| Rassegna stampa n°35 |
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OPERAZIONE TAMBURO 19 ottobre 2003 Catanzaro. E’ stata fissata per il 17 novembre l’udienza preliminare davanti al Gup di Catanzaro per gli indagati coinvolti nella maxi operazione “Tamburo”, che ricostruisce le infiltrazioni mafiose negli appalti del rimodernamento dell’arteria stradale A3 che collega Salerno a Reggio Calabria. L’inchiesta, coordinata dal sostituto procuratore della Dda Eugenio Facciolla, vede incriminate 82 persone tra boss, manager di imprese a livello locale e nazionale e dirigenti dell’Anas. Motivo per cui è stato aperto un fascicolo “stralcio” che riguarda il ruolo dei cosiddetti “colletti bianchi”. L’indagine, basata su migliaia di intercettazioni ambientali e video, ha portato l’anno scorso all’arresto di 38 persone accusate di associazione mafiosa, violazione della normativa sugli appalti e truffa e oggi viene anche arricchita dalle dichiarazioni di diversi pentiti, tra cui Antonio Di Dieco, ex padrino castrovillarese che conferma quanto già emerso dagli accertamenti della Dia di Catanzaro. La ‘Ndrangheta, insomma, si spartiva la torta dei subappalti e del pizzo insieme a impresari e dirigenti. Ora rischiano il rinvio a giudizio vari imprenditori cosentini, il manager degli asfalti sintex di Bologna, un dipendente della stessa azienda, il direttore nazionale dei lavori autostradali Anas, un dirigente dell’Astaldi di Roma, ed inoltre i presunti boss Carmine Chirillo di Paterno Calabro, Ettore Lanzino, Vincenzo Dedato e Domenico Ciocero di Cosenza, Nicola Acri di Corigliano, Franco Presta di Tarsia e infine Franco Abbruzzese. Quest’ultimo, ritenuto il capo del “locale” ‘ndranghetistico di Cassiano, è anche sotto inchiesta per essere il “mandante” dell’omicidio del padrino di Castrovillari Tony Viola, accusato dai pentiti Antonio Di Dieco, Cosimo Scaglione, Gaetano Greco, Francesco Bevilacqua e Francesco Amodio, inoltre secondo quanto emerso dagli atti di “operazione Tamburo”, ad Abbruzzese spettava la quota di denaro ricavata dalle estorsioni compiute sul tratto autostradale successivo alla galleria di Tarsia. L’unico latitante dell’inchiesta “Tamburo” è Enzo Renzulli, 40 anni di Castrovillari. L’uomo, accusato di associazione mafiosa, potrebbe essere nascosto all’estero. Renzulli era stato tirato in ballo da tre collaboratori di giustizia. Il primo a parlare di lui il boss Franco Bevilacqua che l’ha indicato come uno dei partecipanti a un summit tenuto alla fine degli anni ’90 per la spartizione di subappalti e “mazzette”. Sulla “primula “ di Castrovillari avrebbe fatto rivelazioni anche il “picciotto” delle cosche del Pollino. Antonio Di Dieco, invece lo descrive come <<un uomo riservato>> in quanto legato ai gruppi delinquenziali>>. Silvia Cordella MAFIA: UN PENTITO COLPITO A MORTE DONA I SUOI ORGANI 18 ottobre 2003 Gela. Crocefisso Ferrigno, collaboratore di Giustizia, dopo 8 giorni di agonia è stato dichiarato clinicamente morto. Ora la moglie Vera Turco ha autorizzato l’espianto degli organi. Lo scorso venerdì 10 ottobre, a Gela, nel popolare quartiere di Scalone, venne aggredito e ferito alla testa da due uomini. Tutto iniziò con una discussione accesa da vecchie ruggini che degenerò rapidamente. Da una parte Ferrigno che brandì un coltello e dall’altra Rosario Scollo e i due fratelli Carmelo e Fabio Argenti, vicini di casa dell’ex mafioso, armati di spranghe di ferro. In pochi minuti si scatenò l’inferno, poco dopo arrivò la polizia che trovò Crocefisso Ferrigno a terra in una pozza di sangue. Nel giro di 24 ore i colpevoli vennero arrestati. Dopo le prime cure all’ospedale di Gela il pentito venne trasferito nella divisione di Neurochirurgia al “Civico” di Palermo senza mai riprendere conoscenza. Già tempo fa il padre dei fratelli Argenti, Carmelo, avrebbe aggredito la suocera di Ferrigno, ferendola. L’uomo venne poi accusato di lesioni. Una vita trascorsa dentro le cosche quella di Crocefisso Ferrigno, 37 anni, protagonista della faida e degli anni di piombo tra il 1988 e il 1992, nelle fila di Cosa Nostra. Nel 1989 suo fratello Armando era stato assassinato sotto i colpi del clan dei pastori. Condannato per mafia e per tentativo di omicidio a 12 anni di carcere, nel 1996 divenne collaboratore di giustizia. Nel 2002 tornò a Gela, uscendo, per sua volontà, dal programma di protezione, diventando un “bersaglio” mentre si muoveva tra le famiglie dei molti mafiosi che aveva fatto arrestare. Ma lui continuava a dire: <<Facendoli arrestare li ho salvati da morte sicura>>. Poi l’epilogo in via Rio de Janeiro, mentre suo fratello, Massimo, dall’aprile di quest’anno ha deciso anch’egli di collaborare con la giustizia. Lorenzo Baldo LE RIVELAZIONI DI UN BOSS CALABRESE 17 ottobre 2003 Cosenza. Da alcuni mesi collabora con la giustizia il pentito Antonio Di Dieco, 37 anni, commercialista e padrino di Castrovillari, facente parte della cupola provinciale che in questi ultimi anni ha nel territorio cosentino gestito droga ed appalti per svariati miliardi. Un pentito di grosso calibro che sta rilasciando dichiarazioni contenenti riferimenti precisi su omicidi, organizzazione delle cosche ‘ndranghetiste, alleanze criminali, ecc. fornendo un contributo importante al lavoro di indagine delle forze dell’ordine; ma non altrettanto può dirsi sul versante del rapporto mafia-politica dove Di Dieco ha mostrato incertezze e una non sufficiente conoscenza dei fatti. Il gip Donatella Garcea gli ha concesso gli arresti domiciliari e pertanto vivrà in una località segreta protetta. Al pm antimafia Eugenio Facciolla Di Dieco ha rivelato l’esistenza di una vasta corruzione dietro l’ammodernamento dell’autostrada Salerno-Reggio Calabria. Più volte il pentito, stando alle sue dichiarazioni, è stato convocato a Roma per partecipare a delle riunioni con alti dirigenti dell’Anas e di grandi imprese, fra cui il direttore dei lavori autostradali Michele Minenna. Oggetto delle trattazioni: la spartizione di una torta miliardaria riguardante i lavori autostradali nella zona di Castrovillari. <<Praticamente – ha detto Di Dieco – l’appalto dei lavori era di 800 miliardi di vecchie lire e bisognava applicare una percentuale del 3 per cento che faceva scaturire 24 miliardi di ‘tassa d’impatto ambientale calabrese’. Otto miliardi andavano a noi di Castrovillari; otto miliardi alle famiglie di Rosarno che erano il nostro punto di riferimento e altri otto miliardi li avrebbe gestiti Dino Posteraro [imprenditore cosentino arrestato lo scorso anno, n.d.r.] per ammorbidire funzionari dell’Anas e politici inseriti in questo contesto affaristico>>. Le cosche ‘ndranghetiste, secondo Di Dieco, conoscevano ogni movimento dei pm Facciolla e Salvatore Curcio ed erano fortemente intenzionate alla loro eliminazione. <<Bisognava organizzare – ha detto il pentito – un grande approvvigionamento di quantitativi di hashish e di armi da guerra che dovevano servire per compiere azioni delittuose contro esponenti delle forze dell’ordine o magistrati della Dda di Catanzaro>>. Di Dieco ha fornito le chiavi di lettura di omicidi ancora avvolti da una coltre di mistero per la magistratura, quali quello di Vincenzo Fabbricatore, ex reggente della cosca di Corigliano, assassinato col suo guardaspalle, Vincenzo Campana, il 25 marzo 2002 sulla 106 ionica a causa dei dissapori con il suo capo locale Eduardo Pepe. Francesco Cosentino, 39 anni di Castrovillari, detto “U cacagliu” e Salvatore Di Cicco, 38 anni di Sibari soprannominato “Turuzzu”, sono scomparsi rispettivamente il 6 aprile ed il 1 settembre del 2001. Di Dieco, pur non riuscendo a condurre le forze di polizia sul luogo di occultamento dei cadaveri, ha tuttavia ricostruito i retroscena dei due omicidi: il primo fu ucciso dai gruppi di Cassano e Castrovillari perché amico e vice di Tony Viola, boss castrovillarese ammazzato nel 2000; il secondo, capo della ‘ndrina di Sibari, fu eliminato dal clan dei nomadi di Cassano perché ormai “inaffidabile”. L’omicidio risalente al luglio del 2002 dell’imprenditore Carmine Pezzulli, contabile delle cosche cosentine, è stato attribuito dal Di Dieco ad un ammanco di denaro. Dora Quaranta L’INCHIESTA “QUADRIFOGLIO” 17 ottobre 2003 Fermo. Il 26 luglio scorso le forze dell’ordine hanno sgominato un’organizzazione criminale dedita a furti e alla ricettazione di opere d’arte in diverse regioni d’Italia in particolar modo nelle Marche. I dettagli dell’operazione denominata “Quadrifoglio” sono stati illustrati il 27 luglio scorso nella conferenza stampa tenutasi presso la Sala dei Ritratti del Palazzo dei Priori di Fermo. L’inchiesta è stata coordinata, a livello nazionale dal vice procuratore Giovanna Lebboroni della Procura della Repubblica di Fermo. Ma andiamo per ordine. Le indagini avviate a marzo dai militari della stazione di Ripatransone (Ascoli Piceno) si sono incrociate con quelle condotte su altri furti da parte del reparto operativo del Comando Tutela Patrimonio Culturale, e alla fine hanno coinvolto i nuclei di Tutela del Patrimonio Artistico di Bologna, Napoli, Venezia, Cosenza, Bari e Firenze e dei comandi provinciali di Ascoli Piceno, Macerata, Ancona, Teramo e Napoli. Nelle prime ore del 26 luglio scorso sono stati sono stati eseguiti nelle Marche, in Abruzzo e in Campania 10 arresti (7 in carcere, 3 domiciliari) e 23 perquisizioni domiciliari e personali, provvedimenti emessi dal Gip del Tribunale di Fermo Ugo Vitali Rosati. Alle persone fermate è stato contestato il reato di associazione per delinquere finalizzata al furto in abitazione, alla ricettazione ed al riciclaggio di oggetti d'arte. Sono state ritrovate 42 opere antiche per un valore stimato in quattro milioni di Euro (circa 8 miliardi di vecchie lire). Le persone indagate risultano essere personaggi molto noti delle Marche, dell’Abruzzo e del Lazio. In questi giorni la procura sta valutando le ulteriori informazioni che sono emerse nel corso delle indagini per definire il quadro probatorio. Ma.C. IL BOSS FIDANZATI LASCIA IL CARCERE 16 ottobre 2003 Palermo. Il boss del quartiere marinaro dell’Arenella, Gaetano Fidanzati, 68 anni, è stato scarcerato. Condannato a 12 anni di carcere nel primo maxiprocesso a Cosa Nostra per traffico internazionale di droga ha quasi terminato di scontare la pena. Fidanzati era stato poi arrestato nuovamente a Palermo, - era giunto in città con un permesso del Tribunale di Sorveglianza di Bari -, per essersi allontanato da casa. Il nome di Gaetano Fidanzati è contenuto nelle inchieste sui traffici mondiali di eroina. Nel febbraio del 1990 dopo tre anni di latitanza venne catturato in Argentina dagli uomini dell’Alto commissario per la lotta alla mafia che avevano intercettato alcune telefonate partite dall’abitazione della moglie. Il primo magistrato che lo interrogò fu Giovanni Falcone al quale disse di essere estraneo a tutte le accuse. In Sud America il boss scontò una condanna a 3 anni di reclusione per essersi introdotto nel Paese con documenti falsi. A.P. LA TANGENTOPOLI E MAFIOPOLI PUGLIESE 15 ottobre 2003 Brindisi. Il gip Simona Panzera ha accolto la richiesta dei sostituti procuratori Adele Ferraro e Giuseppe De Nozza e gli arresti cautelari sono scattati per il sindaco