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Antimafia Duemila

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Home arrow La Rivista arrow Editoriali arrow I pentiti del terzo millennio
I pentiti del terzo millennio PDF Stampa E-mail
Brusca, Cancemi e Giuffré svelano i patti segreti di Riina e Provenzano
di Giorgio Bongiovanni e Anna Petrozzi



Nessuno conosce veramente tutti i segreti di Salvatore Riina e di Bernardo Provenzano, nessuno a parte loro stessi. E forse in fondo in fondo oggi non si fidano più nemmeno l’uno dell’ altro.
Poche parole, uno sguardo, un’alzata di sopracciglia, ma soprattutto niente domande. Una regola ferrea e imprescindibile, uguale per tutti, compresi i capi mandamento e i capi provincia.
Con questa tattica Riina assegnava compiti e pianificava strategie a compartimenti stagni, dispensando la verità a gocce, senza mai rivelare ad alcuno il piano generale. Provenzano ha proseguito con la stessa metodologia e non è da escludere che il suo piano fosse ancora più grande di quello del capo stesso.
Imprendibile da quarant’anni, “mente raffinatissima”, straordinarie capacità diplomatiche e grande carisma. Si muove sull’intero territorio siciliano come un fantasma, sfuggito per miracolo, o per la giusta soffiata, a più operazioni delle forze dell’ordine che si sono dovute accontentare, nel migliore dei casi, del covo ancora caldo e dei “pizzini”.
Salvatore Riina era uno spietato dittatore, Bernardo Provenzano un  finto moderato che ha saputo tessere silenziosamente e in disparte la sua tela nella quale sono caduti nemici e amici.
Ma chi sono veramente Salvatore Riina e Bernardo Provenzano?
Perché è così importante per gli inquirenti scavare nelle loro personalità, setacciare abitudini ed aspetti caratteriali?
Chiavi di accesso. Password per comprendere i loro criptici codici.
Elementi che ci potevano dare solo coloro che avevano l’onere e l’onore di accedere al loro tavolo. Elementi che indicano strade che conducono ben oltre le tragedie familiari e i giochi di potere interni a Cosa Nostra. Elementi che permettono di intuire la vera portata criminale della mafia, al di là dai confini della bellissima e dannata Sicilia.
Dettagli che hanno potuto confessare solo Giovanni Brusca, Salvatore Cancemi e Antonino Giuffré.
San Giuseppe Jato, Porta Nuova e Caccamo i mandamenti di cui erano i capi, carica che consentiva loro di partecipare alle riunioni esecutive dell’organo supremo di Cosa Nostra: la Commissione.
Ma non solo. Stralci di vita vissuta, di ragionamenti a mezza bocca,  di mangiate per le feste di Natale e ovviamente strategie politiche, economiche e stragiste di cui parlare.
Ognuno ha raccontato la sua storia. Parti di un unico puzzle pazientemente ricostruito dai magistrati ancora alla ricerca di tutti i pezzi che compongono il quadro generale di quella verità ultima fatta di convivenze e cointeressenze che può sconfiggere l’organizzazione, definitivamente.

Salvatore Cancemi

Era molto presto quella mattina, le cinque, forse le sei. Bussò alla caserma dei carabinieri di piazza Verde e chiese di parlare con il capitano.
“Sono Salvatore Cancemi, sono un latitante e sono venuto a consegnarmi”.
Il 22 luglio 1993 il rappresentante del mandamento di Porta Nuova, vice di Pippo Calò, andava a costituirsi, scrivendo così la parola fine a una brillante carriera mafiosa durata vent’anni.
Un evento senza precedenti, un boss della cupola che decide spontaneamente di passare dalla parte dello Stato.
“E’ stato un assommarsi di cose che piano piano cominciavano a passarmi per la mente. Poi Riina fece quella riunione in cui si parlò dei collaboratori di giustizia, che erano il peggior pericolo per Cosa Nostra. ‘Noi ci dobbiamo ammazzare fino al ventesimo grado di parentela a partire dai bambini di sei anni’. Queste sono state le sue parole. E diciamo che è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso”
Così ha spiegato la sua scelta.    
Per prima cosa chiese di informare il capitano Ultimo, il carabiniere che catturò Riina, che c’era un progetto omicida nei suoi confronti, poi spiegò che quella mattina avrebbe dovuto incontrarsi con Carlo Greco, il capo del mandamento di S. Maria di Gesù assieme a Pietro Aglieri, per poi raggiungere Bernardo Provenzano in una località segreta. Per tanto, se volevano, potevano prendere il capo di Cosa Nostra.
Molto sorpresi e molto scettici i carabinieri non gli credettero, convinti tra l’altro, che Provenzano fosse morto poiché dopo un decennio la sua famiglia era tornata a vivere e a lavorare a Corleone. Segno, secondo loro, che il capo era stato in qualche modo eliminato. In realtà, poco tempo dopo una lettera del boss indirizzata al suo avvocato, diede ragione a Cancemi: un’altra preziosa occasione mancata.
Non fu facile per l’ex mafioso dire tutto quello che sapeva, soprattutto sui grandi delitti.
“Come una vite arrugginita che piano piano si svita”, Totò Cancemi ha parlato della sua affiliazione, del suo ruolo in seno all’organizzazione, ha confessato omicidi commessi e commissionati e ha consegnato allo Stato beni per cento miliardi di lire, accumulati con il traffico di droga, affari illeciti, ma anche, ci tiene a precisarlo, con il suo lavoro onesto.
Cancemi infatti fino a 34 anni aveva condotto una vita normale, sposato, due figlie, gestiva le macellerie di famiglia che gli rendevano un buon guadagno.
Fu Vittorio Mangano il suo padrino di affiliazione. Erano amici, si conoscevano da sempre, come d’abitudine nei quartieri siciliani. Andavano spesso a prendersi un caffè o un gelato, e chiacchieravano, parlavano. Il giovane macellaio non lo conosceva come uomo d’onore, ma sapeva benissimo di trovarsi di fronte ad un uomo fuori dal comune a cui tutti portavano rispetto.
“Mah, io già guardavo Vittorio Mangano con ammirazione, ma non è all’inizio che si prova qualcosa di speciale: si prendeva gusto, mi piaceva pensare che una persona importante si fidava di me, ero uno che riceveva la sua confidenza. Inizia così il cambiamento di una persona [...]  Semplicemente mi sono lasciato trasportare, era come se mi fossi messo nelle mani di Vittorio Mangano e se magari capitava di non vederlo, subito mi nasceva il desiderio di andarlo a cercare. Pensate solo il fatto di poter stare vicino a lui... ”.
Così alla sua prima richiesta di commettere un omicidio, “ho detto subito sì”.
Non gli aveva fatto nessun effetto uccidere, lo ammette senza problemi, ma racconta di quella volta che invece aveva partecipato ad uno strangolamento: “Mi è rimasto impresso perché teneva in mano una busta della spesa con la carne per i suoi figli. Mi ha assalito un rimorso... poveretto quello stava portando da mangiare ai suoi figli”.
Quel primo crimine gli era valso l’ingresso ufficiale in Cosa Nostra, alla presenza del capo del mandamento Pippo Calò.
Poi una rapida carriera: da soldato semplice a capo decina, e con l’arresto di Calò, la nomina a reggente del mandamento decisa dal capo di Cosa Nostra in persona.
Un salto qualitativo importante dovuto in parte alla profonda amicizia che lo legava a Raffaele Ganci, uomo d’onore vicinissimo a Salvatore Riina, e capo del mandamento della Noce.
“Noi (io e Ganci) eravamo quasi sempre assieme, anche prima di fare parte di Cosa Nostra perché avevamo le macellerie e andavamo insieme al mercato a vendere e comprare le bestie”. 
Un rapporto privilegiato di grande spessore che permise a Cancemi di venire a conoscenza di notizie riservate e soprattutto di accedere direttamente a Riina.
Fu proprio mentre parlava con Ganci di ritorno da Capaci dove si erano recati per verificare che i preparativi per la strage stessero procedendo secondo i piani che Cancemi raccolse quella confidenza che ha rappresentato la svolta definitiva per la sua collaborazione. In bene e in male.
Troppo importante il suo ruolo perché potesse non sapere nulla delle stragi.
I magistrati insistono, altre collaborazioni di rilievo lo inducono a prendere coraggio e a rivelare tutto ciò che sa.
“Vorrei che voi poteste mettervi nei miei panni per un attimo. Venti anni dentro un’organizzazione segreta di cui non sapeva niente nessuno, nemmeno la mia famiglia. Ho sparato per conto di Riina, ho ucciso, odiavo lo Stato e tutti voi che eravate i miei nemici. Non è facile e non è stato facile rinnegare tutto e passare dall’altra parte. Io sono stato un assassino, ma sono sempre una persona e i miei travagli interiori sono stati dolorosissimi. E non solo i miei. Uomini d’onore e persino capi importanti come Pippo Gambino e Francesco Intile non hanno resistito e si sono suicidati. Io ho avuto bisogno di tempo per trovare la forza.
Io dovevo dire cose terribili e le ho dette. La verità non è mai tardiva, basta che sia verità; se è menzogna si troveranno le prove e comunque cadrà”.
Gli credono i giudici dei processi per le stragi del 1992 e del 1993 nei diversi gradi di giudizio. Non possono fare a meno di evidenziare la sua iniziale reticenza, ma la portata storica e la gravità delle sue affermazioni ne forniranno la spiegazione più logica. I suoi detrattori, al contrario, vorranno vedere nel silenzio sui delitti eccellenti un tentativo di farla franca e quindi l’inattendibilità.
Mai nessuna sentenza però ha dato loro credito.
Facile comprendere perché una volta determinato a dire la verità Cancemi è stato violentemente attaccato sia da Cosa Nostra che da buona parte della stampa nazionale italiana.
L’infamia gli è venuta proprio dal fraterno amico. Raffaele Ganci lo accusa di avere abusato di una cugina: da cui la consegna ai carabinieri per evitare la pena capitale stabilita dalle regole galanti di Cosa Nostra.
D’altra parte anche il boss della Noce aveva da difendere il suo onore.
Cancemi infatti aveva riferito agli inquirenti che il compare gli aveva consigliato di non recarsi ad alcun appuntamento fissato da Provenzano. E così fece, forse scampando ad un agguato. Rivelare questo particolare però ha significato fare di lui uno “sbirro”.
E Ganci non ha mancato di manifestare tutto il suo disprezzo in un drammatico confronto in cui mentre Cancemi lo pregava di passare dalla parte della giustizia, questi dichiarava di non conoscerlo e di non averlo mai visto.
Eppure era stato lui a raccontargli delle “persone importanti”.
In macchina, mentre tornavano dal loro giro di ricognizione a Capaci e si domandavano pensierosi su come sarebbe andata a finire, Ganci cercò di tranquillizzare l’amico. “Sai Totù, o zio Totuccio (Riina) si è incontrato con persone importanti”.
Cancemi non sa a chi sta facendo riferimento e nemmeno si azzarda a fare domande, come impone il codice d’onore.
Ma i suoi ragionamenti li ha fatti. Si ricordava perfettamente quelle conversazioni con Riina.
“Totù, dicci a Vittorio Mangano che si deve mettere da parte perché Berlusconi e Dell’Utri ce li ho nelle mani io. E questo è un bene per tutta Cosa Nostra”.
In qualità di capo del mandamento di Porta Nuova da cui dipendeva anche Mangano, Cancemi doveva, in virtù di quelle regole di cui Riina era molto rispettoso, non solo essere informato della nuova direttiva, ma eseguirla in prima persona.
Mangano se ne era un po’ risentito, ma alla fine aveva ubbidito.
“Totù, ma che stai dicendo, io ce li ho nelle mani da una vita! Ma perché qual è il problema? Non sono un uomo d’onore io?” “Vittò, fammi sta cortesia, lo sai che ti voglio bene, ma quando Riina mi dice che è un bene per tutta Cosa Nostra, mi vuoi dire cosa ci devo andare a dire io?”.
Riina aveva un progetto ben preciso di cui Cancemi conosce una piccola parte, abbastanza però da fornire una ricostruzione plausibile dei fatti.
Innanzitutto le stragi. Quei massacri che strapparono la vita a Giovanni Falcone, a sua moglie, a Paolo Borsellino e agli uomini delle loro scorte rientravano, secondo il collaboratore, in una strategia volta proprio ad ottenere quel “bene”.
Prima però occorreva togliere di mezzo quei vecchi amici che non avevano mantenuto le promesse, come Salvo Lima, europarlamentare e massimo esponente della DC in Sicilia, che non si era attivato a dovere presso Roma affinché la Cassazione non consacrasse definitivamente le condanne all’ergastolo del maxi processo. Poi i due nemici giurati di Cosa Nostra: Falcone e Borsellino, ma non solo. Le loro indagini stavano passando dalla mafia militare a quella imprenditoriale degli appalti e soprattutto del riciclaggio e quindi del reinvestimento di denaro sporco in attività lecite con il fine ultimo di far sparire Cosa Nostra nel circuito economico legale.
Falcone e Borsellino che avevano compreso “il gioco grande” lottavano contro il tempo e contro tutti, fatta eccezione di pochissimi, per impedire l’irreparabile. E’ chiaro che si intromisero negli interessi di molti, di Cosa Nostra di certo, e anche di tutti quelli che attendevano con ansia di guadagnare anche dagli introiti immensi della mafia, compreso qualche grande burattinaio dell’alta finanza e della politica.
Due piccioni con una fava.
La confessione di Cancemi sui retroscena della strage di via D’Amelio ha svelato il più inquietante degli scenari.
“Riina ha sottolineato che questa strage del dottor Borsellino si doveva fare con una certa urgenza”.
Una rarità per le abitudini criminali di Cosa Nostra sempre molto attenta a non commettere passi falsi.
Per Cancemi infatti “Riina è stato preso per la manina in questa strategia perché, va bene che era pazzo, ma non così tanto”. Quindi “sicuramente aveva preso accordi con qualcuno per cui doveva fare questa cosa, al cento per cento”.
Tanto che alle perplessità di un Ganci un po’ preoccupato per tanta fretta Riina avrebbe puntato i pugni e gli avrebbe detto: “Falù (Ganci Raffaele ndr.), fermo. La responsabilità è mia, me la piglio io, si deve fare al più presto possibile”.
Qual era però la contropartita?
Cancemi spiega anche questo.
“Riina aveva preparato per queste ‘persone importanti’ una serie di richieste utili per Cosa Nostra. Aveva un fogliettino, quello che è stato chiamato ‘papello’, per intenderci, in cui erano scritte le necessità di Cosa Nostra. L’ha tirato fuori in riunione. Tra le varie cose mi ricordo che c’era l’annullamento dell’ergastolo, la scarcerazione di alcuni boss, l’abolizione della legge sui collaboratori di giustizia e altro...
Era tranquillo, ci disse che le cose stavano andando bene, che per ottenere queste richieste dovevamo sfiduciare le persone in sella, cioè i politici che comandavano in quel momento, nel 1992, e sostenere questi personaggi, Berlusconi e Dell’Utri, che una volta al potere ci avrebbero aiutato. Quindi diceva: ‘noi li dobbiamo garantire oggi e domani ancora di più, perché questo sarà un bene per tutta Cosa Nostra”.
Una trattativa quindi?
Un patto, precisa.
Ma gli eventi non si verificarono come si aspettava Riina. Che fu arrestato il 15 gennaio 1993. Il dialogo a suon di bombe, invece, proseguì.
Questa volta fuori dalla Sicilia: a Firenze, Milano e Roma. Vittime innocenti e il patrimonio artistico danneggiato. Un fallito attentato allo stadio olimpico e poi, di colpo, finì tutto.
Cosa è accaduto? Una domanda a cui Cancemi non ha saputo rispondere poiché era già detenuto.
Ma di certo sa chi ha proseguito la strada già tracciata da Riina, perché glielo disse Provenzano nell’ultimo incontro.
“Mi disse: ‘Totuccio, stai tranquillo, tutto quello che ha fatto ‘u zu Totuccio va avanti, non ci fermiamo di niente”.

