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Antimafia Duemila

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Home arrow La Rivista arrow Editoriali arrow RASSEGNA STAMPA n°32
RASSEGNA STAMPA n°32 PDF Stampa E-mail



I FALSI EREDI
Undici anni fa, Giovanni Falcone


di Luca Tescaroli

  
Sul tratto di autostrada che collega Punta Raisi a Palermo, in prossimità dell´uscita di Capaci, il 23 maggio 1992, moriva trucidato con la scorta Giovanni Falcone. Sono trascorsi undici anni da quella barbara imboscata, da quell´evento che ha cambiato la storia della Nazione e messo in pericolo la nostra democrazia, da quel sacrificio di servitori dello Stato che ogni italiano dovrebbe portare nel cuore. È un lungo lasso di tempo che offre la possibilità di analizzare e valutare con serenità ciò che è successo e che obbliga a chiedersi se quelle morti siano servite a qualche cosa e se la memoria di quell´atto terroristico-eversivo sia stata adeguata.
In tutto il Paese ogni anno si susseguono simposi e dibattiti, vengono scoperte targhe, dedicate piazze e vie a quei caduti (oltre Falcone, la compagna della sua vita Francesca Morvillo e gli agenti di scorta Antonio Montinaro, Rocco Di Cillo e Vito Schifani, inghiottiti da una devastante e impressionante esplosione; rimanevano feriti gli agenti di scorta Paolo Capuzza, Gaspare Cervello e Angelo Corbo e alcuni automobilisti occasionalmente trovatisi a transitare sul tratto autostradale: Vincenzo Ferro, Eberhard Gabriel, Eva Gabriel, Pietra Ienna Spanò, Oronzo Mastrolio). Molte associazioni, insegnanti di ogni regione, alcuni sacerdoti hanno moltiplicato il loro impegno portando avanti numerose iniziative e percorsi di legalità che hanno coinvolto migliaia di giovani e di cittadini. Ciò dimostra la volontà di non riporre nel dimenticatoio quella tragedia. Si è assistito e si assiste, però, anche all´appropriazione da parte di taluni dell´eredità e della memoria di Giovanni Falcone, al fine di lanciare strali e anatemi nei confronti dei pubblici ministeri e dei giudici che hanno raccolto il testimone e che quotidianamente mettono a repentaglio la loro vita per svolgere il proprio dovere.
Sul fronte giudiziario e repressivo si è registrato un effettivo impegno che ha prodotto risultati straordinari. Oggi nessuno può mettere più in discussione che la mafia esiste, che Cosa nostra è gestita da un unico centro direzionale, capace di attuare strategie, che sussiste un perverso intreccio politico-imprenditoriale-mafioso. Molti responsabili della strage di Capaci hanno un volto, sono stati catturati e condannati. I processi celebrati hanno aperto un varco imponente sui perché di quell´eccidio. Fin che si è potuto si è lavorato per ricercare i mandanti altri di quella che fu una strage politica, sino a giungere a dimostrare che è stata probabile la saldatura di interessi tra i vertici di Cosa nostra e appartenenti a entità esterne nella sua ideazione e deliberazione e, più in generale, nella strategia attuata nel biennio 1992-1993. Tutti i magistrati che in questi anni hanno cercato di mettere il dito nei rapporti tra Cosa nostra e i poteri forti hanno visto crescere attorno a sé un clima di avversione, lo stesso che pervase l´agire di Giovanni Falcone allorché indagò sul sistema di potere democristiano della Sicilia (facendo arrestare l´ex sindaco di Palermo Vito Ciancimino, i grandi esattori di Salemi, i cugini Nino e Ignazio Salvo) e nei confronti dei fratelli costruttori catanesi, Carmelo e Pasquale Costanzo. Mortificazioni, esposizioni al pubblico ludibrio, delegittimazioni, calunnie poste in essere, talvolta, dalle stesse persone che si erano accanite contro Falcone e che oggi ne decantano le gesta di uomo coraggioso e che lo indicano come modello da seguire.  A seguito di assoluzioni di alcuni imputati eccellenti, dell´affievolirsi del ricordo della pericolosità della mafia e della continua intimidazione a cui la magistratura viene sottoposta, è scoppiato il morbo ipergarantista che ha portato a una presunzione di inaffidabilità delle indicazioni fornite dai collaboratori di giustizia e a orientamenti interpretativi degli organi giudicanti sempre più restrittivi e rigorosi (basti pensare a quanto è accaduto in tema di intercettazioni e alla pronuncia di annullamento della Corte di Cassazione di 13 delle 37 condanne dei responsabili dell´eccidio di Capaci). Sul versante legislativo, dopo gli anni della riscossa, che hanno visto il varo di una normativa veramente efficace, spesso invano sollecitata da Giovanni Falcone e da Paolo Borsellino quando erano in vita, abbiamo assistito e stiamo assistendo all´erosione dell´apparato antimafia, vulnerato su diversi fronti, nella sostanziale indifferenza della società civile. A partire dalla novella sui collaboratori di giustizia, che ha contribuito a demolire il fenomeno del pentitismo, per proseguire con il varo di normative oggettivamente idonee a favorire la commissione di delitti (quali quelle sul rientro di capitali illeciti, sulla riduzione della sfera di applicazione del reato di falso in bilancio, nelle cui pieghe si mimetizza l´attività di riciclaggio), sino a giungere alla predisposizione di progetti di legge che si muovono nella direzione di eliminare o, comunque, compromettere gli strumenti processuali che tante condanne hanno consentito di ottenere negli anni scorsi e ai propositi di questi giorni di reintrodurre l´autorizzazione a procedere per i parlamentari (la cui eliminazione nel 1993 aveva consentito di incidere sul punto forza della mafia, di portare alla luce rapporti e legami inconfessabili e di ottenere condanne passate in giudicato di politici collusi), senza nemmeno interrogarsi o riflettere su quale potrà essere l´impatto sulle indagini di mafia.
Oggi l´antimafia è in una fase di oscurantismo e rischia di essere investita dal feroce scontro istituzionale, alimentato dalla celebrazione di processi nei confronti di rappresentanti delle istituzioni. Si è creata una situazione paradossale perché i sodalizi mafiosi mantengono il controllo del territorio in una vasta zona del Meridione, inquinano vasti settori dell´imprenditoria e della finanza, controllano il flusso dei finanziamenti destinati ai lavori pubblici, perseverano nella propria azione criminale, mostrando preoccupanti segni di vitalità in ogni direzione, tanto da inviare attraverso i boss detenuti messaggi ai mafiosi in libertà e ai referenti politico-istituzionali, che inducono a ritenere sussistente una nuova strategia politica basata sull´intimidazione progressiva.
È imprescindibile e fondamentale un richiamo alla sensibilità di tutti e la necessità di far fronte comune per cercare di spendere al meglio l´impegno di Giovanni Falcone. Il proposito delle classi dirigenti di ristabilire il primato della politica sulla giurisdizione deve coniugarsi con la conservazione dell´impegno antimafia e la necessità di concepire e attuare una strategia unitaria di lungo periodo al contrasto ai sodalizi criminali in termini concreti. Solo così si potrà continuare a spendere dignitosamente la memoria di Giovanni Falcone e ad adempiere all´obbligo di gratitudine nei suoi confronti e delle tante, troppe vittime di mafia.





