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Antimafia Duemila

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Jul 05th
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Paolo Borsellino e i suoi pentiti PDF Stampa E-mail
di Umberto Lucentini

Riportiamo di seguito alcuni significativi stralci del libro di Paolo Lucentini Il valore di una vita, che illustrano il rapporto professionale e umano del giudice con i collaboratori di giustizia.


Rita Atria

“In parlamento intanto si discute la legge che Borsellino invoca da anni per stabilire le regole di protezione e di tutela di pentiti e testimoni in processi di mafia: sconti di pena, detenzione in carceri speciali, possibilità di trasferimento all’estero e cambiamento di identità anche per i parenti più stretti. Un tasto su cui il giudice batte in ogni occasione: Borsellino ha contatti frequenti con i collaboratori della giustizia, ne conosce umori e timori. Riesce a essere buon profeta anche stavolta: pochi giorni dopo Giacoma Filippello, la compagna del boss di Campobello di Mazara pentitasi dopo la sua uccisione, annuncia che non aprirà più bocca. <<Troppe scarcerazioni per decorrenza dei termini, troppi boss che escono dal carcere perché la custodia cautelare sui fatti di mafia ha durata breve>>, mi spiega in un’intervista che viene pubblicata il 22 novembre sul <<Giornale di Sicilia>>. Telefona dal suo rifugio, è stanca, sfiduciata. <<Ho deciso di raccontare i segreti che custodisco solo perché mi fido del giudice Borsellino. So quanto sta lottando perché il parlamento approvi una legge sui pentiti, ma tutto ciò non basta se gli imputati vengono rimessi in libertà troppo presto. Ho accusato i mafiosi del mio paese di estorsioni, omicidi, traffico di droga. Ho fatto nomi, raccontato circostanze e fornito riscontri. Una legge dalle maglie troppo larghe ha rimesso quasi tutti in libertà. No, io non ci sto più. Perché mentre questi mafiosi tornano in circolazione io sono costretta a una vita da reclusa. Ho dovuto rinunciare alla mia identità per non essere riconosciuta, vivo nella paura, lontana dalla mia gente.>> Ci vorrà tutta l’autorità di Borsellino, la sua forza di persuasione, la promessa che si farà di tutto perché le sue confessioni non divengano inutili, per convincerla che vale ancora la pena di lottare.