di Brindisi Giovanni Antonino, Ermanno Pierri, presidente del consiglio comunale, Nicola Siccardi, assessore ai Trasporti e Polizia Urbana, Giovanni Di Bella, consigliere comunale del Centro Democratico, Marco Pezzuto, consigliere comunale e regionale di Forza Italia. Arrestato anche l’agente marittimo brindisino Luca Scagliarini, mentre due imprenditori, Biagio Pascali e Rocco Errico, sono risultati irreperibili. Le accuse sono di concussione, corruzione e truffa. Secondo la procura gli indagati avrebbero imposto tangenti a raffica per un ammontare dal 2001 ad oggi di circa 2 miliardi e 650 milioni di lire: l’imprenditore Mario Salucci, avvocato curatore della Brindisi Terminal Italia spa (Bti), sarebbe stato costretto a versare 350 milioni di lire e ad impegnarsi addirittura per il triplo per poter mantenere la concessione della banchina Costa Morena; il costruttore Cosimo Francioso avrebbe pagato tangenti per costruire un centro sportivo nel rione Paradiso; al calciatore Antonio Benarrivo, terzino del Parma, i politici brindisini avrebbero imposto l’acquisto di quote del Brindisi calcio altrimenti la proposta della sua società di far acquistare al Comune un complesso immobiliare non sarebbe stata accettata. I pm titolari dell’inchiesta hanno spiegato che il sindaco Antonino <<attuava, strumentalizzando il proprio potere, una gestione del tutto privatistica e dispotica della cosa pubblica, concertava con i pregiudicati, pilotava gli appalti>>. Le indagini hanno preso avvio lo scorso anno dalla denuncia dell’ex sindaco di Brindisi, Michele Errico, che alla stampa ha ricordato di aver ricevuto come risposta al suo gesto una busta con un proiettile: <<Mi hanno minacciato di morte tre volte. Ma non ho paura a ribadirlo: qui a Brindisi c’era una cupola mafiosa che collegava in modo trasversale le forze politiche che amministrano la città agli imprenditori e ai dirigenti industriali. Nemmeno i sindacati e la confindustria erano fuori dal coro perché il sistema faceva funzionarle grandi aziende ed il loro indotto>>. Antonino, con una lunga lettera fatta pervenire al prefetto di Brindisi, Cesare Ferri ed al segretario generale del Comune, Giovanni De Cataldo, ha reso nota la sua decisione di dimettersi dalla carica di sindaco ed ha ribadito la sua estraneità ai fatti imputati. E a Foggia intanto esplode un identico bubbone: i pm della Dda di Bari, Carofiglio e Scelsi, hanno emesso dieci ordini di cattura fra industriali e boss mafiosi, compresi due vicepresidenti di Assindustria, Eliseo Zanasi e Antonio Perrone. Indagati anche Enrico Santaniello, assessore regionale di F.I., Pasquale Casillo, l’ex re del grano. L’accusa è di aver organizzato una <<lobby affaristico-mafiosa>> per la gestione degli appalti pubblici. Dora Quaranta PROTOCOLLO D’INTESA TRA LA REGIONE MARCHE E IL VIMINALE 15 ottobre 2003 Ancona. Il 14 ottobre scorso è stato firmato un importante un protocollo d’intesa tra il ministero dell’Interno, Giuseppe Pisanu e il presidente della Regione Marche, Vito D’Ambrosio. Il documento prevede un maggiore scambio di informazioni tra la Regione Marche e il Viminale sull’andamento della criminalità. Perciò ci saranno una maggiore sinergia tra le sale operative della polizia di Stato e polizia locale e dei corsi periodici di aggiornamento per il personale delle forze dell’ordine che operano nella regione. A tal proposito il ministro Pisanu ha dichiarato: <<Il protocollo firmato con il presidente D’Ambrosio è un buon accordo che funzionerà bene e darà certamente risultati significativi dei quali i cittadini sapranno equamente ripartire i meriti tra governo nazionale e governo locale>>. Ma.C LA VILLA DEI BRUSCA IN CONTRADA DAMMUSI 15 ottobre 2003 San Giuseppe Jato. Sorge tra le campagne di San Giuseppe Jato e Monreale una villa bellissima con un parco di otto ettari coltivato a vigneti, uliveti, agrumeti. La casa è di proprietà della famiglia Brusca. Qui Giovanni Brusca vi avrebbe trascorso periodi della sua latitanza e gli anni dell’adolescenza. Poi quando tutti i membri della famiglia finirono in carcere, la villa di contrada Dammusi rimase chiusa ma tenuta sempre in perfetto ordine. Oggi la casa è l’unico bene immobile di proprietà dei Brusca scampato alla confisca. Dal Palazzo di giustizia non è mai partito un provvedimento di sequestro, nonostante un esposto inviato al procuratore Grasso dal sindaco di Monreale Salvino Caputo e un’interrogazione parlamentare del deputato di An Enzo Fragalà. La casa fu scoperta “ufficialmente” in seguito ad una perdita d’acqua a Grisi, una frazione di Monreale. Quando i poliziotti guidati dal commissario di Partinico arrivarono davanti al cancello della villa, scavalcandolo, si trovarono una vera e propria oasi con un complesso impianto idrico abusivo allacciato alla rete idrica di Monreale che alimenta un laghetto poi sequestrato. Il caso si trova ora sulla scrivania del procuratore Grasso. Ma.C PIZZA CONNECTION 15 ottobre 2003 Palermo. Il più grande affare di droga mai realizzato da Cosa Nostra: la Pizza Connection. Un vero e proprio “meccanismo” perfetto individuato da Giovanni Falcone. Il “viaggio” iniziava con la morfina base che giungeva dai paesi mediorientali nel palermitano. Lì le "raffinerie" di droga la trasformavano in eroina. L'eroina veniva collocata sul mercato americano, newyorkese in particolare. Il denaro ricavato attraverso "paradisi valutari" veniva versato tutto in banche svizzere. Nelle banche svizzere avvenivano le transazioni: si pagava la materia prima. Quello che rimaneva del guadagno, in parte si reinvestiva all'estero, in parte veniva reinvestito in Italia. Vent’anni dopo, gli “impresari” internazionali di Cosa Nostra scoperti dal Pool di Falcone e Borsellino sono stati condannati, anche se alcuni di loro tuttora sono latitanti. Di tutti i loro miliardi solo una parte è stata sequestrata, manca quindi all’appello il vero tesoro dei mammasantissima nascosto chissa dove. 10 anni per ricettazione ai turchi Goeldaci Korkmaze e Kantuerk Bechet, così come chiedeva il PM Gioacchino Natoli alla terza sezione del Tribunale, presieduta da Anna Maria Fazio, 9 anni a Paul Edward Waridel (detenuto in Svizzera); 8 anni al mazarese Andrea Mangiaracina (detenuto anche lui). Assolti invece, come richiesto dal PM Antonino La Mattina, Antonio Ventimiglia, Engin Mehemet e Yasar Kisacik. Il processo è uno stralcio di quello che si è svolto a Lugano nel 1984 che portò all’arresto del boss Vito Roberto Palazzolo, fuggito di galera due anni dopo, attualmente latitante in Sudafrica. Alla fine degli anni Ottanta sono state emesse altre condanne negli Stati Uniti e in Svizzera. <<Si tratta di una sentenza di grande valore storico – ha affermato il PM Gioacchino Natoli – un’indagine ancora molto attuale. Nel processo si è riusciti a provare un riciclaggio per 33 milioni di dollari, eseguito dal ’79 all’83, appena il 10 o il 20 per cento dei proventi della Pizza Connection…>>.. E la Icre di Bagheria, lo stabile che dopo anni di incuria è stato confiscato dallo Stato a Leonardo Greco, emerge come punto nevralgico della Pizza Connection. Lo stesso Leonardo Greco venne intercettato casualmente al telefono dalla squadra mobile di Agrigento (che stava indagando sul boss Carmelo Colletti), mentre dava ordini e distribuiva soldi dal telefono della Icre. Fu subito chiaro dalle intercettazioni che in realtà era un misterioso “ragioniere” colui che imponeva le direttive. Molti anni dopo il collaboratore di Giustizia Angelo Siino svelò che il “ragioniere” era Bernardo Provenzano. Lorenzo Baldo RAPPORTO CRIMINALITA’ 2002 12 ottobre 2003 Ragusa. La criminalità italiana ha avuto un aumento contenuto. E’ quanto emerge dal rapporto 2002 sull’attività svolta dalle forze dell’ordine, stilato dal Ministero dell’Interno. Al primo posto le Marche che registrano un aumento del 17% ultima nella graduatoria la Liguria che vede una diminuzione della criminalità pari al 12%. Per quanto riguarda la provincia di Ragusa, in piena attività le cosiddette baby-gang, la criminalità minorile dei nuovi gruppi emergenti. Rispetto al 2001 a livello generale si riscontra un aumento del 4,69%. Aumentano le violenze sessuali + 11,11%; lesioni dolose + 0,67%; furti + 5,24%; le rapine con un picco del 58,57% e i reati inerenti gli stupefacenti che avanzano del 75%. Di contraltare diminuiscono le estorsioni con un’inflessione del 47,11%; gli incendi dolosi – 21,15%; le truffe – 36,42% e lo sfruttamento della prostituzione che registra un calo del 62,50%. I tentati omicidi sono stati 16 (7 nel 2001), mentre sono state scoperte 4 associazioni di stampo mafioso (come nell’anno 2001). Secondo il Viminale gli assetti criminali della provincia di Ragusa non hanno subito significativi mutamenti rispetto al recente passato. Il gruppo Dominante di Vittoria avrebbe avviato un processo di riorganizzazione interna in quanto fortemente depotenziato sia dalla conflittualità con i Piscopo (collegati all’ala gelese di Cosa Nostra riconducibile al latitante Daniele Emmanuello), sia dall’efficiente e pressante azione di contrasto delle forze di polizia. Momento di transizione che favorirebbe un aumento della microcriminalità a discapito di esercizi commerciali e nello spaccio di sostante stupefacenti. Lorenzo Baldo PRENDE IL VIA IL PROCESSO OLIMPIA BIS 11 ottobre 2003 Reggio Calabria. Davanti alla Corte d’Assise d’Appello di Reggio Calabria, presieduta da Di Marco, a latere Ruggeri, si sta per aprire il terzo troncone del procedimento “Olimpia bis” sui fatti della seconda guerra di mafia. Il procedimento era nato dalle dichiarazioni del pentito Giuseppe Lombardo che si era autoaccusato di oltre sessanta omicidi e aveva coinvolto anche numerosi appartenenti allo schieramento Imerti-Condello-Rosmini-Serraino-Nicolò. Il processo in assise si è concluso con più di cento ergastoli mentre in appello c’è stata la divisione in tre tronconi. I primi due (rito ordinario e rito abbreviato) si sono conclusi con l’assoluzione di numerosi appellanti. A minare l’impianto accusatorio, fondato sulle dichiarazioni di Giuseppe Lombardo, erano state le dichiarazioni del neocollaboratore Paolo Iannò. Questi, condannato in primo grado alla pena di quattro ergastoli si era successivamente pentito ammettendo le proprie responsabilità in altri 26 omicidi ma sconfessando Lombardo su molte delle accuse fatte nei suoi confronti. A detta di Iannò Lombardo si sarebbe attribuito, per motivi di vanto, l’omicidio di Giuseppe Schimizzi e poi ancora il delitto di Antonino Pizzimenti, al quale sarebbe stato del tutto estraneo. Il terzo troncone appare di grande interesse perché si è occupato di ben 24 omicidi dei quali devono rispondere Pasquale Condello e Paolo Serraino. A loro i collaboratori di giustizia attribuiscono la paternità di quasi tutti gli omicidi commessi. Entrambi agirono per motivi di vendetta dato che subirono le perdite dei propri familiari. A Condello venne ucciso il fratello Francesco e a Serraino pure. Maria Loi INCHIESTA SUI RAPPORTI DEL PRESIDENTE DELLA SICILIA 10 ottobre 2003 Palermo. Sono <<oggetto di indagine>> della Dda di Palermo i rapporti di natura economica <<mantenuti e gestiti>> dal presidente della Regione Siciliana, Salvatore Cuffaro, dal