CASSAZIONE RIGETTA RICORSO GORGONE


Il concorso esterno è una realtà largamente diffusa e caratterizzata da un <<concreto, specifico, consapevole e volontario contributo>> all’organizzazione mafiosa.
Lo riconferma la Suprema Corte di Cassazione nella sentenza con la quale lo scorso 30 gennaio rigetta il ricorso dell’Avv. Monaco a seguito della condanna dell’ex assessore al Territorio ed all’Ambiente Francesco Paolo Gorgone. Accusato di aver stretto patti politico-mafiosi con le cosche di Altofonte, di Cerda e di Caccamo.
Un contributo che non può avere le caratteristiche di “estemporaneità” ed “episodicità” - spesso in questi casi richiamate dagli avvocati difensori - rimarcano i giudici che parlano della disponibilità di contributi esterni come della “via attraverso cui Cosa Nostra è giunta ad infiltrarsi in ambiti istituzionali, riuscendo così a contaminare anche settori importanti dell’ordinamento, sino a condizionarne le modalità di espressione”. E se è vero che una delle sue più peculiari manifestazioni è quella del patto politico-mafioso, è vero anche che nella consapevolezza di poter contare su un sicuro apporto di consensi – “essendo sin troppo ovvia la capacità del sodalizio mafioso di orientare le preferenze di un cospicuo bacino elettorale” – il politico mette a disposizione dell’associazione criminale “importanti attività o servizi dell’apparato istituzionale, sì da favorire, in qualsivoglia maniera, gli interessi mafiosi”. In particolar modo nel campo dei pubblici appalti.
Un vero e proprio patto, sottolinea il documento, che non solo tradisce, “sul piano dei valori etici, un atteggiamento di compiacenza o, quanto meno, di indifferenza per ciò che rappresenta Cosa Nostra, ma anche la certezza che il politico, “che è persona perfettamente calata nella realtà sociale in cui vive e opera, è affatto consapevole della forza cogente dell’accordo, ben sapendo che non è dato accettare il sostegno dell’organizzazione mafiosa senza garantire, ad un tempo, la più ampia disponibilità a favorirne gli interessi, in caso di elezione. E ben sa anche che, in caso di elusione di quel patto d’onore, il prezzo da pagare sarebbe altissimo, anche in termini di possibili rischi per l’incolumità sua o dei suoi prossimi congiunti. Stringere il patto con l’organizzazione mafiosa significa, insomma, effettuare una precisa scelta di campo ed impegnare, da subito, i propri futuri comportamenti, anche sul piano politico-istituzionale, in una logica di servizio a beneficio degli interessi dell’organizzazione”.
Da quindi ragione ai pentiti la sentenza di Cassazione che ripercorre le tappe della vicenda Gorgone ricordando che l’imputato sarebbe stato protagonista di due patti elettorali politico-mafiosi stipulati nel 1991. A dichiararlo, appunto, diversi collaboratori di giustizia - tra i quali Mario Santo Di Matteo, Gioacchino La Barbera, Giovanni Brusca, Francesco Di Carlo, Angelo Siino e Francesco Lanzalaco – oltre a numerosi riscontri documentali. Che evidenziano come per i fatti relativi alla zona di Altofonte emergerebbe nella vicenda il ruolo di Antonino Gioè - delegato dal Brusca a rappresentare gli interessi degli appalti dell’ala corleonese di Cosa Nostra - in contatto con Mario D’Acquisto, uomo di fiducia del Gorgone. Lo stesso D’Acquisto attraverso il quale, nelle zone di Caccamo e Cerda, l’imputato avrebbe intrattenuto rapporti con i clan mafiosi per il tramite di Biondolillo Giuseppe. E se il D’Acquisto, come contestato dal legale del Gorgone, è stato assolto dall’identica accusa mossa dal suo cliente è anche perché “nel distinto procedimento riguardante il D’Acquisto, definito con il rito abbreviato, si è ovviamente giudicato allo stato degli atti delle indagini preliminari e tra questi non potevano ancora esservi le dichiarazioni di Brusca Giovanni, alle quali è stato attribuito largo (e, per tanti aspetti, decisivo) rilievo nell’esame della diversa posizione del Gorgone”.
L’importanza della figura dell’imputato, conclude infine la sentenza, è dimostrata dal fatto che se inizialmente questi era stato oggetto di maltrattamenti all’interno del carcere “per volere della cosca, perché sospettato, al pari di una certa classe politica che sembrava aver tradito le attese, di essersi comportato male nei confronti dell'organizzazione”, tali violenze erano state improvvisamente interrotte per volere del boss Leoluca Bagarella, “il quale temeva che, irretito da questo trattamento, il Gorgone potesse addirittura pentirsi”.
Monica Centofante

LA MAFIA NELLE MARCHE
21 maggio 2003


Ancona. La Dda di Ancona  ha richiesto ed ottenuto 17 ordini di custodia cautelare nei confronti  di  persone coinvolte in un traffico internazionale di stupefacenti. L’organizzazione criminale operava anche in altre regioni italiane, il Lazio,  la Toscana e la Sicilia. L’indagine condotta dagli specialisti del GOA, il gruppo  operativo antidroga della Guardia di Finanza, ha scoperto  un collegamento tra i mercanti di droga  stranieri ed esponenti di clan mafiosi. Secondo gli investigatori tra le persone arrestate nelle Marche ci sono due personaggi ritenuti vicinissimi al clan Santapaola. Ma.C.

BAMBINI USATI PER TRASPORTARE DROGA
19 maggio 2003


Palermo. Bambini utilizzati per trasportare nei loro zaini di scuola grosse quantità di droga. L’hanno scoperto gli agenti della Squadra Mobile di Palermo nell’ambito di una inchiesta che ha portato all’arresto di 11 persone per traffico di stupefacenti. Le regione interessate sono la Campania, la Calabria e la Sicilia. I provvedimenti sono stati firmati dal gip del tribunale di Palermo Pasqua Seminara, su richiesta dei pm della Dda Sergio Barbiera e Roberta Buzzolani. Lo stratagemma di impiegare i bambini come corrieri risale al giugno 2001, quando venne arrestato il padre di un bambino. In quella occasione il piccolo difese il padre dicendo: <<Voi fate degli arresti. Ma perché non date il lavoro a mio padre?>>
Anna Petrozzi

LA FRANCA UCCISO DALLA MAFIA
19 maggio 2003


Palermo. Giuseppe La Franca, uomo integerrimo, era un bancario in pensione quando <<è stato ucciso dalla mafia>>. Lo ha dichiarato il procuratore di Agrigento, Ignazio De Francisci, che ha accolto “con stupore ed ammarezza” la decisione del ministero dell’Interno di non riconosce lo “status di vittima della mafia” all’uomo.
La Franca, cugino del padre del procuratore De Francisci, venne assassinato per non aver voluto cedere alcuni territori ai boss Vitale. La Procura di Palermo aprì una inchiesta, ma non riuscì a raccogliere prove sufficienti per processare i mafiosi e il procedimento venne archiviato. Il sindaco di Monreale Salvino Caputo protestando contro la decisone del Ministero ha dichiarato: <<L’anziano possidente si era più volte rifiutato di cedere la sua proprietà ed aveva confidato ai familiari di temere per la sua incolumità. E’ come se lo avessero ucciso un’altra volta>>.
Mariantonietta Morelli

BOTTA E RISPOSTA BRUTI-CASTELLI
18 maggio 2003


Milano. Il Tribunale di Milano ha deciso di separare il processo Sme in due tronconi. Pronte le critiche di Fini e del ministro Castelli. Ma Bruti Liberati, presidente dell’Anm, reagisce definendole <<accuse intollerabili>> e al Guardasigilli, che ha asserito di <<far fatica ad attenersi al principio di non commentare i processi>>, risponde chiedendogli di fare un’eccezione, <<poiché l’intera cultura giuridica è ansiosa di conoscere il suo autorevole punto di vista>>. <<Bruti Liberati se la ride – replica subito Castelli – ma smetterà di ridere quando deciderò di rendere nota agli italiani l’entità degli aumenti di stipendio che ha avanzato>>. Intanto ora le attenzioni si concentrano su quelle <<cose gravissime>> che Berlusconi ha annunciato di rivelare al processo Sme. Secondo alcuni potrebbero riguardare Stefania Ariosto e Vittorio Dotti, ex capogruppo di F.I. alla Camera. Inoltre è molto probabile che il premier salti l’udienza del 23 maggio. Secondo indiscrezioni vuole evitare di concludere le dichiarazioni spontanee nello stesso giorno in cui il pm Ilda Boccassini darebbe inizio alla sua requisitoria.
Dora Quaranta

TOTO’ RIINA SOTTO I FERRI
17 maggio 2003


Ascoli Piceno. Totò Riina, 72 anni, ha accusato ieri un improvviso malore mentre era nella sua cella nel carcere di Marino del Tronto. Ricoverato d’urgenza nell’ospedale di Ascoli Piceno con i sintomi di un infarto è stato trasferito nella notte al “Mazzini” di Teramo per un peggioramento del suo stato di salute. Riina è stato operato per una angioplastica coronarica. La fase acuta è stata superata ed il paziente resta sotto osservazione. Tutto l’ospedale è presidiato da agenti speciali giunti appositamente da Roma e l’accesso al reparto è interdetto per chiunque. Ninetta Bagarella ha inviato una richiesta di nulla osta al dipartimento per l’amministrazione penitenziaria per poter visitare il marito insieme alle due figlie (i due figli maschi invece, Giovanni e Giuseppe, sono in carcere). Riina è all’isolamento del 41 bis dal 1993; negli ultimi anni ha ottenuto la possibilità di socializzare con un altro detenuto nella sua cella. Ma da circa 7 mesi gli hanno nuovamente applicato l’isolamento. I suoi legali annunciano che ricorreranno a Strasburgo per lesione dei diritti dell’uomo. Non è escluso che richiedano per il loro assistito gli arresti ospedalieri. Non è la prima volta che il boss dei boss viene ricoverato in ospedale: il primo ricovero risale al settembre del 2002 e il secondo al mese successivo, fu però dimesso velocemente perché gli furono eseguiti solo esami di natura gastroenterologica. E’ probabile che Riina venga trasferito al carcere di Secondigliano (Na) o di Parma dove sono attivi centri medici specializzati.
Dora Quaranta

UN PENTITO PARLA E I MAFIOSI SCAPPANO
16 maggio 2003


Palermo. Tra Partinico e Borgetto l’aria comincia a farsi pesante e mafiosi o presunti tali si affrettano a fare le valigie con tanto di mogli e figli a seguito. Sono scattate infatti le perquisizioni dei finanzieri del Gico a caccia di riscontri dopo le ultime deposizioni del pentito Michele Seidita. Il primo a far perdere le proprie tracce è stato Salvatore Prainito, indicato da alcuni collaboratori di giustizia come persone vicine al clan di Vito e Leonardo Vitale. Prainito era finito sotto indagine per aver coperto la latitanza di Giovanni Brusca. E’ stato scagionato dall’accusa di aver fornito l’acido per l’omicidio del piccolo Di Matteo, ma è finito in carcere per 6 anni per mafia. Ora si è dileguato eludendo l’obbligo di firma in caserma. Il suo esempio è stato seguito anche da Nicola Lombardo, genero di Leonardo Vitale e da Giuseppe Giambrone, imprenditore di Borgetto e presunto fiancheggiatore di Vitale. Lombardo era in attesa di conoscere l’esito della Cassazione su una condanna per mafia a 4 anni e 6 mesi.
Mariantonietta Morelli