Giovanni Brusca

C’è chi dentro la mafia ci nasce, la respira fin da piccolo ed entrare a far parte di Cosa Nostra è solo un proforma. Per Giovanni Brusca si potrebbe parlare di successione, di diritto ereditario.
Figlio di Bernardo Brusca, capo mandamento storico di San Giuseppe Jato, viene combinato da Salvatore Riina in persona quando non aveva ancora vent’anni. E’ un killer spietato e sanguinario, “ho commesso e ordinato personalmente oltre centocinquanta delitti. Ancora oggi non riesco a ricordare tutti, uno per uno, i nomi di quelli che ho ucciso. Molti più di cento, di sicuro meno di duecento. Ho strangolato parecchie persone. Ho sciolto i cadaveri nell’acido muriatico. E, prima di farlo, molti li ho carbonizzati su graticole costruite apposta”. Ma soprattutto è l’assassino di Giovanni Falcone e il mandante dell’omicidio del piccolo Di Matteo, figlio di Santino, collaboratore il cui cadavere fu sciolto nell’acido. Per questo il suo nome è famoso e nell’immaginario collettivo è ricordato come un mostro.
Il filmato della suo arresto, avvenuto il 20 maggio 1996, mentre le forze di polizia lo trascinano fuori dalla questura di Palermo esultanti, è stato trasmesso decine di volte i questi anni. Difficile dimenticare quelle scene visto che hanno rappresentato l’emblema del riscatto dello Stato che vendicava Giovanni Falcone. 
Eppure la sua collaborazione con la giustizia è tra le più importanti e valide nella storia del pentitismo. Se non fosse stato per lui, della morte del giudice Falcone sapremmo poco o nulla, così come è tradizione in Italia dove, senza pentiti, non si è mai scoperto niente sulle stragi.
All’inizio il suo rapporto con lo Stato è difficile. Gli inquirenti infatti si accorgono che è impreciso e che sta cercando di salvare qualche amico. La situazione poi si complica quando il suo avvocato Vito Gangi rivela ai magistrati di un colloquio avuto tempo prima con Brusca. Questi gli aveva detto che, se mai fosse stato necessario, avrebbe utilizzato un fortuito incontro in aereo con l’onorevole Violante come elemento di prova contro i pentiti. Cioé avrebbe riferito che si era visto con il politico per organizzare un complotto ai danni dell’onrevole Andreotti, e i biglietti d’imbarco sarebbero stati un riscontro, così da screditare le dichiarazioni dei collaboratori.
Tuttavia Brusca assicura ai magistrati di non aver avuto nessuna intenzione di mettere in atto quel piano, cosa che fece e di voler collaborare seriamente.
Passerà comunque molto tempo prima che riesca a riguadagnarsi la piena fiducia e solo dopo anni di
detenzione in isolamento potrà accedere al programma di protezione.
“Dopo quasi tre anni di collaborazione, il giudizio conclusivo dei magistrati sulle mie parole è favorevole. Resto in carcere, in isolamento, ma sono stato io a chiederlo. La solitudine mi ha portato a riflettere e a riacquistare la mia lucidità. Proprio questa condizione mi consente di collaborare in modo chiaro e definitivo. Non avere più rapporti con l’esterno è diventato un mio punto di forza”.
Racconterà poi che sulla eventualità di collaborare ci stava già pensando quando ancora era latitante. Grazie a Salvatore Cancemi. Questi infatti aveva riferito ai procuratori che Salvatore Riina voleva far ammazzare Giovanni Brusca e Salvino Madonia perché avevano iniziato un traffico di droga nel trapanese senza informarlo. Un colpo durissimo per il giovane boss, diventato ormai capo mandamento in sostituzione del padre.
“Ho vissuto nel culto di Riina, ma lui si è sfarinato ai miei occhi da un giorno all’altro. [...]
Appresi che Riina, in presenza di Cancemi , e riferendosi a me, aveva detto: “Sarebbe cosa da ammazzarlo”. Seppi poi che Cancemi riferì la circostanza a Salvatore Biondino, uomo di assoluta fiducia di Riina. Questa rivelazione mi fece più rabbia, mi diede più fastidio che se mi avesse ammazzato veramente. In quel momento avrei accettato anche questo, perché si muore una volta sola, non due o tre. Visti i miei rapporti con Riina e i rapporti fra lui e mio padre, Bernardo Brusca, mi sarei aspettato un chiarimento.
[...] Quando iniziai a prendere in considerazione la possibilità di tradire Cosa Nostra e Totò Riina mi facevo forte del fatto che il primo tradimento contro i Brusca lo aveva consumato proprio Riina.
Era stato lui a spezzare una tradizione trentennale di amicizia disinteressata, di frequentazioni tra le nostre famiglie, di rischi vissuti in comune, disprezzandomi pubblicamente. Ecco perché mi cadde il mondo addosso quando Cancemi raccontò quei fatti”.
Una volta imboccata la strada della collaborazione Brusca non ha più fatto neanche un passo falso. Anzi. Decine e Decine di processi, centinaia e centinaia di ergastoli comminati e casi finalmente risolti.
Ma così come Cancemi è sulle stragi del biennio ‘92-’93 che il boss di San Giuseppe Jato ha dato il contributo più significativo. Anche perché la sua ricostruzione è andata a completare ed integrare quella dell’altro capo mandamento consentendo una visione più ampia della strategia stragista.
Vennero fatte più riunioni in cui Riina aveva illustrato il suo progetto di morte.
Dopo Capaci Brusca era andato a trovare il suo capo per sapere se c’erano state novità. Il boss, soddisfatto gli aveva spiegato: “Si sono fatti sotto. Gli ho presentato un papello così grande di richieste”. Le stesse identiche di cui parla Cancemi.
Il collaboratore non sa con chi sta trattando il boss, non glielo dice, ma gli ordina di bloccare la sua di trattativa. Infatti già da diverso tempo Brusca sta cercando di ottenere tramite Antonino Gioè, suo uomo di fiducia, benefici carcerari per il padre Bernardo e per alcuni altri mafiosi.
Il Gioè, attraverso un trafficante d’arte legato ai servizi segreti e all’eversione nera, tale Bellini, sotto le strette indicazioni di Brusca, sta “colloquiando” con un maresciallo dei carabinieri, Roberto Tempesta, del nucleo Tutela Patrimonio Artistico. In cambio del ritrovamento di oggetti d’arte di grande valore rubati Cosa Nostra vuole che i suoi detenuti siano trattati come si conviene agli uomini di rispetto.
Tempesta si rivolge ai superiori che negano la possibilità di una simile negoziazione, il prezzo è troppo alto.
Solo nel suo isolamento, il neo pentito riflette. Si chiede chi poteva essere il tramite dei messaggi del boss allo Stato. Pensa immediatamente ad Antonino Cinà, uomo d’onore della famiglia di S.Lorenzo nonché medico di fiducia di Riina, quale autore del papello. E indovina. Vito Cianciminio, ex sindaco di Palermo e uomo nelle mani dei corleonesi conferma ai giudici che proprio con Cinà stavano conducendo una trattativa con i carabinieri, in particolare il generale Mario Mori e il capitano De Donno. I due ufficiali hanno spiegato alle autorità che dopo la strage di Capaci stavano battendo tutte le strade possibili per pervenire alla cattura di Riina. (Anche dietro il maresciallo Tempesta, infatti, c’era  Mori). E per far sì che cessassero le stragi.
Entrambi però giurano di non aver mai visto questo “papello”, né di averne mai sentito parlare. Eppure Riina, qualche tempo dopo la strage di via D’Amelio e l’omicidio di Ignazio Salvo, manda a dire a Brusca, tramite Biondino, che ci sarebbe bisogno di un ulteriore “colpetto” per sbloccare la trattativa che intanto si è arenata perché i suoi interlocutori non hanno accettato le sue richieste. Ma chi sono allora?
L’obiettivo immediatamente successivo è il giudice Piero Grasso, oggi capo della Procura di Palermo. La scamperà solo per motivi tecnici perché la vicinanza di una banca alla sua abitazione interferiva con i comandi a distanza! Il progetto venne rinviato.
La mattina del 15 gennaio c’era in agenda una riunione al vertice di tutti i componenti della Commissione, ma i piani saltarono completamente. Riina fu arrestato con Salvatore Biondino e agli altri non rimasero che supposizioni.
Sia Brusca che Cancemi ipotizzano che l’incontro avevo lo scopo di definire il punto della situazione, i risultati della strategia stragista e le prossime mosse da fare.
All’indomani della cattura del boss regnavano la confusione e la rivalità.
Giovanni Brusca, Leoluca Bagarella, Matteo Messina Denaro e i fratelli Graviano non avevano dubbi: bisognava continuare con le bombe fino ad ottenere risposte positive.
Bernardo Provenzano, Antonino Giuffré, Pietro Aglieri, Benedetto Spera, Raffaele Ganci, Salvatore Cancemi, Michelangelo La Barbera, Matteo Motisi, Piddu Madonia a Caltanissetta e Nitto Santapaola a Catania sono dell’opinione contraria. Basta con il sangue, cerchiamo altre strade.
Come andò a finire è storia.
Firenze, Milano e Roma furono messe a ferro e fuoco, undici vittime, tantissimi feriti e gravi danni al patrimonio artistico del paese.
Ma come venne in mente a quattro mafiosi ignoranti di mettere le bombe in centri turistici e artistici nevralgici come la galleria degli Uffizi o a San Giorgio al Velabro?
Torniamo a Bellini. Brusca racconta di avere assistito, nascosto in soffitta, ad una conversazione tra il faccendiere e Gioè nella quale questi spiegava un’interessante teoria:  “Se tu vai ad eliminare una persona, se ne leva una e ne metti un’altra. Se tu vai ad eliminare un’opera d’arte, un fatto storico, non è che lo puoi andare a ricostruire, quindi lo Stato ci sta molto attento, quindi l’interesse è molto più per la persona fisica”.
Un consiglio, un “buon” suggerimento che Cosa Nostra seppe ascoltare.
Rimane da sapere come mai ad un certo punto, come d’incanto, tutto si calma e Cosa Nostra piano piano si inabissa e non se ne sente più parlare.
Forse Brusca e Bagarella avevano avuto ragione con la metodologia del braccio di ferro, peccato che gli eventuali interlocutori non sono stati loro.
E’ rimasto Bernardo Provenzano imperturbabile a tirare le fila e a gestire i risultati di dieci anni di paziente lavoro di ristrutturazione.
Ma chi sono i nuovi referenti?
Brusca sa per certo che il canale con le “persone importanti” rimase aperto e facilmente perseguibile tramite Vittorio Mangano, ma non fu lui a seguire quel contatto e non ricevette confidenze precise in questo senso come invece Cancemi. E Antonino Giuffré.

