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Antimafia Duemila

Wednesday
Aug 20th
La posta del Direttore n°32 PDF Stampa E-mail


PER MOTIVI DI SPAZIO E PER SODDISFARE TUTTE LE VOSTRE RICHIESTE DI COLLABORAZIONE, VI INVITIAMO AD INVIARCI TESTI CONCISI, ALTRIMENTI DOVREMO ACCORCIARLI SECONDO NOSTRO CRITERIO OPPURE TRALASCIARLI.


il primo maggio a Portella della Ginestra

Non è facile ricordare, oggi. È più facile dimenticare, annullare le differenze, propagandare una falsa conciliazione e perciò precipitare nella lunga notte in cui tutte le vacche sono nere. Questa notte, non è, però, notte di quiete e di riposo, è morte della ragione, smarrimento della memoria e dell’identità. Perciò ricordare Portella della Ginestra, luogo sacro, battesimo di fuoco e di sangue della nascente Repubblica italiana, altare di sacrificio pagano dove si vollero sacrificare vittime innocenti ai nuovi idoli del potere e della democrazia, è segno della volontà di resistere all’oblio, è dovere civico.
Le nuove generazioni non sanno. Di quell’evento non si parla a scuola; non ne parlano i professori, non ne parlano i magistrati e persino molti esponenti della stessa sinistra: militanti e dirigenti, rappresentanti istituzionali e non. Invece bisogna parlarne, se ha un senso la nostra vita, se ha un senso appartenere a una terra che ci ha cresciuto all’insegna del calvario e del dolore, abituandoci a pensare che c’è speranza dopo la sconfitte, come c’è l’alba dopo la notte.
Ma allora notte e alba si confusero sotto il fuoco dei mitra e delle bombe. Undici morti e ventisette feriti. Erano bambini, ragazzi, donne, braccianti agricoli senza difesa alcuna. Manifestavano sul pianoro che Nicolò Barbato, medico libertario di Piana degli Albanesi, nel lontano 1893 aveva eletto a simbolo della festa del 1° maggio per gli abitanti di quella colonia albanese: antica meta di un pellegrinaggio che solo il fascismo aveva interrotto per oltre vent’anni. Ora quel luogo veniva profanato dalle barbarie. Non era un luogo qualsiasi. Gli americani lo tenevano sotto controllo già dal 1944, come uno dei punti più nevralgici della Sicilia rossa, capace di autonomia, d ergersi addirittura, a Repubblica, un po’ sull’esempio dell’Ossola, dei governi locali nati dalla Resistenza, nel Nord Italia. I servizi di James J. Angleton avevano ritenuto che la geografia del rischio monitorato dagli uomini che dipendevano direttamente da lui (Reali Carabinieri, 808 battaglione dell’Esercito addetto al controspionaggio, Marina Italiana, agenti specili spediti in Sicilia dall’Office of Strategic Services, ecc.) presentasse con Piana degli Albanesi, un tasso di pericolosità tra i più alti dell’isola. Se ne preoccuparono molto e quest’antica colonia fondata da Scandeberg nel XV secolo oggi sappiamo molte più cose prima:
-    che le indagini di polizia giudiziaria non si occuparono ma di appurare a quali soggetti dovessero essere attribuite le granate fatte esplodere a Portella quel giorno  di festa e di sangue di cui ebbero a fare cenno gli stessi giudici nel processo di Viterbo, quando presero atto che molti corpi erano stati lacerati da schegge metalliche;
-    da chi fosse stato impugnato il mitra Beretta, cal. 9 dal quale partirono i colpi mortali che di fatto fecero la strage;
-    perché furono accuratamente rimossi i bossoli di risulta di quest’arma con la conseguenza che non fu mai possibile individuare la postazione di tiro del gruppo che aveva abbassato il mitra sulla folla;
-    che nel 1946 Palermo divenne la capitale del neofascismo in Italia per un eccessivo afflusso nell’isola di fascisti di ogni risma già organizzati nel Fronte Antibolscevico di via dell’Orologio e in contatto con i Repubblicani di Salò.
-    E potremmo continuare a lungo, è comunque fuori discussione il carattere eversivo della strage, come è straordinariamente singolare, tra i primi di gennaio e il 22 giugno 1947, la presenza in Sicilia di Lucky Luciano. Di lui l’informatore di Angleton scrive che trovò alloggio prima all’hotel Excelsior, poi in quello delle Palme a Palermo. Senza di lui probabilmente le mafia paesane non sarebbero diventate Cosa Nostra. E qui si scontrano le  due facce di sempre della Sicilia: quella della conservazione e della reazione da un lato e quella del progresso e dello sviluppo democratico dall’altro. Lo spartiacque è segnato dalla memoria e dall’identità. Non si può stare su entrambi i versanti, a meno che non si voglia dichiarare pubblicamente la propria demenza politica. Perciò hanno fatto bene i dirigenti sindacali della Cgil, nel commemorare il primo maggio a Portella della Ginestra, a rimarcare la discriminante della inconciliabilità tra carnefici e vittime, il potere delle mafie e degli sgherri da un lato e la forza di resistenza e di lotta dei lavoratori e delle organizzazioni democratiche antifasciste dall’altro. E già basta questa consapevolezza per andare avanti sulla strada giusta. Il che oggi non è poco.
Giuseppe Casarubbea
Presidente di “Non solo Portella”
Associazione tra i familiari delle vittime
della strage di Portella della Ginestra