medico Salvatore Aragona, cognato del boss di Brancaccio Giuseppe Guttadauro e dall’assessore comunale Domenico Miceli. Tutti e tre sono indagati per concorso in associazione mafiosa nell’ambito dell’inchiesta sui rapporti fra i boss di Cosa Nostra e la politica. L’indagine riguarda anche alcuni presunti incontri avvenuti nel 2002 fra Cuffaro e il medico Vincenzo Greco arrestato e condannato per aver curato il killer di don Puglisi. Aragona e Greco hanno ammesso che questi contatti sarebbero avvenuti tramite Miceli. E’ quanto emerge dall’ordinanza del gip Giacomo Montalbano, che ha rigettato l’istanza di scarcerazione nei confronti di Domenico Miceli arrestato il 26 giugno scorso. <<La natura e la valenza criminale di questa attività formano oggetto di specifici accertamenti e approfondimenti, così come oggetto di indagine sono i rapporti anche di natura economica mantenuti o gestiti da Aragona, Miceli e l’on. Cuffaro>> è scritto nell’ordinanza. Il Gip motivando l’istanza di scarcerazione ha sostenuto che dalle <<lunghissime conversazioni ambientali>>, dalle <<riscontrate attività di propaganda e finanziamento elettorale>> <<posta in essere dal Guttadauro e dalla sua accolita di banditi proprio in favore del Miceli>> emergerebbe che lo stesso Miceli è un <<soggetto voluto ed imposto dal Guttadauro quale unico trait d’union tra Cosa Nostra e i politici>>. Per quanto riguarda la c.d. “fuga di notizie”, <<le dichiarazioni sul punto rese dal coindagato Aragona – si legge -, il confronto tra questi ed il Miceli ed infine le forzate quanto incomplete ammissioni del Miceli stesso contribuiscono e non lievemente a confortare la chiave di lettura originaria>> e non forniscono <<altre e più suggestive interpretazioni di quelle che conducono alla piena, indispensabile ed operativa interconnessione del Miceli con un preciso consesso mafioso>>. Comunque <<l’attività ascritta a Miceli di intermediazione tra Cosa Nostra ed il mondo politico>> non sarebbe circoscritta al 2001, ma sarebbe proseguita <<anche dopo la campagna elettorale del 2001>>, in cui l’assessore era candidato alle elezioni. Miceli, quindi avrebbe continuato a frequentare il boss di Brancaccio, Guttadauro <<programmando od organizzando nel 2002 incontri tra Vincenzo Greco, come questi ammette, e l’onorevole Cuffaro>>. Da alcune intercettazioni nello studio di Miceli al Policlinico, i carabinieri hanno trovato una lettera scritta al medico dal collega Salvatore Aragona, anche lui accusato di associazione mafiosa. Nella lettera si parla delle cose di <<comune interesse>> da esporre a <<Totò>> e di investimenti da realizzare nel settore turistico e di raccomandazioni per incarichi di sottogoverno. Per gli inquirenti una prova ulteriore del ruolo di intermediazione tra mafia e politica svolto da Miceli. Anna Petrozzi CONFERENZA EUROPEA SUL “SOMMERSO” 10 ottobre 2003 Palermo. Nel prossimo mese di dicembre si svolgerà a Palermo una conferenza sul “sommerso”. Fenomeno che verrà affrontato su diversi fronti: da quello giuridico a quello economico. Si discuterà dei criteri di misurazione e delle variabili che influiscono sulla cosiddetta economia non osservata, rappresentata dal “sommerso”, dal settore informale (basso livello di organizzazione, senza alcuna distinzione tra lavoro e capitale) e da quello criminale (attività lecite gestite da operatori non autorizzati o la produzione di beni e servizi il cui commercio, possesso o distribuzione sono proibiti per legge). Una tranche della ricerca riguarda la Sicilia e le altre regioni a rischio mafia: il rapporto tra lavoro sommerso e presenza di criminalità organizzata nel territorio. Tre sono le tipologie in merito al lavoro sommerso: 1) rappresenta una fonte di “risparmio” reso necessario dalle spese extra imposte dalla criminalità; 2) può essere inteso come “espediente” per quelle imprese regolarizzate solo in parte; 3) può essere finalizzato a una gestione di impresa capace di incentivare l’esercizio di un’attività economica criminale. L’unione tra “sommerso” e criminalità si completa con altri aspetti non trascurabili. Un “razionamento” del credito può spingere gli imprenditori ad accedere a “canali paralleli”, a forme più o meno marcate di usura. Quando un’impresa si sottomette all’estorsione può chiedere oltre alla “protezione” un’implicita garanzia che nessun lavoratore “sommerso” richiederà di essere regolarizzato. Una tesi che trova riscontro nella relazione annuale 2003 della Commissione Parlamentare Antimafia. La maggior parte degli imprenditori che in provincia di Trapani sottostanno a un simile sistema, riconoscono il pagamento della tangente come un atto dovuto, considerato come un “normale costo di produzione”. Di conseguenza, per compensare le uscite in tal senso si creano i presupposti per fare ricorso alla violazione delle norme vigenti in materia di contabilità, previdenza, assunzioni e tutela della sicurezza dei lavoratori. <<Ricollegare il lavoro sommerso all’esistenza di un’economia criminale in un territorio – secondo il prof. Mario Centorrino – può contribuire all’interpretazione di alcuni legami assai frequenti tra economia legale ed economia criminale che assumono caratteristiche di economia sommersa>>. Lorenzo Baldo GIUSTIZIA: IL PM PAOLO GIORDANO LASCIA L’ANTIMAFIA 9 ottobre 2003 Caltanissetta. Il boomerang della circolare del Csm sugli 8 anni alla DDA colpisce anche la Procura di Caltanissetta. Il Procuratore Aggiunto Paolo Giordano è in carica alla Direzione Distrettuale Antimafia da oltre 8 anni (fra l’altro si è occupato insieme a Luca Tescaroli delle stragi del 1992), co-firmatario dell’ultimo fascicolo sui mandanti esterni per le stragi di Capaci e Via d’Amelio per il quale lo scorso 9 giugno 2003 ha chiesto l’archiviazione. Fino ad oggi a fianco del Procuratore Capo Francesco Messineo i magistrati che hanno lavorato insieme a lui coordinando le indagini erano l’aggiunto Renato di Natale e lo stesso Paolo Giordano. Il primo rimarrà nella DDA ma come semplice magistrato, con il compito di coordinare il lavoro dei Pm; il secondo sarà costretto a lasciare l’ufficio rimanendo procuratore aggiunto ordinario. <<Devo lasciare la DDA? – commenta Giordano – ancora non ho ricevuto alcuna comunicazione ufficiale. Ad ogni modo ho già presentato domanda di trasferimento alla Direzione Nazionale Antimafia e alla Procura Generale di Catania… Non condivido il nuovo riassetto voluto dal Csm perché la fisionomia della procura cambia radicalmente e tutti i poteri convergono su una sola persona… Ad ogni modo non resta che accettare questa normativa>>. Nelle dichiarazioni dei colleghi di Giordano il rammarico per il suo trasferimento e per l’assurdità di una circolare che di fatto sta smembrando le procure antimafia. <<Questo progetto di modifica dell’ordinamento giudiziario – afferma il Pm Renato Di Natale – tende a gerarchizzare al massimo le procure e potrebbe fare parte di un disegno teso a rendere in futuro più facile il controllo da parte del Governo sulla magistratura>>. Per il sostituto procuratore Carlo Negri l’uscita dalla DDA di Paolo Giordano <<rappresenta una grave perdita per l’azione della procura di contrasto al crimine organizzato…>>. Nel frattempo, dopo che il Csm ha bocciato la prima stesura della tabella dell’ufficio nisseno, il Procuratore ha creato 12 gruppi di lavoro con ogni sostituto che, nel caso ve ne sia bisogno, dovrà seguire più settori. Automatiche saranno le assegnazioni. I nomi che circolano sui prossimi candidati alla DDA sono: Loretta Bianco, Sergio Carnimeo, Luca de Ninis e Carlo Negri. Secondo la tabella i magistrati in questione non dovranno solo occuparsi di inchieste antimafia, ma anche quelle della Procura Ordinaria. Lorenzo Baldo UCCISO UN INCENSURATO: GIUSEPPE BRUNO 9 ottobre 2003 Agrigento. Assassinato come un boss il bracciante agricolo Giuseppe Bruno. L’uomo è stato ammazzato con 4 colpi di pistola, di cui uno in pieno volto, a Sant’Angelo Muxaro nell’agrigentino. Il delitto è avvenuto davanti ad un abbeveratoio in contrada Favarotta. Il killer, che doveva conoscere bene le abitudini del Bruno, è entrato in azione quando niente e nessuno avrebbero potuto ostacolarlo. L’uomo non aveva precedenti penali ma viene descritto dagli investigatori come “vicino” ad alcuni esponenti mafiosi della zona. Quali per esempio la famiglia di Stefano Fragapane, per gli inquirenti il capomafia di Santa Elisabetta. Questi, in carcere dal luglio del 2002, è rimasto coinvolto nella ormai nota operazione “cupola”: quando i poliziotti fecero irruzione nel casolare di Santa Margherita Belice dove si stava svolgendo un summit per decidere il capo di Cosa Nostra agrigentina. Secondo le prime indagini, svolte dalla Direzione distrettuale antimafia di Palermo, l’omicidio di Sant’Angelo Muxaro <<si inquadra in un contesto mafioso>>. Ne è convinto anche il procuratore aggiunto di Palermo Anna Maria Palma, che ha la delega sulla provincia di Agrigento. Si parla di segnali inquietanti che testimoniano una nuova faida in seno alle famiglie di Cosa Nostra. Quanto sta accadendo in questa parte della Sicilia farebbe pensare che il gruppo Di Gati in questo periodo non sia in grado di garantire la pax mafiosa. Secondo una analisi fatta dai magistrati e dagli inquirenti, probabilmente una famiglia mafiosa dell’agrigentino che fa capo al latitante Giuseppe Falsone di Campobello di Licata (uno degli uomini di Provenzano) non riconoscerebbe l’autorità di Maurizio Di Gati. Mara Testasecca LE DICHIARAZIONI DI CIRO VARA 9 ottobre 2003 Palermo. Il collaboratore Ciro Vara ha deposto davanti ai giudici della Corte di Appello nel processo a carico dell’imprenditore Francesco Sorce, accusato di associazione mafiosa e del medico Francesco Messina, che deve rispondere di favoreggiamento. Quest’ultimo avrebbe aiutato il presunto boss Sebastiano Misuraca. Vara nelle sue dichiarazioni ha scagionato dall’accusa Sorce ma ha chiamato in causa molti suoi parenti indicandoli come affiliati alla mafia. Vara ha detto inoltre che più di una volta, insieme a Sorce – il padre di quest’ultimo, Francesco, affiliato, sarebbe stato coinvolto in prima persona in vicende di mafia – e al cugino Liborio Ognibene andarono a trovare l’On. Reina. Secondo il racconto di Vara, questi avrebbe detto che un giorno Craxi buttò fuori dalla sua stanza i deputati siciliani che temevano di poter perdere 50 mila voti dopo le elezioni del 1987 in cui la mafia votò per il partito del garofano. Parlando degli appalti e dei capi di Cosa Nostra a Mussomeli il collaboratore ha dichiarato che la famiglia locale non imponeva il pizzo alle imprese, ma chiedeva a tutte la” messa in regola” nel momento in cui si aggiudicavano gli appalti, con il versamento del 5% sull’importo dei lavori e lo stesso avveniva negli altri comuni della provincia. Dichiarazioni di Ciro Vara anche nell’ambito del processo d’appello “Reset-Dallas” contro una ventina di imputati condannati in primo grado per omicidi, tentativi di omicidio e altri reati gravi. Vara ha parlato a lungo dei dissidi interni a Cosa Nostra gelese. Nel luglio del 1999, infatti, una faida portò gli Emmanuello e i Rinzivillo a spargere sangue in città. Le avvisaglie si ebbero con l’uccisione di Maurizio