Antonino Giuffré

“Se siete interessati a catturare Giuffré, lo trovate in un casolare tra Vicari e Rocca Palumba. Di mattina presto, il 16 aprile”. Tre telefonate per assicurarsi che la cattura andasse in porto. E una precisazione avrà con se “le carte, i pizzini, roba che vi interessa”.
Così, l’anno scorso, con un blitz alle prime ore dell’alba il numero due di Cosa Nostra è finito in manette.
Prima o poi doveva accadere, se lo aspettava, ma non certo a causa di un tradimento.
Allora ha cominciato a riflettere, anche lui come Brusca aveva dedicato la sua vita a Cosa Nostra, latitante da otto anni, si nascondeva in miseri casolari lontano dall’affetto della famiglia e dalle comodità. Nonostante questo con una telefonata qualcuno aveva liquidato tanti anni di onorato servizio.
E allora non valeva più la pena riconoscersi in una Cosa Nostra che guarda solo al denaro e agli affari.
“I motivi che mi hanno spinto a collaborare con la giustizia sono molteplici: alcuni sono intimi, personali... Inoltre, dopo un lungo periodo di riflessione, ho capito che non vi erano i presupposti per restare a far parte di Cosa Nostra”.
Tradito, tradisce e comincia a raccontare ciò che mancava sapere, da Brusca in poi, delle strategie dei vertici mafiosi.
“Ho fatto parte dell’organizzazione Cosa Nostra dal 1980. Faccio parte della famiglia di Caccamo. Sono stato iniziato da Ciccio Intile, rappresentante della famiglia di Caccamo. Mio padrino, quando sono stato combinato, è stato Giovanni Stanfa. Ho collaborato con Bernardo Provenzano per più di vent’anni, diciamo che ero il suo collaboratore principale. Da lui avevo ricevuto l’incarico di ristrutturare Cosa Nostra su vasta scala. Il mio ruolo personale all’interno di Cosa Nostra in questi ultimi anni si è molto esteso, non solo sulla provincia di Palermo, ma anche su altre province”.
Provenzano era quindi uscito vincitore assoluto dalla guerra fredda con Bagarella e Brusca per il controllo di Cosa Nostra.
Tommaso Buscetta
La mafia ha vinto! E’ l’amara riflessione del primo pentito di mafia Tommaso Buscetta in una intervista concessa al giornalista Saverio Lodato a distanza di quindici anni dall’inizio della sua collaborazione. <<A settantun anni mi devo rendere conto di avere sbagliato previsione, e insieme a me l’aveva sbagliata il dottor Falcone al quale è stata tolta la vita… - diceva  Tommaso Buscetta - Che errore colossale: la mafia ha assunto un ruolo molto più grande di quello che aveva in passato. E’ diventata un fatto politico. E’ riuscita a diventare invisibile senza scomparire>>. E’ il bilancio pessimista quello che traccia, a distanza di anni, il primo pentito di mafia parlando dello stato attuale della lotta alla criminalità organizzata.
E’ proprio grazie alle sue rivelazioni che viene istruito il primo maxiprocesso e per la prima volta vengono svelati nomi e meccanismi di potere di Cosa Nostra. <<Io non sono un pentito. Io ho rinnegato, ho disconosciuto un’istituzione nella quale ho creduto. Non sono un pentito: sono solo un uomo stanco e tormentato che, arrivato ad un certo punto della sua vita, si è reso conto di che cosa è diventata la mafia e si è convinto ad aiutare la giustizia a smantellarla>>.
Nato a Palermo il 13 luglio 1928, Don Masino, muore negli Stati Uniti all’età di 71 anni, il 2 aprile del 2000, dove viveva da tempo sotto il nome di “Roberto”. Membro della famiglia mafiosa di Porta Nuova, nel 1948 diventa uomo d’onore. Ma sale in fretta i gradini dell’organizzazione fino a conquistare un ruolo di primo piano. Nel 1961, quando esplode la prima guerra di mafia sceglie la latitanza. A novembre del 1972 viene arrestato a  Rio De Janeiro con l’accusa di traffico internazionale di narcotici e rispedito a  Fiumicino. Fino al 1980 è in carcere. Quando ottiene la semilibertà rientra in Brasile. Nel 1983 viene riarrestato ed estradato per la seconda volta.
Il 16 luglio 1984 avviene la svolta. Buscetta incontra il giudice Falcone ed inizia la sua collaborazione con la giustizia italiana.
<<L’avverto signor giudice. Dopo questo interrogatorio lei diventerà una celebrità. Ma cercheranno di distruggerla fisicamente e professionalmente. E con me faranno lo stesso. Non dimentichi che il conto che ha aperto con Cosa Nostra non si chiuderà mai. E’ sempre del parere di interrogarmi?>> Inizia così la sua collaborazione…Diventa il più grande accusatore di Cosa Nostra.
Don Masino fu il primo a parlare di “commissione”, “cupola”, “capidecina”, “famiglie”. di un’organizzazione criminale basata sulla segretezza. <<Sono stato un mafioso e ho commesso degli errori per i quali sono pronto a pagare>>, esordisce “il boss dei due mondi”. Parla per 45 giorni di fila. Con le sue confessioni spedisce in carcere oltre 500 mafiosi. Consegna ai giudici gli esattori Nino e Ignazio Salvo, e Vito Ciancimino. <<E’ un terremoto – dichiara il sindaco Insalaco -, un terremoto mai visto. Adesso la città osserva, riacquista fiducia, ma c’è in giro tanta preoccupazione>>. Quando gli viene chiesto perché ha deciso di collaborare risponde: <<Non avevo altra scelta: o continuavo a tacere, come avevo fatto, oppure andavo fino in fondo. E così è stato>>.
Dopo le stragi di Capaci e di via D’Amelio in cui persero la vita i giudici Falcone e Borsellino decide di parlare anche dei rapporti tra mafia e politica. Dice che l’eurodeputato Salvo Lima era un uomo d’onore e Giulio Andreotti è  il riferimento più alto di Cosa Nostra nella politica. <<…feci il nome di Andreotti. Raccontai quello che sapevo: l’incontro descrittomi da Badalamenti, fra lo stesso Badalamenti, uno dei Salvo, Filippo Rimi e Giulio Andreotti. I tre si recarono presso lo studio romano dell’uomo politico per ringraziarlo personalmente>>. Pagò a caro prezzo il suo pentimento!
Nei suoi confronti si erano già accaniti i clan rivali dei corleonesi che l’8 novembre uccidono il cognato Mariano Cavallaro, l’11 settembre 1982 i figli Antonio e Benedetto, il 26 dicembre il genero Giuseppe Genova, tre giorni dopo il fratello Vincenzo e il nipote Benedetto. In cambio della sua deposizione viene trasferito negli USA, dove ottiene il programma di protezione per sé e per la sua famiglia. Seguono l’uccisione del cognato Pietro Busetta e del nipote Domenico (7 marzo 1995). <<Provo un grande rimorso nei confronti dei miei affetti. Mi pesa la maledizione di mia sorella privata dal marito per colpire me…>> dirà in seguito Buscetta. Personaggio controverso ha fatto parlare molto di sé. Così lo ricorda il Giovanni Falcone in un suo libro: <<Prima di lui, non avevo  - non avevamo - che un’idea superficiale del fenomeno mafioso. Con lui abbiamo cominciato a guardarvi dentro. Ci ha fornito numerosissime conferme sulla struttura, sulle tecniche di reclutamento, sulle funzioni di Cosa Nostra. Ma soprattutto ci ha dato una visione globale, ampia, a  largo raggio del fenomeno … oserei dire che … ci ha insegnato un metodo>>.
Se la tattica delle bombe in continente abbia o non abbia avuto effetto è un segreto del fantasma. Sta di fatto che nel silenzio post deflagrazioni il vecchio corleonese ha rimesso in piedi l’intera organizzazione grazie al prezioso ausilio di una sorta di direttorio, costituito dai boss di grosso calibro a lui fedelissimi, che è andato a sostituire la Commissione. E a un’intoccabilità degna di Al Capone. (Anche se guardato a vista da Matteo Messina Denaro, un altro dei grandi capi latitanti di Cosa Nostra).
La sua latitanza ha raggiunto quota quaranta anni e, conferma Giuffré, nessuno sa dove si trovi, nemmeno i suoi uomini più fidati, lui compreso. Lo aveva incontrato solo sei giorni prima di venire consegnato e lo aveva trovato in ottima salute, niente più problemi di prostata e un colorito roseo, magro, di bassa statura, leggermente stempiato, capelli brizzolati.
Un nuovo identikit per gli inquirenti; al momento ancora riservatissimo.
E’ minuzioso Giuffré nelle sue descrizioni. Parla lentamente e soppesa ogni parola. Sentito dalle procure di mezza Italia sta testimoniando in decine di processi.
Mandamento per mandamento ha riferito i nomi dei nuovi capi e degli aggregati, ha ripercorso anni di tragedie e complotti, ma soprattutto ha consegnato il suo intero archivio di corrispondenza con Provenzano e altri boss come Salvatore Lo Piccolo, capo di Palermo, scrupoloso registro di appalti truccati e “messe a posto”.
Per conto del capo di Cosa Nostra, Giuffré faceva da esattore in quasi tutte le province mafiose, fino ad Agrigento e era persino riuscito a “riagganciare” quel Matteo Messina Denaro, potentissimo rappresentante della provincia di Trapani, solitario e rispettoso del Provenzano quanto basta per convivere pacificamente e farsi ognuno i fatti propri. Di fatto Giuffré era il volto e le gambe di un capo costretto a sparire per proteggersi dall’esterno e dall’interno.
Per questo era cresciuto forse un po’ troppo e attirava su di se le invidie di molti.
Certamente di Guzzino Diego, suo nemico da sempre, che Giuffré indica come il suo Giuda, ma forse anche di Provenzano stesso che come sua abitudine, combattuto tra utilità e potere personale, ha assistito come Ponzio Pilato alle tresche del Guzzino.
Anche perché Giuffré aveva cominciato a non ubbidire più. Agiva con molta indipendenza, tanto da far eleggere a capo della provincia di Agrigento un candidato diverso da quello indicato da Provenzano.
Una posizione strategica e un osservatorio del tutto privilegiato.
E’ da lì che il neocollaboratore ha cominciato a parlare anche dei rapporti tra mafia e poteri forti, a partire dalla politica. E senza troppi mezzi termini.
“Eravamo direttamente in contatto con Berlusconi”, e alle domande esterrefatte del procuratore Grasso ha ribadito “direttamente!”.
Ma per ottenere cosa?
“Diciamo che arriviamo, sempre in un clima di tensione, alla metà e anche dopo del ‘93, quando diciamo che finalmente si vede all’orizzonte il nascere di situazioni politiche un pochino diverse da quelle tradizionali”. Cominciava infatti a “girare voce che c’era un interessamento in alto loco affinché avvenisse la creazione di una nuova forza politica, di un nuovo partito politico con uomini nuovi. Da parte nostra facevano pervenire delle pressioni affinché questa bolgia si materializzasse e si parlava già tranquillamente e apertamente di Fininvest e di Berlusconi cioè Fininvest nel senso che uomini facenti parte del gruppo Fininvest si stavano interessando  appositamente per portare avanti un discorso politico. Diciamo che mai come in questo minuto c’è stato un discorso unanime dentro Cosa Nostra. [...] Giustamente venivamo da un passato piuttosto brutto e non mi viene il termine giusto, scanalliati dall’esperienza passata, giustamente eravamo un pochino preoccupati, fatemi passare il termine e si chiedeva appositamente delle garanzie. [...] Il problema del 41 bis, della revisione dei processi, abbiamo il problema dei pentiti, abbiamo il problema del sequestro dei beni  e diciamo in linea di massima sono dei discorsi più importanti, ne resta forse ancora uno per quanto riguarda un certo alleggerimento della Magistratura nei confronti degli imputati, nelle condanne diciamo, questa impunità di cui avevamo in precedenza parlato. Diciamo che ci sono dei problemi che giustamente non sono problemi, sono macigni...”
Stesse richieste, stesse strade per arrivare agli stessi nomi.
“Da un lato c’era il discorso dell’avvocato Berruti (esponente della Finanza a livello nazionale passato poi alle dipendenze di Berlusconi come legale che sarebbe stato in contatto di con Salvatore di Gangi, boss di Sciacca ndr.), dall’altro c’è il discorso di Mangano con Dell’Utri, Berlusconi, dall’altro c’è il discorso dei Graviano con ‘u costruttore Jenna, penso che cioè  e se forse noi poi andiamo in altri discorsi, troveremo altri punti che parlano a vanno a finisciu sempre là”.
La vera novità però è la posizione di Provenzano.
Da tutti i collaboratori descritto come quello che non compariva mai, che non rispondeva direttamente che faceva credere di non sapere mai niente, questa volta si espone e garantisce.
“Provenzano, all’ultimo, se mi lascia passare il termine, ne abbiamo ricevuto la benedizione dallo stesso e ci siamo incamminati in questa strada di Forza Italia dove anche lui ci aveva dato delle garanzie precise!"
Sicuramente ne aveva ricevute anche lui visto che nonostante le varie tragedie e insubordinazioni è riuscito a mantenere il controllo assoluto della pax mafiosa per dieci anni tanto che l’emergenza mafia in Italia è completamente sparita dall’agenda politica nazionale. Al punto da ricevere una proposta pubblica e ufficiale di paziente convivenza, basta che non si facciano più morti perché ci fanno fare brutta figura in Europa. E poi non si può più investire nelle grandi opere che servono per rimpinguare le casse dello Stato e non solo. Non rimane che verificare se gli impegni sono stati rispettati.