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«FRA' DIAVOLO» E IL GOVERNO NERO
«Doppio stato» e stragi nella Sicilia del dopoguerra
Giuseppe Casarubbea


Molto si è scritto, a proposito della strage di Portella delle Ginestra e di altri delitti consumati in Sicilia nel secondo dpoguerra, sulla responsabilità del <<re di Montelepre>>, Salvatore Giuliano e degli uomini della sua banda. Ancora oggi, la versione ufficiale dei fatti è che non ci furono mandanti e che i banditi agirono di loro iniziativa. Anche per questo molto meno so è scritto e riflettuto su chi armò la loro mano e li spinse in modo plateale a cadare di fatto nella rete che i nuovi strateghi dell'eversione avevano preparato non tanto per loro, come capri espiatori, quanto per le sorti future della nostra democrazia.
A ragion veduta, pertanto, questo libro non assume come principale protagonista di ciò che accadde in quegli anni in Sicilia "Turiddu" e i suoi uomini, ma la politica internazionale e nazionale, per cogliere poi nei fatti coerenti che ad essa si legavano, le spiegazioni che ne illuminano momenti e scopi. L'autore, utilizzando anche fonti di cancelleria di tribunale, ha centrato la sua analisi su un personaggio quasi sconosciuto: Salvatore Ferreri, alias <<fra' Diavolo>> , confidente dell'ispettore generale di Ps in Sicilia, Ettore Messana. Certamente - come il lettore potrà verificare - una chiave d'accesso inedita che aiuta ad interpretare la vicenda stragista di quegli anni.
FrancoAngeli
Euro 16,00





"un alto senso dello stato"

Gentile Direttore,
Tra qualche giorno ricorre l'anniversario della morte del giudice Giovanni Falcone ed il nostro presidente del consiglio ha pensato bene di partecipare alla cerimonia commemorativa. E' la prima volta che lo fa.
Ma adesso è diverso, adesso ci sono le elezioni amministrative in Sicilia, e quale migliore occasione, se non l'anniversario di Falcone per fare un po’ di passerella e magari spendere qualche parola contro la mafia ed in favore dei giudici che la combattono. Ma bisogna sottolineare che quei magistrati che, magari, sicuramente, Berlusconi quel giorno elogerà, sono gli stessi che ogni giorno,  lui  e la sua maggioranza di governo, denigrano pubblicamente, accusandoli di essere politicizzati. Ma in questo momento il mio pensiero va ad Antonino Caponnetto.
Peccato che il giorno della sua morte non era vicino ad appuntamenti elettorali.
Nino Pastanella

Gent.mo Nino, è evidente che le contraddizioni sono una specialità della nostra classe politica.
Guarda caso proprio il 23 maggio, giorno della vigilia elettorale e giornata che ricorda la morte del giudice Falcone, il presidente Berlusconi avrebbe dovuto essere a Milano all’udienza del  processo Sme, con le sue “dichiarazioni spontanee”, almeno così aveva detto, in occasione della requisitoria del  pm Ilda Boccassini.
E altresì evidente che a questo incontro anteporrà la sua visita in Sicilia per onorare la celebrazione della morte del Giudice Falcone, che è bene ricordare, aveva un così alto senso dello Stato che forse avrebbe lui stesso consigliato al Presidente del Consiglio di adempiere prima ai suoi doveri di semplice cittadino davanti alla Corte. Ma probabilmente come tu stesso hai detto, anche Falcone sarebbe stato inserito fra i “giudici politicizzati” nemici della democrazia.
Giorgio Bongiovanni

 
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  • Editoriale

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    La nascita della seconda Repubblica sul sangue di Falcone e Borsellino

    Il 19 luglio 1992, a cinquantasette giorni di distanza dalla strage di Capaci, veniva assassinato a Palermo, in via D’Amelio, il giudice Paolo Borsellino e con lui gli agenti della sua scorta.

    Il 20 luglio 1992 nasceva la Seconda Repubblica di questo nostro Paese, basata sulla corruzione, sulle mafie, sulla violenza, sul dominio, sulla prevaricazione, sulla ricchezza illecita, sul razzismo e sulla xenofobia.

    Oggi, ancora luglio, ma 2008, ci ritroviamo per la terza volta al governo l’imprenditore Silvio Berlusconi, plurimputato in diversi processi, amico di condannati per mafia e amico di Cosa Nostra sin dai primi anni Settanta. Che inneggia, abbracciato al suo principale garante Marcello Dell’Utri, all’eroe Mangano, complice dello scioglimento nell’acido di esseri umani.


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    Si torna a parlare di Nucleare. Una minaccia per il mondo.
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