Morreale, il cui delitto provocò una frattura insanabile che culminò con quattro omicidi. Nel 1998 Vara raccontò di avere incontrato a Gela il superlatitante Daniele Emmauello che gli confidò la sua intenzione di voler aderire ad una frangia criminale di Cosa Nostra, nei cosiddetti “falchi”. Maria Loi PROCESSO LA TORRE 9 ottobre 2003 Palermo. Il processo sull’omicidio La Torre va avanti e si cerca di chiarire quali siano stati gli interessi occulti a volere la morte del segretario regionale del Pci, ucciso il 30 aprile 1982. Questa volta è Michele Riccio, colonello dei carabinieri a parlarne in aula, chiamato a deporre dalla difesa di Nino Madonia, per dimostrare l’estraneità di Cosa Nostra all’agguato in cui morirono La Torre e il suo collaboratore Rosario di Salvo. Nonostante Riccio non escluda l’estraneità del movente all’organizzazione mafiosa Cosa Nostra, riterrebbe comunque la stessa responsabile dell’esecuzione materiale del crimine. Le sue deduzioni provengono dalle dichiarazioni raccolte e registrate nel periodo tra il ’94 e il ’96, dal confidente Luigi Ilardo della zona di S. Cataldo. Ilardo parlò di tre omicidi eccellenti, Pio La Torre, Piersanti Mattarella e Giuseppe Insalaco, e riferì che Cosa Nostra avrebbe “prestato” il suo contributo sperando di “ottenere qualche vantaggio”. Cosa Nostra sarebbe così intervenuta <<piegandosi a esigenze di matrici deviate>> composte da pezzi della politica, della massoneria e del mondo imprenditoriale. “Non siamo stati noi” disse in un colloquio svoltosi a Roma con l’ex comandante del Ros, Mario Mori, oggi direttore del Servizio Segreto civile, “Siete stati voi”. La frase secondo Riccio non era riferita al comandante Mario Mori, ma riconducibile a quelle parti delle istituzioni che avevano avuto in questo omicidio le loro responsabilità. Mori smentisce più volte tale affermazione. Secondo il colonello Riccio, invece, l’incontro avvenne a Roma ai primi di maggio del ‘96, alla presenza dei procuratori di Palermo, Caltanissetta, del Comandante Mario Mori e dello stesso Riccio quando Ilardo iniziò la fase preliminare della sua collaborazione ufficiale. Gli atti però non vennero mai ufficializzati perché il 10 maggio, solo pochi giorni da quell’incontro, Luigi Ilardo venne assassinato a Catania. Silvia Cordella NINO MADONIA: “IO NON HO COMMESSO OMICIDI” 8 ottobre 2003 Palermo. Il 7 ottobre ’03 il boss di Resuttana Nino Madonia è comparso davanti al giudice della seconda Sezione della Corte d’Assise, per difendersi e scagionarsi <<poiché all’epoca – dice - residente in Germania>>, dall’omicidio di Giralamo Di Maggio, un meccanico di Terrasini ucciso nel febbraio ’84. L’alibi del boss viene comunque confermato in aula anche da un investigatore della Dia, chiamato a deporre dall’avvocato Giovanni Restivo. L’agente ribadisce che secondo i rapporti della Bka (la Bundeskriminalamt) ovvero la criminalpol tedesca, il boss imputato risultava residente in Germania tra il ‘77 e l’’85 e ogni suo spostamento veniva rigorosamente annotato e controllato. Nino Madonia, nonostante fosse risultato in Italia proprio nel periodo delle stragi di Dalla Chiesa (3 settembre 1982) e Chinnici (29 luglio 1983), rimarca la sua “pista tedesca” e con fermezza, rilascia una dichiarazione spontanea rivolta al pm Marcello Musso chiedendogli di <<mettersi bene in testa che io non ho commesso omicidi e che non ho ucciso questo signor Di Maggio>> . S.C. SCOPERTA COLTIVAZIONE DI MARIJUANA 7 ottobre 2003 Porto San Giorgio. I Carabinieri hanno scoperto una coltivazione di marijauna tra Porto San Giorgio e Casabianca. E’ stata sequestrata una considerevole quantità di sostanza stupefacente di buona qualità. I militari prima di eseguire il sequestro hanno effettuato una serie di appostamenti per valutare l’entità del fenomeno. Da alcune indiscrezioni risulta che ci sia una persona denunciata. Non si esclude che a breve termine ci possano essere ulteriori sviluppi. Ma.C. AGNESE BORSELLINO: <<VOGLIO LA VERITA’ SULLA STRAGE>> 7 ottobre 2003 Palermo. <<Io ancora oggi voglio capire chi e perché ha ucciso mio marito, intendo conoscere le singole responsabilità a ogni livello. Lo spero anche per la società: bisogna sapere cosa è successo allora…>>. Non usa mezzi termini la vedova del giudice Paolo Borsellino, Agnese Pirajno Leto mentre dialoga con il giornalista Umberto Lucentini che a lei dedica l’ultimo capitolo della nuova edizione della biografia del magistrato ucciso dalla mafia il 19 luglio 1992 “Paolo Borsellino” (ed. San Paolo). Il libro ripercorre la vita professionale e umana del magistrato, fino al tragico epilogo. La prima edizione (ed. Mondadori) fu pubblicata nel 1994, in quella attuale, nella parte conclusiva, viene dato un ulteriore risalto all’aspetto spirituale del giudice Borsellino. Il ricordo della vigilia dei funerali descrive la forza d’animo di una donna decisa a non arrendersi. L’allora Ministro dell’Interno Nicola Mancino le si avvicina per manifestarle la “vicinanza” dello Stato e Agnese Borsellino replica con fermezza. <<L’uccisione di mio marito è una dichiarazione di guerra contro la mia città. Se è guerra, guerra sia: inviate i militari per presidiare il territorio e difendere gli obiettivi a rischio…>>. Poi arrivano gli anni del silenzio, fino all’appello che emerge nell’ultima intervista. <<Perdonare gli autori della strage di Via d’Amelio?... Forse sembra incredibile, ma nessuno me lo ha mai chiesto. Sarebbe stato facile, durante una cerimonia pubblica, approfittando di un messaggio in televisione, dire “io vi perdono”. Ma no, non è questo il punto… Il perdono non deve fare da contraltare al desiderio di Giustizia che coltiviamo ormai da troppo tempo…>>. Lorenzo Baldo INCHIESTA “VINO DOC”, IL PM FACCIOLLA CHIEDE IL RINVIO A GIUDIZIO 7 ottobre 2003 Catanzaro. Chiesto il rinvio a giudizio da parte del PM Eugenio Facciolla per 5 membri di un’organizzazione specializzata nel traffico di cocaina. Pietro Le Piane, Alessandro Travo, Luigi Marino, Giuseppe Giannotta e Francesco Apollaro sono stati arrestati per effetto di un’ordinanza di custodia cautelare emessa dal Gip di Catanzaro Donatella Garcea al termine dell’inchiesta denominata “Vino doc” nella quale era finito anche Giuseppe Giugliano, che poi è stato ucciso da un commando killer. Nell’inchiesta è emerso che l’organizzazione gestiva i propri affari utilizzando come base logistica il negozio di alimentari di proprietà dello stesso Giugliano. La droga, invece veniva tenuta nascosta all’interno del giardino di casa di Pietro Le Piane in contrada Badessa a Cosenza. Gli incontri tra spacciatori e compratori avvenivano in una zona di Viale della Repubblica, puntualmente filmati dagli agenti della Squadra Mobile. Travo, Giannotta e Marino erano incaricati di procacciare i clienti. In tre mesi erano stati capaci di smerciare fino a un chilo di “coca” per un valore complessivo di circa mezzo miliardo di vecchie lire. Si trattava di un giro relativamente ristretto della cosiddetta “Cosenza-bene”, con una conseguente scorrevole fluidità di denaro. I capi avevano imposto agli acquirenti un linguaggio metaforico. Per ordinare un grammo di “coca” bisognava dire: <<un litro di vino>>. Lorenzo Baldo OMICIDIO ALFANO: LA DECISIONE ORA SPETTA AL GUP 5 ottobre 2003 Messina. Per la morte del giornalista Beppe Alfano, ucciso l’8 gennaio del ’93 a Barcellona Pozzo di Gotto in via Marconi, l’unico boss riconosciuto come mandante è Giuseppe Gullotti condannato a trent’anni di carcere. Ma nel marzo 2001 le dichiarazioni del collaboratore catanese Maurizio Avola, ex affiliato al clan Santapaola, hanno dato avvio ad un’indagine “bis” facendo aprire un nuovo fascicolo. Secondo il pentito, Alfano “s’interessava troppo” dei loschi affari del capomafia Nitto Santapola nel settore degli agrumi e pertanto fu proprio questi, insieme all’imprenditore Giovanni Sindoni, a decretare la morte del giornalista. Dopo oltre due anni di indagini questa pista non ha tuttavia portato a nulla di concreto. I sostituti della Dda di Messina, Rosa Raffa e Salvatore Laganà, hanno chiesto pertanto l’archiviazione dell’inchiesta. La parte civile ha però deciso di opporsi alla decisione. Il 30 ottobre prossimo sarà il gup Maria Eugenia Grimaldi a decidere definitivamente sul caso. Dora Quaranta GRAVIANO SUPERA GLI ESAMI 2 ottobre 2003 Palermo. Si tratta di Giuseppe Graviano, 40 anni, boss di Brancaccio, condannato all’ergastolo per l’omicidio di Padre Puglisi, e per le stragi del ’92 ’93, che iscritto alla facoltà di Scienze Biologiche all’Univerità La Sapienza di Roma ha passato l’esame in Biologia molecolare con un bel 28. Esaminato dalla commissione all’interno del carcere dove si trova col regime del 41 bis, Graviano ha superato brillantemente i primi due esami. Bocciata invece la sua richiesta di “gratuito patrocinio” nella quale si dichiarava “nullatenente”, che tra l’altro era già stata accolta all’inizio di quest’anno. Tale decisione è scaturita grazie agli accertamenti effettuati dalla Dia in base alle carte del processo Salvo. Si è scoperto infatti che il boss aveva “notevoli disponibilità economiche” per cui, oltre ai vari ergastoli, è stato ora indagato per tentata truffa ai danni dello Stato e di dichiarazioni mendaci in un atto pubblico. Graviano non è comunque l’unico tra i boss iscritti all’Università, ricordiamo Pietro Aglieri iscritto a Teologia che aveva ottenuto 30 e lode in Storia del cristianesimo, Nino Galliano, condannato per la strage di Capaci è al terzo anno di Economia, ed infine Calogero Brusca iscritto alla facoltà di lettere. Maria Loi SEQUESTRO DI BENI AL BOSS "GRAZIANEDDU" 2 ottobre 2003 Palermo.Sono stati sequestrati al boss Salvatore Graziano tra conti bancari, immobili e partecipazioni societarie, beni per un ammontare di circa 12 milioni di euro. L'operazione è stata eseguita dagli investigatori del Gico del Nucleo Regionale di Polizia Tributaria della Guardia di Finanza, coordinata dal procuratore aggiunto Pignatone e dal sostituto Egidio la Neve, avvalsi delle testimonianze di alcuni collaboratori di giustizia. Il Graziano, 53 anni, protagonista di una lunga stagione di mafia, detto anche <<Grazianeddu>> uomo d'onore e reggente della famiglia di Tommaso Natale - Cardillo operante nella borgata di Sferracavallo, era stato ritenuto responsabile dell'omicidio dell'agente del Sisde Emanuele Piazza e il 16 aprile 2003 fu per questo processato e condannato in appello a 30 anni di reclusione, dopo una latitanza durata diversi anni e finita col suo arresto in Marocco. Insieme a lui quel processo vide imputati anche altri uomini d'onore del calibro di Salvatore Biondino, uomo di fiducia di Totò Riina, Salvatore Biondo (1955), Salvatore Biondo (1956), Giovan Battista Ferrante, e Francesco Onorato. Secondo gli inquirenti gli affari di Salvatore Graziano si articolavano dal traffico di droga alla gestione dei proventi illeciti ricavati dalle estorsioni nel territorio di S. Lorenzo. Il suo ruolo diventa chiave nell'organigramma della mafia palermitana. Tra i delitti imputati al boss, anche quelli di Giuseppe e Gabriele Graffagnino, assassini del piccolo Claudio Domino ucciso a soli 10 anni (1986) nel quartiere di San Lorenzo Colli. Ed è proprio in questo quartiere che Graziano si inserisce perfettamente, acquistandone "un ruolo apicale" dopo la morte del capo Rosario Riccobono eseguita per mano del clan corleonese (1980). Silvia Cordella MAFIA NELLO SPOT MÉGANE 2 ottobre 2003 Palermo. L’ultima trovata pubblicitaria in onda sulle reti televisive riguarda lo spot della nuova Renault Mégane, dove 3 uomini siciliani in camicia bianca e velluto scuro, si dirigono verso il porto per eseguire un’esecuzione mafiosa al terzo uomo che ha già un blocco di cemento tra i piedi. A quel punto una voce fuori campo << Ci vuole un buon motivo per non guidare la nuova Mégane>>. La totale astensione di un minimo commento da parte degli organi istituzionali e politici, ha così suscitato una prima critica mossa dal giornalista Marco Travaglio che ha pubblicato un articolo il 2 ottobre scorso su La Repubblica di Palermo. <<Uno spot di pessimo gusto – dice - che utilizza un’esecuzione mafiosa per sollecitare l’acquisto di un’automobile.