COME COSA NOSTRA REAGISCE AI PENTIMENTI
16 maggio 2003


Palermo. Il collaboratore di giustizia Pino Saggio chiamato a deporre in Corte d’Assise a Palermo nel processo per l’omicidio di mafia di Francesco Adelfio, risalente al 1988, ha rivelato i retroscena della ritrattazione di Fedele Battaglia. Quest’ultimo, boss di Brancaccio, aveva cominciato a rilasciare dichiarazioni come pentito. In un primo momento Cosa Nostra, sparsasi la voce del pentimento, aveva deciso di non fornire più il sostentamento ai familiari di Battaglia mentre questi era in carcere. Poi ha vinto la paura che il boss potesse recare danni a tutta la cosca di Brancaccio ed allora ecco che la mafia è intervenuta a “comprare” il silenzio con uno stipendio di un milione e mezzo al mese. Con una lettera indirizzata ai giudici Fedele Battaglia ha ritrattato tutte le sue ammissioni come frutto della sua “mente malata”. Il gup non gli ha creduto. Il boss è stato condannato a 30 anni di carcere.
Mara Testasecca

DIBATTITO ALLA DDA DI PALERMO
16 maggio 2003


Palermo. Sarà il 26 maggio l’ultimo giorno utile per partecipare al concorso per 4 posti nella Dda di Palermo. A prorogare il termine di scadenza del bando, fissato per il 15 aprile, il Procuratore Pietro Grasso. La vicenda, al centro di numerose polemiche, ha visto coinvolti 15 dei 20 pm della Dda di Palermo che avevano chiesto la sospensione del bando di concorso per l’ingresso di quattro magistrati nella Direzione Distrettuale antimafia di Palermo. Nel documento i pm invitano il capo della Procura a chiedere al Consiglio Superiore della Magistratura chiarimenti sulla delibera con cui il 17 aprile scorso Palazzo dei Marescialli aveva “bocciato” le tabelle organizzative dell’ufficio. Sulla base della direttiva del Csm resterebbero fuori dal pool gli aggiunti Guido Lo Forte e Roberto Scarpinato che hanno superato il limite massimo di otto anni previsto per la permanenza nella Dda.
<<L’eventuale illegittimità del provvedimento adottato si ripercuoterebbe a catena sui provvedimenti di designazione e sulla formazione delle tabelle innescando una serie di conseguenze tali da determinare un prolungato stato di incertezza ed instabilità della riorganizzazione dell’ufficio>> si legge nel documento inviato al procuratore Grasso.
I magistrati che hanno sottoscritto la lettera, hanno invitato Grasso a chiedere al Csm <<se sia possibile effettuare un unico concorso per procuratori aggiunti e sostituti procuratori e nel caso di risposta affermativa se alle due categorie di concorrenti debbano applicarsi gli stessi criteri selettivi>>. I pm chiedono inoltre di specificare <<quale debba essere il ruolo degli aggiunti eventualmente vincitori del concorso per la Dda ed infine quali siano le funzioni proprie del procuratore collaboratore>>.
Un altro documento, sempre sulla questione della Dda è stato preparato dai sostituti procuratori di Palermo che non fanno parte della Dda. In sostanza 21 dei 40 pm  “ordinari” hanno aderito al precedente documento dei pm della Dda.
Anna Petrozzi

PER NOVE IMPUTATI E’ DI NUOVO “BORSELLINO TER”
15 maggio 2003


Catania. Sarebbe dovuto ricominciare oggi il processo “Borsellino ter” dinanzi alla seconda sezione della Corte d’Assise d’Appello di Catania dopo che la Cassazione ha annullato con rinvio parte della sentenza d’Appello di Caltanissetta. Tutto è stato rinviato invece al 30 giugno prossimo essendo la maggior parte degli imputati impegnati in altro procedimento giudiziario. Nel nuovo “Borsellino ter” i capimandamento Salvatore Buscemi, Giuseppe Farinella, Antonino Giuffrè e Benedetto Santapaola dovranno rispondere del reato di strage poiché, secondo la Cassazione, non potevano non sapere della decisione dei vertici palermitani di uccidere Borsellino, rivalutando così il “teorema Buscetta”. Per i giudici d’Appello, invece, dato che per l’omicidio di Borsellino non furono interpellati tutti i componenti della commissione palermitana e neanche i rappresentanti delle altre province perché bisognava agire in fretta, non potevano Buscemi, Farinella, Giuffré e Santapaola essere ritenuti colpevoli della strage mancando la prova di partecipazione o di assenso da parte loro. Tra l’altro, sempre secondo i giudici d’Appello: non era sicuro che Santapaola facesse parte della Commissione regionale o se al suo posto sedesse il fratello Salvatore; non è stato provato che a decidere l’attentato sia stata proprio la commissione; non è stato provato che l’esplosivo militare “T4” sia stato usato per Via D’Amelio; non sono stati trovati i riscontri alle dichiarazioni di alcuni pentiti in merito ad una riunione del 1991 svoltasi ad Enna in cui Riina, alla presenza di Santapaola, avrebbe parlato della strategia stragista. Per i giudici di legittimità non vi può essere una frattura tra la strategia stragista di Riina, stabilita tra febbraio e marzo 1992 che condusse alla morte di Lima, Falcone e Salvo, e la strage di Via D’Amelio. <<Fermo restando la decisione degli eventi – ribadisce la Cassazione – la loro concatenazione causale, con le conseguenze giuridiche che da tale concatenazione si sono tratte, non siano adeguatamente motivate>>. Non vi è spiegazione da parte dei giudici d’Appello sul perché secondo loro vi sia discontinuità tra l’omicidio Borsellino e la strategia stragista.
Nel nuovo “Borsellino ter” Giuseppe Piddu Madonia e Giuseppe Lucchese dovranno rispondere solo di associazione mafiosa, mentre bisognerà accertare il reato di strage per Stefano Gangi, Francesco Madonia e Giuseppe Montalto.
Dora Quaranta


E’ ABUSIVA LA VILLA DI LA LOGGIA
14 maggio 2003


Trapani. E’ stata confermata dal gip Di Trapani l’ordinanza di sequestro per abusivismo edilizio della casa al mare del Ministro per gli Affari Regionali Enrico La Loggia. L’immobile, acquistato 4 anni fa ad un’asta fallimentare dal ministro e consorte, sorge in un’area tra le più suggestive della Sicilia e sottoposta a vincolo dal 1978: Scopello, località Cava dell’Ovo, a pochi passi dalla riserva naturale dello Zingaro. L’autorizzazione originaria prevedeva solo un consolidamento statico delle strutture. Invece si è proceduto ad un tentativo di totale rifacimento. La Loggia si è difeso sostenendo di essersi fidato ciecamente dell’architetto Vittorio Giorganni, assessore all’ambiente della provincia di Palermo.
Mara Testasecca

LA MAFIA SOFFIA SUL FUOCO DELL’EMERGENZA RIFIUTI
14 maggio 2003


Napoli. La Direzione Investigativa Antimafia di Napoli ha aperto un’inchiesta sulle possibili infiltrazioni dei clan nelle proteste che in questi giorni si sono scatenate anche con violenza un po’ in tutta la Campania per l’emergenza rifiuti. Sono molti i sospetti che la Camorra abbia fomentato i disordini, gli atti di vandalismo con cassonetti e cumuli di spazzatura dati alle fiamme in mezzo alle strade. Gli interessi della criminalità organizzata potrebbero essere molteplici: nella fornitura dei cassonetti incendiati (solo a Napoli nelle ultime settimane sono stati bruciati oltre un migliaio di cassonetti, il cui costo a pezzo ammonta a 300 euro), nel cercare di piazzare i suoi terreni nello stoccaggio delle balle, nell’approfittare del caos per intensificare i traffici illeciti, ecc.
<<Abbiamo assistito – ha lamentato Michele Buonomo, presidente Legambiente Campania – ad episodi in cui le organizzazioni camorristiche, nascoste dietro una facciata appena imbiancata fatta di ditte di copertura, si sono presentate alle amministrazioni comunali proponendosi per risolvere il problema rifiuti. Il tutto condotto con guadagni impensabili e senza badare ai posti dove l’immondizia veniva poi smaltita>>.
Le inchieste condotte dalla Procura in questi ultimi anni hanno scoperto l’esistenza di gruppi malavitosi che da un lato si sono aggiudicati alcune concessioni legali e dall’altro, al contempo, si sono serviti di discariche abusive. La Dia di Napoli sta indagando anche per verificare se vi sono ditte sotto il controllo della Camorra tra quelle che hanno trasportato al macero le tonnellate di spazzatura accumulatesi in questi giorni. Altro obiettivo delle forze dell’ordine è individuare i proprietari delle aree adibite a “parcheggio” delle balle da stoccare, al fine di accertare se siano prestanomi della mafia.
Lorenzo Baldo

