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Antimafia Duemila

Wednesday
Aug 20th
Lo Stato sarà condannato PDF Stampa E-mail
Continua la coraggiosa vicenda di Enrichetta D’Aleo, l’assistente sociale che denuncia il sistema mafioso catanese
di Marco Benanti

La sua battaglia non si arresta: malgrado le ritorsioni, le piccole e grandi  maldicenze e le vere e proprie infamie sulla sua persona, Enrichetta D’Aleo va avanti e ottiene, a poco a poco, piccole vittorie, in attesa di ottenere definitivamente giustizia. Anche la Regione Siciliana si è dovuta piegare alla sua volontà di ferro:  il Presidente Totò Cuffaro ha, infatti, autorizzato l’ufficio speciale per la solidarietà alle vittime innocenti della mafia alla firma del decreto di concessione in favore della dottoressa D’Aleo dell’indennizzo per le vittime innocenti della mafia previsto da una legge regionale. Piccolo dettaglio: la decisione è arrivata dopo un’attesa di quasi dieci anni dalla presentazione della relativa istanza! Al riguardo i deputati regionali Sebastiano Neri e Gioacchino Virzì di An avevano rivolto un’interpellanza al Presidente della Regione Totò Cuffaro e all’assessore regionale alla famiglia Antonio D’Aquino, chiedendo notizie circa la mancata erogazione dei benefici economici previsti dalla legislazione regionale alle vittime della mafia. I due parlamentari parlano apertamente di “incomprensibile temporeggiamento che rasenta i connotati dell’ostruzionismo…”
Ma non è finita, in quanto, gli ultimi sviluppi di questa vicenda tutta siciliana sono ulteriormente clamorosi: nella causa contro il Ministero degli Interni, in sostanza, contro lo Stato, da lei intentata per danni morali, all’immagine ed esistenziali, a causa di una serie di atti e documenti non veritieri sulla sua persona e le vicende che l’hanno riguardata, il contenzioso è già in fase di decisione. La riserva è stata sciolta. Il magistrato, infatti, non ritiene di dover sentire testimoni, né Ctu, perché tutto documentato dalle carte presentate dalla dottoressa D’Aleo. Si va, quindi, verso una probabile condanna dello Stato!
Non si ferma, quindi, la coraggiosa assistente sociale che ha denunciato i tanti aspetti del sistema politico mafioso catanese, prendendo ad emblema l’ospedale “Ascoli Tomaselli”, dove svolgeva servizio e dove per un periodo fu sottoposto agli arresti ospedalieri il boss Giuseppe Ferrera, meglio noto come “’U Cavadduzzu”. Era ufficialmente un detenuto, nel 1988, il capomafia dell’omonima famiglia del quartiere di San Cristoforo, lo stesso di Nitto Santapaola, con il quale la famiglia Ferrera è imparentata, eppure viveva nell’ospedale come in un grand hotel, godendo della complicità, più o meno manifesta, non solo delle forze dell’ordine, ma soprattutto della dirigenza del nosocomio, a cominciare da quel del primario della divisione dove era ricoverato, il prof. Umberto Campisi, il cui nome compare nelle liste della loggia P2 ed è - particolare non di poco conto- cognato dell’imprenditore Ennio Virlinzi, uno dei “poteri forti” della città e della Sicilia, accanto a quello dell’editore-direttore Mario Ciancio Sanfilippo.
I nuovi cavalieri, vent’anni dopo i Costanzo, i Rendo, i Finocchiaro, i Graci. Pezzi grossi, quindi, Ferrera e Campisi, quasi degli intoccabili, oggi deceduti: eppure la dottoressa D’Aleo denunciò tutto. Ferrera fu condannato con sentenza definitiva, ma per lei, per la coraggiosa Enrichetta, cominciò l’inferno. Prima le ritorsioni materiali, l’aggressione dentro l’ospedale, le minacce in serie, poi, quando chiese giustizia per lei e suo figlio, le ritorsioni negli uffici giudiziari, della Questura e della Prefettura di Catania, con tante omissioni e deformazioni della realtà da parte di presunti servitori dello Stato: la giustizia per la dottoressa D’Aleo non è ancora arrivata. Dopo la mafia di Ferrera, è arrivata quella dei “colletti bianchi” ed è cominciato –proprio allora- il calvario.   Lo Stato le ha voltato le spalle, descrivendola quasi come una “pazza”, proprio  lei che lo ha servito per decenni con grande onestà e professionalità: un calvario che dura da quasi quindici anni per un personaggio che, oltre a vantare numerosi titoli accademici, è stata, fra l’altro, consulente per il Ministero della Sanità.