>> Inoltre domanda <<che fine han fatto quelli che se la prendevano con sceneggiati come “La Piovra” perché dicevano – “infangano il buon nome della Sicilia” ?>>. Ed ancora, << Nella Piovra non c’era soltanto la mafia. C’erano anche i poliziotti, i magistrati, i cittadini dei comitati antimafia. C’erano i cattivi ma c’erano anche i buoni. In quello spot ci sono soltanto i cattivi. […] Per denunciare quell’orribile spot ci vogliono carte in regola, chi le ha batta un colpo>>. Il giornalista, contesta il cattivo gusto dello spot e lancia una provocazione agli organi di Stato <<potrebbero protestare Berlusconi, Cuffaro, L’Ars, Crisafulli i Parlamentari come Dell’Utri e Miccichè – dice l’articolo - ma forse pensando a certe accuse a certi sbaciucchiamenti è meglio di no.>> Così è Vladimiro Crisafulli Vicepresidente dell’Ars, indagato a Caltanissetta per associazione mafiosa, a rompere il silenzio ammonendo chi di dovere <<offendono l’identità e l’onore dei Siciliani che lavorano e producono onestamente>> ed infine ricorda Crisafulli che è proprio la Renault ad essere sponsorizzata nelle gare di Formula Uno dalla Regione Sicilia e chiede così di cancellare il servizio pubblicitario dai palinsesti televisivi. Silvia Cordella IL GOVERNO ATTUA IL PIANO DELLA P2 30 settembre 2003 Arezzo. La Loggia massonica P2 contava 962 affiliati. Vi facevano parte militari, magistrati, politici, imprenditori, giornalisti. Tra questi vi era anche l’attuale presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, tessera n. 625 ed il suo braccio destro del partito F.I. Claudio Cicchitto, tessera n.945. Nel 1981 la Guardia di Finanza scoprì nel doppiofondo della valigia della figlia di Gelli, Maria Grazia, il cosiddetto Piano di Rinascita scritto dal Venerabile nel 1975 per contrastare l’ascesa del Pci guidato da Enrico Berlinguer e l’idea del compromesso con la Dc sostenuta da Aldo Moro. Quel Piano prevedeva, come denunciato da L’Unità il 23 novembre 2001, <<giudici sotto tutela, scuole ai privati, sindacati esclusi, controlli in poche mani di affari e informazione>>. Insomma tutto quello che oggi sta realizzando il Governo berlusconiano e a confermarlo a chiare lettere è proprio lui, il Maestro Venerabile Licio Gelli, in una intervista rilasciata ieri a Repubblica: <<Guardo il Paese – ha detto Gelli – leggo i giornali e penso: ecco qua che tutto si realizza poco a poco, pezzo a pezzo. Forse sì, dovrei avere i diritti d’autore. La giustizia, la tv, l’ordine pubblico. Ho scritto tutto trent’anni fa>>. E poi ancora, a ribadire il concetto, risponde così alla giornalista del noto quotidiano che gli chiede cosa pensa della riforma della giustizia: <<Ho sentito che quel Cordova ha detto: ma questo è il piano di Gelli. E dunque? L’avevo messo per iscritto trent’anni fa cosa fosse necessario fare. Leone mi chiese un parere, gli mandai uno schema in 58 punti per il tramite del suo segretario Valentino>>. Si mostra severo con l’odierna classe politica: <<E’ modesta – dice – mediocre, sono tutti ricattabili>>. Però per Berlusconi ha parole di grande apprezzamento: <<E’ un uomo fuori dal comune. Ricordo bene che già allora, ai tempi dei nostri primi incontri, aveva questa caratteristica: sapeva realizzare i suoi progetti. Un uomo del fare. Di questo c’è bisogno in Italia: non di parole, di azioni>>. Tutto in Italia dunque procede secondo quanto già stabilito. Tra le carte sequestrate nell’81 c’era scritto anche: <<Se le circostanze permettono di contare sull’ascesa al governo di un gruppo in sintonia con lo spirito del club e con le sue idee, allora è chiaro che si può attuare subito il programma di emergenza>>. Intanto è sorta una polemica fra Francesco Cossiga e Nando Dalla Chiesa in merito agli elenchi degli appartenenti alla P2. Secondo Cossiga la pagina contenente i nomi del generale Dalla Chiesa e di suo fratello <<fu strappata perché se si fosse saputo che nella P2 c’era Dalla Chiesa la vicenda avrebbe avuto tutto un altro spessore>>. Il generale, a detta del figlio Nando, non fece mai parte della Loggia massonica; in un primo momento decise di entrarvi per finalità investigative, ma poi della sua domanda non se ne fece più nulla. <<Il nome del fratello di mio padre era tranquillamente negli elenchi – ha ribadito Nando Dalla Chiesa - di mio padre, invece, si trovò una domanda di adesione di anni prima e da anni lasciata in sospeso…. Ai giudici milanesi che allora indagarono sulla vicenda l’iscrizione proprio non risulta>>. Dora Quaranta OMICIDIO GIOE’ VERSO L’ARCHIVIAZIONE 30 settembre 2003 Palermo. Il 16 settembre 2001 Filippo Gioè, costruttore di 81 anni, viene massacrato a coltellate a due passi da Corso dei Mille. Dopo due anni di indagini condotte dalla Squadra Mobile di Palermo resta ancora il mistero su chi e perché abbia compiuto il delitto. Nessun collaboratore di giustizia, almeno fino ad oggi, ha parlato di questo omicidio. Gioè, la cui fedina penale era immacolata, venne a suo tempo appena sfiorato da alcune indagini antimafia. Il fratello della vittima, Filippo Imperiale Gioè, pure lui costruttore, venne assassinato nello stesso modo nel 1974 nei pressi della Cala. Anni dopo il collaboratore di giustizia Gaspare Mutolo si autoccusò dell’omicidio: Cosa Nostra ne aveva decretato la morte in quanto Filippo Imperiale Gioè, che faceva i soldi con il traffico delle sigarette, era considerato vicino alla vecchia mafia del boss Michele Cavataio. Anche la nuova generazione dei Gioè lascia intravedere degli scenari che gli investigatori hanno vagliato attentamente in questi due anni. Gaetano, figlio del costruttore assassinato nel 2001, ha avuto alcuni guai giudiziari negli anni ’90. Arrestato con l’accusa di aver riciclato il denaro dei fratelli Graviano, alle spalle un maxisequestro di beni del valore di 15 miliardi di vecchie lire nel quale finiscono quote societarie, conti correnti, un’azienda di trasporti e perfino un’ottica. L’inchiesta si avvia ora verso l’archiviazione senza che ci sia mai stato alcun indagato. Fino ad oggi decine di testimoni sono stati sentiti, senza che però sia emersa alcuna pista valida. Negli affari dell’imprenditore potrebbe celarsi la chiave del giallo che a prima vista sembrava un omicidio a scopo di rapina. Una rapina che ha rivelato un’anomalia evidente. Il killer si è introdotto nell’ufficio dell’anziano costruttore e gli ha teso un agguato, subito dopo ha frugato tra le sue carte, senza però portarsi via quello che avrebbe fatto gola a un comune rapinatore: i soldi. Nelle tasche della vittima sono stati trovati oltre 1500 euro. Passato il termine dei due anni, anche questo atto di indagine, come tutti gli altri, non avrà più valore in un eventuale processo, a meno che il Gip non conceda una proroga o disponga nuovi accertamenti. Lorenzo Baldo FOLLA PER MIRELLO CRISAFULLI 30 settembre 2003 Enna. Applaudito per un minuto e mezzo il vice presidente dell’Assemblea siciliana Vladimiro Crisafulli che ha deciso di riprendere la sua attività politica. Dopo due mesi di silenzio seguiti alle vicende giudiziarie – nel luglio scorso gli era stato notificato un avviso di garanzia per concorso esterno in associazione mafiosa perché coinvolto nell’indagine sul boss mafioso di Enna, l’avv Raffaele Bevilaqua - Vladimiro Crisafulli riallaccia i suoi contatti arrivando in grande stile a Enna. L’occasione è stata il convegno “Una forza riformista in Sicilia, in Italia ed in Europa”, organizzato nell’auditorium dell’Università. <<Nonostante i consigli di tanti continuo a fare quello che facevo prima - ha detto il parlamentare -. Credo di avere fatto tutto quello che si doveva per questa terra che è la mia terra. Voglio che lo sappiano tutti che io ci sono>>. <<Oggi partecipo a questa manifestazione per dire che non mi sono autosospeso dalla politica. Devo, dunque ringraziare i miei compagni di partito che mi danno l’opportunità di parlare>>. Crisafulli ha fatto accenno alle sue vicende personali. <<Da questa storia di Caltanissetta non posso che uscirne pulito in tempi brevi. Io con queste storie non c’entro nulla e questo chi mi conosce bene lo sa>>, poi è entrato nel vivo del convegno, sottolineando la forza del centro sinistra. Il capogruppo dei Ds Cataldo Salerno relatore alla manifestazione ha rivolto a Mirello l’invito di riprendere l’attività politica perché la provincia di Enna ha bisogno di lui. L’obiettivo di Crisafulli è l’euro parlamento e senza fare mistero dichiara: <<Sono l’unico che ce la può fare>>. Maria Loi OMICIDIO SIANI 30 settembre 2003 Napoli. Condannato all’ergastolo dalla prima sezione della Corte d’Appello di Napoli, il boss della camorra Valentino Gionta, mandante dell’omicidio del giornalista de Il Mattino, Giancarlo Siani. Gionta, capocamorra di Torre Annunziata, è detenuto in carcere da diversi anni, ma per questa vicenda è stato processato già 6 volte, di cui due volte, la Cassazione aveva annullato l’assoluzione. Per lo stesso crimine ricordiamo che erano stati condannati all’ergastolo anche Angelo Nuvoletta e Lorenzo Nuvoletta. L’omicidio del giornalista era avvenuto a Napoli il 23 settembre 1985. Ed è di questi giorni la notizia (10/10/’03) dell’arresto del probabile successore di Gionta, Salvatore Ferraro, 39 anni, ritenuto latitante di spicco della camorra di Torre Annunziata. Ferraro aveva precedenti per traffico di droga, armi, contrabbando e rapine, ed era stato condannato per associazione camorristica con l’art. 416/bis del cod.pen. nell’aprile scorso dalla procura generale di Napoli. S.C. A LEZIONE DI ANTIMAFIA 28 settembre 2003 Palermo. Gli studenti iscritti alla facoltà di giurisprudenza a Palermo hanno richiesto ai vertici dell’Ateneo dove studiò Giovanni Falcone, di inserire come materia di studio “storia dell’antimafia”. La richiesta è stata accettata di buon grado dai numerosi insegnanti e dal preside Giovanni Tranchina che si vede volenteroso ad ovviare i tempi lunghi che l’inserimento di una nuova disciplina comporterebbe. <<Il riconoscimento del corso sarà un nostro obiettivo, d’intesa con la Fondazione Falcone, ma non si potrà realizzare immediatamente. Intanto, però, avvieremo un seminario che affronti in chiave multidisciplinare il fenomeno mafioso, che studi le sentenze e gli strumenti di contrasto