Due Cosa Nostra

Quella dei carcerati e quella dei liberi.
Sicuro per i grossi boss mafiosi che sono ancora detenuti al 41 bis le promesse non sono state mantenute e non hanno mancato di farlo sapere, con proclami e lettere di Pietro Aglieri, Leoluca Bagarella, Antonino Madonia e dei fratelli Graviano. Tutti boss potentissimi e spietati le cui parole hanno messo in allarme investigatori e Dia che temono una nuova stagione di stragi. In effetti la norma transitoria che stabilisce proprio il carcere duro è stata riconfermate per tutta la durata di questa legislazione e i mafiosi non sono abituati ad essere presi in giro. Minacciosa è stata considerata anche la corrispondenza intercorsa recentemente tra i fratelli Graviano e il loro fidato Fifetto Cannella che fa riferimento all’importanza della Cappella Sistina e al Milan!
Le acque potrebbero calmarsi invece se venisse approvato un nuovo aberrante disegno di legge che prevede la revisione dei processi celebrati anteriormente all’introduzione del cosiddetto “giusto processo” anche se passati in giudicato. Il sogno di tutti i mafiosi soprattutto quelli più giovani che intravedono la possibilità di rifarsi una vita.
Per la Cosa Nostra libera, invece, tutto sommato le cose non stanno andando male. Una pioggia di miliardi sta per riversarsi su tutta la Sicilia e a parte i fastidiosi magistrati  della DDA che nonostante la valanga legislativa persevera con la ferma intenzione di sconfiggere la mafia e i collusi, si prepara per i prossimi investimenti.
Anche il traffico di droga da e per gli Stati Uniti sembra avere ripreso vigore, per non parlare dei contatti con il terrorismo internazionale che secondo Giuffré avverrebbero nella provincia di Trapani sotto il controllo di Matteo Messina Denaro, forse “l’uomo più importante per Cosa Nostra”, quanto a relazioni criminali estere e entrature nella massoneria deviata.
Per quanto attiene poi ai collaboratori di giustizia, benché Giuffré sia stata una carta a sorpresa, i magistrati non hanno potuto che constatare amaramente che i 180 giorni previsti dalla legge non sono stati sufficienti per chiedere al vice di Provenzano tutto quello che avrebbero voluto e che quindi non sapremo mai più.
In ogni caso se dovesse essere accolta anche quella modifica che prevede che le dichiarazioni incrociate dei pentiti non costituiscano più elemento di prova a meno che non siano supportate da prove di altra natura, tutto quanto detto da Cancemi, Giuffré e Brusca sulle strategie interne ed esterne a Cosa Nostra non varrebbe più nulla in sede processuale. A meno che non abbiano fatto qualche fotografia di famiglia o si siano autografati la condanna.
Ci si prepara in questi giorni al valzer di commemorazioni della strage di Capaci. Come sempre si metteranno tutti in fila per spendere buone parole in ricordo di Giovanni Falcone, Francesca Morvillo, Rocco Di Cillo, Vito Schifani e Antonino Montinari. Abiti blu e strisce tricolore, cercheranno di accaparrarsi questa o quella frase per vendere un presunto avallo del giudice simbolo della lotta alla mafia. Difficilmente sentiremo dire che Giovanni Falcone e Paolo Borsellino combatterono fino alla fine per sconfiggere Cosa Nostra e che ci erano quasi riusciti proprio grazie ai collaboratori di giustizia.  


Nota bibliografica

Per quanto attiene a: Salvatore Cancemi.
Salvatore Cancemi: “Riina mi fece i nomi di...”. Confessioni di un’ex boss della Cupola a Giorgio Bongiovanni. Massari, Bolsena, 2002
Per quanto attiene a Giovanni Brusca
Saverio Lodato: “Ho ucciso Giovanni Falcone”. Le confessioni di Giovanni Brusca. Mondatori, Milano 1999.
Deposizione al processo per le bombe del 1993, 13 gennaio 1998
Per quanto attiene ad Antonino Giuffré:
Deposizione al processo Dell’Utri, 7 gennaio 2003.



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Tommaso Buscetta
La mafia ha vinto! E’ l’amara riflessione del primo pentito di mafia Tommaso Buscetta in una intervista concessa al giornalista Saverio Lodato a distanza di quindici anni dall’inizio della sua collaborazione. <<A settantun anni mi devo rendere conto di avere sbagliato previsione, e insieme a me l’aveva sbagliata il dottor Falcone al quale è stata tolta la vita… - diceva  Tommaso Buscetta - Che errore colossale: la mafia ha assunto un ruolo molto più grande di quello che aveva in passato. E’ diventata un fatto politico. E’ riuscita a diventare invisibile senza scomparire>>. E’ il bilancio pessimista quello che traccia, a distanza di anni, il primo pentito di mafia parlando dello stato attuale della lotta alla criminalità organizzata.
E’ proprio grazie alle sue rivelazioni che viene istruito il primo maxiprocesso e per la prima volta vengono svelati nomi e meccanismi di potere di Cosa Nostra. <<Io non sono un pentito. Io ho rinnegato, ho disconosciuto un’istituzione nella quale ho creduto. Non sono un pentito: sono solo un uomo stanco e tormentato che, arrivato ad un certo punto della sua vita, si è reso conto di che cosa è diventata la mafia e si è convinto ad aiutare la giustizia a smantellarla>>.
Nato a Palermo il 13 luglio 1928, Don Masino, muore negli Stati Uniti all’età di 71 anni, il 2 aprile del 2000, dove viveva da tempo sotto il nome di “Roberto”. Membro della famiglia mafiosa di Porta Nuova, nel 1948 diventa uomo d’onore. Ma sale in fretta i gradini dell’organizzazione fino a conquistare un ruolo di primo piano. Nel 1961, quando esplode la prima guerra di mafia sceglie la latitanza. A novembre del 1972 viene arrestato a  Rio De Janeiro con l’accusa di traffico internazionale di narcotici e rispedito a  Fiumicino. Fino al 1980 è in carcere. Quando ottiene la semilibertà rientra in Brasile. Nel 1983 viene riarrestato ed estradato per la seconda volta.
Il 16 luglio 1984 avviene la svolta. Buscetta incontra il giudice Falcone ed inizia la sua collaborazione con la giustizia italiana.
<<L’avverto signor giudice. Dopo questo interrogatorio lei diventerà una celebrità. Ma cercheranno di distruggerla fisicamente e professionalmente. E con me faranno lo stesso. Non dimentichi che il conto che ha aperto con Cosa Nostra non si chiuderà mai. E’ sempre del parere di interrogarmi?>> Inizia così la sua collaborazione…Diventa il più grande accusatore di Cosa Nostra.
Don Masino fu il primo a parlare di “commissione”, “cupola”, “capidecina”, “famiglie”. di un’organizzazione criminale basata sulla segretezza. <<Sono stato un mafioso e ho commesso degli errori per i quali sono pronto a pagare>>, esordisce “il boss dei due mondi”. Parla per 45 giorni di fila. Con le sue confessioni spedisce in carcere oltre 500 mafiosi. Consegna ai giudici gli esattori Nino e Ignazio Salvo, e Vito Ciancimino. <<E’ un terremoto – dichiara il sindaco Insalaco -, un terremoto mai visto. Adesso la città osserva, riacquista fiducia, ma c’è in giro tanta preoccupazione>>. Quando gli viene chiesto perché ha deciso di collaborare risponde: <<Non avevo altra scelta: o continuavo a tacere, come avevo fatto, oppure andavo fino in fondo. E così è stato>>.
Dopo le stragi di Capaci e di via D’Amelio in cui persero la vita i giudici Falcone e Borsellino decide di parlare anche dei rapporti tra mafia e politica. Dice che l’eurodeputato Salvo Lima era un uomo d’onore e Giulio Andreotti è  il riferimento più alto di Cosa Nostra nella politica. <<…feci il nome di Andreotti. Raccontai quello che sapevo: l’incontro descrittomi da Badalamenti, fra lo stesso Badalamenti, uno dei Salvo, Filippo Rimi e Giulio Andreotti. I tre si recarono presso lo studio romano dell’uomo politico per ringraziarlo personalmente>>. Pagò a caro prezzo il suo pentimento!
Nei suoi confronti si erano già accaniti i clan rivali dei corleonesi che l’8 novembre uccidono il cognato Mariano Cavallaro, l’11 settembre 1982 i figli Antonio e Benedetto, il 26 dicembre il genero Giuseppe Genova, tre giorni dopo il fratello Vincenzo e il nipote Benedetto. In cambio della sua deposizione viene trasferito negli USA, dove ottiene il programma di protezione per sé e per la sua famiglia. Seguono l’uccisione del cognato Pietro Busetta e del nipote Domenico (7 marzo 1995). <<Provo un grande rimorso nei confronti dei miei affetti. Mi pesa la maledizione di mia sorella privata dal marito per colpire me…>> dirà in seguito Buscetta. Personaggio controverso ha fatto parlare molto di sé. Così lo ricorda il Giovanni Falcone in un suo libro: <<Prima di lui, non avevo  - non avevamo - che un’idea superficiale del fenomeno mafioso. Con lui abbiamo cominciato a guardarvi dentro. Ci ha fornito numerosissime conferme sulla struttura, sulle tecniche di reclutamento, sulle funzioni di Cosa Nostra. Ma soprattutto ci ha dato una visione globale, ampia, a  largo raggio del fenomeno … oserei dire che … ci ha insegnato un metodo>>.

