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di Roberto Saviano - 9 maggio 2008
Senza mediazione, tutto si apre negli occhi dello spettatore e
costruisce la realtà di questi territori. Un mosaico di immagini che si
fa vita, si incarna e diventa film.
L'ispirazione è chiara, il metodo
della strada neorealista. "Paisà" di Roberto Rossellini, ma anche
Francesco Rosi e penso a certe immagini di Vittorio De Seta. Nel suo
"Gomorra", Matteo Garrone ha realizzato una sorta di topografia umana.
È interessato a raccontare la pelle, il sudore di questa quotidiana
apocalisse. Film e libro si integrano a vicenda, ma non si
sovrappongono. Vivono autonomi, in un rapporto speculare.
La camorra nel film è la forma di vita e di morte del quotidiano. Non è
un mostro né un'aberrazione. È la forma di vita di tutti i giorni. Ha
ragione Raffaele Cantone: quello del film è il piano terra della mafia
campana. La scelta di privilegiare aspetto sintetico e antropologico di
questo territorio. Le canzoni dei neomelodici con la valenza che hanno
assunto nell'epica criminale. La scelta di affidare la scena ai
personaggi che hanno vissuto quelle storie, tutto incluso, anche i
problemi con la giustizia. Sono, non simulano. L'esistenza di molti di
loro è un racconto feroce. All'inizio la troupe era stata accolta con
diffidenza nei territori: a Secondigliano, nel Casertano erano visti
come una presenza ostile. Poi il set è diventato una sorta di festa
popolare, un'osmosi con il mondo intorno che si è riversato nel film.
Le comparse scelte quando dovevano recitare le azioni militari, mettere
a segno agguati e omicidi, non imitavano i film: replicavano la realtà
che avevano visto o che sentivano raccontare dai loro amici testimoni
diretti. Le sparatorie non sono "cinematografiche", non c'è nulla di
spettacolare. L'agguato è sempre subìto, visto dalla prospettiva della
vittima, rapido, stordente. Le detonazioni sono secche, senza eco: la
raffica infinita e compiaciuta del mitragliatore di Rambo non esiste. I
momenti di tenerezza spiccano, si notano perché sono fuori concetto.
Volontarie distonie in una ciclicità dannata. I bambini che scherzano
nella piscinetta di gomma ricavata sulla terrazza delle Vele di
Secondigliano, macchia azzurra in un mondo senza colore.
La vecchia che cerca di riportare ordine nella campagna devastata dagli
sversamenti di veleni, incapace di rassegnarsi alla sterilità della
terra. Gli attori appaiono senza fascino, nessun bel tenebroso ma
nemmeno volti caratterizzati, pasoliniani. Sono a metà tra Scarface e
uno qualunque dei ragazzi dello show della De Filippi. Matteo Garrone
imprigiona l'anima del vissuto: è la forza del lavoro toponomastico,
che diversamente al libro si inoltra nell'inchiesta. Due episodi,
quello del sarto che confeziona abiti da Hollywood nei capannoni
dell'agro napoletano e quello del broker dei rifiuti tossici, sono più
vicini alla realtà economica collusa che ho affrontato con "Gomorra",
anche senza penetrare in profondità il meccanismo imprenditoriale della
camorra. Perché quella su cui si concentra il film è appunto
un'apocalisse quotidiana. Non è tragica nel senso classico con una
dispersione totale della realtà.
È un'apocalisse statica, che non deflagra e non spacca i muri delle
Vele, una fortezza che sembra prigione. Quei ragazzi in mutande negli
acquitrini che sparano con i Kalashnikov urlando, la scimmia in gabbia
costretta a nascondersi per la guerra degli scissionisti. Guerra e
morte sono il quotidiano, che non distruggerà la realtà, che non
permetterà a nulla di diventare diverso. Non è tutto perduto. No,
Roberto il giovane assistente della stakeholder dei veleni ha la forza
di dire basta. Il broker lo insulta: «Va a purtà 'e pizze». O la
ricchezza grazie a questo lavoro infame, o abbassati a una vita umile
da cameriere: o uccidi o sei servo. Ma la speranza è in quel no, nella
capacità di resistere. Quel Roberto non sono io.
Nella scelta del nome c'è una sorta di omaggio che mi hanno tributato.
Ma la mia speranza è un'altra. Poter raccontare è già speranza. Nel
momento in cui si conosce si può sperare. E se si conosce, si può
sapere che lì non c'è futuro fuori della morte, che è ancora possibile
dire di no. Ogni spettatore è la speranza.
tratto da Espresso online
Maxi schermo Gomorra
di Gianluca Di Feo
Abbiamo visto in anteprima, con il pm che indagò sulle stragi di camorra, il film tratto dal romanzo di Saviano del regista Garrone. Una apocalisse tutta in dialetto. Un inferno di violenza e degrado. Girato nei fortini dei clan. Colloquio con Raffaele Cantone
La statua di padre Pio che cala dai piani alti delle Vele di Secondigliano, il mostro urbanistico diventato teatro della faida di camorra più sanguinosa. Un santo che viene fatto traslocare, cacciato via perché è venuta l'ora dei killer e bisogna decidere tra amici e nemici: anche padre Pio è finito con gli scissionisti e segue in guerra i suoi devoti. Un'immagine surreale, quasi onirica che invece appartiene alla più profonda realtà. Questa è la forza del film che Matteo Garrone ha tratto da "Gomorra", il romanzo-inchiesta di Roberto Saviano: un racconto visivo che esce dal libro e si immerge, come dice il regista, nell'apocalisse quotidiana della criminalità campana.