giuridici, politici e finanziari in possesso dello Stato>>. Per incentivare tale iniziativa il preside ha anche stabilito che gli studenti che frequenteranno il corso acquisiranno ben sei crediti invece dei soliti due o tre. Adesso è solo questione di tempo, prima che gli studenti della facoltà palermitana si apprestino a studiare per esempio l’istruttoria e la sentenza del maxiprocesso del 1987, o la storia delle tante vittime che hanno contraddistinto molte stagioni di mafia. S.C. DELITTO ROSTAGNO: ANCORA SENZA COLPEVOLI 27 settembre 2003 Palermo. Quindici anni fa, il 26 settembre 1988, il giornalista e sociologo Mauro Rostagno a bordo della sua Fiat Duna veniva fermato in contrada Lenzi e colpito da una gragnola di colpi. Da allora tante le piste battute per risalire agli autori dell’agguato. Nel 1995 il procuratore Sergio Lari presenta la prima richiesta di archiviazione. Poi l’anno successivo il caso si riapre con il procuratore Garofalo e la pista interna alla comunità di recupero per tossicodipendenti Saman, fondata da Rostagno nel 1981. Si ipotizza che Rostagno avesse scoperto un giro di droga all’interno della comunità e per questo finiscono indagati la sua compagna Chicca Roveri ed il “guru” Ciccio Cardella. Ma anche questa inchiesta finisce in un vicolo cieco. Nel 1998 il fascicolo passa nelle mani della Dda di Palermo dopo che ben quattro pentiti, Angelo Siino, Giovanni Brusca, Vincenzo Sinacori, Francesco Milazzo, cominciano a parlare di quell’assassinio come un delitto mafioso. Dai teleschermi dell’emittente trapanese Rtc Rostagno aveva più volte tuonato contro i boss mafiosi. Le indagini si concentrano allora sui capi mafia di Trapani e Mazara Vincenzo Virga e Mariano Agate. <<E’ stato lui ad organizzare tutto – dichiara Sinacori riferendosi a Virga – dopo che i suoi amici di Mazara del Vallo gli chiesero la cortesia di farlo fuori perché stava sulle scatole a Mariano Agate.. non sopportavano Rostagno per i commenti che faceva ogni giorno dalla sua televisione… dissero a Virga di uccidere Rostagno, toccava a lui perché Trapani era il suo territorio>>. Quella sera del 26 settembre di quindici anni fa stranamente manca la luce in tutto il quartiere dell’agguato. Il tecnico responsabile dei guasti per quella zona si chiama Vincenzo Mastrantonio e guarda caso è anche l’autista di Virga. Otto mesi dopo viene rinvenuto cadavere in piena campagna colpito da un’arma da fuoco. Al pm Antonio Ingroia il pentito Milazzo rivela che era stato Virga a dare l’ordine a Mastrantonio di togliere la luce a tutta la zona. Anche il pentito Francesco Marino Mannoia in un vecchio interrogatorio sostiene di aver sentito i <<trapanesi lamentarsi>> di Rostagno. E poi vi sono le parole di Brusca: <<Fu Riina a dirmi che eravamo stati noi… che era stata Cosa Nostra a uccidere Rostagno>>. Ma la Dda di Palermo non riesce a trovare i riscontri. Non ci sono prove. E ancora una volta scatta l’archiviazione. Dora Quaranta MAFIA: DEPOSITATA LA SENTENZA D’APPELLO PER L’OMICIDIO SCOPELLITI 26 settembre 2003 Reggio Calabria. Ribaltata la sentenza di primo grado al processo per l’omicidio del giudice Antonino Scopelliti avvenuto il 9 agosto 1991 in località Campo Piale, frazione di Villa San Giovanni (Rc). Assolta una parte della “cupola”. Al processo si era giunti attraverso le dichiarazioni rese dai pentiti della 'ndrangheta Giacomo Lauro e Filippo Barreca. La corte Corte di Assise d’Appello di Reggio Calabria (Augusto Di Marco presidente, Bruno Muscolo a latere) ha ritenuto la testimonianza di Lauro e Barreca insufficiente (e contraddittoria in comparazione con quelle di altri imputati), soprattutto in relazione alle modalità con cui i siciliani chiesero alla 'Ndrangheta di uccidere Scopelliti, per il pericolo che questi rappresentava in quanto giudice nella sezione della Cassazione che si doveva occupare del primo Maxi Processo. Secondo i giudici sono inconsistenti le prove in merito alla “pista palermitana”: <<Da condividere che le causali alternative si sono rivelate prive di consistenza, fatta eccezione per la pista cosiddetta calabrese…>>. Il processo per l’omicidio Scopelliti venne a suo tempo diviso in due tranche. Nel primo troncone erano imputati Salvatore Riina, Bernardo Brusca, Leoluca Bagarella Pietro Aglieri, Giuseppe Calò, Antonino Geraci, Salvatore Buscemi, Salvatore Montalto, Giuseppe Lucchese, conclusosi in primo grado con l’ergastolo per tutti gli imputati. Condanna che venne poi ribaltata in appello con un’assoluzione generale (confermata successivamente dalla Cassazione). L’altro troncone vedeva alla sbarra Bernardo Provenzano, Giuseppe e Filippo Graviano, Raffaele Ganci, Giuseppe Farinella, Antonino Giuffrè e Benedetto Santapaola. In primo grado è stata comminata le pena dell’ergastolo a tutti gli imputati, in appello (14/11/2000) gli stessi sono stati assolti. Si prospetta ora il ricorso della parte civile in attesa che il procedimento approdi in Cassazione. Lorenzo Baldo OPERAZIONE GHIACCIO: LEGITTIME LE INTERCETTAZIONI 26 settembre 2003 Palermo. La Cassazione ha legittimato le intercettazioni ambientali effettuate a casa del medico Giuseppe Guttadauro, quelle che sono alla base dell’inchiesta “Ghiaccio 2” su mafia e politica. Decine di carte che sono alla base dell’indagine vede tra i coinvolti anche il presidente della Regione Totò Cuffaro e che ha portato all’arresto di un ex assessore comunale, il chirurgo Mimmo Miceli. Entrambi sono accusati di concorso esterno in associazione mafiosa. Fu esattamente nell’abitazione di Guttadauro che i carabinieri avevano piazzato alcune microspie, alcune delle quali nel salotto di casa. Tra le persone ascoltate dal Ros anche Miceli ed il medico Salvatore Aragona. Grazie alle intercettazioni è emerso un quadro dei presunti rapporti tra mafia e politica e uno spaccato dei rapporti interni alla cosca. Anna Petrozzi PIGNATARO MAGGIORE: IL PAESE DEI BOSS 26 settembre 2003 Caserta. Sorge su un tratto pianeggiante Pignataro Maggiore. Il piccolo centro del casertano di circa 7 mila abitanti che ha ospitato il gotha dei latitanti di Cosa Nostra. Pare che sia passato da quelle parti e vi abbia soggiornato lo stesso ‘Binnu u tratturi’ Bernardo Provenzano, e prima di lui Luciano Liggio che negli anni 70 trascorse lunghi anni della sua latitanza. <<Era una persona squisita, gentile. Io ho parlato con lui parecchie volte, di ciclismo e di calcio. Mi offriva da bere. Qui tutti lo conoscevano. Capimmo che era Liggio quando lo arrestarono a Milano e lo vedemmo in televisione. Era spesso triste quando passeggiava per le sue terre, come se gli mancasse qualcosa. Mi è dispiaciuto molto quando è morto>> sono state le parole di un contadino di 77 anni del posto. Nel 1980 il paese ospitò anche Michele Greco, il “Papa”, nu’ bell’omm! dicono le donne di lui, snello, elegantissimo e con i capelli imbrillantinati. Negli anni 90 trovò soggiorno anche Totò Riina. In definitiva, Pignataro, un posto apparentemente tranquillo, sarebbe in realtà la Svizzera dei clan. Qui Cosa Nostra gestisce l’economia, i posti di lavoro. I Lubrano attraverso l’impresa CO.GE. di Raffaele Lubrano e della moglie Rosa Nuvoletta, sono penetrati in tutte le aziende della zona gestendo centinaia di posti di lavoro. Qui a Pignataro Maggiore il 23 settembre 1985 venne decretata la morte del giornalista de Il Mattino Giancarlo Siani. Altro omicidio eccellente è quello del sindacalista Francesco Imposimato ucciso a Maddaloni l’11 ottobre 1983. Attorno al paese, ubicato in una zona strategica da dove è possibile vedere tutto, sorgono numerose ville-bunker dei corleonesi del clan Lubrano. Mara Testasecca IL PONTE SULLO STRETTO SI FARA’ 26 settembre 2003 Reggio Calabria. Il Ponte si farà. Lo ha deciso il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi firmando lo scorso 1° agosto una delibera. I lavori inizieranno nel maggio del 2005. L’intero costo dell’opera è stimato in 6 miliardi di euro. Il 40% lo pagherà Fintecna, azionista principale dei lavori, seguita dalle Fs, dall’Anas e dalle due regioni interessate: Sicilia e Calabria. Per realizzare il progetto ci si avvarrà del project financing secondo il quale sarà possibile costruire una grande infrastruttura fra lo Stato e i privati abbattendo le spese dello Stato e facendo guadagnare i privati con lo sfruttamento della concessione, ovverosia: pedaggi, biglietti. Al momento attuale non esiste un solo caso, senza voler scoraggiare nessuno, in cui questo schema abbia funzionato. Nel nostro Paese un esempio di project financing è quello dell’alta velocità ferroviaria, con una architettura finanziaria identica a quella del Ponte: il 40% lo mette lo Stato e il 60% i privati. Sappiamo benissimo come è andata a finire! I privati, nella stragrande maggioranza banche, hanno comprato un “gettone di ingresso” però poi si sono rifiutati di aderire agli aumenti successivi di capitale, per cui lo Stato ha dovuto ricomprarsi tutto. In pratica, scrive il Diario <<Lo Stato travestito da società per azioni, mette il 40 per cento. Il resto lo chiediamo alle banche italiane ed estere, come ai tempi del Tav. In caso le banche abbiano dubbi sul fatto di recuperare “naturalmente” l’investimento con i pedaggi, lo Stato travestito da un’altra spa offrirà alle banche una garanzia più solida: se stesso>>. Vedere il Ponte come una macchina che produce soldi significa mettere come garanzia: la crescita del prodotto interno lordo meridionale e le previsioni sui flussi di traffico. Ma anche in questo caso per quanto si sia ottimisti bisogna fare i conti con i numeri. La situazione non è confortante neanche per i costruttori il cui rischio è elevatissimo e poi che cosa succederà se questi risulteranno maggiori? <<All’entrata in esercizio del collegamento sullo Stretto sarà accertato il costo aggiornato dei lavori e stabilito l’eventuale contributo integrativo da corrispondere alla società concessionaria per gli aumenti di costo derivanti da forza maggiore, sorpresa geologica o comunque derivanti da richieste del concedente. Ai relativi non si farà fronte con le risorse stanziate annualmente per le infrastrutture strategiche>> comma elle dell’art.4. Cioè se l’opera costerà di più, sarà lo Stato a mettere la differenza. Ma prosegue il comma u <<Negli atti contrattuali di affidamento dell’opera a terzi lo Stretto di Messina ha facoltà di recedere dal contratto ove il progetto comporti sostanziali modifiche alle opere ovvero aumenti di prezzo>>. Ovvero, se con i subappalti i prezzi aumenteranno notevolmente lo Stato non pagherà, scaricando la responsabilità sul concessionario che sarà costretto a subappaltare, trasferendo il rischio sulle piccole imprese, la maggior parte delle quali in mano alla criminalità organizzata. Non scordiamoci poi l’allarme ‘Ndrangheta. Si legge infatti nel rapporto del Ministero dell’Interno: <<La ‘Ndrangheta si concentra sempre più sugli ingenti finanziamenti collegati alle iniziative di rilancio della Calabria e sulle risorse per la realizzazione delle centrali elettriche, ma soprattutto sulla costruzione del Ponte di Messina>> Maria Loi RIINA NUOVAMENTE DAI MEDICI 25 settembre 2003 Teramo. E’ successo il 24 settembre scorso, quando il super boss di Cosa Nostra si è sottoposto a una