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Impunità e riforme dello Stato
Convegno organizzato il 16 settembre del 1990 a Modena, in occasione della Festa dell'Unità.
di Monica Centofante
Il titolo del convegno era “Le nebbie della Repubblica: impunità e riforme dello Stato”. Si è tenuto il 16 settembre del 1990 a Modena, in occasione della Festa Nazionale dell’Unità ed è stato moderato dal giornalista Sergio Zavoli. Temi inquietanti quelli trattati dagli ospiti che in un crescendo di toni, tra gli applausi del pubblico, hanno evidenziato la crisi politico – istituzionale del nostro Paese, la delusione dei cittadini italiani di fronte al cosiddetto sistema dei partiti, il senso di rassegnazione che impediva l’insorgere della società civile contro chi non svolgeva correttamente i compiti di amministrazione assunti. <<Va recuperato il primato della politica>> dichiarava Zavoli, e continuava: <<… Ditemi voi se è naturale che in un anno la criminalità organizzata abbia ucciso un migliaio di persone. E ditemi se può essere la notizia di un giorno che il capo della polizia, nientemeno, parli di uno Stato e di un antistato. Come se si potesse dare per convenuto e per pacifico che possano coesistere insieme lo Stato e tutto quello che lo contraddice, che lo contrasta, che lo ripudia e che pretende addirittura di sconfiggerlo>>. E la prova dell’esistenza dell’antistato è sotto gli occhi di tutti, ribadiva con forza Nando dalla Chiesa, uno dei sei relatori presenti alla convention, affermando l’esistenza sì di una nebbia che fa da protezione agli “armadi degli scheletri” ma che <<non impedisce di definire l’orizzonte>>. Chiara, quindi, la direzione da seguire, chiari i responsabili di determinati eventi che hanno infangato il nostro Paese, meno chiara la posizione di chi dovrebbe andare fino in fondo nella ricerca della verità e della giustizia. Non c’è quindi una coltre di nebbia che si pone tra noi e i fatti accaduti ma, come spiegato dallo stesso Dalla Chiesa, <<una nebbia molto più interna… in certe occasioni. Molto più interna a chi deve leggere, a chi si rifiuta di leggere, a chi si rifiuta di trarre delle conclusioni, a chi decide di essere molto generoso nell’assegnazione dei giudizi… mi capitò proprio l’anno scorso ad una Festa dell’Unità di Milano di dire al presidente Chiaromonte: presidente glielo dico a futura memoria; questo governo mi fa paura. E non mi fa paura perché starà con le mani in mano di fronte alla mafia o alla camorra. Mi fa paura perché incoraggerà la mafia e la camorra>>. E l’immagine di un governo dalla coscienza non troppo pulita la forniva la democristiana Tina Anselmi nella sua relazione incentrata sullo scandalo della loggia P2. Mentre la mafia e la camorra, sosteneva la Anselmi, sfidano lo Stato apertamente poiché hanno bisogno di dimostrare la loro superiorità, la P2 tentava di occuparlo dall’interno e non è quindi assolutamente possibile girare pagina se prima non verrà fatta totale chiarezza sull’argomento, se prima, ad esempio, non verranno indicati tutti i responsabili della strage di Bologna per la quale i servizi segreti hanno fornito l’esplosivo e della quale hanno successivamente depistato le indagini. Questo, ha proseguito l’onorevole, per <<difendere la Repubblica da possibili altri attentati che nel futuro qualcuno volesse immaginare… Diradare la nebbia significa mettere le istituzioni nella condizione di svolgere il loro ruolo a servizio del Paese>>. E' del tutto inadeguata, proseguiva l'allora presidente della Commissione Antimafia Gerardo Chiaromonte, l'azione dello Stato, delle sue strutture, nonostante l'impegno di tanta parte della magistratura, di tanta parte delle forze di polizia, di tanta parte anche della stessa pubblica amministrazione: <<I fenomeni di mafia, di camorra, di delinquenza organizzata, non