Angelo Siino
Fiancheggiatore di Cosa Nostra fin dai tempi di Stefano Bontade, mai affiliato all’organizzazione, Angelo Siino è definito “il ministro dei lavori pubblici” di Riina. Il suo compito (per un periodo condiviso con Pino Lipari che gestiva gli appalti superiori ai 5 miliardi di lire e che prese successivamente e completamente il suo posto) quello di svolgere opera di mediazione tra la mafia siciliana, i politici e gli imprenditori seduti attorno al famoso “tavolino” degli appalti. Un business, a suo dire, interamente controllato dalle cosche mafiose e da tutti i politici che abbiano rivestito un ruolo di un certo spessore in Sicilia. I quali percepivano una percentuale di guadagno di gran lunga superiore a quella dei mafiosi. Prima della gara, ha infatti spiegato il collaboratore nel corso del processo per la Tangentopoli siciliana De Eccher + 31, gli imprenditori versavano una cifra che variava dallo 0,50 all1% del valore dell’appalto, destinata a <<calmare gli appetiti politici>> <<che erano smisurati>>. Un’altra tranche di denaro veniva consegnata in seguito all’aggiudicazione dell’appalto e un’altra ancora con l’evolversi del lavoro. La percentuale complessiva della tangente richiesta era pari all’8%. Nel corso del processo per la Tangentopoli messinese il pentito ha aggiunto che <<su ogni appalto ai mafiosi palermitani spettava sempre il 2/3% di tangente, ai politici andava il 4/5%>>.
Tra i vari interlocutori del “ministro” le cooperative rosse, come egli stesso ha dichiarato nel 1997, anno che segna l’inizio della sua collaborazione con la giustizia. Durante la quale ha dato un fondamentale contributo all’inchiesta su dette cooperative avviata dalla Procura, allora guidata da Gian Carlo Caselli, nel 1995. Sostanzialmente Siino ha affermato che <<nessuna, nessuna impresa sfuggiva a questo sistema. Nessuna, regionale o nazionale>> e, tra queste: <<la Lodigiani di Milano>>, <<la Cogefar della Fiat di Torino>>, <<la Rizzani de Eccher di Udine>>, <<la Tor di Valle di Roma>>, <<la Calcestruzzi della Ferruzzi di Ravenna>>. Siino, inoltre, è uno dei primi a ipotizzare che dietro il suicidio di Raul Gardini non ci sia solo Tangentopoli, ma anche l’ombra della mafia che esercitava pressioni sul magnate delle costruzioni. Molte delle sue dichiarazioni processuali sono state confermate da Brusca.

Calogero Pulci
E’ uno dei collaboratori più controversi Calogero Pulci, interrogato nell’ambito di diversi procedimenti: da quelli politici a quelli per le stragi del ’92  e ‘93. Uomo d’onore, ma anche assessore al comune di Somma




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tino, venne combinato nel 1984 in via <<riservata>> dopo che il padre, solo qualche anno prima, aveva fatto prendere e condannare i suoi attentatori. Inaccettabile trasgressione delle regole di Cosa Nostra. Per diventare uomo d’onore ufficialmente affiliato dovette aspettare il 1989, anno in cui entrò a far parte della famiglia di Giuseppe “Piddu” Madonia, capo della provincia di Caltanissetta che gli fece addirittura da padrino. Da quel momento in poi, suo principale incarico fu quello di assistere <<in tutto e per tutto>> la latitanza del boss nisseno, spostamenti compresi, dal quale avrebbe appreso tutte le informazioni successivamente rivelate ai magistrati. Ai quali, nel corso della sua collaborazione, ha rivelato particolari ritenuti importantissimi sul conto di Marcello Dell’Utri – che il pentito avrebbe visto incontrarsi con il boss Piddu Madonia - e sui moventi e possibili mandanti esterni delle stragi di Falcone e Borsellino. <<Ci sono ministri della Repubblica Italiana coinvolti – ha detto – e ministri in carica>>. E con quelle stragi, aggiunge, i capi commissione, molti dei quali inizialmente contrari, furono alla fine d’accordo <<poiché Totò Reina garantì che a livello istituzionale eravamo coperti, che questi… queste stragi sarebbero passate come se niente fosse successo>>. In merito al possibile movente dichiara: <<Falcone doveva essere ammazzato per una serie di fatti […] lui, diciamo irritualmente, sfruttando le amicizie che lui aveva personali, stava indagando su alcuni uomini politici, facendosi arrivare con… estratti conto corrente dalla Svizzera; lo hanno scoperto e lo hanno fatto ammazzare. Questo per quanto riguarda Falcone. Borsellino, siccome si è confidato con un uomo o due delle Istituzioni, lì lo hanno ammazzato>>. Dichiarazioni esplosive, ritenute credibili da parte degli inquirenti e che hanno suscitato non poche polemiche oltre a una querela da parte di Bruno Contrada. Da notare che in una circostanza il Pulci sarebbe stato reticente al fine di scagionare il padre, tuttavia alla morte dello stesso la sua collaborazione si è completamente sbloccata.

Luigi Ilardo
Vice rappresentante provinciale di Cosa Nostra della provincia di Caltanissetta facente capo al boss Giuseppe “Piddu” Madonia – e coprente anche l’incarico di provinciale in luogo del boss detenuto Domenico Vaccaro - Luigi Ilardo è stato confidente dei Carabinieri dal 1994 al 1996. Gestito dal colonnello Michele Riccio, in quasi due anni di confidenze ha fornito agli inquirenti elementi preziosissimi per conoscere dall’interno come Cosa Nostra si stesse riorganizzando dopo l’arresto di Riina, rese possibile la cattura di latitanti di grosso calibro, fece luce sui vari rapporti tra i catanesi e i palermitani. Soprattutto, però, fornì copie della sua fitta corrispondenza con Provenzano - dalla quale è stato possibile trarre informazioni inedite sulla strategia del boss– e portò lo stesso Provenzano a un passo dalla cattura.
Il 10 maggio del 1996, però, qualche giorno prima di rendere ufficiale la sua collaborazione con lo Stato, venne ucciso a Catania davanti alla sua abitazione. Il precedente 2 maggio si era incontrato a Roma con i magistrati di Caltanissetta e Palermo ai quali aveva comunicato la sua intenzione.
Nella motivazione della sentenza del processo denominato “Grande Oriente”, i giudici di primo grado hanno riconosciuto assolutamente valide le lettere che l’Ilardo riceveva da Provenzano, che hanno permesso di approfondire in maniera determinante  le investigazioni circa la fitta rete di protettori e fiancheggiatori del boss latitante.

Francesco Di Carlo
Mafioso di vecchio stampo, di quella che lui stesso definisce la vera Cosa Nostra, Francesco Di Carlo è collaboratore di giustizia dal 13 giugno del 1996. Da quando rientrato da Londra – dove stava scontando una pena fattagli comminare da Giovanni Falcone per traffico di droga – si decide a saltare il fosso perché a conoscenza di informazioni importanti riguardanti i processi in corso.
Nelle sue prime dichiarazioni, risalenti al 31 luglio del 1996, cita molti nomi tra i quali quelli di Berlusconi e Dell’Utri. E diventa subito uno dei pentiti più importanti per le inchieste tra mafia e politica, chiamato a testimoniare in merito a omicidi eccellenti quali quello di Piersanti Mattarella o dell’on. Michele Reina. Ma le sue conoscenze si allargano anche a questioni spinose come il caso Calvi o il Golpe Borghese e a quelli che vedono protagonisti i servizi segreti.
Conoscenze, le sue, dovute ad una carriera criminale iniziata nella seconda metà degli anni Sessanta. Quando viene affiliato all’interno della famiglia di Altofonte - successivamente annessa al mandamento di San Giuseppe Jato capeggiato da Bernardo Brusca – della quale diviene sottocapo nel 1974 (al termine della prima guerra di mafia) e capo nel 1976. Carica conferitagli per esplicito volere di Riina e Brusca. Amante degli affari, ma per nulla interessato ai giochi di potere (lascia la reggenza della famiglia dopo soli due anni in favore del cugino Nino Gioè), Di Carlo è ben alleato sia con i corleonesi che con la schiera dei palermitani. Basti pensare che tra le sue amicizie <<fraterne>>, precedenti all’affiliazione, ci sarebbero personaggi di primo piano quali il boss Stefano Bontade. E sarebbe proprio il Bontade, allora capo di Cosa Nostra, ad essersi incontrato, a suo dire, con i dottori Berlusconi e Dell’Utri, in un ufficio di Milano, alla presenza dello stesso Di Carlo, Mimmo Teresi, Nino Grado e Tanino Cinà. Tramite, quest’ultimo, tra l’odierno senatore e l’odierno pentito. Nell’ambito del processo che vede il Dell’Utri imputato di concorso esterno in associazione mafiosa, Di Carlo ha dichiarato di aver capito quanta strada quel <<bravo picciotto>> avesse fatto quando lo vide dichiarare in televisione di non aver niente a che fare con l’organizzazione mafiosa. Secondo quanto risulterebbe a Di Carlo, infatti, il senatore all’interno di Cosa Nostra è stato <<combinato>>.

Maurizio Avola
Maurizio Avola, 40 anni, è tra i collaboratori di giustizia catanesi il più importante, ma al tempo stesso il più discusso. Proprio durante una collaborazione validissima con le forze dell’ordine e la magistratura Avola è tornato a delinquere macchiandosi però solo di reati comuni e non compiendo azioni rivelanti un riavvicinamento a Cosa Nostra. Nessuna sentenza finora è stata in grado di contestare l’attendibilità delle sue dichiarazioni, nonostante sia stato impossibile molte volte reperire i necessari e dovuti riscontri.
Affiliato alla mafia nel 1982 diventa uno dei killer più feroci e sanguinari della famiglia Santapaola. Intreccia rapporti privilegiati con tutti i più autorevoli capi del clan catanese, in particolare con Aldo Ercolano, suo padrino e nipote del boss Nitto Santapaola nonché vice rappresentante della famiglia di Catania dall’86 al ’94 e con Marcello D’Agata, che ricopre il ruolo di consigliere. Per queste sue considerevoli relazioni Avola diventa depositario di delicate confidenze riguardanti personaggi di primo piano della politica nazionale. La sua collaborazione con la giustizia comincia il 9 marzo 1994 dopo aver appreso che il giorno stesso del suo arresto Nitto Santapaola, verso il quale Avola nutriva vera e propria venerazione, aveva decretato la sua morte. Avola ha confessato di aver compiuto una ottantina di omicidi e svariate rapine in diverse zone d’Italia. Tra i delitti eccellenti da lui messi a segno figura l’uccisione di Andrea Finocchiaro, segretario del socialista Salvo Andò, ministro della Difesa e del giornalista Pippo Fava. Le sue dichiarazioni si sono rivelate di straordinaria rilevanza in molti processi. Ha rivelato gli interessi che legavano i Cavalieri del Lavoro di Catania con Nitto Santapaola nel periodo in cui si consumò l’omicidio Fava; ha consentito di ricostruire la storia terribile della Catania degli anni ’80 – inizi anni ’90; ha contribuito all’individuazione dei componenti della famiglia di Catania ed alla ricostruzione di tutta la storia della Cosa Nostra di Santapaola. Avola è stato testimone e protagonista dello svolgimento delle relazioni tra la mafia catanese e la mafia palermitana. La sua testimonianza ha reso possibile la conferma sul versante catanese delle notizie fornite dagli altri collaboratori sul versante palermitano. Ha preso parte a procedimenti giudiziari attinenti un tema tra i più delicati: il rapporto mafia-politica. Ai magistrati siciliani ha rivelato di aver accompagnato Marcello D’Agata e Aldo Ercolano all’incontro messinese tra Nitto Santapaola, allora latitante a Barcellona Pozzo Di Gotto ed il senatore Marcello Dell’Utri. Sin dai primi verbali di interrogatorio Avola fa riferimento alle stragi del ’92 come rispondenti ad una precisa strategia di Cosa Nostra alleata a politici nuovi, più aderenti alle esigenze mafiose, dato che i vecchi partiti non mostravano più garanzie in merito alle promesse fatte in precedenza.

Balduccio di Maggio
E’ sicuramente tra i collaboratori di giustizia più noti per aver testimoniato del famoso “bacio di Riina ad Andreotti” e per essere poi tornato a delinquere.
Arrestato il 9 gennaio del 1993 a Borgomanero (Novara), in Piemonte, Baldassare Di Maggio, boss di San Giuseppe Jato, aveva immediatamente iniziato la sua collaborazione con la giustizia. Dopo aver confessato dieci omicidi, saliti successivamente a ventiquattro, e aver svelato i responsabili di decine di delitti, ebbe un ruolo determinante nella cattura del capo di Cosa Nostra Totò Riina, avvenuta il 15 gennaio del 1993. Lo stesso anno in cui dichiarò di essere stato testimone del suddetto bacio con il quale il capo di Cosa Nostra avrebbe salutato il sette volte presidente del Consiglio, nonché Salvo Lima e Ignazio Salvo.
Negli anni successivi, però, Di Maggio sarebbe ritornato a delinquere, tanto che gli investigatori lo ritengono oggi protagonista di una faida sanguinosa per il controllo di una parte della provincia palermitana che nel periodo tra il ’96 e il ’97 costò la vita ad Antonino Di Matteo, Giovanni Caffrì e Vincenzo Arato, vicini al boss rivale Giovanni Brusca. Escluso dal programma di protezione dopo il suo arresto avvenuto il 13 ottobre del 1997, il 25 gennaio del 2001 gli agenti della Dia del centro operativo di Palermo lo hanno nuovamente arrestato in una casa nella provincia di Pisa. Le intercettazioni realizzate dagli agenti hanno documentato incontri che l’ex pentito avrebbe avuto nella sua abitazione con Alberto Capello, imparentato con il boss Salvatore Genovese, arrestato, quest’ultimo, nell’ottobre del 2000.
L’8 aprile del 2002 i giudici della seconda sezione della Corte d’Assise di Palermo, presidente Renato Grillo lo hanno condannato all’ergastolo con l’accusa di associazione mafiosa e omicidi.
 
