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Antimafia Duemila

Friday
Aug 22nd
Per una CULTURA DELLA LEGALITA’ n°33 PDF Stampa E-mail

Palermo 11 anni dopo
di Maria Loi

«Il passare del tempo concederà saggezza e buon senso. Il passare del tempo restituirà onore al vero. La mia rivoluzione sembra già lotta contro mulini a vento, e non porterà medaglie al valore…>>.
La voce di Carmen Consoli sotto l’albero Falcone rapisce i presenti, la sua “Mulini a vento” racchiude il grido di rabbia e speranza di molti. E in tanti sperano davvero che il passare del tempo possa concedere saggezza, buon senso e onore al vero, in questa terra dove il sangue di 11 anni fa non è mai stato lavato. Come quello di 20, 25 anni prima, dei tanti “martiri” caduti uno dopo l’altro.
Anche quest’anno le manifestazioni dell’anniversario della strage di Capaci si sono susseguite senza sosta, durante il periodo delle elezioni amministrative, con conseguente circo mediatico degli “amici” di Falcone.
Parallelamente si sono svolti diversi incontri all’insegna dell’essenzialità e della denuncia, con uomini e donne rappresentanti di associazioni, magistrati e giornalisti “ribelli”.
Storie di gente comune, di gente che di 11 anni fa ricorda ancora la paura, il senso di solitudine e la voglia di reagire all’indomani delle stragi di Capaci e Via D’Amelio.
Giovanni Falcone non c’è più, Paolo Borsellino nemmeno, gli attacchi sempre più devastanti alla magistratura “rea” di alzare troppo il tiro nei confronti della politica collusa proseguono, mentre assistiamo allo scempio della Giustizia. Una sensazione di profonda amarezza nel vedere quegli stessi politici pronti a togliere i mezzi a chi fa quotidianamente la lotta alla mafia, decantare poi le doti dei due magistrati scomparsi.
Ma la folla multicolore riunita in via Notarbartolo ha potuto restituire un po’ la speranza. Famiglie, scout, vecchi militanti di partito, studenti sfiancati dalle molte ore di viaggio con i loro insegnanti e le bandiere della pace. Per il loro sacrificio e per chi verrà dopo, vale la pena continuare… qualcuno lo dice, altri forse lo pensano. 11 anni dopo contro i mulini a vento tutto sembra  essere cambiato, niente sembra essere cambiato.