possiamo mai dimenticare che hanno la loro base antica, hanno una loro base di massa nella disoccupazione giovanile e meridionale da cui traggono la manovalanza, hanno la loro base di massa in situazioni di illegalità diffusa e di redditi illegali diffusi, hanno la loro base di massa nella crisi delle istituzioni democratiche e della politica che nel mezzogiorno d'Italia, checché se ne dica, è molto più forte che in altre parti del paese… la situazione è diventata negli ultimi tempi molto grave… Io sono stato in giro negli ultimi mesi in molti posti del mezzogiorno e non vi dico quello che ho visto di giovani pretori, di giovani magistrati, quelli che ho incontrato a Gela, quelli che ho incontrato a Locri. A Locri mi è capitato addirittura di …capitare un giorno… in cui la Procura della Repubblica di Locri non aveva neanche i soldi per pagare il bollo di circolazione della macchina. Non poteva uscire l'automobile dalla Procura di Locri>>. Per combattere il potere mafioso invece, continuava il presidente dell'Antimafia <<ci vogliono mezzi dello Stato, strutture, una magistratura efficiente, motivata, forze di polizia che sappiano fare il loro dovere professionalmente anche, e ci vuole soprattutto un concorso attivo della società civile che rompa nelle zone del Mezzogiorno quella omertà che troppe volte invece caratterizza ancora una parte della vita sociale, politica e civile di quelle parti d'Italia. Io questo volevo dire per ribadire un impegno di lotta immediata che deve essere condotta proprio per diradare le nebbie, ma soprattutto per colpire quelli che vanno colpiti rispettando le leggi, rispettando la costituzione della Repubblica>>. Da parte della magistratura tale azione immediata veniva e tutt'oggi viene però ostacolata dalla mancanza di mezzi. E' la denuncia di Luciano Violante, chiamato in causa da Zavoli in merito alla crisi del sistema delle garanzie costituzionali e quindi della giustizia. Non serve a nulla incentivare economicamente i magistrati che vanno nelle zone disastrate, sosteneva il politico, ma è più che altro necessario fornire loro gli strumenti necessari alle indagini. <<Siamo l'unico paese civile e avanzato che ha cinque cittadini nelle mani dei sequestratori - ha continuato Violante - Mirella Silocchi, Andrea Cortellezzi, Rocco Surace, Domenico Paola, Vincenzo Medici che sono da mesi nelle mani dei sequestranti>>. E intanto una delle famiglie di queste persone dichiarava che nella Locride molti personaggi che fino a qualche settimana prima non avevano una lira, erano impegnati a fare grandi investimenti. <<Ci sono stati negli ultimi due giorni 15 omicidi nel mezzogiorno, tra Catania, Puglia, Calabria, Campania. Cinque bambini sono stati uccisi. C'è insomma in una parte d'Italia, in cui si sta svolgendo una guerra feroce. Poi abbiamo il procuratore generale di Milano, il presidente della Camera di Commercio e una serie di operatori finanziari di Milano che ci dicono che lì c'è un mercato finanziario inquinato dalla grande presenza di capitali mafiosi. Io ho la preoccupazione compagni che le grandi strategie della mafia stanno spartendosi il paese in due grandi regioni: la regione della guerra e la regione degli affari. In una parte d'Italia si fa la guerra e in un'altra parte si fanno gli affari e dove si fanno gli affari non si fa la guerra e dove si fa la guerra non si fanno gli affari>>. Poi, riallacciandosi al discorso della P2, Violante lamentava la possibilità che un'altra organizzazione di questo tipo potesse essere operante in Italia. I provvedimenti da prendere? La riforma del sistema elettorale e in particolare del voto di preferenza, una migliore organizzazione dei servizi segreti (che dovrebbero documentare ogni tipo di operazione e rilasciare le informazioni dopo un periodo di dieci anni, sul modello organizzativo degli