MANNOIA PARLA DEL SEQUESTRO FIORENTINO
14 maggio 2003


Palermo. Il pentito Marino Mannoia, teste al processo per il sequestro del gioielliere palermitano, Fiorentino, rapito nel 1985, ha deposto in videoconferenza dagli Usa. <<Seppi da mio fratello che parte dei brillanti, provento del sequestro Fiorentino, sarebbero dovuti andare al giudice Giordano>>. Tra gli imputati accusati del sequestro del gioielliere vi sono anche  il boss Bernardo Provenzano, Michele Greco, Giuseppe Lucchese e Francesco e Antonino Madonia.
Per il rapimento del gioielliere era già stato celebrato un processo con il rito abbreviato a carico di Totò Riina, Raffaele Ganci, Salvatore Biondino, i due Salvatore Biondo, Giovanbattista Consiglio, Gaetano Tinnirello e Giuseppe Agrigento, condannati in appello a venti anni di reclusione. L’ex presidente del maxi processo, Alfonso Giordano, ha così commentato le dichiarazioni di Mannoia: <<Si tratta di dichiarazioni nella sostanza già effettuate dallo stesso soggetto nell’ambito di indagini preliminari a suo tempo eseguite dalla procura di Caltanissetta e concluse con l’archiviazione perché il fatto non sussiste. D’altra parte si parla a quanto mi è dato intendere, di propositi anteriori all’inizio del dibattimento del maxiprocesso di cui non si afferma la benché minima realizzazione. Preciso, inoltre, che la persona in esame è stata dalla corte da me presieduta severamente condannata per i gravi reati a lei ascritti come emerge palesemente dal dispositivo della sentenza del maxi processo. L’ambiguità dell’espressione utilizzata è tale da essere foriera di sviluppi ulteriori a tutela della mia onorabilità>>.
Mara Testasecca

GUIDA ROUTARD NELLE LIBRERIE
14 maggio 2003


Palermo. E’ nelle librerie la guida Routard della Sicilia. L’anno scorso la pubblicazione fu oggetto di polemiche da parte dell’assessore regionale al Turismo, il forzista Francesco Cascio, che non era d’accordo su alcuni passaggi <<eccessivamente disinvolti e folcloristici sul fenomeno della mafia>>. <<Nella nuova edizione quei riferimenti sono stati tolti – dichiara Cascio – e i contenuti della guida sono adesso più consoni e realistici>>.
Jessica Pezzetta

LA CAMORRA A ROMA
14 maggio 2003


Roma. La Camorra assedia la capitale. <<Roma non è più una città mafiosa, ma semmai un crocevia di affari sporchi di interessi di malavitosi>> avverte il capogruppo dei Ds Giuseppe Lumia.
A denunciare una situazione veramente preoccupante anche il sostituto procuratore Luigi De Ficchy. <<L’infiltrazione di stampo camorristico-mafioso - ha detto il pm - si è fatta sempre più invasiva nel settore economico-finanziario e nel settore dell’acquisizione ed esecuzione di opere pubbliche. La penetrazione viene attuata tramite attività “silenziose” e apparentemente del tutto lecite, svolte da centri di intermediazione imprenditoriale e finanziaria>>.
Anche per il procuratore aggiunto Italo Ormanni <<le infiltrazioni delle cosche mafiose e soprattutto dei clan di Camorra ormai non si limitano più al Sud del litorale ma si sono allungate anche nella direzione opposta, verso nord, hanno raggiunto Civitavecchia e anche la zona costiera al confine con la Toscana>>.
Nel solo comune di Roma c’è un giro di affari di 750 milioni di euro.
Un giro di denaro illecito di cui si perdono le tracce!
Il business più redditizio è rappresentato dall’usura, seguito dal contrabbando e dal traffico di droga. Stanno emergendo inoltre interessi nel commercio delle carni, in particolare quelle bianche, nella gestione delle ambulanze, nel campo dei mercati di fiori, nella gestione dei parcheggi pubblici. Anche se il dato più allarmante riguarda lo smaltimento clandestino dei rifiuti in mano al clan dei Casalesi.
Roma e il Lazio sono diventate ormai terreno di conquista in cui operano, non solo i clan napoletani, ma anche famiglie riconducibili a rinomate cosche della ‘Ndrangheta, della Camorra e di Cosa Nostra.
A presidiare la capitale ci sono anche le mafie straniere: a parte i russi, ci sono i cinesi, gli albanesi, i nigeriani.
Maria Loi

IN AUMENTO IL CONSUMO DI COCAINA
13 maggio 2003


Palermo. Il colonnello Riccardo Amato, comandante provinciale dei carabinieri, ha lanciato l’allarme droga. A Palermo sarebbe ripreso il consumo della polvere bianca: hashish, ma soprattutto cocaina. <<Abbiamo chiari segnali che testimoniano un aumento della domanda – dichiara in conferenza stampa. – Per questo il nostro lavoro ha avuto un grosso impulso sia sul fronte della prevenzione che su quello della repressione>>. Una conferma che ci proviene anche dal procuratore aggiunto Alfredo Morvillo: <<Il nostro territorio è particolarmente bersagliato dagli spacciatori, ma l’attività delle forze dell’ordine, come dimostra questa operazione, è fortemente incisiva. I blitz, le grosse indagini, sono molto importanti, ma contano anche, e molto, gli arresti che vengono effettuati ogni giorno>>.
Anna Petrozzi

CARCERE PER IL SENATORE SCALONE
13 maggio 2003


Palermo. La procura generale ha chiesto dieci anni di reclusione per il senatore di An Filiberto Scalone processato per concorso esterno in associazione mafiosa e bancarotta fraudolenta. Un anno in più rispetto al verdetto di primo grado perché i rapporti non si sarebbero fermati al 1985. Nelle circa 650 pagine della motivazione della sentenza i giudici hanno ricostruito i rapporti dell’imputato con esponenti della mafia di Brancaccio come Giuseppe Savoca, la richiesta di voti avanzata da Cosa Nostra e la disponibilità offerta all’organizzazione. <<Chiedendo appoggio elettorale ad un esponente mafioso di primario rilievo come Giuseppe Savoca e dando la propria disponibilità ad adoperarsi per la soluzione dei problemi giudiziari di quest’ultimo e di altri uomini d’onore, l’ex senatore Filiberto Scalone ha certamente fornito un contributo rilevante a Cosa Nostra>> hanno scritto i giudici. Le sue “relazioni pericolose” con le cosche non si sarebbero fermate al 1985 – a tale data risalirebbe l’ultimo incontro del senatore con Tullio Cannella, uomo d’onore di Brancaccio poi divenuto collaboratore di giustizia - ma si sarebbero protratte - secondo la procura generale - anche dopo tale data.
Scalone venne arrestato nel 1996, allora ottenne gli arresti domiciliari per motivi di salute, ma qualche mese dopo tornò in carcere.
<<Sto male – dice l’imputato sul banco degli imputati ai magistrati – ed ho paura di morire prima del verdetto. Vi prego, qualunque sia la vostra decisione, fate presto>>.
Monica Centofante

SPEZZATA LA TARGA DEDICATA  A PIO LA TORRE
13 maggio 2003


Corleone. Atto vandalico a Corleone. Staccata e fatta a pezzi la targa intitolata alla palestra comunale, su cui vi erano i nomi di Pio La Torre, ex dirigente del Pci  e del suo autista Rosario di Salvo assassinati dalla mafia il 30 aprile 1982. L’episodio è stato scoperto mentre si stava celebrando la festa della polizia.
L’intitolazione dell’immobile a Pio La Torre e a Rosario Di Salvo era stata fatta dall’amministrazione, quando era sindaco Pippo Cipriani. Quest’ultimo condannando l’atto vandalico ha dichiarato: <<Non è la prima volta che si tenta di cancellare la memoria del sacrificio delle vittime di mafia, dopo il danneggiamento della statua di Bernardino Verro e la scomparsa della targa d’intitolazione della piazza principale della città intestata ai giudici Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Quest’altro inquietante episodio ci dice che bisogna continuare a vigilare per combattere la mafia e ricordare il sacrifico di quanti sono caduti nel combatterla>>. Preoccupazione anche da parte di Beppe Lumia, che ha dichiarato: <<Siamo preoccupati, Corleone non deve tornare indietro>>. Sul fatto i carabinieri hanno aperto una inchiesta.
Maria Loi