Francesco Marino Mannoia
Primo collaboratore a provenire dalle fila dei clan vincenti, Francesco Marino Mannoia, soprannominato “il chimico” o “Mozzarella”, nasce a Palermo il 5 marzo del 1951 e diventa presto uno dei più fidati picciotti di Stefano Bontade. Solo in seguito alla sua morte passa dalla parte dei corleonesi, per i quali raffina centinaia di partite di eroina.
Nell’ambito del maxiprocesso viene condannato a diciassette anni di reclusione e decide di passare dalla parte dello Stato nell’ottobre del 1989, in seguito all’uccisione del fratello Agostino. Tra le altre cose, indica in Leoluca Bagarella il killer di Boris Giuliano, capo della Squadra Mobile; definisce Stefano Bontade, il principe di Villagrazia, un grosso trafficante di droga, capovolgendo così un giudizio consolidato sul boss; nega l’esistenza di una pista catanese nel delitto Dalla Chiesa (sostiene che la responsabilità ricada solo sulla famiglia di Ciaculli) e rivela che Emanuela Setti Carraro non è stata uccisa per errore ma appositamente massacrata.
Durante la sua collaborazione subisce diversi tentativi di intimidazione da parte della mafia che gli uccide la madre, la sorella e la zia. Tra i principali testi d’accusa contro Giulio Andreotti, vive attualmente con la sua compagna e i figli sotto la protezione dell’Fbi, in seguito a deposizioni rese anche in tribunali americani.

Santino Di Matteo e Gioacchino La Barbera
Erano stati i primi a confessare le proprie responsabilità nella strage di Capaci i due boss di Altofonte (PA) Santino Di Matteo, alias “Mezzanasca” (uno dei cosiddetti “telefonisti” della strage e padre del piccolo Giuseppe assassinato a quindici anni) e Gioacchino La Barbera (a cui Cosa Nostra uccise il padre simulando il suicidio). Ora sono tra i pochi ad essere ritornati in carcere.
La Procura Generale di Caltanissetta, infatti, il 24 gennaio scorso, ha emesso, nei loro confronti, un ordine di carcerazione secondo il quale i due dovranno scontare 13 anni e 11 mesi ciascuno, residuo della pena alla quale erano stati condannati prima del pentimento, inizialmente sospesi in quanto collaboratori di giustizia. Privilegio che avevano perso nel 1997 quando fu loro notificata la revoca del programma di protezione perché accusati di aver organizzato il ritorno in armi, in Sicilia, dell’ex pentito Balduccio Di Maggio, con l’obiettivo di colpire la cosca di Brusca.

Pino Lipari
Mai ufficialmente affiliato a Cosa Nostra, importante punto di raccordo tra corleonesi, politici, massoneria deviata, imprenditori corrotti e istituzioni devianti dello Stato, amico di Bernardo Provenzano con il quale, dice, <<ho un rapporto troppo bello>>. E’ l’ex geometra dell’Anas Pino Lipari, l’uomo che sostituì Angelo Siino nella gestione del “tavolino” degli appalti e che partecipa a quel direttorio di Cosa Nostra che ha preso il posto della vecchia Cupola poiché - hanno detto di lui diversi collaboratori - consigliere strategico di Riina prima e di Provenzano poi. Forse colui che suggerì ai due capi della mafia siciliana quali erano le <<persone importanti>> che avrebbero potuto trarre vantaggio dalla morte di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino.
Aspirante pentito, considerato dalla procura di Palermo “un depistatore”, il Lipari ha testimoniato al processo a carico del senatore a vita Giulio Andreotti. Citato dalla difesa ha rilasciato dichiarazioni a discolpa del sette volte Presidente del Consiglio (del quale ha detto: lo amo <<più di mio padre>>), ma ha risposto in modo confuso e tentennante alle domande dei pg Leone e Giglio e del Presidente Scaduti, in particolar modo in merito ai contenuti di alcune intercettazioni ambientali relative a colloqui effettuati con i familiari durante le visite al carcere. <<Preoccupazioni di mafia, non ne dovete avere, parlo di cose antiche, vecchie>> ha detto a moglie e figli, ai quali ha chiesto di incontrarsi con altri possibili testimoni per comunicare loro il contenuto delle dichiarazioni da lui rilasciate alla Procura, in modo che questi potessero succes




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Antonino Giuffré ha deposto di fronte ai giudici della terza Corte di Assise di Palermo, nel corso del processo “Golden Market” spiegando la strategia della Cupola. <<Non è che si decideva omicidio per omicidio. Si era deciso di eliminare tutti i collaboratori di giustizia che stavano minando Cosa Nostra. Riina disse che si dovevano uccidere anche i loro familiari e aggiunse che dovevano essere uccisi anche i figli, compresi quelli piccoli quando avrebbero compiuto i 18 anni, per far capire che la mafia non dimentica gli errori>>. <<Il suo è stato un regno. Ha regnato per un lungo periodo come un dittatore e ha lasciato una lunga scia di sangue>>. Riina con la sua legge era riuscito a controllare quasi tutti i mandamenti della provincia di Palermo: <<Nel momento in cui si è deciso di eliminare quelle persone – ha detto Giuffré – ci si è adeguati. Ognuno nel suo mandamento si è comportato di conseguenza e ha anche dato una mano agli altri mandamenti perché la mafia è anche questo, cioè mutuo soccorso>>. Ma, continua Giuffré, non furono uccisi solo i pentiti ma anche semplici rapinatori: <<Era un affronto per noi se un delinquente qualunque faceva una rapina in un negozio o in un’azienda che pagava il pizzo. Per quanto riguarda i pentiti, invece, bisognava ucciderli perché stavano indebolendo Cosa Nostra aiutando alcuni magistrati. Avere un pentito nel mandamento era una macchia che poteva essere lavata solo con il sangue>>.
Riina era riuscito con il terrore ad imporre la sua legge. <<Aveva teso troppo la corda – ha detto Giuffré – soprattutto per quanto riguarda il controllo degli appalti dei lavori pubblici. I politici erano seccati, erano oppressi dalle minacce. Io sono cosciente che la politica ha un ruolo e un potere e ho sempre pensato che se il rapporto si incrina i perdenti siamo noi>>.
<<Nella Commissione c’era un clima pesante che, via via è diventato di ghiaccio. Si era alla resa dei conti. Molte persone, soprattutto i politici, si erano defilati in seguito alla guerra di mafia, ma con Cosa Nostra, una volta che si inizia una collaborazione non la si interrompe volontariamente>>.  <<Diversi personaggi politici hanno mangiato nello stesso piatto, poi ci sputavano. Salvo Lima fu uno di quei personaggi che si erano defilati. Ma defilarsi non gli è servito a niente perché era arrivata la sua ora. Quando venne deciso che si dovevano uccidere i politici, Riina il quale sapeva che molti di noi avevano contatti e amicizie in quel mondo, disse di non chiedergli niente>>. Ma all’interno della Commissione non tutti erano d’accordo con i metodi e la strategia di Riina. Provenzano,  per esempio, nel 1987 ebbe un contrasto con Riina che alle elezioni avrebbe voluto appoggiare il Psi e non la Dc.
In tanti all’interno avevano pensato allo scioglimento dell’organizzazione. <<Era un’ipotesi che serpeggiava. Già negli anni ’60 Cosa Nostra venne sciolta per cui i vecchi pensavano che anche in questo caso chiudere tutto poteva essere utile al fine di non aggravare la situazione e per riapparire quando le cose si sarebbero tranquillizzate>>.
L’ex boss di Cacciamo ha parlato anche dei motivi del suo pentimento e della decisione di collaborare con la giustizia. <<Dopo vent’anni ho trovato il tempo di restare solo con me stesso e ho meditato iniziando un percorso interiore. Ho deciso di tagliare con Cosa Nostra. Da quel momento lo faccio con lealtà>>.




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sivamente ripeterle in modo identico. Di fronte alla dott. Giglio che gli faceva notare come una persona sicura di dire la verità non ha nessuna necessità di inventarsi simili strategie ha ceduto: <Gliene devo dare atto, ha ragione!>>.

Gaspare Mutolo
Noto per aver rilasciato dichiarazioni che portarono al suicidio il giudice Domenico Signorino, Gaspare Mutolo, detto “Asparino” fu uno degli uomini di fiducia di Totò Riina.
Entrato nell’organizzazione mafiosa su richiesta dello stesso boss, allora emergente, divenne in poco tempo il braccio destro del suo capofamiglia, Rosario “Saro” Riccobono, facendosi largo prima come killer, poi come trafficante di droga. Grazie anche al rapporto di amicizia stretto in carcere con il trafficante Koh Bak Kin, attivo sulle rotte del sud-est asiatico. La sua carriera criminale lo portò inoltre a svolgere, per alcuni anni, il ruolo di autista di fiducia e guardaspalle di Riina che, data la simpatia nutrita per il giovane, lo risparmiò da morte certa quando fece eliminare gli uomini di Partanna Mondello ritenuti del tutto inutili per i fini egemonici perseguiti dai corleonesi. Nell’estate del 1992, dall’interno del carcere di Spoleto nel quale era rinchiuso per una condanna a sedici anni di reclusione maturata nel primo maxiprocesso, decise di collaborare con la giustizia. Rese le sue dichiarazioni prima al procuratore della Repubblica di Firenze Pier Luigi Vigna e poi al giudice Paolo Borsellino, a pochi giorni dalla strage di via D’Amelio. Le sue rivelazioni furono subito ritenute straordinariamente importanti poiché frutto di contatti diretti con i più influenti boss della Commissione di Cosa Nostra. Tra queste, quelle relative al ruolo di mediatore tra politica e mafia svolto da Lima e quelle che metterebbero in evidenza la responsabilità dl senatore Andreotti. L’uccisione di Lima, secondo Mutolo, fu infatti un segnale di Cosa Nostra al senatore a seguito della conferma dell’impianto accusatorio del primo maxiprocesso. E non meno clamore suscitarono infine le sue affermazioni sulle presunte collusioni con la mafia non solo del numero tre del Sisde Bruno Contrada, ma di alcuni magistrati palermitani tra cui Carmelo Conti, Pasquale Barreca, Domenico Mollica, Francesco D’Antoni e il già citato Domenico Signorino, suicidatosi il 3 dicembre del 1992.

Leonardo Messina
Fu il primo a mettere a verbale il nome di Giulio Andreotti indicandolo come principale referente politico per le necessità di Cosa Nostra. E fu l’unico a sostenere che il senatore a vita fosse stato affiliato all’organizzazione. Leonardo Messina, nato a San Cataldo (CL) nel 1955, entrò a far parte di Cosa Nostra il 21 aprile del 1982, regolarmente affiliato alla cosca locale, della quale divenne sottocapo dopo alcuni anni trascorsi come soldato prima e come capodecina poi. Anni durante i quali siglò una stretta amicizia con il boss di Vallelunga Giuseppe “Piddu” Madonia - del quale divenne anche uomo di fiducia - che si intensificò quando il boss assunse la carica di rappresentante provinciale di Cosa Nostra per Caltanissetta. Per suo conto, infatti, Messina organizzò e gestì una rete per il traffico di stupefacenti con ramificazioni in altre regioni d’Italia. Arrestato nell’aprile del 1992 si decise quasi subito a collaborare, tanto che il 30 giungo dello stesso anno iniziò a deporre davanti al giudice Paolo Borsellino. Al quale fece importanti rivelazioni sulle famiglie mafiose delle province di Caltanissetta, Enna, Palermo, Trapani e Agrigento che sfociarono nella cosiddetta “Operazione Leopardo” nell’ambito della quale vennero eseguiti duecento ordini di cattura in tutta Italia. Tra le dichiarazioni rilasciate da Messina quelle sulla responsabilità di Salvo Lima nel tentativo di aggiustamento in Cassazione del maxiprocesso, sulla Stidda, sulla massoneria deviata e sui suoi rapporti con Cosa Nostra.