scintigrafia miocardica all’ospedale di Teramo. L’esame è durato circa 4 ore. Il reparto, inutile dirlo, è rimasto blindato per molte ore. Secondo il primario del reparto di Medicina Nucleare il dott. Dario Orsini le sue condizioni di salute sembrerebbero comunque buone. Un normale esame di controllo dunque, dopo il delicato intervento di rivascolarizzazione mediante un’angioplastica transluminale effettuato il 16 maggio di quest’anno dopo che il boss era stato colto da un malore nella sua cella. A Riina, una sentenza della cassazione, lo ha tolto da giugno dall’isolamento totale previsto dal 41 bis, lasciandogli incontrare un detenuto nella sua ora d’aria e i suoi famigliari negli orari stabiliti. Il 16 ottobre gli avvocati difensori del boss di Corleone hanno chiesto invece al Giudice di Sorveglianza di Ascoli Piceno che venga trasferito in una clinica specialistica adatta ad affrontare le sue condizioni di salute. Se ciò dovesse accadere, tra le varie ipotesi, Riina potrebbe esser trasferito al cardiologico dell’ospedale “Torrette” di Ancona. La decisione finale spetta comunque ai giudici che con una perizia medica, valuteranno se il super boss di Cosa Nostra, condannato a quattro ergastoli e sottoposto al regime carcerario duro, sia veramente incompatibile con le cure prestate dall’attuale struttura penitenziaria. Silvia Cordella ANNIVERSARIO DELL’OMICIDIO SAETTA 23 settembre 2003 Palermo. Il 25 settembre si è celebrata una messa in ricordo del Giudice Antonio Saetta e di suo figlio Stefano, uccisi quindi anni fa dalla mafia in un agguato, mentre percorrevano la strada Agrigento – Caltanissetta. <<Per il duplice omicidio - ricorda il figlio del legale, avv. Roberto Saetta - sono stati condannati all’ergastolo dalla Corte di Assise di Caltanissetta Totò Riina, Francesco Madonia e Pietro Ribisi. I due processi di appello (uno per Madonia e Ribisi e l’altro per Riina) si sono conclusi con la conferma all’ergastolo. La Corte di Cassazione ha sancito definitivamente la condanna per Madonia e Ribisi. Si attende ancora la pronuncia per Riina>>. Intanto, la cerimonia in onore di Antonio e Stefano Saetta si è svolta col più stretto riserbo, lontana dai riflettori istituzionali. S.C. BRUSCA E GIUFFRE’ AL PROCESSO MANNINO 23 settembre 2003 Palermo. La Corte d’Appello di Palermo, nel corso dell’udienza svolta a Palazzo di giustizia il 23 settembre scorso, ha deciso di ascoltare al processo d’appello a carico di Calogero Mannino, il 21 ottobre prossimo, i collaboratori Giovanni Brusca e Antonino Giuffrè. Mannino, era stato assolto in primo grado dall’accusa di concorso esterno in associazione mafiosa. A richiedere l’audizione dei due collaboratori era stato il Procuratore Generale Vittorio Teresi, che aveva presentato l’accusa nel processo di primo grado. M.T. IL PREFETTO FA RIMUOVERE LE FOTO ESPOSTE DEL BOSS GIULIANO 23 settembre 2003 Castelvetrano. Il prefetto di Trapani, giunto a Castelvetrano, una località della provincia, rimane interdetto nel vedere appese alle pareti di un bar numerose foto del bandito Giuliano come se fossero dei mausolei esposti in suo onore. Il prefetto era giunto in paese per partecipare ad un incontro del comitato provinciale per l’ordine e la sicurezza pubblica, indetta dopo un atto intimidatorio nei confronti di un consigliere comunale. <<In quel bar - ammonisce il prefetto Giovanni Finazzo agli amministratori del comune e al sindaco Giovanni Pompeo – se vogliono, possono esporre le foto del magistrato Gian Giacomo Ciaccio Montalto e dell’agente di polizia penitenziaria Antonio Montalto, uccisi dalla mafia del trapanese, ma quelle immagini di Giuliano devono sparire>>. Il prefetto è stato così categorico che tutti, amministrazione comunale e proprietario dell’attività, si sono immediatamente mossi per togliere le fotografie esposte. M.T. SEQUESTRATI BENI PER 300.000 EURO 21 settembre 2003 Reggio Calabria. Sequestrati ad un presunto affiliato alla cosca Piromalli-Molè di Gioia Tauro beni per un valore di 300.000 euro. Il provvedimento, emesso dai giudici della sezione misure di prevenzione del Tribunale di Reggio Calabria, riguarda un appezzamento di terreno intestato a Carmelina, la figlia di Giuseppe Speranza. L’uomo che in passato era stato indagato e poi arrestato in quanto accusato di essere “compartecipe” dell’associazione di stampo mafioso riconducibile al clan dei Piromalli-Molè. M.T. MARTIRE DELLA GIUSTIZIA E DELLA FEDE 21 settembre 2003 Agrigento. E’ stato celebrato il 13° anniversario della morte del giudice Rosario Livatino, barbaramente ucciso dalla “Stidda” a soli 38 anni perché operava per contrastare l’attività mafiosa. Presenti alla funzione religiosa i magistrati dei Tribunali di Agrigento, Caltanissetta ed Enna, tante autorità e molti cittadini oltre naturalmente ai famigliari. Il valore cristiano, morale e professionale del giudice Livatino è stato ricordato dall’Arcivescovo di Agrigento Carmelo Ferraro, definendolo “Martire della giustizia e della fede”. In suo onore è stata eretta una lapide con impressa una scritta a cui lui teneva “Sub Tutela Dei - Sotto lo sguardo di Dio”. Nel nome di Rosario Livatino ogni anno vengono organizzate manifestazioni e dibattiti culturali, sulla stessa scia si è svolto un convegno su “Economia e legalità” organizzato dalla sottosezione agrigentina dell’Anm. Tra i relatori, il presidente della Camera Pier Ferdinando Casini, il Presidente della commissione Antimafia Roberto Centaro, il presidente dell’Anm Edmondo Bruti Liberati e il presidente del Csm Virginio Rognoni i quali oltre a sottolineare la realtà mafiosa, hanno affrontato i temi più attuali che coinvolgono magistratura e politica. Monica Centofante ERGASTOLO PER RIINA JR E VITALE 21 settembre 2003 Palermo. Il procuratore Generale Giovanna Ilarda ha chiesto ai giudici della Corte d’Appello presieduta da Giuseppe Nobile, a latere Biagio Insacco, la conferma della condanna all’ergastolo per Giovanni Riina e per il boss di Partinico Vito Vitale nel processo per gli omicidi del 1995. Il figlio del capo di Cosa Nostra, in carcere da sette anni, ha scontato una condanna per mafia e mentre era in carcere ha ricevuto un secondo ordine di custodia cautelare per aver ordinato tre delitti ed averne eseguito un quarto. La richiesta del pg di riconfermare la sentenza del 23 novembre 2001 riguarda anche Francesco Di Piazza, già condannato a 30 anni e Francesco La Rosa e Nino Mangano condannati a 20 anni di reclusione. E’ stata chiesta la conferma della pena anche per i collaboratori di giustizia Giovanni Brusca e Giuseppe Monticciolo (chiesti 12 anni e 8 mesi in primo grado), 12 per Vincenzo Chiodo e 10 per Enzo Salvatore Brusca. Maria Loi NOVITA’ SULLA STRAGE DI PORTELLA DELLA GINESTRA 21 settembre 2003 Palermo. Nuove rivelazioni sulla strage di Portella della Ginestra. La Commissione parlamentare antimafia chiederà agli Stati Uniti i documenti recentemente desecretati che riguardano la strage del 1° maggio 1947. Tra questi anche alcune carte custodite nei National Archives degli Stati Uniti. <<Sui mandanti - ha detto lo storico Francesco Renda, recentemente intervistato – non abbiamo altro che le parole di Gaspare Pisciotta>>. Il presidente della Commissione antimafia Roberto Centaro ha dichiarato che un gruppo di lavoro formato da cinque parlamentari della Commissione antimafia si occuperà della strage di Portella. Tra le persone che ne faranno parte c’è anche il deputato diessino Giuseppe Lumia. <<E’ stato il centrosinistra a sollecitare l’istituzione di uno speciale comitato per indagare sui fatti di Portella – ha detto Lumia -. Questa è una vicenda che rimane aperta, in cui la verità si deve ancora accertare. Da quella strage del ’47 sono sorti tanti problemi per lo sviluppo della nostra democrazia>>. Il caso è tornato alla ribalta delle cronache con il film “Segreti di Stato” di Paolo Benvenuti, in concorso al Festival del cinema di Venezia. Sulla strage già da tempo stava lavorando un gruppo di studiosi coordinato dal professor Giuseppe Casarrubea, uno degli animatori del comitato delle vittime di Portella. <<Nella mia ricostruzione della storia di Portella e delle vicende collegate mi sono basato su documenti originali dell’epoca>> ha detto Casarrubea che recentemente aveva messo in evidenza le responsabilità di esponenti istituzionali. Mara Testasecca UCCISO L’ALLEVATORE SALVATORE LO FORTE 21 settembre 2003 Lercara Friddi (Palermo). Arrestati due fratelli, uno di 16 anni e l’altro di 26 per il delitto di Lercara Friddi, costato la vita all’allevatore Salvatore Lo Forte, 54 anni, assassinato lo scorso 14 agosto in contrada “Caruso”. La sua auto, una jeep Toyota, è stata crivellata di colpi. Decisiva per le indagini la collaborazione del figlio della vittima, Francesco, che si trovava con il padre al momento dell’agguato. Dopo due giorni di assenza dal paese, Francesco è ritornato a Lercara Friddi raccontando tutto ai militari dell’Arma. L’uomo sarebbe scampato alla morte perché correva più velocemente dei suoi inseguitori. A sparare, però, sarebbero stati il padre e il fratello dei due giovani arrestati, spariti dalla circolazione. L’omicidio sarebbe legato ad una vendetta messa a segno per punire chi aveva dato fuoco ad un deposito di fieno. Le indagini sul delitto sono coordinate dal sostituto procuratore Maria Forti della Procura di Termini Imerese. Anna Petrozzi POLEMICA SULLA QUESTIONE SCORTE 19 settembre 2003 Palermo. E’ di nuovo polemica sulla questione scorte. Ridisegnata da un decreto del Ministero dell’Interno del 28 maggio scorso ha scatenato la rivolta dei pm e dei magistrati delle procure di Palermo, Trapani e Agrigento. Si tratta di <<un accordo di protezione>> di un contratto tra magistrato protetto e ministero dell’Interno. In due pagine vengono indicati i sette punti e i cinque commi che i magistrati hanno considerato inaccettabili: si tratta della riduzione delle tutele, dell’impossibilità per i familiari dei magistrati di salire sulle automobili blindate, e quella relativa alla composizione degli uomini delle scorte, ridimensionata, che prevede l’utilizzo di autisti giudiziari e mezzi in dotazione al ministero di Grazia e giustizia. <<Non possiamo accettare queste proposte che riguardano la nostra sicurezza, su questo punto siamo risolutamente fermi non nella difesa di un privilegio ma nella difesa di dispositivi che fino ad oggi sono stati efficienti>> è stata l’opinione di alcuni magistrati. <<Credevamo che il problema scorte fosse già stato superato dopo le polemiche di due anni fa quando tentarono di dimezzarle, invece sono ritornati alla carica - hanno proseguito -, ma noi non arretreremo di un passo fermo restando che non tuteleremo le posizioni di chi non ha più ragione di essere protetto>>. Il presidente dell’Anm, Massimo Russo, ribadisce: <<I criteri sono in parte condivisibili, ma vengono espressi in modo troppo rigido. Mi chiedo quanto possano essere applicate regole così predeterminate e non affidate al buon senso>>. Monica Centofante DON TURTURRO ACCUSATO DI PEDOFILIA 18 settembre 2003 Palermo. Al Borgo Vecchio non si parla d’altro. Un bambino con la sua bici gira per le strade e grida: <<Don Paolo non c’è più, l’hanno mandato via, disturbava i bambini>>. Don