Cinque storie parallele si intrecciano per inabissarsi in una terra dove non c'è più civiltà: tutto ha un prezzo, tutto si brucia, tutto è morte. Pochi attori veri, con Toni Servillo nella parte del manager di rifiuti tossici. Il resto è la vita che entra nel film: gli abitanti delle Vele, fortezza impenetrabile alle polizie, che interpretano se stessi. Nella produzione Fandango, che sarà in gara a Cannes, non c'è l'italiano: solo dialetto con sottotitoli. Le canzoni dolciastre dei neomelodici si alternano agli spari dei sicari, che ammazzano sempre a tradimento. Niente sole, né futuro: il mare non bagna Gomorra. «Nel corridoio passerella del piano alto vendono droga, mentre in quello inferiore celebrano un matrimonio. Tutto sotto il controllo delle vedette del clan. È una scena potente, che sintetizza una microsocietà
Raffaele Cantone
organizzata intorno allo spaccio. Un mondo chiuso: non c'è altro, non c'è un centro urbano, mai un contatto con l'esterno. È un anti-Stato».
Raffaele Cantone è uno spettatore particolare. Come pubblico ministero ha indagato su alcune delle vicende che sono diventate racconto di Saviano e adesso film di Garrone. Come quella di Marco e Ciro, ragazzini testardamente senza paura che sfidano l'ordine pubblico dei padrini casalesi: «Ricordo quando i loro corpi furono scoperti. Non posso dimenticare come li avevano ridotti, abbondandoli all'oltraggio degli animali. E sento ancora l'amarezza per non avere individuato con certezza gli esecutori del delitto. Uno degli attori che li interpreta è una maschera perfetta dei giovani di quella provincia disastrata». Ci sono tanti bambini, usati come manovalanza. Per tutti la prova d'iniziazione è indossare un giubbotto corazzato e farsi sparare dritto sul petto. Cadono come burattini e poi si rialzano, burattini al servizio dei boss.
«Il rispetto per i bambini è un tabù che a Secondigliano è stato superato: il meccanismo dello spaccio coinvolge tutti senza guardare all'età, non più esseri umani ma ingranaggi. I casalesi sembrano essere più rispettosi, non a caso sono i più mafiosi dei clan campani anche se nel film vengono presentati con un eccesso di premura verso quei minorenni che creano disordine ». Tra le due camorre c'è una differenza di stile. Le reclute delle periferie napoletane vengono mostrate più fashion, con abiti griffati e auto trendy che spiccano nel degrado dei falansteri popolari. I casalesi appaiono anziani, rozzi e grassi, spesso in ciabatte. «Rimasi stupito davanti al cadavere di uno scissionista ventenne. Indossava solo capi firmati, dalle scarpe in su», ricorda il magistrato: «Certo, i casalesi sono altro. Anche gli accenti sottolineano la diversità: in quella zona del Casertano il dialetto non ha la purezza napoletana ma influenze pugliesi. Solo uno degli attori riesce a parlarlo. Ma quello dei casalesi attempati è uno stereotipo forzato: hanno leve giovani e feroci». Cantone è nato e cresciuto in quei luoghi: «Avevo una casa proprio a Castel Volturno fino a pochi anni fa, l'ho lasciata quando assassinarono l'uomo che curava il giardino. Certo, poter comprendere i dialoghi originali permette di respirare il film in modo diverso. I sottotitoli devono necessariamente sacrificare sfumatore e lessico di quel mondo».
Forse è proprio per la sua capacità di decifrare la realtà casalese che i boss lo considerano un pericolo: anche adesso che ha lasciato la Procura antimafia campana per la Cassazione continuano a minacciarlo, allineando il suo nome a quello di Saviano e della cronista Rosaria Capacchione. Cinque finanzieri lo scortano ovunque, persino nel buio della sala proiezione. E anche quei giovani che stanno dall'altra parte non nascondono lo stupore per il realismo: «Quelli sono loro. Non sembra un film». Un'apocalisse che si perpetua, come una bestia biblica che continua a divorare se stessa? «L' importante è mostrarlo. Fa vedere che non c'è futuro, che arrivare a compiere trent'anni è un traguardo ambito: non ci sono eroi criminali. Nell'unica scena girata nella villa costruita dal padrino Sandokan copiando la dimora di Scarface, i due adolescenti ripetono a memoria il dialogo o di Al Pacino ma sono destinati a finire crivellati. Carne da macello: si uccide e si muore senza nemmeno capire cosa sta succedendo. E se non mitizzi la vita del camorrista, se indichi con chiarezza che porta solo alla morte, allora dai comunque una spinta a cambiare». Si vedono tanti quattrini. Mazzi di banconote.