Lei però non demorde e continua nella sua battaglia per la verità  e la giustizia. Gli ultimi sviluppi sono in parte positivi. Dopo il riconoscimento da parte della Commissione Consultiva del Ministero degli Interni dello status di vittima innocente della mafia e della criminalità organizzata, il 30 marzo del 1998, la stessa Commissione, con un altro parere del 19 novembre 2002, le ha riconosciuto il vitalizio dovuto a chi ha questo status. “Sono andata personalmente nel gennaio scorso presso l’ufficio competente del Ministero –racconta la dottoressa D’Aleo- e mi hanno confermato che, io essendo vittima innocente della mafia e della criminalità organizzata, ho questo diritto, questo vitalizio che sarà pagato a partire dalla prossima finanziaria. Mi sono sentita in dovere di ringraziare, di scrivere al Ministero degli Interni, sottolineando ancora una volta la necessità di ripristinare giustizia e legalità. Io ho  perdonato chi mi ha infamato, ma ho fatto presente al Ministro Pisanu e al Capo della Polizia De Gennaro, che è quanto mai opportuno che i verbali falsi dei poliziotti e dei Questori di Catania, che si trovano presso uffici del Ministero, della Regione Sicilia, dei vari assessorati e dei Tribunali, vengano avocati e distrutti. Non è pensabile che, a distanza di dodici anni, si ripetano sempre gli stessi errori. Però, ancora non ho ricevuto riscontri al riguardo”.
Enrichetta D’Aleo si è rivolta, con un’altra istanza, anche al sottosegretario al Ministero degli Interni, Alfredo Mantovano. “L’ho fatto –ha spiegato- per avere dei consigli al fine di vendere, anche allo Stato, la mia casa di Nicolosi, in provincia di Catania. A causa della mia vicenda, infatti, sono costretta a vivere in giro per l’Italia, mentre mio figlio, anch’egli minacciato,  è andato via dal nostro Paese già da dieci anni. Nessuno, però, guarda caso, vuole acquistare la mia abitazione. Io, però, non posso continuare a vivere negli alberghi e nei residence, anche perché le mie condizioni di salute sono alquanto precarie. Sono stato colpita per la seconda volta da ischemia transitoria e i medici mi dicono che devo fare una vita più sana, più tranquilla, con una residenza stabile.”
I problemi, infatti, non sono finiti, anzi. “Considerando che la mia documentazione di solito viene smarrita –ha raccontato- nel novembre scorso, mi sono recata al comando del comune di Paternò, in provincia di Catania, accompagnata da un legale e ho preteso che il capitano dei carabinieri prendesse tutto il mio fascicolo e elencasse tutti i documenti che io ho ritenuto opportuno consegnarli per farli arrivare, non solo al Ministero degli Interni, ma anche alla Presidenza della Repubblica. Io ritengo, infatti, che qualcuno, anche stavolta, vuole depistare la verità, a danno stavolta di mio figlio. Non permetterò a nessuno di fare del male, moralmente o giuridicamente, a mio figlio. Dopo qualche mese, il capitano mi ha dato una lettera in riscontro dei documenti che sono stati inviati alla Presidenza della Repubblica. Io stessa sono andata personalmente al Qurinale, il 7 gennaio, in occasione della festa del tricolore, per accertarmi che i documenti fossero arrivati o meno. Ho parlato con un funzionario e dopo qualche giorno, tornata in Sicilia, ho preparato un’altra istanza e l’ho inviata a Sua Eccellenza Gifuni, perché mettesse al corrente di tutta la situazione il Presidente della Repubblica. Ho fatto presente che io perdono tutti, ma i processi si devono fare. Attendo ancora riscontri” Suo figlio, intanto, si è messo in evidenza per le sue qualità ed ha ricevuto l’incarico di corrispondente consolare.
Enrichetta va avanti, comunque e allo stato attuale ha aperto diversi procedimenti: quello contro il Ministero degli Interni per danni morali, patrimoniali e all’immagine per i documenti falsi della polizia di Catania si avvia verso una conclusione clamorosa.
Enrichetta va avanti, quindi, senza paura in un contesto profondamente omertoso:.” A Catania –spiega la dottoressa D’Aleo- pende un fascicolo sugli atti della Prefettura etnea e della polizia. Inoltre, mi aspetto anche interventi da parte del Ministero della Difesa perchè  intendo citare, individualmente, l’operato degli ufficiali dell’ospedale militare di Messina” La battaglia nella città dei nuovi cavalieri e della mafia come sistema di potere e di vita continua.



ANTIMAFIADuemila N°35
 
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