Stati Uniti), l'assicurazione della libertà di informazione. Citava poi un esempio: <<…il fatto del libro di Pansa, l'avrete letto, che non è stato pubblicato… da una casa editrice in particolare perché conteneva affermazioni, come dire, non gradite alla casa editrice, e soprattutto a un alleato della casa editrice che era Berlusconi, se non ricordo male, ce la dice lunga! Pansa non è il primo che passa! Se a uno come Pansa si può dire no, tu questo libro con noi non lo pubblichi che cosa si può dire al giornalista che non è Pansa e che vuole pubblicare un libro-verità sulle questioni?>>. Ma che impatto hanno il "potere invisibile" e il cancro dell'impunità sulla qualità della democrazia? Se lo chiedeva Gianni Cuperlo (FGCI) gridando con forza, dal palco, la necessità di riconquistare un diritto alla partecipazione politica ma soprattutto una fiducia nella possibilità che le cose si possono cambiare. <<Esiste un comune nel Mezzogiorno di questo Paese - raccontava - dove alla vigilia della consultazione amministrativa per il rinnovo del consiglio comunale di quella realtà quasi 700 persone si sono iscritte alle liste elettorali di quel comune diventando residenti di quel comune. Per metà era stabilito che alloggiavano ed erano residenti presso il bar della piazza centrale e l'altra metà presso l'abitazione del sindaco. Quale idea di politica passa nella testa di una generazione di ragazzi che vive di fronte a questo?>>. E' necessario che le parole non rimangano tali, rispondeva Cuperlo, che si trasformino in proposte volte a modificare la disastrosa realtà italiana che conta milioni di disoccupati. <<Io penso che dobbiamo… porre la questione di una riforma della politica a livelli diversi, dentro lo Stato, per opera della magistratura, certo rispetto alle organizzazioni criminali ma, sul terreno poi quotidiano di una battaglia di liberazione per i diritti della gente, dei cittadini, per il diritto allo studio, alla formazione, al lavoro, per il diritto ad essere curati se si è ammalati, a non dovere mendicare in una logica dello scambio persino la possibilità ad essere accolti in un ospedale. Ecco, questa battaglia di liberazione mi pare quella decisiva>>.
Con l'intervento di Cuperlo si concludeva la serie di conferenze che hanno dato vita al congresso e dalle quali abbiamo volutamente omesso di citare quella del giudice Giovanni Falcone che, di seguito, riportiamo integralmente e che è introdotta da una domanda di Sergio Zavoli. Ancora una volta, purtroppo, non è possibile non notare la straordinaria attualità degli argomenti trattati dai vari relatori che, ad eccezione di alcuni particolari, non si distaccano molto dalla realtà odierna. Questo perché la società civile non ha mai intrapreso una battaglia seria e costante contro i mali della politica ma ha quasi sempre assunto un atteggiamento di preoccupante rassegnazione. Nel corso del congresso Tina Anselmi ha, a tal proposito, ricordato il testo di una lettera di Giacomo Ulivi, un ragazzo di Modena appartenente alla resistenza italiana e condannato a morte. Prima di essere fucilato scrisse ai suoi compagni di scuola: "Questo è l'addio che vi do, tra pochi minuti sarò fucilato. Vi prego, non pensate a me come ad un eroe, ci vuole meno a morire per un'idea che vivere ogni giorno per quell'idea".
Si ringrazia Radio Radicale per la collaborazione.
Giovanni Falcone
Dottor Falcone, la mia parte è scomoda anche perché, nonostante non sia proprio la mia vocazione, io sono tuttavia tenuto a fare delle domande fatalmente un po' sommarie, e mi scusi se le provocazioni sono al limite della slealtà tanto semplificano le questioni. Dove sono, se ci sono, e perché non traspaiono, o se traspaiono, perché vengono subito avvolte nella nebbia le prove delle collusioni della politica con il fenomeno della criminalità organizzata?