E ragazzi che hanno una sola certezza: «I soldi sono la prima cosa». Tutto è all'asta, anime e corpi. «Ma quelle sono le briciole. Quanto denaro consegna il postino che paga il mensile alle famiglie dei detenuti? Cinquecento euro per una moglie in carcere? Il film descrive solo i proletari della camorra, si ferma al piano basso. Più in alto c'è chi accumula capitali e ancora più su chi li investe: una sfera che compare nel libro di Saviano mentre Garrone si concentra sul microsistema dello spaccio». La violenza è controllata: non si spreca un colpo, ogni azione appare meditata. «Il sistema regola la violenza, ma solo all'interno. Se si allargasse il campo al rapporto con la città, si vedrebbe come sfogano l'aggressività verso l'esterno: picchiano, spaccano vetrine. I quartieri borghesi di Napoli diventano la zona per scaricare la tensione».
O fanno come i guaglioni che hanno rubato l'arsenale dei padrini: sparano e sparano. «Anche le armi che appaiono come feticci, ostentate e adorate, lo sono solo per i ragazzini: con l'età diventano strumenti di lavoro». Impressionanti le dinamiche dei rifiuti tossici, con i contadini che ne chiedono di più per aumentare i guadagni: «Sempre più terra? Ci penso io a riempirla», assicura il manager senza scrupoli interpretato da Servillo. E così avvelenano tutto: «Vendendo la terra si rinuncia alle radici.
Il fenomeno c'è stato: di sicuro non poteva funzionare senza connivenza. Ancora oggi non abbiamo idea di quanto sia profondo l'inquinamento. Ricordo quando sul litorale scavavano decine di laghetti. Allevamenti di pesce, dicevano. Invece la sabbia serviva per il cemento e il buco per nascondere scorie». La pellicola è spietata, senza speranza. «No, una speranza c'è. La testimonia l'assistente del manager, quel Roberto che sembra identificarsi con Saviano: rinuncia al posto per non accettare il sistema criminale. Ma il film parla di Secondigliano e del Casertano. Napoli è un'altra storia. I boss sentono la pressione dello Stato, sanno che li attende il carcere duro: lì non ostentano, non camminano liberamente, evitano lo sfarzo.
Certo, per sconfiggere la camorra ci vorrà tanto tempo e non bastiamo noi magistrati. Serve una bonifica sociale. Se alle Vele togli la droga, di che vive quella gente?». La pellicola si chiude. I ragazzini che non volevano capi sono finiti in trappola, quattro colpi e i loro corpi finiscono nella foce del fiume. È il Volturno. Lì è nata l'Italia. Garibaldini e sabaudi, insieme, spazzarono via l'armata borbonica sancendo l'unità. Il Volturno di Matteo Garrone è tornato a essere la linea del fronte. Quella tra Stato e anti-Stato. E non è detto che a vincere sia il primo
Da Scampìa a Cannes
Matteo Garrone torna sul luogo del delitto. Su quel litorale casertano
con gli ecomostri del Villaggio Coppola che fece da sfondo al successo
inatteso de "L'imbalsamatore". Ora, come a chiudere un percorso, ha
girato nella stessa terra un altro film particolare, con scelte che
faranno discutere quale l'uso totale del dialetto. E scene visionarie
destinate a diventare culto. Fandango si è lanciata nella produzione
nel giugno 2006, quando Domenico Procacci bloccò al volo i diritti sul
romanzo di Roberto Saviano appena uscito.
Impossibile
allora prevedere il caso editoriale di "Gomorra", tradotto in 33 lingue
e venduto in circa 1.200.000 copie. Alla sceneggiatura in quei mesi ha
lavorato lo stesso Saviano, assieme a un altro profondo conoscitore del
territorio come Maurizio Braucci. Ma Garrone, 40 anni, usa il testo
come canovaccio e lascia spesso che sia il set a comandare. «La materia
da cui sono partito era così potente che mi sono limitato a riprenderla
con estrema semplicità, come se fossi uno spettatore capitato lì per
caso», ha dichiarato. Ci sono attori di spessore: oltre a Servillo,
Salvatore Cantalupo e Gianfelice Imparato.
E una schiera
sorprendente di esordienti giovanissimi come Marco Macor e Ciro
Petrone. Si impone il volto acerbo di Salvatore Abruzzese, tredicenne
di Scampia arrivato al teatro grazie all'associazione Chi rom e chi no,
e l'esperienza di Arrevuoto, nate proprio per dare un sogno ai bambini
della terra desolata di camorra. "Gomorra" sarà in gara a Cannes e
nelle sale dal 16 maggio
tratto da: Espresso online
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