<<No, io con lei non ci parlo, dottor Borsellino, e un motivo c’è: mi sembra un mafiusu.>> E’ proprio un bel tipo, Piera Aiello, ragazza di paese con in testa un sogno più grande di lei. Vuole <<consumare>> i boss di Partanna, vedere dietro le sbarre di un carcere gli assassini di suo marito. Ha una rabbia in cuore che niente e nessuno riuscirà a fermare: sono troppo pochi, 23 anni, per diventare vedova. Un destino che non s’è scelta lei: lo ha ripetuto mille volte, al suo Nicola, di lasciar perdere: basta con quella droga, le lupare e le pistole. Ha smesso di insistere solo quando l’hanno ucciso. Ora che si trova davanti a quel giudice, vuole dimostrare sino in fondo quali rancori contro un mondo sbagliato si porta dentro. <<Sì, dottor Borsellino, lei mi sembra un mafiusu.>> Il giudice china la testa, la appoggia a una mano, tenta di nascondere un sorriso. Incontrare sulla propria strada gente di carattere gli piace. Eppoi lo sa bene: il suo accento palermitano, il suo modo di fumare la sigaretta, certe volte non lo fanno proprio sembrare <<un magistrato della Repubblica>>.
Da qualche giorno arrivano segnali di novità dalla valle del Belice: Morena Plazzi, un giovane sostituto emiliano che lavora a Sciacca, indaga sull’omicidio di un pregiudicato per mafia di Partanna. La vittima si chiama Nicola Atria, è il figlio di don Vito, un pastore ’ntiso, importante, dalle sue parti. Nicola viene ucciso in una pizzeria di Montevago, davanti agli occhi atterriti di sua moglie, Piera Aiello. E’ una ragazza di buona famiglia, Piera, nata e cresciuta a Montevago, studi all’istituto magistrale; è a un passo dal diploma quando sposa Nicola. No, non sa che il futuro marito è legato mani e piedi alla mafia. Lo scopre solo quando Vita Maria, la loro figlia, ha già un anno. Tenta di convincerlo a uscire dal giro della droga: cosa le importa di avere tanti soldi e una bella casa, se deve vivere con l’angoscia di ritrovarsi vedova troppo presto? Il giorno dopo l’uccisione di Nicola, nella camera mortuaria del cimitero di Partanna, Piera, ragazza in lacrime, incontra lo sguardo di Morena Plazzi, ragazza in toga, giudice venuto dal Nord: avrà ventitré, ventiquattro anni anche lei. Non sono poi così diverse, le due donne. Sì, la Plazzi ha un accento strano. Ma Piera non è tipo da fermarsi alle apparenze. Quando il magistrato la convoca nel suo ufficio, sa già che andrà e parlerà. Piera Aiello ne vuole raccontare tanti, di segreti sulla mafia. E’ sveglia, i discorsi del marito li ha sempre ascoltati con attenzione. Di Partanna, del suocero don Vito Atria, ucciso nei giorni del suo viaggio di nozze, ricorda tutto con precisione. Ne ha, di misteri da svelare, ma li affiderà solo a chi le dà fiducia.
Il giudice Plazzi contatta Borsellino: le rivelazioni su Partanna sono di competenza territoriale della procura di Marsala; è bene informarlo subito, stabilire un coordinamento investigativo, convincere Piera a dire sempre di più. Il punto d’incontro è una caserma dei carabinieri di Terrasini, lungo la costa che porta a Palermo. E’ il 30 luglio 1991; con Borsellino vanno il sostituto Alessandra Camassa, il giudice Plazzi, il maresciallo Canale, il brigadiere Mario Blunda. Ecco Piera Aiello, minuta, capelli nerissimi su un viso diafano, occhi scuri e vivaci, gesti carichi di tenerezza per Vita Maria, la figlia da cui non si separa nemmeno quel giorno. Il brigadiere Blunda prende Vita Maria in braccio, la carezza, le regala una bicicletta comprata in un negozio di giocattoli vicino alla caserma. Piera, seduta su un divanetto, si ferma a guardare Borsellino che entra. E’ un pò intimorita da quell’uomo che conosce solo dai giornali. Lo saluta con candore: <<Buongiorno, onorevole>>. Il giudice scoppia in una risata: <<Signora, con tutto il rispetto per la categoria degli onorevoli, sappia che io sono un semplice procuratore della Repubblica. E che lei è in buone mani>>. Poi si fa serio. Spiega a Piera che, se veramente ha deciso di collaborare con la giustizia, dovrà farlo in modo franco, totale. Andrà incontro a rischi per l’incolumità sua e della bambina, ma della loro protezione si farà garante egli stesso. Dovrà lasciare il paese dove ha vissuto fino ad allora, rassegnarsi a vedere i genitori ogni tanto. E’ diffidente, Piera: <<Ma lei mi sembra un mafiusu>>, obietta. Guarda negli occhi Canale, Blunda, le due ragazze giudice. Ora china la testa, una, due, tre volte: ha deciso. Sarà lei a svelare i misteri del crimine di Partanna, le vendette e i tradimenti consumati all’ombra delle baraccopoli, ricordo del terremoto del ’68.