Io credo che la risposta a questa domanda sia emersa, o stia emergendo già da quello che è stato detto finora. […][Da] Nando dalla Chiesa, il quale ha puntualizzato molto opportunamente che solo dal punto di vista politico la nebbia non c'è, e poi subito dopo da quello che ha detto proprio adesso il presidente Chiaromonte, le cui affermazioni io sottoscrivo pienamente, dal mio punto di vista, che è il punto di vista del tecnico e non del politico. Ma la risposta è soprattutto negli atti della Commissione Parlamentare Antimafia, di questa Commissione Parlamentare Antimafia che, proprio recentemente, nel giugno di quest'anno, ha pubblicato una relazione di maggioranza e una relazione di minoranza. Una relazione di minoranza in cui sono affermate cose veramente gravi ma che sono passate pressoché in maniera indolore, forse perché non c'era l'omicidio eccellente di turno, forse perché in quel periodo si era distratti da altri impegni politici. Ed è proprio questo quello che noi tecnici, noi che giornalmente ci confrontiamo operativamente con questi problemi, lamentiamo. Questa attenzione a corrente alternata su questi problemi da parte di chi deve provvedere a fornirci le strategie, i mezzi, le strutture per poter operare. Ma senza per questo volere eludere alla domanda, vorrei leggere proprio quello che si scrive nella relazione di minoranza della Commissione Antimafia che, soprattutto su questo punto mi sembra particolarmente lucida. E proprio a proposito degli omicidi: l'omicidio non è la mafia, ma una sua forma di manifestazione all'esterno di modo che la mafia esiste ed opera indipendentemente dagli omicidi. Quante volte abbiamo affermato nel passato che è veramente strano che ci si accorga della presenza della mafia quando avvengono i fatti di sangue, e cioè quando qualcosa ha turbato gli equilibri interni dell'organizzazione mafiosa, e non ci si renda conto che la stessa esiste quando invece queste cose passano tranquillamente, e cioè nel momento in cui la mafia è particolarmente forte? Per caso c'è nessuno che si sta accorgendo, c'è nessun giornale che scrive per adesso che stranamente in Sicilia, tranne fatti di contorno, c'è un silenzio sinistro impressionante? Quello che sta accadendo a Catania è un problema di associazione di tipo mafioso ma non è la mafia, non solo la mafia. Il prodursi di molti omicidi, e questo è un punto molto importante, segna senza dubbio un mutamento rispetto al passato, una maggiore aggressività che non esiterà a rivolgersi in modo programmato contro tutti gli avversari istituzionali. Perciò è necessario andare alla radice del fenomeno colpendo sistematicamente e permanentemente tutte le strutture portanti dell'organizzazione mafiosa in quanto tali, indipendentemente dagli altri delitti commessi. E poi l'affermazione che è sacrosantamente vera, altrimenti nessuna possibilità di successo potranno avere le singole indagini sui singoli delitti. In altri termini: la mafia è un fenomeno troppo serio perché lo si possa affrontare in maniera poco seria. I gradini della scala devono essere percorsi tutti e i gradini si iniziano dal basso, non dall'alto. Chi pensa che possano esservi scorciatoie di qualsiasi tipo, chi pensa che la mafia si possa affrontare con legislazione dell'emergenza quando è un fatto endemico di certe zone del meridione con una diffusività in tutto il territorio dello Stato e all'estero sbaglia di grosso. Ed è proprio questo che dal mio punto di vista, da tecnico, io non riesco a condividere, non riesco a comprendere com'è che non si capiscano queste elementari verità. Mi diceva un giorno un collega americano: voi affrontate la criminalità organizzata in modo disorganizzato. Ed è verissimo. Ci sono problemi che non si possono toccare ma da cui dipende l'effettività della risposta dello Stato, e io metterei all'ultimo posto il problema finanziario, il problema dei mezzi. Ma non perché sia meno importante degli altri, anzi caso mai è vero il contrario, ma perché una risposta in termini finanziari in mancanza di una lucidità di strategia serve solo a dilapidare ulteriormente le risorse statuali. Bisogna scendere nel concreto, bisogna rendersi conto che non ha senso il pretendere che i carabinieri e la polizia mandino gli uomini migliori nelle zone più calde quando poi questi carabinieri e queste forze di polizia saranno dirette da uditori giudiziari di prima nomina che hanno come unico pensiero quello di ritornare al paese d'origine. Ed io mi meraviglio come nessuno finora abbia colto la immoralità della proposta di incentivare la presenza degli uomini migliori della magistratura nelle zone di frontiera. In un paese civile gli uomini migliori devono poter essere mandati nelle zone in cui c'è maggiormente