Centinai e centinaia di ragazzi hanno gridato no alla mafia!
I veri protagonisti dell’undicesimo anniversario della strage di Capaci sono proprio loro, i giovani, con le loro rappresentazioni, i loro lavori, riflessioni, desideri e speranze. Sono gli studenti di 70 scuole - 50 palermitane e le altre del resto d’Italia - che si sono dati appuntamento il 22 e il 23 maggio davanti all’aula bunker dell’Ucciardone per allestire il villaggio europeo della legalità <<un luogo - spiega Maria Falcone - nel quale poter liberamente rappresentare non solo il frutto dell’impegno, ma anche il desiderio ed i sogni dei giovani>>.
Tra i cartelloni colorati, che anche quest’anno hanno tappezzato l’aula bunker, spiccano scritte rivolte a Falcone e Borsellino: <<Non li abbiamo conosciuti. Volevano un mondo migliore. Anche noi>> scrivono i ragazzini della scuola elementare “Rosolino Pilo” e ancora <<Non ho paura delle parole ma del silenzio degli onesti>> e infine “Il suo lavoro il nostro presente. I suoi sogni il nostro futuro”.
E in quell’aula dove Falcone avviò il primo maxiprocesso a Cosa Nostra, Maria Falcone, ricordando il giudice Antonino Caponnetto - scomparso alcuni mesi fa -  ha aperto il convegno promosso dalla Fondazione Falcone “Come può funzionare la giustizia”.
In aula, oltre al procuratore di Palermo Pietro Grasso, si sono riuniti per discutere di  giustizia, il presidente del Csm Virginio Rognoni, il presidente dell’Anm Edmondo Bruti Liberati e i suoi predecessori Giuseppe Gennaro e Antonio Patrono. E’ davanti a loro che Maria Falcone ha dichiarato, lasciando di stucco anche il folto pubblico presente, : <<Voglio ricordare a tutti i magistrati presenti in aula un messaggio che mi viene ripetuto da tanti. Un messaggio di scoraggiamento: suo fratello, mi dice la gente, era un’altra cosa, ma noi non abbiamo più fiducia nella magistratura. Voi non sapete quanto dolore mi danno queste parole>> ha detto la sorella del giudice, sottolineando che la gente è scontenta della <<lungaggine dei processi e della mancanza di certezza della pena>>.
Il dibattito, è diventato subito di altissima emozione e la risposta del procuratore Grasso non si è fatta attendere: <<Capisco che la gente non ha fiducia nella magistratura ma noi non abbiamo i mezzi di comunicazione per ribaltare questo giudizio. La magistratura non si è mai fermata>>.
Replica di Grasso anche al presidente della commissione antimafia Roberto Centaro che invitava tutti alla pacificazione. <<Ci viene rivolto l’invito alla pacificazione e al dialogo, ma mi chiedo con chi? Forse con coloro che ogni volta gridano al complotto quando c’è una sentenza di condanna, o con chi intravede nell’istruttoria di un processo fantasmi di attentati alla stabilità di Governi. Siamo caduti in basso in Italia perché ormai il concetto di giustizia è ridotto a merce di scambio. Ma se non si faranno processi in Italia sarà caos, disordine e mancanza di etica. Si diffonderà la sensazione di una impunità diffusa che non farà che accrescere la paura e violentare la speranza degli onesti>>.
<<Dare ad un magistrato del parziale>> ricorda il presidente dell’Anm, Edmondo Bruti Liberati <<è il massimo attacco che si può fare alla magistratura>>.
All’ennesimo scontro sulla giustizia l’appello del vicepresidente del Csm, Virginio Rognoni, dall’aula bunker, è quello di <<abbassare i toni>>. <<Non si può andare avanti con continue e ripetute risse, non si può addossare ogni responsabilità ai magistrati>>. E poi ancora, ribadendo il sì del Csm alla separazione delle funzioni, ma non a quella delle carriere fra pm e i giudici, ammette: <<Bisogna tornare ad una diffusa pacatezza, trovare una convergenza nel lavoro delle istituzioni, salvaguardando, sempre, l’indipendenza e l’autonomia della magistratura che sono dettato costituzionale>>. Rognoni ha aggiunto infine: <<Se salta il convincimento della gente che il giudice è imparziale salta ogni regola della convivenza civile>>.
A smorzare la tensione e le polemiche di questi giorni sono sempre loro, i giovani, protagonisti anche a Capaci! Qui circa 500 studenti, in un corteo organizzato da Libera, dalla scuola elementare Alcide de Gasperi di Capaci, hanno raggiunto il luogo della strage deponendo corone di fiori; con loro Rita Borsellino e Gian Carlo Caselli. <<Non ho mai avuto il coraggio di tornare sul luogo della strage, mi mancava il coraggio di calpestare questo terreno. Ma il coraggio me lo danno i bambini, oggi questo luogo è diventato un prato fiorito>> ha ricordato Rita Borsellino. E a Palermo, sempre la mattina del 23 maggio, oltre all’aula bunker, ci sono state altre due iniziative “Diamoci la mano” dove i ragazzi di altre undici scuole della Sicilia si sono date appuntamento in Piazza Vittorio Veneto e “Passeggiata della pace”, organizzata dalle Acli che hanno avuto come fulcro lo Spasimo e Piazza Maggione.
Nel pomeriggio, invece, due cortei, uno partito dall’aula bunker e l’altro dal Palazzo di giustizia, hanno raggiunto l’albero Falcone. Un corteo che rappresenta <<l’unirsi al viaggio di Falcone sul luogo di lavoro e del suo assassinio, dove un albero, - ha dichiarato la sorella - che cresce rigoglioso in pochissima terra, sfidando le leggi della natura, ormai ne è diventato il simbolo>>.
Grande entusiasmo, vicino alla bellissima Magnolia di via Notarbartolo, per l’intervento dell‘ex procuratore di Palermo Gian Carlo Caselli che ha posto l’accento, sugli attacchi che sta subendo la magistratura. <<Ricordare Giovanni Falcone - ha detto Caselli - significa rivendicare l’idea che l’indipendenza della magistratura e l’eguaglianza dei cittadini davanti alla legge non sono questione di destra o di sinistra, ma temi che riguardano le libertà e i diritti di tutti. Falcone lo sapeva ed è morto per questo>>. <<Gli stessi attacchi che ricevette il pool guidato da Antonino Caponnetto, di cui faceva parte anche Falcone – ha ribadito Caselli - si stanno ripetendo oggi. Come allora le polemiche stanno portando a delegittimare i magistrati. A qualcuno non piace che i magistrati facciano troppo il loro dovere>>.
A regalare emozioni forti, sempre nel pomeriggio, ci ha pensato anche la cantante catanese Carmen Consoli con la canzone “Mulini e Vento”, <<una canzone – ha detto l’artista – scritta per tutti gli uomini che hanno sacrificato la propria vita per la giustizia>>.
Poi il suono della tromba, alle 17,58, l’ora della strage, con centinaia di persone che per oltre un minuto, sono rimaste in silenzio davanti all’albero Falcone.
In mezzo a tanti, tantissimi ragazzi c’erano magistrati, sindacalisti, uomini politici di due schieramenti, associazioni ed esponenti della società civile.
A chiudere la giornata una messa per rendere omaggio ai tre poliziotti morti a Capaci: Antonio Montinaro, Vito Schifani e Rocco Di Cillo e l’incontro nella chiesa di San Francesco Saverio organizzato da Libera “Mafia, giustizia e informazione” con lo storico Salvatore Lupo, Giancarlo Caselli, Rita Borsellino e Umberto Santino. <<Siamo preoccupati sia per lo stato della giustizia in Italia che per la chiusura degli spazi di una libera informazione>> ha dichiarato Emmanuele Villa coordinatore provinciale di Libera.
In questi giorni di memoria era nell’aria anche l’eco delle polemiche per la concessione degli arresti domiciliari al collaboratore di giustizia Enzo Brusca e per l’ispezione disposta dal ministro Castelli. <<Senza i pentiti non possiamo sconfiggere la mafia - ha dichiarato senza mezzi termini l’ex presidente dell’Anm Giuseppe Gennaro -. Il fenomeno delle collaborazioni è stato prosciugato, forse all’indomani della modifica della legge sui collaboratori. Qualcuno che oggi cita questa concessione degli arresti domiciliari, polemizzando, dovrebbe vergognarsi; altri invece dovrebbero stare zitti>>. Senza giri di parole a riferire dell’uso dei collaboratori di giustizia è stato anche il procuratore Gian Carlo Caselli, che per quasi due ore davanti ad un centinaio di studenti del Liceo Gonzaga ha dichiarato: <<Lo Stato fa una valutazione dei costi e dei benefici. Piaccia o no a qualcuno, senza i collaboratori di giustizia sconfiggere la mafia è molto difficile se non impossibile. Un pentito in più significa svelare i segreti, scardinare un pezzo dell’organizzazione mafiosa, evitare decine di morti, spezzare intrecci con l’economia e la politica. L’applicazione della legge sui pentiti a volte è una medicina amara ma necessaria>>.
Della questione dei collaboratori di giustizia si è discusso anche nell’incontro, organizzato il 24 maggio dalla nostra rivista, intitolato “L’importanza dei collaboratori di giustizia” tenutosi per commemorare l’anniversario della strage di Capaci. Alla proiezione di un film documentario ha fatto seguito un vivace dibattito, che ha visto impegnati, nell’Aula Magna della Facoltà di Lettere e Filosofia, i pm Guido Lo Forte, Antonino Di Matteo, Antonio Ingroia, Teresa Principato, Luca Tescaroli e i giornalisti Marco Travaglio, Giorgio Bongiovanni e Lorenzo Baldo che hanno denunciato il rischio di arretramento nella lotta alla mafia senza l’utilizzo dei collaboratori.
Ha aperto il dibattito l’avvocato Giustino Piazza, che come familiare di vittima di mafia - il figlio Emmanule, agente del Sisde, ucciso dalla mafia -, e in seguito alle reazioni indignate per gli arresti domiciliari di Enzo Salvatore Brusca, ha dichiarato <<i pentiti sono un male necessario, ed è grazie a loro che si è potuto rompere il muro della omertà>> ma la sua perplessità è in merito al premio che viene a loro dato.
Prendendo spunto dall’intervento dell’avvocato Piazza, il pm Di Matteo che <<pur comprendendo, ma non condividendo le comprensibilissime rimostranze e perplessità dei parenti delle vittime di mafia su determinati trattamenti premiali riguardo i pentiti>> ha invitato ad una riflessione: <<il fatto che si parli del pentitismo in chiave critica a me fa pensare – è stato il commento del pm Di Matteo - che effettivamente l’obiettivo di queste discussioni da parte di qualcuno sia quello di porre fine definitivamente a questo fenomeno>>. Un disegno, quindi, a detta del magistrato palermitano, che punta a demolire la convergenza del molteplice, va le a dire, che le dichiarazioni di un collaboratore riscontrate con quelle di un altro pentito non costituiscono reato.
Il pm Luca Tescaroli senza giri di parole ha dichiarato che <<la premialità ai collaboranti va incentivata, se non altro per ottenerne di nuovi sul fronte delle relazioni esterne, nei ranghi di vertice dell’organizzazione>>.
Mentre contro chi vuole cambiare la legge, Guido Lo Forte ha dichiarato: <<quella italiana è la norma più rigorosa applicata in tutto il mondo>>, non scordiamoci che <<negli Usa è prevista l’impunità dei testimoni>>. <<I pentiti sono un male necessario>> ma anche <<sono delle belve che non si dovrebbe dubitare di tenere rinchiusi nelle carceri>>, sono state le parole dell’avvocato Giustino Piazza, il cui figlio Emmanuele, agente del Sisde venne ucciso dalla mafia.
Quando Giuffré iniziò a collaborare, ha detto il giornalista Marco Travaglio: <<prima era buono e poi è diventato cattivo quando ha fatto i nomi di Andreotti e Dell’Utri>>
Dello stesso avviso anche Antonio Ingroia che parla <<dell’indispensabilità dei collaboratori>>. La situazione è tale che <<stiamo arrivando ad un bivio>> in cui si deve scegliere <<o una strada in salita con rischi personali, anche, non da poco o una strada in discesa in mezzo a chi si è adeguato a questo conformismo imperante>>. E allora sorge il sospetto che <<le polemiche sui collaboratori di giustizia siano strumentali alla finalità di incrementare la perdita di credibilità dei magistrati, di incrementare la sfiducia dei cittadini. A questo punto diventa facile, con un artificio retorico, scaricare sulla magistratura le colpe di una giustizia che non funziona perché un legislatore non provvede a renderla più efficiente>>. Un quadro certamente non molto incoraggiante quello delineato dal sostituto procuratore Antonio Ingroia che ha dichiarato: <<Siamo sull’orlo di un precipizio. Un uragano controriformistico sta investendo la giustizia, in particolare, con il rischio che restino solo macerie della libertà di informazione; macerie della lotta all’antimafia così faticosamente costruita in questi anni, con il sangue di tanti; macerie del sistema giudiziario; macerie di tutti i principi su cui si fonda la nostra democrazia>>. <<E’ importante resistere perché può influire sul corso degli eventi>>.