Salvatore Contorno
Entrò in Cosa Nostra nel 1975, affiliato alla famiglia di Santa Maria del Gesù, e si occupò di contrabbando di sigarette e di droga con i cugini Grado. Fedelissimo di Stefano Bontade, il 25 luglio del 1981 uscì illeso da un attentato tesogli dai clan rivali a Brancaccio per poi divenire un informatore di Ninni Cassarà: nome in codice Prima Luce. Il 23 marzo del 1982, mentre era intento a studiare un piano per uccidere Pippo Calò e vendicare i propri parenti uccisi dai corleonesi e dai loro alleati, venne arrestato a Roma. Cominciò a collaborare con i giudici del pool diretto da Antonino Caponnetto nell’ottobre del 1984. Confermò molte delle rivelazioni di Tommaso Buscetta e permise agli inquirenti di individuare numerosi nascondigli di armi e raffinerie. Nel 1985 iniziò a collaborare con la giustizia americana, fu inserito nel programma di protezione marshall e trasferito negli Stati Uniti. Nel, 1987, alla conclusione del primo grado del maxiprocesso, venne condannato a sei anni di reclusione, ma nella primavera del 1989 fu catturato, in Italia, all’interno di una villetta di Altavilla Milicia, insieme al cugino Gaetano Grado. Il boss giustificò la sua improvvisa fuga dagli Usa e il ritorno in Sicilia con la necessità di incontrare parenti e amici sopravvissuti alle faide per farsi dare denaro e vivere senza tornare a delinquere. Fu quindi trasferito in un paesino del Lazio, ma fu individuato da affiliati di Cosa Nostra che tentarono di ucciderlo.
Nel 1997, coinvolto in un traffico di stupefacenti, venne condannato a quattro anni e sei mesi di reclusione, ma nonostante la condanna, non smise mai di deporre nei processi del dopo stragi quali “Agrigento”, “Tempesta”, “Agate”.

Antonino Calderone
Divenne collaboratore di giustizia dopo avere intuito che sarebbe stato presto ucciso. Era l’aprile del 1987 quando Antonino Calderone, mafioso di spicco dal 1962, incensurato fino al momento dell’arresto avvenuto a Nizza nel 1986, si pentì mentre si trovava in carcere. Le sue dichiarazioni fornirono un positivo riscontro a quelle di Buscetta e Contorno e portarono all’emissioni di 166 mandati di cattura. Tra le altre cose, Calderone spiegò ai giudici come ebbe origine la mafia catanese e il funzionamento della commissione interprovinciale di Cosa Nostra. Fece inoltre rivelazioni sul conto di Salvo Lima, dei cugini Salvo e dei Cavalieri del Lavoro Rendo, Graci, Costanzo e Finocchiaro, svelando i loro rapporti con Santapaola. In seguito alle stragi del 1992 parlò invece dei rapporti tra mafia e politica.

Giuseppe Di Cristina
Soprannominato “la tigre di Riesi” per le sue doti di astuzia e ferocia, Giuseppe Di Cristina, figlio di mafia, seppe riorganizzare la mafia di Caltanisssetta orientandola verso nuovi traffici di droga e del riciclaggio. Insieme al boss catanese Giuseppe Calderone cercò di stabilire un accordo tra la Commissione e Michele Cavataio, giudicato responsabile dello scoppio della prima guerra di mafia, ma il fallimento dell’iniziativa portò alla strage di viale Lazio del 10 dicembre 1969. La sua sempre più consolidata amicizia con i fratelli catanesi Calderone gli costò un’inevitabile ostilità da parte dei Corleonesi che in questa alleanza individuarono una possibile sponda per le famiglie palermitane, rivali nello scontro per la supremazia dentro Cosa Nostra. Iniziò quindi un processo di isolamento nei suoi confronti che si intensificò sul finire degli anni Settanta in seguito a due episodi: l’uccisione del boss di Vallelunga Francesco Madonia, suo rivale nel nisseno, ma alleato di Riina e il duro scontro con Michele Greco, colpevole di avere tollerato che gli uomini di Corleone uccidessero il tenente colonnello dei Carabinieri Giuseppe Russo senza il consenso della Cupola. Messo ormai alle strette, il boss tentò di vendicarsi dei suoi nemici iniziando una collaborazione con i Carabinieri. Fu però ucciso a Palermo, da un commando di killer, il 30 maggio del 1978.

Giuseppe Chiofalo
Giuseppe Chiofalo, cinquantenne, è stato il più sanguinario boss messinese. Il suo apprendistato criminale si è svolto in Campania ed in Calabria nelle fila di Camorra e ‘Ndrangheta. Negli anni ’80 è tornato a Terme Vigliatore, suo paese d’origine, dove organizzò una cosca ed uccise tutti i boss della vecchia guardia. Finito in carcere si pente, proprio con Lembo, il pm che lo aveva fatto condannare a 4 ergastoli.

Cosimo Cirfeta
35 anni, boss della Sacra Corona Unita, Cosimo Cirfeta è originario di Salice Salentino, in provincia di Lecce. Il suo pentimento risale al 1992. Il suo nome, insieme a quello di Chiofalo è legato al tentativo di depistaggio nell’inchiesta di Palermo su Marcello Dell’Utri, per il quale nel 1999 gli è stato revocato il programma di protezione.

Cirfeta e Chiofalo, infatti, nell’ambito del processo che vede il Dell’Utri accusato di concorso esterno in associazione mafiosa avrebbero evidenziato l’esistenza di un <<combine>> tra i collaboratori Francesco Onorato, Francesco Di Carlo e Giuseppe Guglielmini. Che, stando alle loro dichiarazioni, avrebbero concordato false accuse contro l’imputato e l’on. Silvio Berlusconi al fine di migliorare la propria condizione carceraria. Nel corso delle indagini seguite alle loro dichiarazioni, però, gli inquirenti avrebbero intercettato alcune telefonate tra il Dell’Utri e i due ex-pentiti – mentre era in corso il processo a Palermo - che dimostravano l’esistenza di rapporti di massima cordialità e reciproca fiducia tra gli interlocutori. I tre sono ora sotto processo con l’accusa di calunnia aggravata.

Ciro Vara
L’imprenditore Ciro Vara ha deciso di <<saltare il fosso>>. Dopo aver scontato una condanna definitiva a 9 anni per associazione mafiosa, a pochi mesi dalla scarcerazione, Vara, 53 anni, ex vice rappresentante provinciale di Pacino Gaetano e capomafia di Vallelunga, sta per completare le sue rivelazioni ai pm entro i 180 giorni previsti dalla legge. <<La mia vita  - dichiara – è stata un inferno, ho provato amarezze e mortificazioni. Avevo bisogno di pulire la mia coscienza, di respirare aria di legalità, dovevo scrollarmi di dosso questo fardello di mafioso>>. E lo ha fatto partendo dal giorno in cui è divenuto uomo d’onore. <<Sono stato affiliato la sera di Pasqua del 1980, nella cantina di casa mia. Nell’ottobre 1982 sono stato eletto rappresentate della famiglia mafiosa di Vallelunga e poco tempo dopo “Piddu” Madonia, che allora era stato nominato rappresentante provinciale, mi fece partecipare ad una riunione della commissione regionale che si tenne nelle campagne di Caccamo e in quella occasione ci furono le dimissioni da rappresentante provinciale di Palermo di Michele Greco>>. Il boss ha ammesso di essere stato uno dei carcerieri del piccolo Giuseppe Di Matteo, tenuto segregato in un covo nelle campagne di Vallelunga. Inoltre si è autoaccusato di decine di delitti commessi, per la maggior parte, su ordine del boss di Caltanissetta, Giuseppe “Piddu” Madonia, nelle province di Caltanissetta, Agrigento, Palermo, Trapani, Enna, Catania, Milano, Alessandria e Genova.
Lo scorso 16 maggio, rispondendo al pm Roberto Condorelli ha parlato dei rapporti tra la cosca nissena e la famiglia di Enna, ottimi fino a quando non avvenne la spaccatura tra <<la corrente di Bernardo Provenzano e quella di Bernardo Brusca e Leoluca Bagarella. Un contrasto che ebbe ripercussioni anche nella province di Caltanissetta ed Enna>> ha detto il pentito.
<<Ho sentito parlare di soggetti di Cosa Nostra nell’Ennese a partire dall’estate del 1978 e dato che ero un punto di riferimento per Giuseppe Madonia, so che lui ha trascorso parte della sua latitanza in covi del territorio ennese. In particolare, ricordo che fu ospitato in un rifugio messo a disposizione da Salvatore Saitta, uomo d’onore della famiglia di Barrafranca, e che si trovava tra Bivio Capodarco e Pasquasia. Ricordo che era il custode del campo sportivo di Barrafranca e che venne nominato rappresentante della famiglia ennese. Lo incontrai anche a casa mia a Vallelunga dove venne assieme a Gaetano Leonardo. Ma l’inizio dei contrasti con il clan di Enna fu dovuto all’avvento di Giovanni Minicapilli, nello stesso periodo, nel 1993, Madonia divenne padrone della provincia di Enna dove aveva interesse. Nel corso di una riunione anziché chiamare Saitta si avvicinò a Borino Micciché che voleva esplosivo ed un contributo di 1 miliardo e mezzo. Da lì nacquero delle gelosie e così Borino Micciché venne eliminato, mentre Saitta rimase vicino a Gaetano Leonardo. Anche a Enna, infatti, c’era un gruppo inviso a Madonia, come in altre province>>. A Vara è stato chiesto anche se conoscesse il figlio di Salvatore Saitta, Giuseppe. Il pentito ha risposto di avere incontrato, in passato <<un figlio di Saitta del quale però non sapevo il nome di battesimo e non ho notizie certe se sia stato affiliato o meno>>.
Detenuto dal 30 aprile 1996 Ciro Vara nel 1993 si costituì alle forze dell’ordine mentre era ricercato nel corso della “Operazione Leopardo” che portò all’arresto di 203 persone. L’inchiesta aveva preso il via dalle dichiarazioni del collaborante Leonardo Messina, ex capomafia di San Cataldo, il quale, parlando del boss, disse che era un uomo importante tanto che durante una riunione nella quale si discuteva sul maxiprocesso di Palermo Messina disse che tutto <<sarebbe finito in una fesseria alla Cassazione perché avevano la sicurezza che il processo sarebbe andato a finire nelle mani giuste>>. Fecero riferimento a lui, come uomo d’onore e  parente di Giuseppe Madonia, anche Francesco Marino Mannoia e Luigi Ilardo, altro cugino di Madonia, che disse: <<Il candidato designato a sostituire Madonia nella reggenza provinciale di Caltanissetta era il capomandamento di Vallelunga: Ciro Vara>>. In merito alla sua collaborazione e in particolare sui delitti genovesi, il colonnello dei carabinieri Michele Riccio ha espresso una certa perplessità: <<Sui fatti genovesi l’unico che potrebbe rivelare qualcosa, dopo la morte di Luigi Ilardo, è solo il boss Madonia. (…) Ciro Vara da molto tempo vive defilato dalle attività di Cosa Nostra. Parla quindi solo di cose riferite da altri.. Ora vuol fare il pentito per interesse, solo perché ha saputo che Giuffré avrebbe parlato di lui>>.

Luigi Giuliano
Dopo tanto parlare, finalmente l’annuncio fatto in aula: <<Voglio ufficializzare la mia collaborazione con la giustizia>>. A parlare è il boss di Forcella, Luigi Giuliano, “o’ rre”, che con un telegramma inviato ai pm della Dda di Napoli, Giuseppe Narducci e Aldo Policastro ha rivelato di voler “saltare il fosso”.