bisogno di loro, senza nessuna incentivazione. L'incentivazione poi è un fatto interno, ma meno che mai io parlerei di incentivazioni economiche. Il problema è quello di affrontare finalmente certe questioni che sono estremamente importanti. Io mi scuso se vi tedierò perché sono questioni che tecnicamente spesso sfuggono, ma proprio da queste questioni dipende una risposta di efficacia. Ancora una volta il coordinamento non viene affrontato, non si possono affrontare problemi che riguardano organizzazioni di proporzioni gigantesche con una struttura investigativa da parte della magistratura, mi riferisco soprattutto, che non può reggere alla prova dei fatti. Non ha senso che si crei un nuovo processo penale in cui la centralità di tutto spetta al Pubblico Ministero. Un Pubblico Ministero totalmente diverso dal passato, un Pubblico Ministero che non è più il paragiudice ma che affronterà il processo ad armi pari rispetto alla difesa. E che proprio per questo deve potersi muovere con agilità e snellezza. Ora non è possibile che di fronte a problemi di dimensioni che esulano ampiamente dal ristretto ambito della circoscrizione giudiziaria ci debbano essere tante e tante strutture di magistrati, del Pubblico Ministero che si accordano e che si collegano solo se vogliono. Nel momento in cui si parla di queste cose, ecco che subito insorge la corporazione, e mi riferisco alla mia corporazione. Ecco che l'eretico viene tacciato di infamia, ecco che si dice che si vogliono creare centri di potere e così via ma la situazione è questa. In Spagna, per il traffico di stupefacenti c'è il fiscal de la droga, con competenza su tutto il territorio nazionale. In altri paesi ci sono strutture analoghe e non solo per i problemi del traffico di stupefacenti ma anche per il problema della droga. Non si può, perché altamente lesivo dei principi democratici, affidare il coordinamento a strutture esterne al magistrato del Pubblico Ministero. E' straordinario: mi riferisco all'istituto dell'Alto Commissario. Grande stima nei confronti della persona fisica ma la struttura è nata sulla base di un equivoco. Cioè sulla base che si potessero coordinare le forze di polizia dall'esterno non tenendo in alcun conto che in quello stesso momento entrava in vigore un codice di procedura penale che prevede il coordinamento da parte del Pubblico Ministero. […][Quindi] siamo in presenza di due monadi, la magistratura nel suo complesso e l'Alto Commissario nel suo complesso, che tuttavia può avere un ruolo utilissimo come struttura non serva, ma servente rispetto al Pubblico Ministero. Questi equivoci devono essere risolti perché fino a quando non saranno risolti, l'azione statuale peccherà per difetto, peccherà per incisività perché tutti gli sforzi che si faranno potranno e saranno puntualmente vanificati da attività in senso contrario, da gelosia, da tutta una serie di problemi che sarebbe troppo lungo enumerare. Come non rilevare che mentre adesso ci si allarma tutti per la presenza di questa criminalità organizzata che ammazza, che ruba, che cerca di conquistare il potere e così via, nel frattempo vengono approvate certe leggi che creano obiettivamente degli ostacoli? Nessuno si è accorto che le misure di prevenzione, così come sono modificate, praticamente diventeranno impossibili da attuare perché è prevista una pregiudizialità da parte del processo penale, quindi soltanto dopo che finirà il processo penale si potrà stabilire se irrogare qualche misura di prevenzione nei confronti dei soggetti pericolosi. Come non renderci conto che anche le recentissime modifiche della legge antidroga hanno creato ulteriori problemi? e non mi riferisco alla parte della punibilità o meno del tossicodipendente. Insomma tutti sono stati attratti da questo problema indubbiamente di gravità notevole e, distratti da questo problema, non ci si è accorti che è stata approvata una legge che anche sotto il profilo lessicale, sotto il profilo formale, ripete istituti del vecchio codice di procedura penale, creando problemi di applicazione pratica notevolissima, nel momento stesso in cui si introducono dei principi che sono estremamente importanti: le consegne controllate, la possibilità di acquisto simulato di partite di droga e così via, la possibilità di ritardo nell'esecuzione degli arresti e così via. Perché dico tutte queste cose? e termino subito. Perché se non ci si renderà conto che questi problemi devono essere risolti in maniera concreta e con il supporto e l'ausilio e i suggerimenti di chi operativamente sul campo dovrà applicare queste norme, allora potranno essere riversate sulla Magistratura tutte le ricchezze finanziarie dello Stato ma il problema non sarà risolto di un millimetro.