SANTORO: <CON DELL’UTRI TOCCATO NERVO SENSIBILE
12 maggio 2003


Palermo. La puntata di Sciuscià del marzo 2001 sulle vicende giudiziarie del senatore Dell’Utri sarebbe la causa dell’allontanamento dalla Rai di Michele Santoro dopo “l’editto bulgaro” di Berlusconi contro di lui e contro Enzo Biagi. Lo ha dichiarato lo stesso Santoro, lo scorso 12 maggio, al processo che vede il senatore di Marcello Dell’Utri imputato di concorso esterno in associazione mafiosa. Chiamato inizialmente dalla difesa, che poi pensò bene di rinunciare al teste, Santoro è stato sentito come testimone dell’accusa. <<Quella trasmissione – ha detto – ha stabilito il mio allontanamento dalla Rai. Era la vigilia della campagna elettorale e Berlusconi presentò cinque esposti all’authority, che stabilì delle sanzioni, una delle quali proprio su questa puntata. L’editore di allora, la Rai dell’Ulivo, mi difese, impugnando il provvedimento, ma i successori, nominati dal nuovo governo, hanno invece preso contro di me il provvedimento che hanno assunto…>>. Un fatto simile a quello che si era già verificato ai tempi in cui lavorava a Mediaset. Durante una puntata di Moby Dick, ha ricordato il teste, Dell’Utri incorse in un <<incidente linguistico>> dicendo: <<Io sono un mafioso>>. <<Tutto lo studio percepì la drammaticità. Diedi a Dell’Utri il tempo di cui aveva bisogno per esprimere correttamente il suo pensiero che si può riassumere col fatto che dare del mafioso a uno come lui sarebbe come dire a tutti i palermitani che sono mafiosi>>. <<Dopo quella trasmissione si realizzò, da parte dell’editore nei miei confronti, una situazione di gelo estremo. I contatti con il mio agente per il rinnovo della parte variabile del mio contratto si interruppero>>. <<Ho avuto anche una trasmissione su Previti, ma non scattarono gli stessi meccanismi. Evidentemente con Dell’Utri ho toccato un nervo sensibile>>.
A margine dell’interrogatorio Santoro ha espresso anche qualche opinione sul premier Berlusconi. <<Il Presidente del Consiglio – ha detto – è proprietario di giornali e televisioni. Controlla gran parte dell’informazione, per questo vuole sempre crearsi un nemico. Anche quando su Rai3 restasse solo il segnale orario, per lui sarebbe il centro della faziosità… vogliono la massima impunità per il politico con il minimo della libertà di stampa>>.
Anna Petrozzi

LE TRIADI NELLE MARCHE
10 maggio 2003


Ancona. La Direzione Distrettuale Antimafia e i comandi provinciali dei carabinieri stanno investigando su una presunta organizzazione criminale di origine cinese che gestirebbe un traffico di schiavi dalla Cina. Alcuni investigatori presumono che sia opera delle Triadi che avrebbero infiltrato delle cellule criminali nelle Marche tra le numerose attività artigianali mimetizzandosi così nel tessuto sociale. Attualmente si sta indagando su due sequestri di persona a Civitanova Marche e Lido Tre Archi di Fermo. Ma.C.

SCOPERTO MAXI TRAFFICO DI DROGA
8 maggio 2003


Ancona. La DDA di Milano ha coordinato un’indagine su un ingente commercio di eroina cocaina che veniva introdotta e venduta in Italia. Dalle indagini  è emerso che Ancona si è rivelato un porto “cruciale” per  il grosso traffico di sostanze stupefacenti. Le Fiamme Gialle coordinate dalla DDA ha portato a compimento una maxi operazione in cui sono state arrestate 40 persone e denunciate a piede libero 27, per associazione per delinquere finalizzata al traffico di droga. Tredici sono ancora latitanti. Gran parte delle persone fermate sono straniere e ci sarebbero otto italiani. Le indagini sono durate  14 mesi e sono state sequestrati 26 chili di eroina, nove di cocaina per un valore di quattro milioni di euro. Secondo gli investigatori la cocaina di origine colombiana partiva da porti dei protettorati olandesi in Centroamerica e arrivava in Olanda e poi in piccole quantità scendeva in Italia. L’eroina invece, partiva da Pakistan e Afganistan e veniva confezionata e stoccata  nel Kosovo e poi introdotta in Italia via nave dai porti di Bari e Ancona.
Marco Cappella

CIRFETA: <<C’E’ UN COMPLOTTO CONTRO DELL’UTRI>>
7 maggio 2003


Roma. <<I collaboratori di giustizia Francesco Onorato e Giuseppe Guglielmini mi proposero di accusare falsamente Silvio Berlusconi e Marcello Dell’Utri>> nell’ambito di un progetto messo a punto insieme a <<Francesco Di Carlo>>. Lo ha dichiarato Cosimo Cirfeta, ascoltato come imputato di reato connesso al processo romano che vede il senatore di Forza Italia accusato di diffamazione nei confronti dei magistrati Gian Carlo Caselli, Guido Lo Forte, Domenico Gozzo, Antonio Ingroia, Mauro Terranova, Lia Sava e Umberto De Giuglio. Era il giugno del ’97, ha continuato Cirfeta, chiamato a deporre dalla difesa, quando durante la sua detenzione sarebbe entrato in <<familiarità>> con i due pentiti e da loro avrebbe saputo del complotto. <<Io rifiutati quella proposta – ha precisato – e appena uscii dal carcere avvisai il magistrato Giuseppe Capoccia della Dda di Lecce>>. <<Mi disse di inviargli una lettera dove raccontare per sommi capi quanto successo. La consegnai il 23-24 agosto a un brigadiere del Nop. In seguito a questa lettera fui arrestato senza essere mai sentito>>. Il Cirfeta ha inoltre dichiarato di essere riuscito a parlare con Dell’Utri - cercando il numero di Publitalia sull’elenco - una volta uscito da Rebibbia. E se inizialmente il senatore gli disse di rivolgersi ai magistrati, successivamente gli chiese <<se avrebbe potuto parlare della vicenda con i suoi difensori e se avrebbe potuto inserirmi nella lista testi del processo per concorso esterno in associazione mafiosa. Gli dissi di sì>>. <<L’esame di Cirfeta – è il commento dell’avvocato Sammarco – ha dimostrato in pieno la tesi difensiva e cioè che il senatore Dell’Utri ha reagito con le proprie dichiarazioni rese alla stampa nel momento in cui ha appreso dal medesimo Cirfeta dell’esistenza di un complotto ai suoi danni>>. L’avvocato Paola Parise, che assiste i magistrati costituitisi parte civile, invece dichiara: <<Oggi è stata ascoltata una persona imputata di calunnia la cui attendibilità è stata smentita da innumerevoli collaboratori di giustizia e le cui dichiarazioni non hanno alcun valore in relazione alle affermazioni rese dal senatore Dell’Utri e che sono l’oggetto del procedimento>>.
Monica Centofante

PROCESSO GHIACCIO 85 IMPUTATI CHIEDONO L’ABBREVIATO
6 maggio 2003


Palermo. Nell’ambito del processo “Ghiaccio” 85 dei 147 imputati, accusati di estorsione, favoreggiamento e mafia, verranno giudicati con il rito abbreviato nell’udienza del 29 maggio. La decisone è del gup Umberto De Giglio. Due le istanze di patteggiamento mentre gli altri 60 verranno processati con il rito ordinario.
Il procedimento penale prese il via da due distinte operazioni antimafia della Procura di Palermo contro gli affiliati delle famiglie di Brancaccio, Corso dei Mille, Guadagna, Roccella, Pagliarelli, Villabate, Bagheria e Carini.
Indagati anche una sessantina di commercianti di Palermo: si tratta di titolari di supermercati, gioiellerie, imprese di costruzione e ristoranti della zona di Brancaccio e via Oreto.
Il pm De Lucia, inoltre, ha chiesto il rinvio a giudizio dei capimafia Fedele Battaglia e  della moglie Angela Morvillo, Giuseppe Guttadauro, Giulio Gambino ed il capomafia di Roccella Lorenzo Di Fede.
La Procura ha riunito due inchieste differenti: quella che a maggio portò all’arresto di oltre 40 presunti affiliati del mandamento di Brancacco e quella chiamata “Ghiaccio” del dicembre scorso, scaturita dalle intercettazioni del medico Giuseppe Guttadauro che si trovava agli arresti domiciliari. Gli inquirenti avevano constatato che la mafia aveva imposto a tutti i commercianti di Brancaccio una somma di circa 550 euro. Lo conferma anche una conversazione telefonica fra due mafiosi: <<Qui a Brancaccio non si salvano nemmeno i chiodi. Tutti pagano>>. 
Anna Petrozzi

IN PERICOLO IL “SATIRO DANZANTE”
7 maggio 2003


Palermo. Nel 1998 la mafia avrebbe tentato il furto del “Satiro danzante” la statua bronzea di origine greca recuperata dai fondali del Canale di Sicilia 5 anni fa. A rivelarlo ai magistrati, il pentito trapanese Concetto Mariano, l’ex vigile urbano, fedelissimo del boss Natale Bonafede, braccio destro di Andrea Manciaracina.
A commissionare il delitto, poi fallito, il boss Matteo Messina Denaro, che ne aveva ordinato il furto per rivenderlo ad un collezionista straniero.
<<Abbiamo chi ci darà le chiavi della stanza in cui il Satiro è custodito>> venne detto al collaboratore. Ma ci furono degli imprevisti e chi doveva consegnare le chiavi per farli entrare in Municipio, dove si trovava custodita la statua, si tirò indietro. Fu allora che gli uomini di Denaro tentarono di entrare con la forza. <<Denaro – dice Concetto – ci fece sapere che il furto non ci avrebbe dato un soldo e che se ci fossimo lamentati saremmo finiti in un canale>>.
Concetto Mariano è stato interrogato anche dal pm Giorgio Paolo Ferri in merito ad un  grosso traffico di reperti archeologici rubati dietro i quali ci sarebbe Cosa Nostra, o meglio gruppi di mazaresi, marsalesi e trapanasi.
Mara Testasecca

