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Antimafia Duemila

Wednesday
Aug 20th
Conflitto di interesse... PDF Stampa E-mail
L’avvocato Taormina si divide tra la Commissione Antimafia e il boss di Bagheria Pietro Lo Iacono
di Gisella Lombardo*


«Sono voluto andare all’Antimafia per scoprire alcuni segreti italiani con dati alla mano e con documenti che supportino le mie affermazioni. Non mi dimetterò mai, neanche se mi scannano>>. Lapidario e conciso, l’onorevole Carlo Taormina, non accetta <<insegnamenti deontologici o morali>> da nessuno. Giudica e condanna chi gli chiede, senza mezzi termini, le dimissioni da quella che, tra le commissioni parlamentari, è la più delicata: l’Antimafia. <<Il mio mandato non è revocabile, quindi hanno sbagliato i loro conti>>, fa sapere. Si scaglia contro i comunisti illiberali, <<mi dicano loro cosa devo fare. Al governo non ci posso stare, in commissione Antimafia nemmeno… che cosa mi suggeriscono?>>
Un’idea ci sarebbe. Da sinistra i deputati dei Ds Giuseppe Lumia e Massimo Brutti continuano a chiedere le sue dimissioni. <<La Commissione Antimafia ha poteri parificabili a quelli dell’autorità giudiziaria – hanno detto i due parlamentari – non è in alcun modo tollerabile che chi, come Taormina, è stato impegnato nella difesa di boss mafiosi possa farne parte>>. Il problema, infatti, è proprio questo: come sia possibile da un lato difendere la mafia nelle aule di giustizia e, allo stesso tempo, combatterla all’interno di una commissione parlamentare.
<<In Commissione è possibile avere accesso ad informazioni riservate e delicate - ci dice Lumia -, si possono ascoltare magistrati e forze dell’ordine impegnati in indagini delicate, non ci può essere neanche l’ombra lontana di un sospetto che quelle informazioni o dichiarazioni finiscano nelle mani di chi è sotto inchiesta. Tutti i soggetti istituzionali che collaborano con la commissione, devono avere l’ampia percezione che si trovano di fronte persone che non hanno conflitti d’interesse. L’onorevole Taormina l’ha avuti e continua ad averli>>.
L’avvocato Taormina, infatti, è difensore, insieme al collega Sergio Monaco, di Pietro Lo Iacono, boss di Bagheria, arrestato nel dicembre scorso, dai pubblici ministeri di Palermo Antonio Di Matteo e Gaetano Paci, in quello stesso procedimento che vede coinvolti, anche, Salvatore Fileccia e Gioacchino Capizzi, che, secondo le intercettazioni telefoniche, detenevano le armi che dovevano servire per uccidere il capogruppo dei Ds in Commissione Antimafia Giuseppe Lumia. Pietro Lo Iacono è stato accusato di essere capo, promotore e organizzatore dell’associazione mafiosa del suo mandamento: Bagheria.
E’ indicato da numerosi collaboratori di giustizia come uno degli uomini più vicini a Bernardo Provenzano, descritto nei famosi “pizzini”, trovati in tasca ad Antonino Giuffrè al momento del suo arresto, come colui che parlava in nome e per conto del boss latitante da 40 anni. Secondo le ultime dichiarazioni di alcuni collaboratori di giustizia, Lo Iacono, sarebbe uno dei componenti del nuovo e ristrettissimo “direttorio” di Cosa Nostra, insieme a Bernardo Provenzano, Totuccio Lo Piccolo e Diego Madonia.
L’avvocato Taormina, però, non ha ritenuto opportuno smentire questo suo impegno professionale, che potrebbe essere legittimo se non fosse inopportuno data la delicatezza del suo impegno istituzionale. Non sono infondate, quindi, le preoccupazioni di chi, come Giuseppe Lumia, pone il problema dell’incompatibilità.
<<Ho sempre avversato l’ossessione dell’onorevole Taormina contro gli operatori dell’antimafia – dice -, in testa i magistrati, tra l’altro lui si è sempre contraddistinto, politicamente, più per l’aggressione all’antimafia che per l’aggressione alla mafia. Il mio, però, è stato sempre un giudizio politico, oggi è diverso, ci troviamo davanti ad un problema di tipo istituzionale. In questo particolare momento la funzione della commissione antimafia deve rimanere alta e libera da qualsiasi aggressione o conflitti di interesse, come può facilmente accadere nel caso dell’onorevole Taormina. La sua presenza creerebbe un clima rovinoso che potrebbe rompere un equilibrio già precario. L’unica cosa che abbiamo ritenuto corretto fare era chiederne le dimissioni, senza, naturalmente, aggredire la persona. Saranno i presidenti di Camera e Senato a valutare l’opportunità  di questa presenza>>.
Più duro il giudizio di Nichi Vendola, capogruppo di Rifondazione Comunista in Commissione Antimafia. <<Se le vicende professionali di Taormina lo rendevano incompatibile con il ruolo di sottosegretario all’Interno - afferma -, è chiaro a tutti che la medesima incompatibilità è ancora più vistosa nella Commissione Antimafia. L’avvocato Taormina è per antonomasia incompatibile con questo tipo di incarichi.  L’incompatibilità non è un’invenzione del codice Ceaucescu, ma appartiene ai cardini di cultura liberale, in una versione da Bignami molto, molto castigato. Al contrario di quel che pensa l’onorevole Taormina i vincoli di opportunità e di compatibilità sono un’espressione alta della migliore cultura liberale>>. Ma Vendola pone l’accento anche sul significato politico che ha la nomina dell’onorevole-avvocato: <<Il suo atterraggio nel pianeta della Commissione Antimafia - dice -, è una sorta di commissariamento della commissione. Si tende a trasformarla in un abnorme organo inquirente che indaga sulla magistratura. Ma come farà a porre una domanda, in un regime di segretezza, e dalla cui risposta può trarre vantaggio un suo assistito, è allucinante, paradossale>>. In un momento come questo, dove si assiste <<ad un’antimafia al cloroformio>> come in una sorta di angoscia crepuscolare alla caduta di attenzione sulle tematiche di mafia, <<emerge un problema di grande delicatezza: quello relativo ai criteri di selezione dei membri della commissione. Mai come oggi - continua Vendola – si era giunti ad una crisi così profonda della più importante commissione bicamerale, crisi figlia non solo di una complessiva caduta di attenzione, ma anche di una disinvolta selezione delle sue figure di rappresentanza>>.
Dal canto suo l’onorevole Taormina ha già esposto, in una sorta di manifesto politico, come l’intende lui la lotta alla mafia. <<L’esperienza e la preparazione scientifica, mi guideranno – ha detto il forzista – nello svolgimento del mio ruolo professionale, e mi consentiranno di mettere il dito sulle piaghe del sistema giudiziario che proprio la Commissione Antimafia ha contribuito a creare utilizzando la giustizia politica come strumento di presa di potere. Mi auguro di potere essere utile in questa opera di chiarificazione, ben sapendo che la commissione si avvale di un presidente come il senatore Centaro che non ricalca le tristi e inquietanti presidenze precedenti>>. E non poteva essere diverso vista la sua battaglia contro il 41 bis, l’articolo del Codice dove si prevede il carcere duro per i mafiosi. Taormina si dice <<orgoglioso di essere rimasto da solo a difendere la dignità umana nelle carceri e ad impedire che il pentimento politicamente strumentalizzabile potesse continuare a farla da padrone nella giustizia italiana>>.
Per gentile concessione di Avvenimenti


ANTIMAFIDuemila N°33
 
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