo all’educato olio di ricino è stato Marco Travaglio. Che si è permesso ancora una volta di utilizzare la televisione come organo di informazione, cioè si è preso la briga, ad autentico sprezzo del pericolo, di dare ai cittadini una notizia. Per altro non esclusiva.

    Invitato da Fabio Fazio nella trasmissione Che tempo che fa ha osato informare i cittadini italiani che il neo-presidente del  Senato Renato Schifani ha avuto, nel procedere della sua carriera, amicizie e frequentazioni poco raccomandabili. Con boss mafiosi per l’esattezza.


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  • Terzo Millennio

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    Inserto Terzo Millennio N. 58

    In questo numero:


    Nell'ambito del simposio internazionale indetto a Torino lo scorso 28 e 29 marzo dal titolo “From Global Warning to global policy” Giulietto Chiesa ha parlato di recessione mondiale e crisi ambientale, energetica e finanziaria. Questioni cruciali che stanno scuotendo il mondo intero.
    Fame nel mondo e povertà estrema. Una realtà sempre più vicina a noi, ma di chi è la colpa?
    Il Kosovo come le ciliegie: un'indipendenza tira l'altra. Quali saranno le conseguenze?
    Dal sequestro di Ingrid Betancourt in Colombia all'elezione di Fernando Lugo in Paraguay: guerra, corruzione e speranza in America Latina.
    Libera l'Acqua: proseguono le iniziative delle associazioni del Cipsi per promuovere la campagna sull'oro blu.
    Appello per un'informazione libera: un nuovo format televisivo per garantire libertà e democrazia nell'informazione.
     
 

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