E’ il sostituto Camassa a raccogliere, da quel momento, le rivelazioni di Piera Aiello. <<No, non è una scelta obbligata, il procuratore non mi affida l’inchiesta solo perché sono anch’io una donna, anche se coglie subito l’importanza dello “specifico femminile”.>> Alessandra Camassa si ferma davanti a una libreria, smette di spingere il passeggino; il figlio di cinque mesi dorme ancora. I rumori del corso di Trapani, la città dove abita, non lo svegliano. Si chiama Paolo, il bimbo, come il nonno materno, come Borsellino. <<E’ da qualche mese che seguo un filone di indagine, frutto di rapporti investigativi, quando spuntano Piera e un’altra donna, Rosalba Triolo. Senza il loro contributo la sorte dell’inchiesta è già segnata: archiviazione. Le due donne non si conoscono, sono state legate a componenti di clan nemici: svelano però gli stessi retroscena inediti di delitti e traffico di droga, da due angolazioni diverse. Si danno credito a vicenda, è chiaro che non mentono. Pochi giorni dopo l’incontro con Borsellino, è Piera ad annunciarmi che sua cognata, la sorella di Nicola, la figlia di don Vito Atria, vuole collaborare con la giustizia. Ha solo 16 anni, si chiama Rita. Vuole vendicare la memoria del padre e del fratello, che ha adorato come niente e nessun altro al mondo. Ne parlo a Paolo, è entusiasta, emozionato come un giovane sostituto alla prima inchiesta importante: “Lascia tutto e vai a sentirla. Lo sai che il ferro va battuto finché è caldo”.>> Non è un mistero quale importanza rivestano le accuse di Rita: in un paese dove il silenzio è una virtù, tre donne parlano di mafia. Dura poco, però, la gioia di Borsellino: Rita detta le prime rivelazioni il 5 novembre, il 21 uno sconosciuto bussa alla porta di casa Atria, a Partanna. Chiede di lei alla madre che non apre, non sa ancora nulla di caserme, giudici e verbali. <<Non è in casa, chi è, chi è?>> <<Dicissi a Rita cà parrasse picca, va si nnò... Dica a Rita di parlare poco, sennò...>>, sibila una voce minacciosa. Non è più un segreto il <<pentimento>> di Rita: la sua vita ora è in pericolo.
<<Borsellino è sconvolto, sente un’enorme responsabilità nei confronti di quella giovane e determinata ragazza, appena sa dell’intimidazione.>> Alessandra Camassa gira l’angolo, il sole abbaglia il viso del piccolo Paolo, lo sveglia. <<Si sente in colpa, il procuratore, per aver accettato il suo contributo alla giustizia esponendola a pericoli troppo grandi per la sua età. Disponiamo l’immediato allontanamento di Rita da Partanna, da quel momento Paolo le sta vicino come non mai e se non la sente per più di due giorni comincia ad assillarmi di domande sulla sua salute, sulle condizioni psicologiche, sulle necessità materiali. Segue in prima persona, e lo risolve, ogni suo piccolo problema. E’ consapevole che la partenza da Partanna le crea non pochi disagi affettivi: il distacco dalla famiglia, dalla scuola, dalle amicizie. Più di una volta chiede a Rita se è sicura di voler lasciare alle spalle il passato in modo così netto.>> E’ una ragazza ostinata, Rita. Certo che vuole andare avanti. Discorsi del padre ne ascolta tanti, confidenze dal fratello ne raccoglie molte. Accusa tutti: complici e carnefici del padre, il deputato regionale della Dc Vincenzo Culicchia e i manovali della cosca degli Accardo, padrini del paese. Non si ferma nemmeno davanti al suo ex fidanzatino. Lo ha lasciato perché trafficava in droga, ma in fondo gli vuole ancora bene. Lo denuncia con una speranza nel cuore: che abbandoni quella strada e torni un ragazzo perbene, come quando l’ha conosciuto. <<Il procuratore dimostra la sua attenzione alle esigenze di Rita in un altro episodio>>, insiste la Camassa. <<Rita è preoccupata per le conseguenze giudiziarie delle sue accuse al ragazzo. Vuole che Paolo lo convinca a collaborare con la giustizia. La posta in gioco è alta: contattarlo significa fargli capire che per lui e i suoi compari l’arresto è vicino; non far nulla significherebbe deludere Rita. Borsellino rischia e gli va bene: il ragazzo si rifiuta, non capisce cosa c’è dietro quella proposta. Qualche giorno dopo l’episodio, Rita mi confessa una nuova, improvvisa consapevolezza: le hanno tramandato un’immagine distorta della giustizia, non avrebbe mai immaginato di trovarsi davanti un giudice così disponibile,autorevole,affettuoso come Borsellino.