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Cosa nostra
Verso una nuova stagione di sangue
Cronologia di un’escalation



Marzo 2002
Pietro Aglieri scrive una lettera al procuratore nazionale antimafia Piero Luigi Vigna e al procuratore di Palermo Piero Grasso, nella quale rivolge un appello alle istituzioni che con “lungimiranza” dovrebbero garantire anche ai mafiosi “processi equi” e una sorta di terza via tra irriducibili e dissociati.
12 luglio 2002
Leoluca Bagarella, mentre è in discussione la proroga del carcere duro (41 bis), in teleconferenza, durante un processo a Trapani, legge un comunicato contro il 41 bis, in cui accusa i politici di non aver mantenuto i patti.
14 luglio 2002
Giuseppe Graviano (sapendo di avere la posta controllata) scrive una lettera a Fifetto Cannella in cui discetta d’arte e chiede se è più importante “la Cappella Sistina o il Museo Egizio di Torino”. I due sono tra i protagonisti della stagione delle stragi del 1993 con obiettivi proprio edifici d’arte.
15 luglio 2002
Silvio Berlusconi risponde: “Non ci faremo intimidire”.
17 luglio 2002
Viene resa pubblica una lettera firmata da 31 boss mafiosi (tra cui Graviano e Cannella), affidata al segretario radicale Daniele Capezzone, in cui lanciano avvertimenti ai loro avvocati che, diventati parlamentari, li hanno diimenticati.
17 luglio 2002
Il Sisde stila un’informativa segreta in cui comunica di aver appreso da fonti confidenziali che, “vista l’inefficacia delle proposte di “pacificazione”, i capi di Cosa Nostra in carcere potrebbero aver deciso di reagire con gli strumenti criminali tradizionali colpendo obiettivi ritenuti paganti. Secondo le stesse fonti avrebbero però affermato l’intenzione “stavolta…” di “non fare eroi””. L’informativa fa due nomi di possibili obiettivi: Marcello Dell’Utri e Cesare Previti.
19 luglio 2002
Altra informativa del Sisde, in cui si accenna alla lettera inviata dai 31 boss agli avvocati-parlamentari, che il servizio ritiene per questo a rischio attentato. In seguito viene assegnata una scorta ad alcuni di quegli avvocati e a Dell’Utri.
8 agosto 2002
L’Ansa annuncia che “sono state rafforzate le misure di sicurazza nelle grandi gallerie della Santa sede e nella Cappella Sistina”.
Estate 2002
Altre lettere tra boss mafiosi con posta sotto controllo: vi si parla d’arte, di sport, di Formula 1 e del Milan calcio. Giovanni Riina, figlio di Totò, manda alla madre una lettera in cui discute del Milan. I Graviano chiedono che sia loro mandata una maglia del Milan. Un rapporto dello Sco interpreta: sono in attesa di una risposta a qualche richiesta presentata a esponenti del fronte berlusconiano; e la sigla usata per dire Formula 1 è F1, quasi identica a FI, Forza Italia. Il Museo Egizio di Torino, secondo alcuni investigatori, è un accenno al procuratore generale torinese Giancarlo Caselli.
9 settembre 2002
Marcello Dell’Utri rinuncia alla scorta.
Inverno 2002
Continua la corrispondenza tra boss. Vi si parla di una fabbrica “da chiudere”, con un nome simile a quello di un magistrato antimafia. Uno dei fratelli Graviano annuncia che gli sarà regalato un cane, che “arriverà prima di Natale”. Contro il 41 bis, la mafia apre due canali: due avvocati calabresi e il partito radicale. Lo conferma Luigi Giuliano, camorrista, che i radicali avevano citato come esempio di vittima di trattamento disumano: diventato collaboratore di giustizia, Giuliano rivela che le sue malattie erano inventate, con la complicità di un direttore sanitario; e che esiste un piano per agganciare i politici, inviare messaggi e ricatti e ottenere un trattamento carcerario più favorevole. Altrimenti “la tregua” accettata da Bagarella finirà.
19 dicembre 2002
Il Senato approva (Dell’Utri assente) il 41 bis come norma definitiva.
22 dicembre 2002
Allo stadio di Palermo viene esposto uno striscione: “Uniti contro il 41 bis. Berlusconi dimentica la Sicilia”.
25 marzo 2003
Dichiarazioni spontanee di Totò Riina, in teleconferenza dal carcere di Ascoli Piceno, durante un processo sulle stragi del 1993: “Sono innocente. Dal giorno del mio arresto sono sempre stato in isolamento e non potevo avere contatti nemmeno con i miei parenti”. Poi Riina invita i giudici ad approfondire le circostanze del suo arresto, nel caso qualcuno dello Stato possa aver trattato per la sua cattura: “Ho letto sul Giornale di Sicilia che qualche giorno prima del mio arresto il ministro Mancino aveva più volte annunciato che era imminente la mia cattura. Quindi c’è stata una trattativa, cercate di informarvi. E informatevi pure sulla vicenda Di Carlo, che mi risulta sarebbe stato contattato dai servizi segreti per gli attentati con autobombe”.
6 maggio 2003
Arriva in aula alla Camera il disegno di legge Pepe-Saponara che permette la revisione dei processi, anche quelli con sentenza definitiva, ma emessa prima dell’approvazione del cosiddetto giusto processo. I boss mafiosi Ipossono cosÏ sperare di ricominciare da capo i loro processi.
TRATTO DA SOCIETA CIVILE 
http://www.societacivile.it/memoria/articoli_memoria/cronologia.html





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<<Ha deciso di pentirsi perché vuole cambiare vita>>, ha detto il suo legale Civita Di Russo. <<Di carattere sanguigno, uno dei più pericolosi killer del clan>> - così lo descrive una scheda dei
carabinieri -, Giuliano viene arrestato per la prima volta a Forcella il 15 luglio del 1982, ma torna in libertà per motivi di salute (è ammalato di cuore) il 15 aprile del 1983.
A Napoli l’annuncio del suo pentimento ha un effetto dirompente, visto che Don Loigino è stato il capo di una famiglia che controllava i traffici del popoloso rione napoletano insieme ai fratelli Carmine, Salvatore, Guglielmo e Raffaele. Negli anni Ottanta fu lui a coalizzare nella “Nuova famiglia “ i clan che faranno successivamente la guerra alla “Nuova Camorra Organizzata” di Cutolo  - (Vollaro, Zaza, il clan dei casalesi, Alfieri e Immaturo).
<<Ero il capo dei capi – sono le sue prime rivelazioni -, ma le scelte erano sempre collegiali. Mi spettava sempre l’ultima parola, anche se Vollaro era più anziano, ma avrei perso di credibilità se avessi preso un’iniziativa senza il consenso degli altri. Quando la cupola doveva prendere qualche decisione, alla riunione non potevano partecipare gli affiliati. Mentre i gregari attendevano le nostre disposizioni. Per motivi precauzionali ci incontravamo sempre di sera>>.
Il padrino della Camorra, con le sue rivelazioni, potrebbe veramente riscrivere la storia della organizzazione, ma il suo pensiero sono i ragazzi di Napoli ai quali lancia, con forza, un appello dall’aula bunker numero tre del carcere di Poggioreale: << Non seguite la Camorra, non smarritevi nella perdizione. Nella Camorra i ragazzi non possono trovare che morte. E se anche sopravvivessero, il loro destino sarebbe comunque quello di morire in galera>>.
<<Spero che le mie parole – continua – tocchino il cuore delle mamme e quello dei ragazzi di Napoli, per confortare la loro speranza, perché i ragazzi non muoiano e non si perdano. Ora sto collaborando con la giustizia perché voglio conoscere la vita e dare un minimo di bene perché sinora ho fatto male alla società e anche alla mia famiglia. Lo dovrebbero capire tutti i carcerati. Io sono un mito e una leggenda per i ragazzi. Ecco perché lancio questo disperato appello. E’ il pentimento la strada giusta, la rettitudine e l’onestà i valori da seguire>>.  A pentirsi prima di lui sono i fratelli: Carmine (‘o lioni, arrestato a Napoli il 1° gennaio 1999) Guglielmo (‘o stuort, catturato il giorno dopo), e Salvatore  (‘o montone preso a Monteforte Irpino dove viveva da qualche mese travestito da prete, il 27 novembre del 2000) e l’ultimo dei fratelli, Raffaele.

Salvatore Grigoli
Salvatore Grigoli, killer di spicco a disposizione della cosca di Brancaccio, il 15 settembre 1993 ammazzò con un colpo di pistola alla nuca Don Pino Puglisi.
All’epoca del delitto, Grigoli aveva trentadue anni. Arrestato il 19 luglio del 1997 dopo un lungo periodo di latitanza decise di collaborare con la giustizia. <<Io vorrei collaborare … con la giustizia, quindi definendomi collaboratore >>. <<Però, per quanto riguarda questo processo, vorrei definirmi io più che altro un pentito, perché mi sono pentito realmente di aver commesso questo omicidio>>. Grazie alle sue rivelazioni le manette scattano per numerosi affiliati e gregari della cosca di Brancaccio.
Nato nel 1963, licenza elementare, sposato e padre di tre figli, in un verbale ha raccontato la sua storia: <<All’inizio avevo lavorato per un’impresa ed ero stato licenziato per cessata attività. In questo periodo, per sfamare la famiglia ho cominciato a delinquere, frequentando il Giacalone Luigi. Avevo partecipato a una rapina in una gioielleria e dopo, nell’anno 1986, ero stato avvicinato dal Mangano Antonino>>. A 24 anni Grigoli commette il primo delitto, a cui ne faranno seguito molti altri.
Autore di quaranta omicidi, ammise anche di avere avuto un ruolo nell’organizzazione degli attentati del 1993 e pure nel rapimento di Giuseppe Di Matteo, figlio del collaboratore di giustizia Santo, che fu poi strangolato e sciolto nell’acido. Confessò anche di aver bruciato le porte di casa dei volontari dell’Intercondominio. <<Fummo incaricati io, Spatuzza e Guido Federico di bruciare le porte di tre famiglie di uno stabile di via Azolino Hazon, - dichiara il pentito - nei dintorni di questa via… perché queste persone erano vicine a padre Puglisi>>.
Interrogato sull’omicidio Pugliesi ha dichiarato: <<Ci fecero sapere che l’omicidio non doveva apparire un delitto di mafia bensì come l’opera di un tossicodipendente o di un rapinatore. Per tale motivo fu utilizzata una pistola di piccolo calibro e al sacerdote fu sottratto il borsello. (…) Il padre si stava accingendo ad aprire il portoncino di casa. Aveva il borsello nelle mani. Fu una questione di pochi secondi: io ebbi il tempo di notare che lo Spatuzza si avvicinò, gli mise la mano nella mano per prendergli il borsellino. E gli disse piano: <<Padre, questa è una rapina>>. Lui si girò, lo guardò, sorrise – una cosa questa che non posso dimenticare, che non ci ho dormito la notte – e disse: <<Me l’aspettavo. Non si era accorto di me, che ero alle sue spalle. Io allora gli sparai un colpo alla nuca>>.
Il primo il collaboratore a fare il nome di Salvatore Grigoli come esecutore materiale del delitto fu, nell’ottobre 1995, Pasquale Di Filippo. Questi aveva raccolto le confidenze dell’assassino durante un periodo di latitanza trascorso insieme in una villetta.

 
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    Trapani: Nuovi legami tra mafia politica e massoneria. Il boss Messina Denaro tradito da falsi amici e documenti pericolosi.
    Gli affari della Despar in Sicilia. Si aggrava la posizione di Scuto nel processo.
    Barlume di speranza sul caso Rostagno. Vent'anni dopo l'attentato una perizia balistica potrebbe far emergere la verità.
    Talpe Dda. Le motivazioni delle sentenze Cuffaro, Borzacchelli e Ciuro.
    Calcestruzzi spa. Le dichiarazioni di Siino su Pesenti.
    Nu Bellu Lavuru. Sulla Ss 106 una commistione tra 'Ndrangheta e politica.
    Gli interessi di Cosa Nostra sul ponte di Messina.
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  • Editoriale

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    La nascita della seconda Repubblica sul sangue di Falcone e Borsellino

    Il 19 luglio 1992, a cinquantasette giorni di distanza dalla strage di Capaci, veniva assassinato a Palermo, in via D’Amelio, il giudice Paolo Borsellino e con lui gli agenti della sua scorta.

    Il 20 luglio 1992 nasceva la Seconda Repubblica di questo nostro Paese, basata sulla corruzione, sulle mafie, sulla violenza, sul dominio, sulla prevaricazione, sulla ricchezza illecita, sul razzismo e sulla xenofobia.

    Oggi, ancora luglio, ma 2008, ci ritroviamo per la terza volta al governo l’imprenditore Silvio Berlusconi, plurimputato in diversi processi, amico di condannati per mafia e amico di Cosa Nostra sin dai primi anni Settanta. Che inneggia, abbracciato al suo principale garante Marcello Dell’Utri, all’eroe Mangano, complice dello scioglimento nell’acido di esseri umani.


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  • Terzo Millennio

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    In questo numero:

    Dopo sei anni di prigionia è stata finalmente liberata Ingrid Betancourt.
    Giulietto Chiesa, sempre analizzando il quadro internazionale degli eventi, spiega il trattato di Lisbona, attorno al quale si è creato un vero dibattito politico.
    Nuovi interrogativi sull'11 settembre. Troppi crolli accidentali.
    Appello contro la pedofilia e la sua ideologia. L'allarme lo lancia l'Associazione Meter di Don Fortunato Di Noto.
    Libera l'Acqua: prosegue la campagna sull'oro blu da parte delle associazioni del Cipsi.
    Si torna a parlare di Nucleare. Una minaccia per il mondo.
    Intervista al pm paraguaiano Arnaldo Guizzo in lotta contro la corruzione e il narcotraffico.
    Appello per un'informazione libera: un nuovo format televisivo per garantire libertà e democrazia nell'informazione.


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