CONTRO NICOLOSI PARLANO TRE PENTITI
7 maggio 2003


Palermo. Tre collaboratori di giustizia Francesco Di Carlo, Gaspare Mutolo e Francesco Onorato hanno ricordato i rapporti tra il sindaco di Corleone Nicolò Nicolosi e gli uomini di Saro Riccobono, capofamiglia e poi capomandamento di Partanna Mondello.
Di Carlo parlò di Nicolosi quando depose nel processo a carico di Franz Gorgone, leader Dc a Palermo, che verrà poi condannato. In pratica Di Carlo dichiarò di aver stipulato con Salvatore Micalizzi, luogotenente di Saro Riccobono, un accordo di cartello per riversare su Gorgone e su Nicolosi  i favori delle cosche di Partanna e di Altofonte. Ma il collaboratore fu impreciso nelle date e circoscrisse l’accordo al 1981. Quell’anno, però, era stato candidato alle regionali solo Gorgone, mentre Nicolosi era impegnato in quelle del 1980. Parallelamente Nicolosi ha querelato Di Carlo. La Procura ha proposto l’archiviazione ma Nicolosi si è opposto arrivando al processo in corso che vede Di Carlo imputato
A confermare le dichiarazioni di Di Carlo ci ha pensato il pentito Francesco Onorato. <<Nicolosi incontrò Riccobono a Villa Scalea, nel periodo in cui era latitante>>. Onorato colloca la vicenda nei primi anni Ottanta e aggiunge che probabilmente Nicolosi avrebbe frequentato anche una delle altre basi del clan Riccobono, il bar “Singapore Two”.
Anche Gaspare Mutolo, luogotenente della cosca Riccobono ha fatto il nome di Nicolosi e ha detto: <<Io ne sentivo parlare, sentivo che si dovevano dare dei voti all’onorevole Nicolosi, non mi ricordo però il primo nome, né il partito>>.
Parlando sempre di Nicolosi, Mutolo ha dichiarato che il partito era la Dc, ma quando gli viene chiesto da chi ne aveva sentito parlare dichiara: <<Non ricordo con esattezza, ma sempre da mafiosi, io vedevo sia Salvatore Micalizzi che il padre Giuseppe che era appassionato di politica, c’era sempre in mezzo a cosa di elezioni, ma non posso ricordare con esattezza da chi ne ho sentito parlare>>.
Maria Loi

TELEFONATE COMPROMETTENTI NEL PROCESSO GIUDICE
6 maggio 2003


Palermo. Tema dominante dell’udienza svoltasi ieri al processo a carico dell’on. Gaspare Giudice (F.I.) i presunti contatti telefonici tra quest’ultimo e Valerio Infantino, ex dirigente dell’assessorato ai lavori pubblici, condannato per associazione mafiosa e corruzione a 7 anni. Il periodo in questione risalirebbe a quando si svolgevano le trattative per gli appalti incrociati dell’ospedale Garibaldi e del cosiddetto Tavoliere. Le telefonate sarebbero partite dal cellulare della compagna di Giudice. Infantino è considerato vicino a Giovanni Brusca e Angelo Siino per la gestione illecita degli appalti. Il nome di Infantino è stato pronunciato dal pentito Giuseppe Maniscalco e dai fratelli Francesco e Simone Vitale come persona legata ad Angelo Siino e Michelangelo Camarda. Siino stesso ha dichiarato di aver avuto tre incontri con Infantino. Secondo l’accusa i rapporti tra Giudice e Infantino proverebbero i legami tra la mafia e l’onorevole.
La difesa controbatte sostenendo che il cellulare era in uso anche ad altri. Ed infatti il consulente della Procura Gioacchino Genchi ha accertato che il cellulare è stato utilizzato da Pippo Fallica, braccio destro di Gianfranco Miccichè, ospite in casa Giudice per un lungo periodo. Intanto la Procura considera fondamentale, ai fini dell’accertamento dei legami Giudice-Infantino, anche l’uso sovente da parte di Infantino di un numero telefonico passante per la Cassa di Risparmio di Palermo e corrispondente all’ufficio di Giudice. Nelle agende sequestrate al presunto boss di Caccamo, Giuseppe Panzeca, lo stesso numero risulta ugualmente corrispondente all’on. Giudice.
Dora Quaranta

VIGNA COMMENTA I FATTI DI NAPOLI
6 maggio 2003

Napoli. Il 16 aprile gli abitanti di via Labriola, nel quartiere Scampia, vengono svegliati da un boato. Una bomba sventra un’area di mille metri quadrati. Domenica 4 maggio, a mezzanotte in piazza Garibaldi, un chilo di dinamite fa saltare in aria le vetrine di una pasticceria. Il 7 maggio nei pressi dell’ippodromo di Agnano, esplode un ordigno lanciato probabilmente da una macchina in corsa, viene distrutto un negozio di un barbiere. Dietro questi tre episodi ci sarebbe probabilmente la mano del racket. Il procuratore nazionale antimafia Pier Luigi Vigna preoccupato dichiara: <<Evidentemente si vuol raggiungere l’effetto di una intimidazione generale, non rivolta ad un singolo ma ad un numero assai più ampio di persone>>. I tre episodi dimostrano che qualcosa sta cambiando nella strategia camorristica. Non si può fare a meno di pensare alle parole pronunciate dal boss Luigi Giuliano, “o’ rre di Forcella” oggi collaboratore di giustizia che deponendo nel processo contro alcuni camorristi disse: <<E’ solo questione di tempo, vedrete. Qui a Napoli sembra che non stia succedendo nulla; non lasciatevi suggestionare. Presto, molto presto, la camorra tornerà a far parlare di sé. E lo farà in maniera eclatante, come solo la camorra sa fare>>.
Non scordiamoci che <<la Camorra e la criminalità organizzata non operano solo sul territorio di Napoli e della sua provincia. Anche il Casertano è caratterizzato da una situazione a dir poco effervescente, come il mio ufficio. Dunque bisognerà tener conto anche di questo nella ripartizione degli uomini. Detto ciò, voglio sottolineare di essere rimasto molto bene impressionato da alcune iniziative del Comune di Napoli. Da quello che ha avuto modo di definire “circuito informativo” alla promozione di attività antiracket che si trasformano in un importante sostegno alle imprese, fino alle clausole che accompagnano le opere pubbliche (…) penso alla proposta di non ammettere la partecipazione ai subappalti delle ditte che hanno partecipato alla gara e sono state escluse. Anche la scuola a Napoli sta facendo un grande lavoro>>. Così conclude Vigna: <<Se potessi rivolgere una sorta di preghiera alla maggior parte dei napoletani direi loro di tener presente che quella che si sta determinando in città e nella sua area metropolitana non è una situazione vivibile. Per questo dobbiamo essere consapevoli del fatto che la sicurezza non è più, come nell’800, un bene dato dallo Stato. E’ un valore che può essere conquistato solo se c’è cooperazione da parte di tutti>>.
Lorenzo Baldo

CARUANA POTREBBE TORNARE IN LIBERTA’
5 maggio 2003


Canada. Alfonso Caruana il 21 aprile scorso sarebbe dovuto tornare in libertà ma le pesanti accuse arrivate dall’Italia hanno bloccato tutto.
In Nord America gli era stata notificata un’ordinanza con l’accusa di essere uno dei cervelli del riciclaggio internazionale di denaro sporco ed una delle menti del narcotraffico.
Assolto di recente al termine del maxiprocesso di Torino dove era stato accusato di traffico internazionale di droga, il siculianese doveva essere scarcerato ma è arrivata una nuova richiesta di custodia cautelare per traffico internazionale di stupefacenti. Ad accusare Caruana sarebbe stato Oreste Pagano, finito in manette assieme a Caruana  nel 1988  e oggi diventato collaboratore di giustizia.
Lorenzo Baldo

DENARO SPORCO INVESTITO IN SOCIETA’, BENI IMMOBILI …
5 maggio 2003 


Caltanissetta. La mafia reinveste i soldi ripuliti in beni immobiliari, aziende, società di trasporti. A lanciare l’allarme, durante l’audizione del Comitato per la sicurezza in Commissione parlamentare Antimafia, il comandante provinciale della guardia di Finanza, colonnello Giuseppe Mango. Allarme confermato anche dalle indagini condotte dal procuratore aggiunto Francesco Paolo Giordano, dal sostituto procuratore Rosario Lionello e  dalla recente operazione condotta dal Gico della Guardia di Finanza e dagli uomini della Direzione investigativa Antimafia. Sono 36 le persone indagate per avere ripulito denaro ed averlo reinvestito in immobili e ditte. Tra quelli coinvolti figurano anche Giuseppe “Piddu” Madonna, l’ex boss di Vallelunga, e il superlatitante Bernardo Provenzano. Ed è proprio al nipote, Lucio Tusa, prestanome prediletto di “Piddu” che questi avrebbe intestato società che sarebbero state solo una copertura per rimettere in gioco i soldi che Cosa Nostra aveva guadagnato illecitamente.
Ma anche allo stesso Piddu e a Provenzano sarebbero riconducibili oltre un centinaio di costruzioni della immobiliare “La pineta” di Bagheria. E sempre a “Piddu” attività di commercializzazione di mobili per arredo a Catania, la ditta Val Trasport di Valguarnera e la trasporto merci per conto terzi “ La Placa Salvatore”.
Monica Centofante

SCIOLTI DUE CONSIGLI COMUNALI
3 maggio 2003


Roma. Il Consiglio dei ministri ha deliberato oggi lo scioglimento dei consiglio di tre comuni per infiltrazione mafiosa. Si tratta dei comuni di Botricello (Catanzaro), Isola di Capo Rizzato (Crotone) e San Giovanni La Punta (Catania), nei quali le autorità competenti hanno accertato collegamenti con la criminalità organizzata”. J.P.