>> I problemi legati alla sua collaborazione, però, si moltiplicano: Giovanna Cannova, la madre, la rivuole indietro. <<La trovo una mattina davanti all’ufficio del procuratore>>, ricorda Canale. <<Vuole riempirla di botte, la chiama svergognata: “E’ una pazza, non sa niente, ha accusato tanti innocenti. Che ne sa lei, a sedici anni, di ’sta mafia? Mio marito mafiusu? Era un bravo cristiano che non ha mai torto un capello a nessuno, ma quale uomo d’onore e uomo d’onore! Piera Aiello, lei ci ha colpa: gliele ha messe in testa lei tutti ’ste fissarie, queste stupidaggini. Ridatemi Rita”, ripete alzando sempre più la voce. Quante volte, Borsellino e io, perdiamo la pazienza e le gridiamo che la figlia è in pericolo, che lì dov’è la proteggono. Riusciamo a farla tornare in paese, ci ritelefona due ore dopo: “Mascalzoni, avete rovinato mia figlia, mascalzoni”. Da quel momento riempie Partanna del suo anatema contro Rita: sta con gli sbirri, non è più figlia mia. Borsellino e io ci guadagnamo una denuncia per sottrazione di minore, la Cannova presenta una valanga di esposti contro di noi alle caserme di mezza provincia di Trapani. Neppure l’intervento del tribunale dei minori, che ha sancito fin dall’inizio della collaborazione la legittimità del nostro operato, placa la sua ira.>>
<<E’ un nuovo, brutto momento, per Paolo>>, conferma Alessandra Camassa. <<Teme molto il distacco tra madre e figlia, anche se il loro rapporto, per ragioni complesse e private, è già travagliato. Cerca di nuovo di convincerla a starle vicina, l’Alto commissariato proteggerà anche lei. “Giovanna Cannova ha già scelto Partanna per sempre, se Rita resta altrove le nostre strade si separano”, è la sua risposta lapidaria. E’ una figura tragica di madre atavicamente legata ai valori della cultura mafiosa, la Cannova; legami in certi momenti più forti dell’amore, sia pure intensissimo, per la figlia. Il procuratore si inserisce in questa frattura cercando di sanarla, obbliga Rita a un incontro con la madre, cerca di convincere l’anziana donna della nobiltà e del coraggio della scelta della figlia. Non ci riesce. Quell’incontro, che a me che vi partecipo sembra inutile, resta nel cuore di Rita: è di nuovo commossa e stupita dell’interessamento che quell’uomo così importante mostra per i suoi problemi privati, mi spiega che è molto raro che la madre stia a sentire controvoglia un estraneo. “Borsellino, invece, si è fatto rispettare e ascoltare”, commenta. Nasce un nuovo affetto, da quell’episodio, tra Rita e Paolo. Rita dimentica anni di regole e comportamenti mafiosi: per lei, gli “sbirri” non sono più persone delle quali diffidare. In Paolo trova l’ideale del padre buono e protettivo, frustrato nella figura di suo padre, uomo di mafia morto per mano mafiosa.>> Quante conversazioni, quante impressioni si scambiano a Roma in quel periodo, Rita e Piera. Si parla di tutto: del passato e del futuro, della paura di vivere e di morire, dei nuovi amici e dei timori per l’incolumità del procuratore. Non sfugge, a Piera, l’importanza della presenza di Borsellino per Rita. Le si illumina lo sguardo quando lo sente al telefono, lo incontra per un interrogatorio o per un saluto. Una sera di giugno (Falcone è già stato assassinato) Rita pensa a voce alta: <<Quando arriverà il mio turno, non vorrei morire di morte naturale o di malattia. Sai, Piera: a Partanna c’è una leggenda. Dice che se vuoi raggiungere in cielo le tue stelle, le persone alle quali hai voluto bene ma che un colpo di lupara ti ha strappato, anche tu devi morire uccisa. Oppure devi finire il tuo cammino in un altro modo, devi aiutare la morte a venirti incontro, devi invitarla a sceglierti, devi farti morire se vuoi rivedere le tue stelle. Devi...>>. Ricorda le tenerezze riservatele dal padre, il gioco del cavallino sulle sue gambe, le passeggiate per il centro del paese mano nella mano. <<Anche se mio padre era un delinquente, o diventava crudele con gli uomini che gli mancavano di rispetto, lo adoravo.>> Non ha dimenticato il fratello Nicola, la complicità che li ha uniti negli anni. E’ andato via di casa dopo il matrimonio con Piera, a Montevago, venti chilometri da Partanna. Quante telefonate clandestine, quanti appuntamenti segreti per sentire e vedere Nicola; la madre gli impedisce di mettere piede in casa sua: Piera, <<quella di Montevago>>, proprio non la sopporta. Rita impara a memoria il numero di telefono di Nicola e Piera, nasconde una foto del fratello cucita dentro un sacchetto di stoffa fermato con uno spillo al reggiseno, proprio sopra il cuore. A ogni incontro gli stessi abbracci, gli stessi baci, gli stessi pianti di gioia. Poi anche per Nicola arriva una lupara e Rita è di nuovo sola. E’ caduta la prima stella, le hanno polverizzato la seconda. Ora bisogna farsi forza e puntare il dito contro i mafiusi.