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Convegno dal titolo "Le nebbie della Repubblica: impunità e riforme dello Stato" tenutosi a Modena, in data 16 settembre 1990, in occasione della Festa Nazionale dell'Unità.
Da archivio sonoro Radio Radicale Ca n° 071984. Trascrizione a cura di Monica Centofante.
La trascrizione è fedele al documento sonoro, con alcuni interventi a discrezione dell'operatore: 1) l'apposizione della punteggiatura; 2) l'inserimento di parole, comprese in parentesi quadre, per aiutare la comprensibilità del testo; 3) la correzione delle deformazioni fonetiche dialettali.
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Guardate le fotografie di queste pagine. Sono sicuramente le più famose tra quelle scattate ai giudici Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Sono le ultime che li vedono insieme. E’ il 27 marzo del 1992, siamo a Palermo in occasione della tavola rotonda sul tema mafia, criminalità, giustizia, magistratura, governo, superprocura.
Presentiamo di seguito i tre interventi al convegno degli stessi
Borsellino e Falcone.
Il volto socio-economico della riminalità organizzata
di Paolo Borsellino
Intanto vorrei premettere, riallacciandomi alle osservazioni introduttive del moderatore, che questo dibattito lo stiamo facendo nel corso della campagna elettorale ma l'avremmo potuto fare in qualsiasi altro momento, in quanto non tratta di problemi che interessano specificamente la campagna elettorale ma tratta di problemi che interessano il Paese e lo interessano in ogni momento, anche quando si è lontani dalle elezioni. Ho voluto dirlo perché mi è giunta notizia, non appena io sono arrivato in questo edificio che non conoscevo, che addirittura ci sarebbe stata una definizione di questo incontro come "cocktail di magistrati". A parte il fatto che in questo tavolo di magistrati in attività di servizio ci sono soltanto io, c'è qualcuno che aspira ad andarsene e gli faccio tutti i miei auguri perché ritengo che potrà portare nella nuova sede, nelle nuove funzioni a cui aspira, tutta la competenza, tutto l'ardore della sua attività e vorrei aggiungere anche tutta la sua simpatia. Ce ne è qualcuno che aspira, estremamente contrastato, a rientrarci in magistratura ed egualmente mi auguro che al più presto possa rientrarci e ce ne è qualche altro, ce ne è un altro che a quanto pare, e anche questa è una notizia che ho appreso stasera, si appresta anch'egli a rientrarci. Però, in questo momento, magistrato in attività di servizio sono soltanto io. E ci sono io non per partecipare, sia ben chiaro, a una manifestazione che abbia qualcosa a che fare con la campagna elettorale ma ci sono io perché sono stato sollecitato, e ho aderito di buon grado a questa sollecitazione, a trattare problemi di cui sempre mi sono occupato, problemi che mi affascinano e che mi tormentano, problemi dei quali ho parlato in tante e in ben altre occasioni e ne parlo pure in questa occasione perché non è la campagna elettorale in corso che mi deve impedire di esprimere in proposito il mio pensiero. E il mio pensiero è che in realtà non può contestarsi che negli ultimi periodi sembra che il governo, e in genere il potere legislativo, abbia mostrato di prendere contezza di quanto è importante il problema da affrontare e di quanto sia necessario organizzarsi per affrontarlo seriamente. Le riforme legislative cui si è accennato, cui accennava il moderatore, sono riforme verso le quali va il mio giudizio sicuramente positivo. Tuttavia sono estremamente preoccupato perché queste riforme rischiano in questo momento di diventare una nuova tabella messa sull'entrata di un edificio che rimane sempre lo stesso. Perché se si decide di affrontare effettivamente, almeno sul piano repressivo, perché per ora mi sto occupando solo di questo, il problema