BOX1
E’ nata la fondazione Caponnetto


L’istituto Antonio Ugo ha ricordato la strage di Capaci dedicando gli spazi di rappresentanza della scuola al giudice Antonio Caponnetto, scomparso il 6 dicembre scorso.  
<<Caponnetto - afferma l’insegnante Pia Blindano - aveva fondato il pool antimafia, e dopo le stragi del 1992 ha segnato la continuità fra le azioni di Falcone e Borsellino e la risposta della società civile alla mafia>>.
Sempre in ricordo di Antonino Caponnetto è nata a Firenze, lo scorso 16 giugno, una fondazione che porta il nome del padre del pool antimafia di Palermo. Tra i fondatori, Elisabetta, la moglie del giudice e la sezione dell’Anm di Palermo con Massimo Russo che spiegato che l’associazione <<serve per tentare di recuperare dall’oblio imposto da una società che ha smarrito i propri ideali, la straordinaria forza etica del suo impegno>>, Adriana Musella e Salvatore Talleri e il penalista Alfredo Galasso. <<Sono felice che si parta da qui  - ha detto la vedova Caponnetto - dove lavorava e mi faceva lavorare>>.



BOX2

Targa al giornalista
Dino Paternostro


Il 22 maggio alle 20,30 nella chiesa di San Giovanni dei Napoletani, la scuola di formazione etico-politica Giovanni Falcone ha consegnato al sindacalista Dino Paternostro <<esempio di coraggio civile e dedizione alla causa della verità e della liberazione dal giogo mafioso>> un premio, “Targa G. Falcone”, un riconoscimento per il lavoro quotidiano svolto nella lotta alla mafia.
La consegna è avvenuta nel corso dell’incontro “Il coraggio della verità in terra di mafia”.









A Crotone nella giornata della Gerbera Gialla
di Lorenzo Baldo


Sabato 3 maggio è l’alba, arrivo a Crotone con il primo bus da Roma, troppo presto per vedere cartelli e gonfaloni. Questione di un paio d’ore e nel piazzale antistante lo Stadio cominciano ad arrivare schiere di studenti delle scuole elementari, medie e superiori con i loro insegnanti. Poi è la volta dei sindaci delle province calabresi, insieme ad esponenti delle varie associazioni, all’idomani dello scioglimento dei consigli comunali di Isola Capo Rizzuto e Botricello per infiltrazioni mafiose.
21 anni fa a Reggio Calabria moriva dilaniato dall’esplosione di un’autobomba l’ingegnere Gennaro Musella, imprenditore ribellatosi alle logiche mafiose imperanti all’ora come oggi. Un omicidio voluto dalla ‘Ndrangheta insieme a Cosa Nostra. Da diversi anni la figlia, Adriana Musella, con l’associazione Riferimenti, continua a tenere viva la memoria attraverso una manifestazione itinerante che anno dopo anno sta attraversando tutta la Calabria. 
Verso le 10 parte il lungo corteo che attraversa la città, secondo le prime stime sono quasi un migliaio di persone, a passo lento, sotto gli sguardi attenti e silenziosi delle persone ferme ai lati della strada. Volti che si scambiano occhiate, mentre qualcuno commenta  a bassa voce. Crotone è anche questa.
Città che si affaccia su un mare blu che si fonde completamente con l’orizzonte. In una terra dove, citando la semestrale del 2002 della DIA, la ‘Ndrangheta ha ormai assunto un ruolo di primaria importanza in ambito mondiale nel traffico di sostanze stupefacenti, acquisendo e gestendo i principali canali d’importazione, tanto che... la stessa Cosa Nostra, ricorrerebbero ai calabresi per i loro rifornimenti.  La conclusione del corteo si è avuta nel piazzale del comune. La giornalista Ada Cosco ha coordinato insieme alla Musella la prima parte della giornata, quella con l’intervento di Nando dalla Chiesa che ha portato la sua testimonianza nella manifestazione antimafia più colorata della sua vita. O come quella del Procuratore di Palermo Pietro Grasso che, rispondendo ai recenti attacchi alla magistratura definita “politicizzata” ha confermato che a Palermo ci sono le toghe rosse, ma rosse di sangue…Parole che sono risuonate ancora più forti in quella piazza dove un’ombra di imbarazzo è comparsa sui volti di alcuni politici presenti. Gravi assenze istituzionali denunciate pubblicamente da Adriana Musella sono rimbalzate sulla bocca di tutti, mentre più in là gli uomini della sicurezza ascoltavano. Poi è stata la volta dei tanti ragazzi delle scuole di tutta la Provincia, con le loro storie, i loro canti e la loro disarmante voglia di vivere. Break fino al pomeriggio. Ore 17, aula Consiliare, 1° “Premio Antonino Caponnetto”, nel primo anniversario della Gerbera Gialla senza di lui. Premiati per l’impegno profuso nella lotta alla criminalità: Piero Grasso, Francesco Gratteri e Renato Cortese (dello Sco) che hanno ritirato i premi anche per il questore di Napoli Francesco Malvano e il capo della Squadra Mobile di Palermo Giuseppe Cucchiara, entrambi assenti. Di seguito una tavola rotonda su Mafia e Istituzioni insieme all’Avv. Li Gotti che ha descritto minuziosamente la situazione attuale in Calabria, il Procuratore di Crotone Franco Tricoli e Salvatore Calleri dell’Ass. Viva Jospin che ha annunciato la nascita della “Fondazione Antonino Caponnetto”. <<Quando suonerà la campana per la mafia? - si è domandato Piero Grasso, proponendo poi una sua amara riflessione - Quando si manifesterà un comune sentire fra le istituzioni… ma soprattutto quando ci sarà la volontà politica…>>. Riflessione alla quale si è aggiunto il commento del Procuratore Tricoli che ha ribadito senza retorica quanto sia necessaria una forte presa di coscienza, perché la risposta giudiziaria non è sufficiente in un territorio sottoposto a estorsione e usura, dove agiscono comitati d’affari… Un certo effetto a sentirlo dire in una terra dove la Massoneria è fortemente “integrata” a una parte della società calabrese.