Vincenzo Calcara

<<Dottor Borsellino, la famiglia mafiosa di Castelvetrano mi aveva incaricato di ucciderla...>> Cala il silenzio, per pochi attimi, nella stanza dei colloqui del carcere di Favignana. Vincenzo Calcara, un sicario insospettabile al soldo di Cosa Nostra, fissa negli occhi il magistrato. Poi si alza, gli va incontro. Lo abbraccia: <<E’ un peso che dovevo togliermi, non potevo non dirglielo, signor giudice>>. Borsellino intuisce il travaglio dell’uomo, capisce in quel momento che Calcara andrà a ingrossare le fila dei pentiti. <<Aspettavamo il via libera da Palermo, dalla commissione regionale>>, continua Calcara. <<Sa, lei ha fatto troppo danno con le sue indagini in provincia di Trapani. Dovevo essere io a ucciderla: con un fucile di precisione, appena lei fosse sceso dalla sua auto a Marsala. Se non fosse arrivato l’ok, se da Palermo si fossero opposti alla sua  eliminazione, allora avremmo ucciso uno dei suoi sostituti, uno a caso, per lanciarle un messaggio intimidatorio, colpendo anche un innocente.>> Borsellino, che ascolta il racconto di Calcara senza aprir bocca, in quel momento trema: <<Finché il pentito parla di progetti di morte che interessano me, ho come l’impressione che si riferisca a un altro>>, mi racconta in quei giorni. <<Ma i miei sostituti no, quelli non li devono toccare, solo allora ho paura. Perché io, che dovrei fare loro da scudo, divento impotente, non posso difenderli.>> Il giudice intuisce dalle parole del pentito che il pericolo è imminente, non perde tempo. Torna nel suo ufficio di Marsala, chiama il questore e chiede un incontro immediato. Motivi di sicurezza, spiega, rendono necessaria una scorta per tutti i magistrati che lavorano con lui. Cede subito una delle sue due auto al giudice Ingroia, il magistrato che più di frequente fa la spola tra Marsala e Palermo.
Calcara spiega così i motivi che l’hanno indotto a pentirsi: <<Sapevo di essere stato condannato a morte dall’organizzazione a causa della mia relazione extraconiugale con la figlia di un personaggio vicinissimo al capo della mia famiglia, avrebbero continuato a utilizzarmi sino a quando sarei stato in grado di essere di una qualche utilità. Poi m’avrebbero ucciso>>. E’ lui a chiedere con insistenza a Borsellino di essere ascoltato. Scrive alla procura chiedendo un colloquio. Borsellino, che si è già trasferito a Palermo e va nel suo vecchio ufficio solo due giorni la settimana, incarica il sostituto Lina Tosi e il maresciallo Canale di andarlo a sentire. Già dal primo colloquio è evidente che Calcara ha molto da rivelare; i due inviati della procura tornano a Marsala e raccontano a Borsellino che la levatura del personaggio potrebbe essere maggiore di quanto sembri.
<<Procuratore, credo che Calcara abbia un solo desiderio>>, sostiene il carabiniere, <<andare via dal carcere di Favignana. Ho l’impressione che si senta poco protetto. E’ guardingo, si guarda sempre alle spalle. Ha voglia di parlare ma anche tanta paura.>> Borsellino chiama il ministero di Grazia e giustizia, chiede per il detenuto il trasferimento a Marsala. Lo ottiene subito. E’ uno di quei mafiosi di secondo piano che sa tutto dei boss, Calcara: addita l’ex sindaco di Castelvetrano, il democristiano Tonino Vaccarino, come il capomafia della zona. Sì, proprio lui, l’insospettabile professore di scuola superiore sposato con la figlia di una delle famiglie borghesi più in vista del paese, che ogni domenica va puntuale alla messa, che è così gentile ed educato con tutti, tanto che molti tra i suoi compaesani ancora oggi stentano a credere alle parole di quell’<<infame>>. Le confessioni del nuovo pentito, invece, sono ricche di riscontri e circostanze tali da convincere Borsellino ad arrestare Vaccarino.
<<Il primo incontro con Calcara in realtà è un approccio più che un interrogatorio vero e proprio, anche se dura un paio d’ore>>, ricorda Borsellino. <<Il pentito mi chiede di consultare un quadernetto, che tiene sempre con sé in cella, dove ha annotato qualcosa d’importante. Spiega subito quale segreto nasconde: quei numeri che ho appena letto corrispondono a nomi di uomini d’onore e a episodi che solo lui può smorfiare, sonomessaggi in codice che gli servono per ricostruire con esattezza la sua storia di mafioso. Mi porge anche un foglio di carta con scritti alcuni indirizzi. “Sono persone che vivono in Australia”, giura il pentito, “è lì che sarei dovuto andare a nascondermi dopo avere ucciso lei o uno dei suoi giudici.” E’ il primo indizio concreto che possiamo usare per trovare riscontro alle sue parole. La perizia calligrafica gli dà ragione: dal confronto di quell’appunto con alcuni documenti del Comune di Castelvetrano, vergati di pugno dall’ex sindaco, risulta evidente che sono scritti dalla stessa persona. Il rischio che Calcara sia un mitomane è escluso. E’ un contributo nuovo e determinante, il suo, per svelare definitivamente i segreti delle cosche di Castelvetrano. Finora altri pentiti ci hanno dato informazioni sommarie su quella famiglia. Rosario Spatola conosce solo per sommi capi i vertici dell’organizzazione di quel paese, di nomi ne fa tanti ma non conosce episodi criminosi concreti. Il catanese Antonino Calderone, pezzo da novanta della mafia siciliana, ha focalizzato la nostra attenzione sull’esponente di primo piano del clan, Vincenzo Messina Denaro, latitante da anni. Ora Calcara ci rivela il nome del vero, insospettabile capo del clan di Castelvetrano. Punta il dito contro soldati, killer e trafficanti di droga al soldo del boss. Rivela che anche lui, con addosso una tonaca da sacerdote, ha varcato più volte il confine con la Svizzera per consegnare droga in cambio di armi. Va oltre, Calcara: alza il tiro fin dentro uno dei santuari dell’amministrazione della giustizia. Rivela che i tentacoli della sua famiglia sono arrivati alla corte di cassazione. “C’è un cancelliere che pilota le pratiche a nostro favore, è nelle nostre mani”, afferma. Un infedele servitore dello Stato che ritarda l’assegnazione dei fascicoli e fa ottenere ai picciotti la scarcerazione per decorrenza dei termini di custodia cautelare.>>
Sono rivelazioni gravissime, ma i riscontri ai racconti di Calcara vengono trovati in pochi giorni. Il pool di giudici guidati da Borsellino ordina un blitz tra Sicilia, Roma, Nord Italia e Germania. In quaranta, compresi l’ex sindaco e il cancelliere della cassazione, finiscono in cella. Giudice e pentito si vedono spesso, in quel mese di maggio. <<Non avanza grosse richieste, non ha desideri particolari da esaudire>>, racconta Borsellino. <<Vuole essere certo che io non lo abbandonerò mai. Glielo prometto cento volte: Vincenzo, stia tranquillo, lei ormai è al sicuro. Mi chiede solo di incontrare i figli, che non vede da tempo. Lo accontento, do disposizioni perché accada al più presto. Mi ringrazia a modo suo, ormai ci ho fatto l’abitudine: mi abbraccia, mi bacia sulla guancia. Sembra che voglia rinnovare le sue scuse per avermi rivelato il progetto di omicidio>>, dice un pò commosso.        <<Sa quanto voglio bene alla mia famiglia, sa che non posso permettere che mi uccidano.>>