SONIA ALFANO: <<ANDREMO FINO IN FONDO>>
1 maggio 2003


Barcellona Pozzo di Gotto. Depositate il 18 aprile le motivazioni della sentenza di assoluzione di Antonino Merlino, accusato di essere l’esecutore dell’omicidio del giornalista de La Sicilia Giuseppe Alfano, ucciso con tre colpi di calibro 22 l’8 gennaio del 1993, a Barcellona Pozzo di Gotto. Una sentenza che si aspettava dal 17 aprile del 2002, quando la Corte di Appello di Reggio Calabria emise il verdetto di assoluzione. E che oggi <<è sicuramente attaccabile>>. Lo dichiara Sonia Alfano, figlia del giornalista e funzionario della Protezione civile. <<Il mio avvocato, Fabio Repici – dice – dopo aver esaminato attentamente il documento è giunto alla conclusione che ci sono validi elementi per ricorrere in Cassazione. Cosa che faremo perché in questa storia siamo intenzionati ad arrivare fino in fondo>>.
Intanto si attende già un primo verdetto della Direzione Distrettuale Antimafia in merito alle indagini riaperte in seguito alle dichiarazioni della Alfano, che sono anche alla base di una proposta di indagine presentata dagli onorevoli Nichi Vendola, Giuseppe Lumia e Angela Napoli e che potrebbe essere a un passo dall’avvio. <<Credo di aver dato solo l’input – spiega Sonia – parlando di un traffico di armi e uranio su cui mio padre stava indagando. Sono convinta invece che il polmone della verità sia da ricercare tra i personaggi (politici e non) di allora e quelli che ci sono ora. Capire se effettivamente , come credo, ci siano stati anche depistaggi subito dopo il delitto e valutare attentamente le dichiarazioni del pentito catanese Maurizio Avola>>. Le cui rivelazioni sul caso, risalenti al 1998, sarebbero al vaglio della Dda e riguarderebbero il noto imprenditore agrumicolo Giovanni Sindoni, a detta di Avola il mandante dell’omicidio del giornalista. E mentre si attendono delle risposte di una cosa Sonia è sicura: <<Mio padre si è fidato delle persone sbagliate. Faccio un esempio: se sono amico di Caio, e Caio viene ucciso, faccio di tutto per scoprire la verità o quantomeno dare una mano per chiarire i punti oscuri. Nel caso di mio padre, si è fatto di tutto per fare in modo che le cose restassero invece come sono. Incolpare solo il boss Gullotti è stato un contentino che invece di calmarci ha peggiorato le cose. Mio padre ha fatto l’errore di parlare con le persone sbagliate>>.
Monica Centofante

D’ANTONE CONDANNATO A DIECI ANNI
30 aprile 2003


Palermo. <<Il mio cliente è semplicemente sconvolto>>, sono state le parole dell’avvocato Ninni Reina difensore di Ignazio D’Antone, ex capo della Squadra Mobile di Palermo, condannato in appello a  dieci anni di reclusione per concorso esterno in associazione mafiosa.
<<Abbiamo il dovere di rispettare le sentenze – ha detto il legale – ma anche il diritto di criticarle dopo averne lette le motivazioni>>.
La Corte palermitana, presieduta da Salvatore Virga, dopo un’ora e mezzo di camera di Consiglio ha confermato la sentenza di primo grado.
D’Antone avrebbe agevolato Cosa Nostra <<favorendo la latitanza di numerosi soggetti di primissimo piano nell’organigramma mafioso come Pietro Vernengo, Carlo Castronovo, Lorenzo e Gaetano Tinnirello, Vincenzo Spadaro e Vincenzo Buccafusca>>. Secondo  l’accusa, D’Antone avrebbe manifestato la <<propria collusione anche frenando lo slancio investigativo dei propri colleghi, rendendo vani gli sforzi investigativi dei suo collaboratori, intervenendo per vanificare operazioni volte alla cattura di latitanti. Tra queste sintomatiche sono la vicenda del blitz all’hotel Costa Verde e quella della sua provata interferenza nei confronti delle iniziative investigative della Squadra Mobile quando dirigeva il Centro interprovinciale della Criminalpol per la Sicilia occidentale>>.
Alle accuse dei pentiti si uniscono quelle dei colleghi di lavoro quali il dirigente della Scientifica, Margherita Plachino, che ha lavorato con lui: <<Aspettavo che non fosse in ufficio - ha dichiarato - per le operazioni più importanti>>. Accuse dure espresse anche da Saverio Montalbano dirigente della sezione investigativa quando D’Antone era alla Criminalpol.
Maria Loi

DAVIDE EMMANUELLO NON SI E’ PENTITO
30 aprile 2003


Caltanissetta. Smentita la notizia del presunto pentimento di Davide Emmanuello, uno dei cinque fratelli di Cosa Nostra gelese. La madre, la prima a parlare ha spiegato: <<A mio figlio hanno semplicemente tolto il regime del 41 bis dopo un nostro ricorso in Cassazione. Da qui a dire che sia diventato un collaboratore di giustizia ne passa>>. Successivamente è’ arrivata anche la puntualizzazione della procura nissena: <<Non ci risulta che Davide Emmanuello sia diventato un collaboratore di giustizia>>. Il sostituto procuratore Antonio Patti, pubblica accusa nel processo per l’omicidio dell’assessore ai lavori pubblici di Sommatino Filippo Cianci ha dichiarato: <<Per noi l’ipotesi è priva di fondamento e smentisco nella maniera più netta che Emmanuello abbia iniziato una collaborazione>>.
Mariantonietta Morelli

IANNO’ E MUNAO’: CHIESTA RIDUZIONE DI PENA
30 aprile 2003


Reggio Calabria. Si è conclusa davanti alla Corte di Assise d’Appello, presieduta da Enrico Scaglione, a latere Bruno Muscolo, la requisitoria del pg Fulvio Rizzo che aveva chiesto la conferma di 12 dei 14 ergastoli inflitti in primo grado e la riduzione di pena per due collaboratori di giustizia: Paolo Iannò (dall’ergastolo a 13 anni e due mesi di reclusione) e Umberto Munaò (dall’ergastolo a dieci anni e sei mesi di reclusione). Richiesta di conferma degli ergastoli per Bruno Azzarà, Pasquale Condello, Francesco Doldo, Antonio Ficara, Giuseppe Mittica, Demetrio Nicolò, Tommaso Romeo, Antonio Rosmini, Domenico Serraino (58 anni), Domenico Serraino (41 anni), Aldo Tripodi e Andrea Vazzana. Rizzo ha chiesto la conferma della condanna a 30 anni di reclusione anche per Domenico Condello, Francesco Montenero e Vincenzo Corsaro; una riduzione di pena invece per Antonino Imerti (da 30 a 16 anni di reclusione). E’ stata chiesta, invece, assoluzione per Giuseppe Saraceno e  una condanna per Domenico Fotia (20 anni); Paolo Iero (sette anni e sei mesi), Antonio Modafferi (16 anni), Pasquale Pitasi (tre anni e quattro mesi) e Giuseppe Rosmini (14 anni).
Mariantonietta Morelli

FURTO ALLA SEDE DEL NOP
29 aprile 2003


Roma. Furto alla sede del Nop, Nucleo centrale di Protezione, l’ufficio che gestisce tutto il mondo dei collaboratori di giustizia e dei testimoni di giustizia. Il 23 aprile scorso dall’ufficio, che si trova nella zona di Cinecittà, sono spariti centomila euro che dovevano servire per le spese per i pentiti di mafia. La vicenda non convince. Ma ciò che preoccupa maggiormente è che gli ignoti possano avere avuto accesso a documenti riservati, a dati di collaboratori di giustizia che si trovano sotto protezione. Dopo la scoperta del furto, gli investigatori hanno ascoltato tutti gli impiegati del Servizio alla ricerca di qualche elemento utile alle indagini che sono state affidate al sostituto procuratore Dina De Martino, della Direzione Distrettuale Antimafia. In attesa di un primo rapporto il magistrato ha aperto un fascicolo per furto contro ignoti. <<Sul fatto – spiega il sottosegretario Alfredo Mantovano – sono state aperte due inchieste: la prima di polizia giudiziaria, per ricostruire la dinamica dei fatti, e la seconda amministrativa. La cassaforte da cui sono stati prelevati i 95 mila euro non è stata manomessa. E’ necessario, dunque stabilire se le regole impartite agli addetti al servizio di custodia valori siano state rispettate>>.
Maria Loi

PREVITI CONDANNATO
29 aprile 2003


Milano. Dopo 3 anni di dibattimenti, 88 udienze ed 8 ore di Camera di Consiglio i giudici della sezione penale del Tribunale di Milano hanno emesso la sentenza che conclude il processo Imi-Sir/Lodo Mondadori. 11 anni di reclusione a Cesare Previti e Attilio Pacifico, 13 anni a Vittorio Metta, 8 anni e 6 mesi a Renato Squillante, 5 anni e 6 mesi a Giovanni Acampora, 6 anni a Felice Rovelli, 4 anni e 6 mesi a Primarosa Battistella. Su tutti grava l’accusa di concorso in corruzione in atti giudiziari. Un solo assolto: l’ex giudice Filippo Verde. Inoltre Previti, Acampora e Metta devono insieme versare la somma di 380 milioni di euro a titolo di risarcimento alla Cir di Carlo De Benedetti in merito alla vicenda Mondadori.
Dopo la lettura della sentenza un minuto di applausi.
Lorenzo Baldo