C’è modo e modo per far luce sulla strage
di Giovanna Chelli


Questo è uscito a riflettori spenti dalle commemorazioni  in ricordo della strage di Firenze del 27 Maggio 1993:
- Le Istituzioni hanno speso le loro forze migliori, per ricordare l’evento che dieci anni fa insanguinò la città, coinvolgendo le massime cariche dello Stato e quanti comunque dovevano avere un ritorno d’immagine positiva davanti ad eccidi senza precedenti nella storia d’Italia, non nel numero dei morti e dei feriti, ma nelle modalità e nelle crudeltà.
La Magistratura nello specifico  con tutte le sue forze ha  ribadito la sua maestria nell’affidare alla giustizia il gotha di “cosa nostra”, esecutore e mandante interno all’organizzazione mafiosa, puntualizzando i tempi brevi per realizzare tutto ciò, nove anni, e gli sforzi compiuti, peraltro infruttuosi di trovare tracce di “mandanti esterni” a Cosa nostra.
- L’informazione su carta stampata a e televisiva, nella pretesa di una libertà di stampa che mai c’è stata in questi dieci anni, ha cercato comunque di dare il meglio di se stessa, anche se alcuni quotidiani hanno spostato l’attenzione disinformando piuttosto che informando.
- I familiari delle vittime, i familiari di coloro che sono morti, di coloro che vedono ancora oggi i loro parenti soffrire per i postumi del massacro del 27 Maggio 1993, quelli come sempre sono stati troppo spesso accantonati a guardare. Dopo essersi lasciati travolgere dal decimo 27 Maggio 1993, hanno solo potuto trarre la conclusione che il pericolo di strumentalizzazione è forte e sempre latente.
Ma “quell’essersi lasciati” è stato scientificamente calcolato, nel tentativo di ottenere alla fine dell’ennesima  commemorazione importante, un minimo in fatto di visibilità mentre i familiari chiedevano giustizia e  non solo per se stessi, ma per tutti gli italiani i quali altrettanto scientificamente disinformati  poco o niente hanno compreso delle stragi del 1993.