Rosario Spatola

Il pentito ha un bel ricordo di Borsellino: <<E’ sempre affabile, carico di umanità, pronto alla battuta o a sdrammatizzare. Ricordo che ai primi di aprile del 1990, quando già vivo protetto, lo incontro a Roma per un interrogatorio. Dopo alcune ore mi lascia per un altro impegno, io resto con i giudici istruttori Gaetano Trainito e Benedetto Giaimo. La sera esco dalla caserma per fare una passeggiata (sono a piede libero da tempo) e me lo trovo di fronte. E’ solo, viene per sapere a che punto è il lavoro. Gli manifesto la mia preoccupazione per la sua incolumità, ormai è notorio che sta raccogliendo le mie rivelazioni. Mi risponde con un sorriso: non può lasciarsi sfuggire l’occasione di una passeggiata da solo. Restiamo per un pò a chiacchierare in quella strada buia, scherzando sul fatto che Cosa Nostra sta perdendo l’occasione di questa bella accoppiata e rammaricandoci che non ci sia alcun bar aperto dove poter bere qualcosa. Ridiamo insieme sulla morte una seconda volta, tempo dopo, quando casualmente ci imbarchiamo sullo stesso aereo da Palermo per Roma. Siamo in attesa di partire, mi dice che se succederà un attentato le indagini inizieranno con un grosso dilemma: chi dei due è il bersaglio? Lo vedo veramente stanco. Gli chiedo sorridendo: ma chi glielo fa fare? Mi risponde, serissimo, che a fine mese, quando prende lo stipendio di dipendente dello Stato, si autogiudica: prima di mettere i soldi in tasca si chiede se li ha guadagnati. Ogni nostro incontro, negli anni, è aperto da una frase: “Spatola, come sta la sua famiglia?”. E’ una domanda che mi tocca, si vede lontano chilometri quanto per lui sia importante la famiglia>>.