IANNO’ AL PROCESSO MAREMONTI
6 aprile 2003


Reggio Calabria. Il collaboratore di giustizia Paolo Iannò è stato sentito come testimone nel processo “Maremonti” che si sta celebrando davanti alla Corte d’Appello di Reggio Calabria. Nel corso dell’esame l’accusa ha chiesto particolari su alcune estorsioni, per stabilire se gli imputati del processo fossero responsabili di richieste di “mazzette” nella frazione di San Sparato.
Iannò si è soffermato, inoltre, sull’imputato Giuseppe Caridi, nella cui autovettura era stata piazzata una cimice che aveva consentito di intercettare le conversazioni.
E in una di queste Caridi aveva fatto capire di conoscere Iannò definito soggetto poco affidabile e precisando di non avere avuto con lui rapporti né direttamente, né indirettamente.
Mariantonietta Morelli

OPERAZIONE ANTIDROGA NEL PICENO
20 marzo 2003


Ascoli Piceno. Il 15 marzo scorso Forze di Polizia coordinate dal procuratore capo del tribunale di Fermo Piero Baschieri e dai servizi antidroga di Roma, sono entrate in azione per arrestare i componenti di una organizzazione criminale di trafficanti di droga. Durante l’operazione uno dei quattro  cui era stato intimato l’alt ha reagito contro i militari esplodendo dei colpi d’arma da fuoco. Un agente ha risposto ferendo l’uomo. mentre gli altri componenti della banda si sono dati alla fuga. I carabinieri hanno arrestato Alberto D’Innocenzo di San Severino Marche e il serbo Svetozar Jovanovic residente ad Arezzo che stava cercando di piazzare 1,5 chilogrammi di eroina purissima.. Sono stati poi catturati altri due componenti della banda Mustafa Aiary (26 anni) e Amed Amri (19 anni).E’ sfuggito alla cattura l’uomo che ha esploso i colpi di pistola contro i militari dell’Arma, fratello di Amed Amri. I due appartengono ad una potente famiglia marocchina conosciuta dalle forze dell’ordine per reati legati al mondo del narcotraffico. La Dda di Ancona sta indagando su due elementi della famiglia Amri, poiché importatori di droga e parte integrante di un’organizzazione criminale di stampo mafioso. Il capitano dei carabinieri Eduardo Lucente, comandante provinciale del reparto operativo, ha confermato che l’eroina sequestrata pura all’80% proveniva dalla Turchia. Secondo gli inquirenti le caratteristiche dello stupefacente sequestrato, indicherebbero un salto di qualità dei trafficanti locali.  Il comandante provinciale dei carabinieri Costantino Squeo ha detto: “Questa operazione non è un punto di arrivo, anzi il carattere multietnico e dei trafficanti coinvolti è un punto di partenza per nuove indagini”.
Marco Cappella

Per la seguente notizia si ringrazia l’ufficio stampa della Regione Carabinieri Sicilia, Comando Provinciale di Palermo – Nucleo Operativo

TRAFFICO DI STUPEFACENTI SULLA ROTTA NAPOLI-PALERMO E SPACCIO ANCHE IN UNA CHIESA DI PALERMO
3 maggio 2003


Palermo. Dopo mesi di indagini e di una fitta rete di intercettazioni (oltre un migliaio di conversazioni), i carabinieri del comando provinciale di Palermo hanno portato a segno un’operazione antidroga che ha arrestato due tunisini, sequestrato 30 dosi di eroina, trovato il provento dell’attività di spaccio di 4000 Euro.
Il varco delle indagini si è aperto con l’arresto del tunisino Ben Kelifa Zonahier, nel dicembre dello scorso anno sorpreso con quattro ovuli di cocaina del peso di 150 gr. nell’intestino, al momento dello sbarco dal traghetto proveniente da Napoli.
Allora sono stati raccolti i primi indizi per individuare la fonte di approvvigionamento dell’eroina e della cocaina che serviva le zone della Vucciria.
Le indagini approfondite, coordinate dai sostituti della procura di Palermo Dott. Salvatore Flaccavio e Antonio Altobelli, hanno scoperto un traffico di stupefacenti sulla rotta Napoli (dove la droga veniva comprata) Palermo (dove la stessa droga veniva venduta).
Gli arrestati, Draoni Hichen e Guermeh Majdi, risiedono a Palermo, e il primo è a capo delle attività di spaccio al dettaglio. Sulla base delle conversazioni telefoniche è stato provato che a Palermo veniva contattato dai suoi clienti per le consegne giornaliere di eroina, più di dieci. La terminologia utilizzata nelle telefonate per indicare questi tipi di incontri erano “pezzi, pizze, paste, paia di scarpe, pani, panini caldi belli pieni di maionese, torroni, torcigliati, salsiccia, semprefreschi, giraviti, uno, due”. I luoghi di scambio avvenivano tra P.zza San Domenico, via Coltellieri e P.zza Venezia od anche nella chiesa di San Domenico dove la cliente osava portare con sé i bambini. Al momento dell’arresto, il cui mandato è stato firmato dal giudice per le indagini preliminari Marcello Viola, ad incolpare definitivamente il Draoni sono state le 28 dosi di eroina rinvenute nella sua abitazione.
Il secondo arrestato, Guermeh, avrebbe trasportato da Napoli almeno 10 involucri di cocaina nello stesso giorno in cui è stato arrestato Ben Kelifa, e nella sua abitazione sono stati trovati due involucri di grosse dimensioni di sospetta eroina.
Jessica Pezzetta

 
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  • La Rivista

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    In edicola dal 28 maggio 2008

    In questo numero:

    Stragi ’93. Parla l’avvocato di Riina, Luca Cianferoni in un’intervista esclusiva al nostro direttore Giorgio Bongiovanni.
    I risultati delle elezioni politiche 2008. Approfondimento sulla figura di Marcello Dell’Utri: Attenti a quell’uomo.
    Pericolosi risvolti nella procura calabrese al centro di importanti inchieste. Dalle cimici, ai corvi è come un assedio.
    Calcestruzzi spa sotto inchiesta. Contatto con Cosa Nostra. Nuove collaborazioni e successivi arresti. E’ la fine del sistema Lo Piccolo. Proseguono i grandi processi a Palermo. Da Mercadante a Borzacchelli. Nuova inchiesta su Cuffaro.
    La relazione della Commissione Antimafia sulle grandi capacità d’infiltrazione della ‘Ndrangheta.
    Csm e Anm sotto accusa. Responsabilità e i silenzi nel caso De Magistris. Speciale droga. Le sostanze che invadono l’Europa.
    Le ultime novità del processo “De Mauro”.
    Ed altro ancora…

     

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  • Editoriale

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    Baciamo le mani

    Eccoci qui con il nostro governo nuovo di zecca. Ha stravinto il Partito delle libertà di Berlusconi con l’apporto fondamentale della Lega Nord, il Partito Democratico di Veltroni ha subito una pesante sconfitta e i partiti di estremità sia a destra che a sinistra sono scomparsi dal parlamento. E’ il volto della nuova Italia bipolare nella quale, come già ci hanno dimostrato, si va d’accordissimo, c’è pace e dialogo perché il paese ha bisogno di stabilità e non c’è tempo da perdere.

    E guai a chi vuol fare da guastafeste e minare il dialogo, viene linciato con la verga bipartisan.

    A inaugurare il nuovo metodo all’educato olio di ricino è stato Marco Travaglio. Che si è permesso ancora una volta di utilizzare la televisione come organo di informazione, cioè si è preso la briga, ad autentico sprezzo del pericolo, di dare ai cittadini una notizia. Per altro non esclusiva.

    Invitato da Fabio Fazio nella trasmissione Che tempo che fa ha osato informare i cittadini italiani che il neo-presidente del  Senato Renato Schifani ha avuto, nel procedere della sua carriera, amicizie e frequentazioni poco raccomandabili. Con boss mafiosi per l’esattezza.


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  • Terzo Millennio

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    Inserto Terzo Millennio N. 58

    In questo numero:


    Nell'ambito del simposio internazionale indetto a Torino lo scorso 28 e 29 marzo dal titolo “From Global Warning to global policy” Giulietto Chiesa ha parlato di recessione mondiale e crisi ambientale, energetica e finanziaria. Questioni cruciali che stanno scuotendo il mondo intero.
    Fame nel mondo e povertà estrema. Una realtà sempre più vicina a noi, ma di chi è la colpa?
    Il Kosovo come le ciliegie: un'indipendenza tira l'altra. Quali saranno le conseguenze?
    Dal sequestro di Ingrid Betancourt in Colombia all'elezione di Fernando Lugo in Paraguay: guerra, corruzione e speranza in America Latina.
    Libera l'Acqua: proseguono le iniziative delle associazioni del Cipsi per promuovere la campagna sull'oro blu.
    Appello per un'informazione libera: un nuovo format televisivo per garantire libertà e democrazia nell'informazione.
     
 

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