Premesso quanto sopra, in una sorta di analisi, che vuole essere la dimostrazione che siamo stati, in nome del lato sporco di questa società, vittime una volta ma che combatteremo fino alla fine per non esserlo dieci, venti volte, cento volte ancora, non resta che parlare degli eventi che hanno caratterizzato l’anniversario di Via dei Georgofili:
- Il 24 Maggio a Poggio Imperiale presso il liceo SS Annunziata, si è svolta la mostra relativa al concorso che la nostra Associazione ha indetto presso gli studenti delle scuole toscane e spezzine.
Il concorso verteva alla realizzazione di un manifesto che ben doveva rappresentare l’anniversario in cui cinque persone hanno perso la vita e tanti sono rimasti feriti nell’anima e nel fisico per sempre.
Il manifesto aveva inoltre il compito di raffigurare la ricerca della verità che ancora una volta a Firenze come altrove è stata la prima  vittima della strage.
L’Istituto Chiodo della Spezia, ben ha espresso attraverso il quadro di Picasso “Guernica”, tutto quanto sopra.
Il manifesto è stato premiato dall’Associazione dei familiari a Palazzo Vecchio, salone del 500 il 27 Maggio alla presenza del Capo dello Stato.
- Il 26 Maggio presso il liceo Gramsci di Firenze, presenti molti studenti, si è svolto un incontro con Pier Luigi Vigna, e i familiari delle vittime della strage di Firenze, presente anche la sorella del Giudice Borsellino .
Il Procuratore Nazionale Antimafia, ha detto ai familiari delle vittime che sono pervasi da “una ansia di giustizia”, ma che il “caso è chiuso”.
Dopo dieci anni non crediamo sia più un’ansia ingiustificata, sono invece state deluse  le nostre aspettative, e in parte venute meno le promesse, e molti dubbi da me chiaramente espressi in quel contesto hanno preso oggi più consistenza.
- Il 26 Maggio alle ore 11 presso il salone del duecento, le istituzioni hanno reso omaggio a Gabriele Chelazzi, il magistrato morto il 16 aprile scorso, colui che è stata la speranza di tutte le nostre aspettative in questi dieci anni.
Il giornalista Nocentini ha curato una raccolta  di cose dette e cose scritte da Gabriele Chelazzi, in un libro dal titolo: In nome del popolo Italiano.
La Regione Toscana ha dato un importante contributo al libro fornendo il discorso di Gabriele Chelazzi pronunciato l’anno scorso sempre nella ricorrenza del nono anniversario della strage.
L’unico intervento esistente di  Gabriele Chelazzi ad un convegno per la giustizia insieme alle vittime della strage del 27 Maggio 1993.
- Il 26 Maggio presso la sede della Regione Toscana, si è svolto il Convegno per la giustizia dal titolo “Le ferite della memoria” da me richiesto alle istituzioni il 6 Settembre del 2002 durante un incontro a San Casciano.
Erano presenti il procuratore capo di Palermo Piero Grasso e il Procuratore Fleury.
In quella occasione Walter Ricoveri e Daniela Ceccucci componenti dell’Associazione familiari delle vittime della strage di Via dei Georgofili, hanno ripercorso i dieci anni che sono trascorsi dalla strage.
Walter Ricoveri ha fatto un puntualissimo esame di tutti gli eventi che hanno caratterizzato questi dieci anni e che sono stati motivo di tanti perché, che ci siamo posti ogni qualvolta una legge in favore della mafia veniva varata.
Daniela Ceccucci personalizzando per tutti noi il dramma che nell’intimo abbiamo vissuto durante e dopo la strage, ha reso almeno un po’ di giustizia a chi dalla strage ha contratto per sempre un’infinita tristezza, quasi in una sorta di malattia inguaribile.
Ha parlato per la prima volta ad  un Convegno per la strage di Firenze, anche il Signor Daniele Gabrielli, appartenente all’Associazione dei familiari, nel quale si ravvisa come in noi tutti dell’Associazione la voglia di verità.
Hanno dato il meglio di loro stessi, Danilo Ammannato l’avvocato di parte civile che ha  rappresentato nel processo molti dei familiari dei morti, e dei feriti e danneggiati nelle stragi del 1993; il prof Pezzino lo storico scelto dalla regione Toscana per ben illustrare attraverso gli atti processuali la storia di tutte le stragi del 1993, da Via Fauro fino al fallito attentato al collaboratore Totuccio Contorno nel 1994;
Paolo Bolognesi il Presidente del “2 agosto” strage di Bologna, il quale essendo in questo momento il Presidente dell’Unione vittime delle stragi, come sempre ha portato un notevole contributo alle aspettative di tutti i componenti delle Associazioni delle stragi d’Italia che compongono l’Unione stessa.
Hanno aperto e chiuso il convegno sulla giustizia l’On.le Nencini Presidente del Consiglio regionale Toscano e il presidente della Regione Toscana Claudio Martini.
La Regione Toscana è stata l’istituzione che ha accolto da parte dei familiari delle vittime, l’appello alle nostre richieste di supporto a tutte le nostre iniziative di questo 27 Maggio 2003, dei precedenti 27 Maggio   e oggi anche per  quelli futuri attraverso una convenzione con noi stipulata.
Il forte impegno della Regione Toscana nei nostri confronti ci ha dato la certezza che a qualcuno la giustizia per questo Paese ancora interessa davvero.
Gli interventi della Magistratura - il Dr. Fleury e il Dr. Grasso - a Firenze nel pomeriggio del 26 Maggio scorso, sono stati comunque per noi di massima importanza nell’ambito del convegno, perché hanno illustrato  ai presenti un chiaro quadro del contesto storico in cui sono avvenute le stragi del 1993, la strage di Firenze del 27 maggio 1993.
- Il 27 maggio al mattino, presso l’università degli studi di Firenze, si è tenuto un convegno di illustri Professori esperti del fenomeno mafioso, ascoltando i quali abbiamo dovuto convenire sulla loro preparazione, ma non siamo riusciti ad apprezzare fino in fondo alcuni loro punti di vista.
La mafia è sovrana, questo è stato sostenuto e questo è indiscusso, difficile quindi accettare da parte di alcuni l’espressione “mandanti esterni a Cosa Nostra” .
Secondo alcuni Professori, sarebbe più giusto dire “favoreggiatori”, fiancheggiatori ecc.
Nel caso specifico delle stragi del 1993 noi siamo inclini ad adoperare l’espressione “mandanti esterni a Cosa Nostra”, perché tali sono. La mafia ha fatto volentieri un favore a qualcuno con quei massacri, a qualcuno che lo aveva chiesto.
Certo aveva i suoi interessi e anche per questo ha eseguito le stragi, ma soprattutto di un favore si è trattato e questo è un “mandato”.
Il 27 maggio 2003 ore 16 in Palazzo Vecchio, il Capo dello Stato ha ascoltato una lettera dal nostro presidente Luigi Dainelli ;
- Il 29 maggio in Santa Verdiana presso l’Università facoltà di Architettura a Firenze, su richiesta dell’Associazione i familiari delle vittime della strage di Via dei Georgofili, è stata intitolata un’aula al giovane Dario Capolicchio  studente in architettura, morto la notte dei Georgofili .
Dario abitava davanti alla Torre dei Pulci al terzo piano, non al primo come riportato negli atti processuali , il suo corpo è stato avvolto dalle fiamme che lo hanno trasformato in una torcia.
Le fiamme da lui poi si sono propagate prima all’appartamento stesso e quindi sono fuoriuscite e passate all’appartamento soprastante arrivando fino al tetto.
Per ottenere l’intitolazione dell’aula suddetta l’Associazione si è rivolta in prima persona all’Università e attraverso l’assessore alla cultura Regionale Mariella Zoppi, dopo dieci anni un’aula porta ora il nome di Dario Capolicchio.
L’Associazione ha così supportato il desiderio dei genitori di Dario Capolicchio, Guerrino Capolicchio e Liliana Raimondi, ai quali fu promessa un’aula in nome del loro figlio alla facoltà di architettura dieci anni fa.
- Il programma per il decennale è poi stato denso di tantissime altre manifestazioni, ricordiamo il giorno 22 Maggio la presentazione del libro da parte di nove giornalisti della nazione “Attentato a Firenze”, e il bellissimo lavoro teatrale della Regista Barbara Nativi presentato la sera del 26 Maggio sotto la Loggia de Lanzi: Ode dei barbari”.
A questo punto dopo un’analisi, dopo una cronologia delle relative manifestazioni del 27 Maggio 2003  a Firenze non si può far altro che chiudere e sperare che il 3 giugno prossimo le indagini sui “mandanti esterni a cosa nostra” non siano archiviate, ma soprattutto va fatto un appello alla politica tutta.
Le stragi, tutte le stragi, ma soprattutto la strage di Firenze lascia intendere coinvolgimenti politici, coinvolgimenti di quella politica che si è legata agli affari.
Coinvolgimenti di specifici uomini politici, con nomi e cognomi ben precisi, che si sono legati agli affari sporchi, quindi è alla politica tutta che va detto “smettetela di farvi ricchi e poi al momento di andare in galera coprire con le stragi”.
Se non è così e sbagliamo, allora parlate, perché non potete non sapere, e quello che ci avete detto finora  non convince più nessuno.