Turturro, parroco della chiesa di Santa Lucia, al Borgo Vecchio, uno dei quartieri più degradati di Palermo è accusato di pedofilia. Di fronte al gip Marcello Viola il religioso ha respinto tutte le accuse. <<Ogni mio movimento - ha spiegato - era controllato dalla scorta che mi era stata assegnata dopo una serie di minacce e intimidazioni nei miei confronti>>. <<Sono sereno perché so di non aver commesso ciò di cui mi si accusa ed affronto questo calvario mettendomi nelle mani del buon signore>>, ha detto in lacrime. Le indagini sono state avviate dopo che uno dei bambini che frequentava la scuola elementare aveva raccontato alla sua insegnante di essere stato baciato in bocca da un sacerdote. Non sono bastati neanche gli otto testimoni portati dagli avvocati della difesa: Vincenzo Gervasi e Fabio Lanfranca per cui il tribunale del riesame ha accolto la ricostruzione del pubblico ministero Alessia Sinatra. <<Dagli elementi raccolti - si legge - appare altamente probabile che l’indagato abbia posto in essere le condotte a lui contestate. Le dichiarazioni dei minori appaiono altamente attendibili, attesa la dovizia di particolari e la raffigurazione di circostanze che soggetti assai giovani non possano che aver conosciuto per averle subite>>. In 18 pagine, il collegio presieduto da Concetta Sole ha respinto le richieste della difesa del sacerdote e ha confermato il provvedimento emesso il 16 settembre scorso dal giudice delle indagini preliminari Marcello Viola: padre Turturro non può risiedere a Palermo. Don Paolo ha ricevuto la solidarietà degli abitanti del quartiere e di numerosi esponenti della società civile che non credono alle infamie sul suo conto. A dimostrare l’estraneità alle accuse ci sarebbe anche una testimonianza spontanea resa dalla madre di uno dei ragazzi che lo accusano. Qualcuno ha pensato pure che potesse far comodo tenere lontano Don Turturro, uno dei religiosi maggiormente impegnati sul fronte della lotta alla mafia, perché punto di riferimento per tanti bambini. Maria Loi APPELLO PER IL PM EUGENIO FACCIOLLA PROMOSSO DAI SITI www.megachip.info e www.articolo21liberidi.org 18 settembre 2003 Roma. “Quando Stato fa rima con Pilato”. Appello rivolto ai Cittadini, Associazioni, gruppi, sigle, che condividono l'iniziativa. Mentre i giudici venivano definiti "matti" o "mentalmente disturbati" veniva tolta la scorta a un altro magistrato che indaga sulla mafia, Eugenio Facciolla di Catanzaro. " Quando le sue inchieste toccano un terzo livello, quello politico" ha scritto Repubblica "proprio quando i pentiti raccontano di preparativi di attentati nei suoi confronti, Eugenio Facciolla il magistrato forse più esposto per le sue indagini sugli affari tra cosche imprese e colletti bianchi nei lavori dell'Autostrada del Sud, a proprie spese è costretto a ricorrere ai vigilantes per tutelare la sua casa la moglie e le due bambine"Noi vogliamo lanciare una campagna di impegno civile. Vi invitiamo a dare disponibilità di un'ora alla settimana per costituire una scorta civile al magistrato o eventualmente contribuire ad aiutarlo a pagare la scorta con una colletta nazionale. Inoltre vogliamo inviare un appello al Ministero degli Interni perchè lo Stato fornisca nuovamente la scorta al giudice Facciolla. Chiediamo a tutti voi di segnalare altri casi come questo in modo da darne informazione e sostenere la legittima azione della magistratura e dello Stato di diritto. Per aderire o richiedere informazioni sulle modalità di partecipazione: Indirizzo e-mail protetto dal bots spam , deve abilitare Javascript per vederlo MAFIA. ACQUISTATO IL PATRIMONIO DEL COSTRUTTORE SCHIMMENTI 17 settembre 2003 Palermo. Confiscati beni per 8 milioni di euro intestati o riconducibili all’imprenditore di Misilmeri, Santo Schimmenti, uno dei tanti “insospettabili” che gestiscono le proprietà dei mafiosi. Schimmenti, 55 anni, ritenuto come un prestanome di Bernardo Provenzano e Salvatore Riina, era già stato arrestato nel marzo del 2001 per una presunta, illecita gestione di alcuni appalti Anas. I beni: appartamenti a Palermo, Misilmeri, San Vito Lo Capo (TP), box e terreni sono stati confiscati dal Gico del Nucleo Regionale di Polizia Tributaria della Guardia di Finanza di Palermo, con il coordinamento della Procura della Repubblica. L’intero capitale sociale, così come il complesso dei beni costituiti in azienda da alcune società e la ditta individuale “Gaetano Schimmenti” sono stati immediatamente confiscati. <<Questo importante risultato arriva dopo un’intensa attività investigativa – spiegano le fiamme gialle – che ha permesso da un lato di dipanare la complessa matassa delle modalità di assegnazione dei lavori pubblici gestiti dall’Anas, e dall’altro di ricostruire l’intero patrimonio di Schimmenti, frutto dell’attività delittuosa di quest’ultimo, nell’ambito della più ampia gestione degli affari dei corleonesi. Tutto questo può essere considerato un ulteriore passo per l’acquisizione definitiva dei beni da parte dello Stato>>. Lorenzo Baldo PROCESSO D’APPELLO CAPACI-BORSELLINO TER 9 settembre 2003 Catania. <<Ricostruire attraverso il racconto di 11 pentiti la fase storica in cui maturarono le stragi in cui morirono Falcone e Borsellino>>. E’ la richiesta della Procura generale presieduta da Michelangelo Patané, alla Corte di Assise di Appello che sta celebrando, a Catania, l’ultima tranche del processo per gli eccidi del 1992. L’udienza del 17 settembre scorso si è basata sulle richieste del Pg che ha avanzato la citazione dei collaboratori di giustizia: Giovanni Brusca, Salvatore Cancemi, Giambattista Ferrante, Giuseppe Marchese e Francesco Marino Mannoia. Il Pg aveva chiesto anche l’acquisizione di alcuni verbali di interrogatorio dei pentiti che fanno parte degli atti dei processi a Giulio Andreotti, Salvo Lima e Corrado Carnevale. Maria Loi Per le seguenti notizie si ringrazia l’ufficio stampa della Regione Carabinieri Sicilia, Comando Provinciale di Palermo – Nucleo Operativo. OPERAZIONE JOHNNY 6 ottobre 2003 Cefalù. Il 6 ottobre scorso si sono concluse con 30 ordini di custodia cautelare per traffico e spaccio di sostanze stupefacenti, le indagini condotte dai magistrati Rita Fulantelli e Amelia Luise della Procura di Palermo e dai pm della Dda di Palermo Sergio Barbiera e Sergio Lari. L’inchiesta aveva avuto inizio il 19 agosto 2002 in seguito alla morte per overdose di un ragazzo di Campofelice di Roccella, Angelo Quagliane. Nel corso dell’operazione denominata “Johnny”, che ha visto coinvolti 200 Carabinieri del Comando Provinciale di Palermo, sono state compiute numerose perquisizioni domiciliari durante le quali sono stati sequestrati 400 gr di hashish, varie dosi di eroina, boccette di metadone. E’ stato individuato anche lo spacciatore palermitano che avrebbe fornito ai pusher di Campofelice di Roccella le dosi poi rivendute ed assunte da Quagliane, identificato in Giovanni Di Gregoli. Tra gli arrestati figurano anche persone provenienti dalla città di Enna, Marsala e Trapani. Maria Loi GRAZIE AI PENTITI SVELATI 17 OMICIDI 11 settembre 2003 Palermo. 21 ordinanze di custodia cautelare in carcere sono state emesse dalla Dda di Palermo a conclusione di un’attività d’indagine che da più di un anno ha impegnato i carabinieri del Comando Provinciale. Grazie alle rivelazioni di alcuni pentiti si è fatta finalmente luce su 17 omicidi compiuti da Cosa Nostra tra il 1976 ed il 1994, rimasti per anni impuniti. In conferenza stampa il procuratore Guido Lo Forte ha sottolineato: <<Ci siamo ispirati al principio etico che un delitto va sempre punito, per il rispetto che si deve avere per le vittime ma anche per dare un segnale alla mafia: l’autore di un delitto non può e non deve sentirsi al sicuro. Mai. Neanche dopo vent’anni>>. La “strage della circonvallazione”, risalente al 16 giugno 1982, fa parte di questi episodi criminosi ed è uno dei più importanti. Durante il trasferimento dal carcere di Enna a quello di Trapani fu assassinato a colpi di kalashnikov e fucili a pompa il boss Alfio Ferlito e con lui perirono anche gli agenti della scorta: Silvano Franzolin, Salvatore Raiti, Luigi Di Barca e l’autista Alfio Di Lavore. Per questo omicidio sono stati notificati in carcere i provvedimenti di custodia cautelare a Antonino Madonia, Giuseppe Lucchese, Raffaele Ganci, Salvatore Montalto, Mariano Tullia Troia, Giuseppe Buffa e Michelangelo La Barbera. L’agguato rientrava nella faida tra i gruppi capeggiati rispettivamente da Alfio Ferlito e Nitto Santapaola. Dora Quaranta ANTIMAFIADuemila N°35 |
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In edicola dal 18 luglio 2008In questo numero: Leggi "blocca processi", leggi "salva premier", "41 bis" revocati e intercettazioni vietate. E' scontro istituzionale. La Procura di Salerno ribalta il "caso De Magistris". Chiesta l'archiviazione ed annunciate indagini contro chi lo ha accusato. Presto al via il processo Toghe Lucane. La più importante inchiesta degli ultimi cinquant'anni. Agenda Rossa: La procura si appella alla Cassazione. Trapani: Nuovi legami tra mafia politica e massoneria. Il boss Messina Denaro tradito da falsi amici e documenti pericolosi. Gli affari della Despar in Sicilia. Si aggrava la posizione di Scuto nel processo. Barlume di speranza sul caso Rostagno. Vent'anni dopo l'attentato una perizia balistica potrebbe far emergere la verità. Talpe Dda. Le motivazioni delle sentenze Cuffaro, Borzacchelli e Ciuro. Calcestruzzi spa. Le dichiarazioni di Siino su Pesenti. Nu Bellu Lavuru. Sulla Ss 106 una commistione tra 'Ndrangheta e politica. Gli interessi di Cosa Nostra sul ponte di Messina. Ed altro ancora... |
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La nascita della seconda Repubblica sul sangue di Falcone e Borsellino Il 20 luglio 1992 nasceva la Seconda Repubblica di questo nostro Paese, basata sulla corruzione, sulle mafie, sulla violenza, sul dominio, sulla prevaricazione, sulla ricchezza illecita, sul razzismo e sulla xenofobia.
Oggi, ancora luglio, ma 2008, ci ritroviamo per la
terza volta al governo l’imprenditore Silvio Berlusconi, plurimputato in
diversi processi, amico di condannati per mafia e amico di Cosa Nostra sin dai
primi anni Settanta. Che inneggia, abbracciato al suo principale garante Marcello
Dell’Utri, all’eroe Mangano, complice dello scioglimento nell’acido di esseri
umani.
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In questo numero: Dopo sei anni di prigionia è stata finalmente liberata Ingrid Betancourt. Giulietto Chiesa, sempre analizzando il quadro internazionale degli eventi, spiega il trattato di Lisbona, attorno al quale si è creato un vero dibattito politico. Nuovi interrogativi sull'11 settembre. Troppi crolli accidentali. Appello contro la pedofilia e la sua ideologia. L'allarme lo lancia l'Associazione Meter di Don Fortunato Di Noto. Libera l'Acqua: prosegue la campagna sull'oro blu da parte delle associazioni del Cipsi. Si torna a parlare di Nucleare. Una minaccia per il mondo. Intervista al pm paraguaiano Arnaldo Guizzo in lotta contro la corruzione e il narcotraffico. Appello per un'informazione libera: un nuovo format televisivo per garantire libertà e democrazia nell'informazione. LEGGI TUTTO... |