<<Li chiamo “i miei pentiti”, le loro rivelazioni hanno permesso di assestare il colpo definitivo alla mafia di Mazara, Campobello, Castelvetrano, Partanna...>>: Borsellino infila la punta di un tagliacarte nell’angolo di una busta, la lama scorre veloce lungo la carta, ecco un’altra lettera da protocollare. E’ un rapporto particolare, il suo, con i collaboratori della giustizia. Non è vissuto con il distacco che un procuratore della Repubblica può vantare rispetto a un ex criminale; la sua disponibilità personale va oltre ogni immaginazione: <<Do a tutti i miei numeri di telefono dell’ufficio, della casa di Marsala, di Palermo e di Villagrazia dove vado in estate. Sì, anche quello del cellulare. Quanti viaggi a Roma, quanti incontri con i funzionari dell’Alto commissariato per tutelare i loro interessi, assicurarne la protezione, definire pratiche che sarebbe compito di altri evadere. Lo Stato non ha ancora una legge che stabilisca regole, dia certezze, offra possibilità concrete di reinserimento a chi collabora con la giustizia: così devo occuparmene io. Quanti interventi, quante sollecitazioni perché i soldi per pagare la bolletta della luce, per l’affitto della casa, per comprare coperte o pannolini, tardano ad arrivare>>. Se la burocrazia è talmente lenta da non lasciare intravedere soluzioni, non si arrende: mette mano al portafoglio e tira fuori i soldi di tasca sua. Potrebbe limitarsi a segnalazioni d’ufficio e disinteressarsi di tutto, puntare il dito contro chi non fa il proprio dovere. Invece, per lui, trattare con un pentito è anche aiutarlo nelle piccole necessità d’ogni giorno.
Con chi bara invece, con chi cerca di ingannarlo, non è tenero. Ne sa qualcosa Vito Truglio, classe 1955, da Campobello di Mazara, pregiudicato per ricettazione e furto e confidente delle forze di polizia. Una notte ai carabinieri di Mazara arriva una segnalazione anonima: in una strada di periferia c’è un’auto con un cadavere. Gli inquirenti corrono sul posto e trovano un uomo ferito: è proprio Truglio, gran conoscitore di piccoli segreti della mafia della valle del Belice. Sanguina da una ferita alla testa, dichiara di essere sfuggito a un agguato:<<Mi hanno sparato in due>>, detta a verbale. Borsellino lo convoca in procura: vuole saperne di più. C’è qualcosa, nel racconto, che lo lascia perplesso. Al giudice, Truglio ripete la sua versione dei fatti. Spiega di essere andato in quella strada di campagna per caso. Rivela che due persone lo hanno bloccato puntandogli i fucili contro; conclude che dopo gli spari s’è accasciato sul sedile fingendosi morto. La verità, accerta Borsellino, è ben diversa: l’agguato è frutto della fantasia di Truglio. E’ lui che spara due volte dentro l’abitacolo contro il parabrezza dell’auto per avvalorare la tesi del tentato omicidio. E’ lui che si ferisce con un colpo di bastone alla testa. Il motivo della messinscena? Vuole dimostrare che le sue dichiarazioni sono temute dalle cosche, che ogni parola dei suoi racconti è verità, pretende che le sue <<rivelazioni>> non vengano sottoposte a riscontri. Finisce dritto in carcere per simulazione di reato.
<<Quanto entusiasmo nel suo racconto del primo incontro con un nuovo pentito, del legame che intreccia con ognuno di loro: “Parliamo lo stesso linguaggio”, dice.>> Agnese è seduta in cucina, indica un posto della panca di legno che è accanto al tavolo, il posto che è stato sempre occupato dal marito: <<Forse, mi spiega, sono le espressioni del viso, il sorriso, il modo di fumare la sigaretta che lo avvicinano al pentito. Secondo me, i suoi successi hanno un solo segreto: ogni volta riesce a dimostrare che è un uomo semplice, un magistrato con tanta umanità. Uno di questi mafiosi viene convinto a parlare dopo che Paolo ha messo in scena una gag da comico consumato. Con un collega giudice è nel parlatorio di un carcere per interrogare un uomo d’onore la cui omertà pare stia vacillando. Prende la parola, per primo, il suo collega: a differenza di mio marito, è poco conosciuto, non ha mai condotto grosse inchieste su Cosa Nostra. Si presenta con nome, cognome, qualifica, inizia a raccontare le indagini e i processi di cui si è occupato. L’aspirante pentito resta senza parole, non capisce cosa nasconda questo approccio: come mai Borsellino resta defilato? Non apre bocca, è disorientato, cerca gli occhi di Paolo che per tutta risposta gli offre una sigaretta e comincia a fare smorfie, ammiccamenti, quasi a volergli dire: “Lo ascolti, dopo questa premessa cominceremo io e lei a parlare di cose serie”. Ecco, si cala sullo stesso piano di molti uomini d’onore anche in questo modo. “Forse, chi si pente con me lo fa anche perché per la prima volta prova sentimenti che nella vita non ha mai vissuto. Volete la prova?” dice un giorno a tavola. “Si chiama Vincenzo Sinagra, è uno dei più spietati sicari di Cosa Nostra: è lui che, nella camera della morte di Sant’Erasmo a Palermo, scioglieva i cadaveri dei nemici nell’acido. Lo sto interrogando e lui inizia a raccontare con la massima disinvoltura tutti i delitti commessi, sul mio volto è evidente il raccapriccio per quanto sto apprendendo. Ma nel tono della sua voce percepisco un cambiamento. Siamo soli, nella stanza, io e lui. La tensione è altissima. ’Vicè’, lo interrompo, ’non facciamo cà carintra ammazzi a quarcuno?’  Lui risponde meravigliato, con il massimo candore: ‘Io ammazzare a lei? Duttù, ma chi ci pari cà sugnu un delinquente?’”>>.