Giovanna Chelli











Via Dei Georgofili: dieci anni senza dimenticare

di Giovanna Chelli



“Sono passati dieci anni da quella maledetta notte del 27 Maggio1993, e ancora aspettiamo verità. E’d’obbligo iniziare così.
E’ d’obbligo altresì ricordare il Magistrato che per dieci anni, esattamente da quella notte, ha lavorato insieme ad altri intorno a quella strage, alla ricerca della verità completa .
Voglio usare ancora una volta una sua espressione, perché è giusto e doveroso farlo, è un’espressione del Magistrato  Chelazzi che mai ci stancheremo di ripetere ricordandolo: - sono dieci anni che mangio pane e strage.
Ed è vero Gabriele Chelazzi io lo ricordo una volta in particolare. Era  il 22 Agosto del 2001 al Bagno La Balena di Viareggio.
Era un contesto di giornalisti sportivi, si parlava di calcio, la sua seconda passione dopo la giustizia. Ebbene anche in quell’occasione l’uomo di legge non poté spogliarsi fino in fondo del suo compito primario e mentre parlava di privacy relativa alle partite di calcio, ricordò quanto la legge sulle intercettazioni telefoniche, sull’uso dei tabulati telefonici fino ad un massimo di cinque anni creasse problemi a chi doveva indagare su cose gravi come le stragi.
Si espresse dicendo “pensate che se l’utente ha pagato la bolletta non solo i tabulati possono essere negati oltre i cinque anni, ma possono  essere distrutti subito”.
Mi preme a questo punto precisare che quella norma non è stata tipica di questa legislatura, ma bensì della precedente.
Vanno dette queste cose, perché spesso ci sentiamo chiedere: quale verità volete? Vi è già stata data attraverso 15 ergastoli inflitti a “cosa nostra”.
Per i 15 ergastoli, noi non saremmo mai riconoscenti abbastanza alla Magistratura e a quanti nelle forze dell’ordine hanno lavorato al raggiungimento di quel traguardo, ma vogliamo tutta la verità fino in fondo. 
Il Dr.Chelazzi ha cercato la verità per le stragi del 1993 fino all’ultimo momento della sua esistenza,e vogliamo sperare non sia  per questo, che è finito anche dopo la sua morte, in una lista di 67 Magistrati sottoposti a procedimento disciplinare, perché l’unico errore che quel magistrato può aver commesso, può esser quello di aver lavorato insistentemente per quella specifica verità.
Speriamo inoltre che il suo nome citato in una lista di persone ritenute non ligie al proprio dovere, non sia venuto a conoscenza dell’uomo di legge, prima della sua morte, perché si può uccidere in tanti modi, non sempre è necessario il tritolo.
Gabriele Chelazzi era un Magistrato discreto e fiducioso nelle istituzioni.
Un alto senso del dovere e della giustizia ne facevano un Magistrato eccezionale, siamo quasi certi fosse prossimo a consegnare tutte le carte per quanto era riuscito a mettere insieme in fatto di prova penale sulle stragi del 1993 e questo non lo rendeva certamente gradito a molti.
Parlare di lui pensando che non è più tra noi ci fa star male, Gabriele Chelazzi  era il magistrato che ha combattuto al nostro fianco per dare giustizia ai nostri morti, ma era soprattutto una persona carica di umanità, usava sempre questa espressione; “sia serena che noi continuiamo a lavorare”, era anche scanzonato  riuscendo a strappare un sorriso, e ci ha sempre aiutato a sperare.
Non perderemo certo quella speranza che aveva messo dentro di noi, una speranza costruita sulla base della tenacia di un uomo che cosciente di aver trovato la strada giusta, non ha mai mollato davanti a nessuna difficoltà.
Noi vogliamo credere che avrà pur lasciato un seme, e che qualcuno sentirà il dovere di continuare a coltivarlo.
Deve essere così, altrimenti gli stragisti dell’anno 1993 avranno vinto, ma noi cercheremo di non permetterlo.
Noi i familiari delle vittime non sappiamo nulla di archiviazioni d’indagine che ci sarebbero state a Firenze, così come è avvenuto a Caltanisetta. Abbiamo fatto richieste ufficiali,  in tale senso, abbiamo chiesto di entrare in possesso, come la legge ci consente, del materiale archiviato! Nulla ci hanno consegnato perciò nulla per noi è stato archiviato.
Anche se abbiamo dei timori, perché uno dei limiti della Magistratura sono proprio le archiviazioni per infondatezza, le quali poi spesso nell’analisi storica non risultano tali.
Senza contare che inoltre troppo spesso notiamo quanto siano i giornalisti a venire in possesso di notizie prima di noi familiari delle vittime.
Credete questo è uno dei motivi di frustrazione più grande che vive la vittima. A nessuno fa piacere che l’evolversi nel bene e nel male delle indagini su chi ti ha rovinato la vita, ti venga comunicato da chi nascondendosi dietro al diritto di cronaca, si compiace di essere il tenutario della verità e ne fa un uso strumentale.
Il Procuratore Vigna ha detto di essere vicino ai familiari delle vittime nella loro ansia di verità, ma che una cosa sono le ipotesi investigative frutto di intelligenza e una cosa la prova penale.
Ha più che ragione il Procuratore Vigna, e lo ringraziamo.
Però saremmo sicuramente compresi, mentre chiediamo a gran voce che si compiano quegli sforzi necessari per mettere insieme questa benedetta  prova penale, soprattutto non  lasciando soli i magistrati di buona volontà, come si è fatto con il Dr. Chelazzi, e pregando chi di dovere di rimpinguare le Procure di uomini e di mezzi, anche perché  per le stragi del 1993 è ancora troppo presto per chiudere con il passato in nome della pacificazione nazionale, troppo comodo farlo oggi sulla pelle di dieci innocenti.
Che quest’anno sia un  decennale è un dato più che evidente, mai c’è stata tanta agitazione intorno all’anniversario di  quella strage come in questo periodo, tranne forse  il primo anno sulla scia emotiva dell’evento.
Dieci anni fa in questa meravigliosa città sono esplosi 250 chilogrammi di tritolo stragista, sono morte cinque persone, tante altre sono rimaste ferite.
Ebbene oggi sembra giusto e naturale ricordare quei giorni più di ogni altro anno passato. Farne una bandiera e sventolarla il più possibile, e noi speriamo per poi non ammainarla frettolosamente domani sera, trasformando tutto il lavoro di questi giorni in pura retorica e vendita di gelati  e lasciarla l’anno prossimo  in naftalina, perché il numero  undici non ha di per se nessun interesse.
Del resto anche noi i familiari delle vittime, quest’anno più che mai abbiamo approfittato del decennale.
Ne abbiamo approfittato per utilizzare al massimo tutto quello che ci veniva offerto dopo nove anni di fatiche immense, e  per cercare di fare tutto quanto è stato possibile per far passare il nostro di messaggio, quello che è giusto che passi, il messaggio di chi davvero con la strage ha solo sofferto e vuole assolutamente capire perché quell’inferno ha potuto succedere, e a vantaggio di chi, perché sicuramente non è stato solo a vantaggio della mafia .
Riuscire però a dire chiaramente quello che noi le vittime pensiamo oggi di questi dieci anni non è facile, questo perché siamo arrabbiati e disperati esattamente come dieci anni fa e perché durante questi anni abbiamo accumulato troppe delusioni alle nostre aspettative.
La strage di Via dei Georgofili e non della Galleria degli Uffizi, perché se fosse stato così oggi non saremmo qui a piangere quei cinque morti, è stata una sporca faccenda della quale per ora  conosciamo ben poco .
Tolto il livello esecutivo e non tutto, perché i collaboratori di giustizia hanno testimoniato che c’erano “altri” a Firenze quella notte, e noi crediamo ai collaboratori e tolti i mandanti interni a “cosa nostra”, le uniche cose certe, sono che i morti non ci sono più, e i feriti sono al peggio e continuano ad avere pacche sulle spalle come sempre.
Queste sono le stragi in Italia  sul piano della giustizia, una maledizione per il vantaggio di pochi.
Ora sicuramente sarà importante capire se Riina quando fu arrestato avesse in casa sua materiale scottante per le nostre stragi, come si apprende dai giornali, ma per noi è ancora  più importante capire la dinamica della strage e il perché i nostri parenti sono morti in un certo modo.
Molti sono ancora i particolari non chiari per la strage di Firenze, per i quali noi abbiamo aspettato pazientemente che arrivasse il momento della chiarezza.
Durante i processi agli esecutori materiali, e ai mandanti interni a “cosa nostra” è stato detto spesso che per raggiungere la prova penale non fosse necessario occuparsi di tutti gli aspetti dell’intricata vicenda, ma oggi dobbiamo cominciare a capire testimonianze come quella rilasciata il 7 giugno del 1997 dal M.llo Amoroso, ed avere risposte più esaurienti.
Quelli del 1993 sono stati massacri dai quali si tende a prendere le distanze e di cui si parla mal volentieri. Tuttavia se proprio non se ne può fare a meno si scelgono soltanto determinati argomenti, che ben si prestano agli intrighi di palazzo.
Giustamente per mesi ha sventolato la bandiera della pace, ma la bandiera della giustizia, a supporto dei Magistrati che da lungo tempo cercano la verità sulle stragi del 1993, non ha sventolato neppure un giorno sui balconi.
Questo non è giusto, perché nessuna bandiera una volta commercializzate le armi ferma le guerre, mentre la Verità, su certi eventi che hanno insanguinato il nostro Paese come la strage di Firenze, quella Verità richiesta a gran voce, poteva a mio avviso contribuire a concretizzare il desiderio di pace per questa ultima guerra, come per tutte le altre, compreso il Kosovo.
Restando in tema di vessilli, non è necessariamente il loro colore che può dirci se si sono macchiate del sangue di milioni di innocenti.
Tuttavia ci sono buone ragioni per credere che certe bandiere mafiose portano le tracce di quello di cinque persone che a Firenze e a La Spezia avevano un nome e un cognome ben preciso. Si chiamavano: Capolicchio Dario, Nencioni Fabrizio, Fiume Angela, Nencioni Caterina e Nencioni Nadia.
A questi si aggiungono più di cento feriti, che nell’anno 1993 hanno a loro volta contribuito a macchiare con il sangue quella bandiera a Roma, Firenze e Milano.
Un’ingannevole bandiera che può essersi macchiata di sangue, come a volte accade al cielo che si tinge di rosso, il rosso del sangue del 1993, l’anno in cui dietro quella bandiera i barbari che si apprestavano ad invadere il Paese, hanno dovuto gioco forza scoprire la loro vera identità.
Lo hanno dovuto fare a suon di tritolo altrimenti sarebbero finiti in galera.
Ma quel che è tragico, è che questa volta le oche del Campidoglio non hanno starnazzato, sapevano e hanno taciuto, hanno favorito, hanno spianato la strada per la loro invasione, preparata nella notte del 27 Maggio 1993 a Firenze e il 27 luglio successivo in Via Palestro a Milano, e oggi vogliono comunque ragione su disposizioni di legge che in un modo o nell’altro da dieci anni a questa parte hanno aiutato a favorire i traffici mafiosi.
A tal proposito e parlando di guerra preventiva, pare che già Einaudi avesse detto: armiamoci per fermare quei paesi che instaureranno regimi sopprimendo la libertà dei popoli.
Ma Einaudi non crediamo avrebbe mai detto: “armiamoci e favoriamo il traffico d’armi cambiando in modo bipartisan la legge n° 185 del 1990”, mettendo così al sicuro i trafficanti del passato, che speriamo non abbiano dovuto far ricorso a qualche centinaio di chili di tritolo composto di T4, passando sul cadavere di innocenti, ne tanto meno quelli che recentemente hanno venduto armi a dittatori efferati mentre i loro paesi erano sottoposti ad embargo.
E come se non bastasse le silenziose oche prestano il fianco ancora oggi, chiosando “blocchiamo pure i procedimenti per le alte cariche, ma non quelli in corso…..”, salvando così nell’attualità capra e cavoli e mettendo un’ipoteca sui procedimenti futuri, perché nessuno lo scordi, i nomi dei “mandanti esterni a cosa nostra” per la strage di Firenze ancora non li conosciamo e visto l’effetto sortito da quel massacro di donne, bambini e ragazzi, i nomi da chiamare in causa non devono essere poi così poco importanti.
Tornado alla verità sulla strage di Firenze, che ancora non abbiamo e che è stata in questi dieci anni la causa delle nostre più profonde delusioni, deve essere talmente scomoda che nelle aule di giustizia si fanno dichiarazioni spontanee una dietro l’altra.
Il 26 aprile scorso Salvatore Riina, durante il processo per l’attentato all’Olimpico di Roma, che aveva per fine l’uccisione di 60 carabinieri, ancora una volta si è professato innocente ed ha cercato con un fare squisitamente mafioso, di attribuire le proprie responsabilità ad altri.
Il capo di “cosa nostra” ha chiamato in causa le istituzioni, i servizi segreti, personaggi insoliti, e ha fatto cenno a trattative, a specifiche trattative.
Come possiamo credere alla buona fede della mafia!
E’ più probabile invece  che a suon di dichiarazioni spontanee i mafiosi di turno, coprano proprio il movente delle stragi del 1993.
Del resto Riina durante i processi di Firenze attraverso la sua difesa si era scagliato contro il proiettile di Boboli, quel proiettile di artiglieria confezionato in un sacchetto per rifiuti e fatto ritrovare alla fine del 1992, in quel parco vicino alla statua di un Magistrato, quasi a dire: “congelate quelle specifiche investigazioni”.
La difesa Riina definì “immorale” che  quell’episodio, definito dagli inquirenti di allora l’anticamera delle stragi del 1993, entrasse di fatto nei processi.
Il compito della mafia appare ben più ampio di quello palese di far abolire il 41 bis,  dopo aver eseguito e fatto eseguire le stragi in questione, la mafia sembra avere il compito di coprire la verità su quei crimini.
Tutto ciò, ce lo fa credere il modo con cui ogni tanto la mafia si ripropone con minacce, con riferimenti al sistema carcerario duro o nell’intraprendere fittissima corrispondenza, che sa benissimo essere intercettata, la quale fa riferimento a nuovi monumenti quali obiettivi sensibili.
Del resto la mafia anche quella stragista  per uscire dal carcere di qui a pochi anni non ha bisogno di nuove stragi, perché ci pensano in Parlamento da dieci anni a tutelare i suoi interessi.
Il reale bisogno comune fra mandanti interni a “cosa nostra” e mandanti esterni all’organizzazione mafiosa, soprattutto nei giorni in cui Gabriele Chelazzi indagava,  è sicuramente quello di non far trapelare la verità, questo è il vero pericolo di nuove stragi.
E quindi ripeto il messaggio mafioso che oggi  rimbalza da un tribunale all’altro attraverso dichiarazioni spontanee,  pare quindi essere  sempre lo stesso e uguale a quello del 1993, “congelate quelle specifiche investigazioni”.
Quelle investigazioni che invece è indispensabile continuino per la pace dei morti di Firenze, di tutti i morti del 1992 e 1993, ma soprattutto per  trovare il coraggio, una volta tanto, di scrivere in modo giusto e completo la storia di una Strage, quasi per una sorta di riscatto per tutte quelle verità sulle stragi d’Italia che mai sono state dette.
Un coraggio che fin’ora in trent’anni nessuno ha ancora trovato e questo non fa certo onore  né alla politica tutta, né alle Istituzioni.
Spesso, i parenti delle vittime delle stragi, si domandano dove questo vigliacco Paese trova quella faccia tosta che ostenta quando si riempie la bocca della parola democrazia e libertà.
Chiudo con un aneddoto.
Tempo fa l’allora Senatore Pellegrino alla richiesta di una spiegazione su di un suo libro,  mi rispose che fino a tutti gli anni 70, la manovalanza stragista era imbevuta ideologicamente,  dopo  quegli anni nessuno lo è  più stato, neppure gli esecutori.
I mandanti non lo sono mai stati e io personalmente sono pienamente d’accordo con lui, il sospetto è che troppo spesso in questo nostro Paese si sono seminati lutto e terrore a salvaguardia di fiumi di denaro sporco.