 
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  • La Rivista

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    In edicola dal 28 maggio 2008

    In questo numero:

    Stragi ’93. Parla l’avvocato di Riina, Luca Cianferoni in un’intervista esclusiva al nostro direttore Giorgio Bongiovanni.
    I risultati delle elezioni politiche 2008. Approfondimento sulla figura di Marcello Dell’Utri: Attenti a quell’uomo.
    Pericolosi risvolti nella procura calabrese al centro di importanti inchieste. Dalle cimici, ai corvi è come un assedio.
    Calcestruzzi spa sotto inchiesta. Contatto con Cosa Nostra. Nuove collaborazioni e successivi arresti. E’ la fine del sistema Lo Piccolo. Proseguono i grandi processi a Palermo. Da Mercadante a Borzacchelli. Nuova inchiesta su Cuffaro.
    La relazione della Commissione Antimafia sulle grandi capacità d’infiltrazione della ‘Ndrangheta.
    Csm e Anm sotto accusa. Responsabilità e i silenzi nel caso De Magistris. Speciale droga. Le sostanze che invadono l’Europa.
    Le ultime novità del processo “De Mauro”.
    Ed altro ancora…

     

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  • Editoriale

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    Baciamo le mani

    Eccoci qui con il nostro governo nuovo di zecca. Ha stravinto il Partito delle libertà di Berlusconi con l’apporto fondamentale della Lega Nord, il Partito Democratico di Veltroni ha subito una pesante sconfitta e i partiti di estremità sia a destra che a sinistra sono scomparsi dal parlamento. E’ il volto della nuova Italia bipolare nella quale, come già ci hanno dimostrato, si va d’accordissimo, c’è pace e dialogo perché il paese ha bisogno di stabilità e non c’è tempo da perdere.

    E guai a chi vuol fare da guastafeste e minare il dialogo, viene linciato con la verga bipartisan.

    A inaugurare il nuovo metodo all’educato olio di ricino è stato Marco Travaglio. Che si è permesso ancora una volta di utilizzare la televisione come organo di informazione, cioè si è preso la briga, ad autentico sprezzo del pericolo, di dare ai cittadini una notizia. Per altro non esclusiva.

    Invitato da Fabio Fazio nella trasmissione Che tempo che fa ha osato informare i cittadini italiani che il neo-presidente del  Senato Renato Schifani ha avuto, nel procedere della sua carriera, amicizie e frequentazioni poco raccomandabili. Con boss mafiosi per l’esattezza.


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  • Terzo Millennio

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    Inserto Terzo Millennio N. 58

    In questo numero:


    Nell'ambito del simposio internazionale indetto a Torino lo scorso 28 e 29 marzo dal titolo “From Global Warning to global policy” Giulietto Chiesa ha parlato di recessione mondiale e crisi ambientale, energetica e finanziaria. Questioni cruciali che stanno scuotendo il mondo intero.
    Fame nel mondo e povertà estrema. Una realtà sempre più vicina a noi, ma di chi è la colpa?
    Il Kosovo come le ciliegie: un'indipendenza tira l'altra. Quali saranno le conseguenze?
    Dal sequestro di Ingrid Betancourt in Colombia all'elezione di Fernando Lugo in Paraguay: guerra, corruzione e speranza in America Latina.
    Libera l'Acqua: proseguono le iniziative delle associazioni del Cipsi per promuovere la campagna sull'oro blu.
    Appello per un'informazione libera: un nuovo format televisivo per garantire libertà e democrazia nell'informazione.
     
 

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