BOX1
Appello
Approvato il Lodo Maccanico, la legge sull’immunità-impunità.


L’Italia dei valori, il movimento di Antonio Di Pietro,  propone la raccolta di 600.000 firme per
la richiesta di un referendum abrogativo di questa legge.
L’intento è quello che il referendum venga fatto l’anno prossimo in concomitanza o a ridosso delle elezioni europee. Per raggiungere tale obiettivo Antonio Di Pietro e l’Italia dei valori hanno urgente bisogno di 300 gruppi di lavoro costituiti ciascuno da 4/5 persone che dovrebbero raccogliere circa 2000 firme.
Ad ogni gruppo verrà assicurato un servizio di assistenza on-line di assistenza tecnica e logistica; inoltre verrà consegnato loro, in tempo utile, materiale illustrativo ed ogni modulistica necessaria.
Per qualsiasi informazione o chiarimento l’ indirizzo è il seguente:
Via Milano 14 - 21052 Busto Arsizio (VA)
Tel 0331/624412 – Fax 0331/624783
E-mai: Indirizzo e-mail protetto dal bots spam , deve abilitare Javascript per vederlo Indirizzo e-mail protetto dal bots spam , deve abilitare Javascript per vederlo









SEGNALAZIONI


Anniversario strage di Via D’Amelio
11 anni dopo


Palermo 16 luglio 2003 ore 20.30 - Complesso La Vignicella - AUSL6 - Via La Loggia, 5 - "Perchè la speranza non muoia mai" Nino Caponnetto: Legami di memoria
Parole e suoni
Leo Gullotta, Renato Scarpa, Pamela Villoresi quartetto Vocale di Giovanna Marini con Patrizia Bovi, Francesca
Breschi, Patrizia Nasini - Coro Polifonico "Coralmente" diretto da Livio Girgenti Stefano Iannuzzo Roberto Caruso. Testimonianza di: Rita Borsellino, Gian Carlo Caselli, Luigi Ciotti
Coordinano la serata: Salvo Lipari - Presidente Arci Palermo, Alfio Foti - Presidente Arci Sicilia
Libera, Arci, centro Impastato
Venerdì 18 Luglio ore 21 - Centro S. Chiara
Assemblea cittadina su: “Diritto di critica e responsabilità politica”

Sabato 19 Luglio - Via D’Amelio 11 anni dopo
Ore 16.30 Cerimonia de commemorazione di Paolo Borsellino, Agostino Catalano, Walter Cosina, Vincenzo Li Muli, Emanuela Loi, Claudio Traina
Ore 17.00 Letture di brani di Paolo Borsellino e Antonino Caponnetto
Ore 17.30 Spettacolo di danza
Ore 18.00 Incontro dibattito “Stragi anni 90: fu solo mafia?”
ne parlano: Maurizio De Luca, Luca Tescaroli, Don Luigi Ciotti
Ore 20.30 - Palazzo Steri Aula Magna Piazza Marina 61
Presentazione del libro Giustizia e verità. Gli scritti inediti del giudice Paolo Borsellino
Interverranno: Gian Carlo Caselli, Don Luigi Ciotti, Massimo Russo, Antonio Ingroia, Franca Imbergamo, Rita Borsellino, Vittorio Teresi, Ernesto Oliva, Giorgio Bongiovanni
infoline 0734/810470


Associazione Culturale Falcone e Borsellino
Galeata (Forlì – Cesena) 27 Luglio 2003 ore 21.00 – presentazione del film-documentario “Il Potere e la Mafia” con i discorsi inediti di Falcone e Borsellino. Intervengono i magistrati Libero Mancuso e Alfonso  Sabella, il giornalista de Il Diario Gianni  Barbacetto e il direttore di AntimafiaDuemila Giorgio Dongiovanni.
Per informazioni: 338.3368793

 
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  • La Rivista
    cop59.gif In edicola dal 18 luglio 2008

    In questo numero:
    Leggi "blocca processi", leggi "salva premier", "41 bis" revocati e intercettazioni vietate. E' scontro istituzionale.
    La Procura di Salerno ribalta il "caso De Magistris". Chiesta l'archiviazione ed annunciate indagini contro chi lo ha accusato.
    Presto al via il processo Toghe Lucane. La più importante inchiesta degli ultimi cinquant'anni.
    Agenda Rossa: La procura si appella alla Cassazione.
    Trapani: Nuovi legami tra mafia politica e massoneria. Il boss Messina Denaro tradito da falsi amici e documenti pericolosi.
    Gli affari della Despar in Sicilia. Si aggrava la posizione di Scuto nel processo.
    Barlume di speranza sul caso Rostagno. Vent'anni dopo l'attentato una perizia balistica potrebbe far emergere la verità.
    Talpe Dda. Le motivazioni delle sentenze Cuffaro, Borzacchelli e Ciuro.
    Calcestruzzi spa. Le dichiarazioni di Siino su Pesenti.
    Nu Bellu Lavuru. Sulla Ss 106 una commistione tra 'Ndrangheta e politica.
    Gli interessi di Cosa Nostra sul ponte di Messina.
    Ed altro ancora...
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  • Editoriale

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    La nascita della seconda Repubblica sul sangue di Falcone e Borsellino

    Il 19 luglio 1992, a cinquantasette giorni di distanza dalla strage di Capaci, veniva assassinato a Palermo, in via D’Amelio, il giudice Paolo Borsellino e con lui gli agenti della sua scorta.

    Il 20 luglio 1992 nasceva la Seconda Repubblica di questo nostro Paese, basata sulla corruzione, sulle mafie, sulla violenza, sul dominio, sulla prevaricazione, sulla ricchezza illecita, sul razzismo e sulla xenofobia.

    Oggi, ancora luglio, ma 2008, ci ritroviamo per la terza volta al governo l’imprenditore Silvio Berlusconi, plurimputato in diversi processi, amico di condannati per mafia e amico di Cosa Nostra sin dai primi anni Settanta. Che inneggia, abbracciato al suo principale garante Marcello Dell’Utri, all’eroe Mangano, complice dello scioglimento nell’acido di esseri umani.


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  • Terzo Millennio

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    In questo numero:

    Dopo sei anni di prigionia è stata finalmente liberata Ingrid Betancourt.
    Giulietto Chiesa, sempre analizzando il quadro internazionale degli eventi, spiega il trattato di Lisbona, attorno al quale si è creato un vero dibattito politico.
    Nuovi interrogativi sull'11 settembre. Troppi crolli accidentali.
    Appello contro la pedofilia e la sua ideologia. L'allarme lo lancia l'Associazione Meter di Don Fortunato Di Noto.
    Libera l'Acqua: prosegue la campagna sull'oro blu da parte delle associazioni del Cipsi.
    Si torna a parlare di Nucleare. Una minaccia per il mondo.
    Intervista al pm paraguaiano Arnaldo Guizzo in lotta contro la corruzione e il narcotraffico.
    Appello per un'informazione libera: un nuovo format televisivo per garantire libertà e democrazia nell'informazione.


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