della criminalità mafiosa questa decisione deve essere una decisione globale perché non si può istituire, come meritoriamente si sono istituiti, nuovi strumenti per la lotta alla criminalità mafiosa - uno di questi è la Direzione Distrettuale Antimafia, che ha già cominciato ad operare e la Direzione Nazionale Antimafia, che ancora invece non opera -, senza accompagnare queste decisioni da una volontà globale che sia diretta soprattutto a fare funzionare queste nuove strutture. E se il potere legislativo e il potere esecutivo affrontano questi problemi, istituiscono la Direzione Distrettuale Antimafia ma, contemporaneamente, ad esempio, continuano in modo forsennato a maldistruibuire i giudici sul territorio… Perché è un bel dire che è colpa soltanto delle leggi che regolano i trasferimenti dei magistrati, è un bel dire… Quindi nel riversare queste responsabilità soltanto sul Consiglio Superiore… Perché non dimentichiamo che mentre si applicavano le leggi, mentre si emanavano le leggi sulla Direzione Distrettuale Antimafia e sulla Direzione Nazionale Antimafia e sulla Direzione Investigativa Antimafia il Parlamento continuava in modo forsennato a creare nuovi Tribunali, maldistribuendo, continuando a maldistribuire i giudici sul territorio. Credo che in contemporanea alla istituzione della Direzione Distrettuale Antimafia sono stati creati in Italia credo altri cinque Tribunali. E creare altri cinque Tribunali, cioè continuando in senso esattamente contrario a quello che si è fatto con la istituzione delle direzioni distrettuali che tendono invece ad accentrare a livello regionale le indagini, continuando invece a suddividere ancora le già piccole circoscrizioni dei Tribunali italiani, regolati secondo concetti geografici che risalivano al secolo scorso, significa creare problemi di riempimento con le forze necessarie a questi Tribunali perché ora ci vorrà un Procuratore della Repubblica in più a Barcellona Pozzo di Gotto, un Procuratore della Repubblica in più a Nocera Inferiore, un Procuratore della Repubblica in più negli altri tre o quattro Tribunali che sono stati istituiti. Questo evidentemente è indice del fatto che il potere legislativo e il potere esecutivo continuano in questa materia a camminare in modo schizofrenico, nonostante il mio giudizio sia estremamente positivo su queste nuove strutture per combattere la criminalità mafiosa dal punto di vista della repressione. Concordo pienamente con quanto detto nell'ultima parte dell'intervento di Aldo Rizzo sul fatto che la lotta alla criminalità mafiosa non può essere ristretta al momento repressivo perché la criminalità mafiosa ha delle caratteristiche particolari e delle radici socio-economiche così precise che se non si incide sulle radici del fenomeno l'intervento repressivo, sia quello delle forze di polizia, sia quello giudiziario, sarà destinato a un intervento a ripetersi continuamente perché non sarà altro che una fatica di Sisifo fatta da persone che hanno il solo compito di accertare la consumazione di reati, di individuare i presunti colpevoli, condannarli se colpevoli, se accertata la loro colpevolezza, assolverli se la loro colpevolezza non viene accertata. Questo con il fenomeno ha poco a che fare. Sperare che un rafforzamento, un perfezionamento delle istituzioni repressive sia sufficiente ad incidere seriamente sul fenomeno mafioso è una speranza sicuramente vana ed è una sorta… anzi, l'enfatizzare questo tipo di interventi finisce per diventare uno dei termini di un pericoloso ricatto: cioè noi vi abbiamo dato gli strumenti, voi non li avete saputi usare quindi voi siete i responsabili.
Droga: un mercato da migliaia di miliardi
di Paolo Borsellino
Io sono stato sempre estremamente convinto che la mafia sia un sistema, non lo chiamerei tanto parallelo, lo chiamerei alternativo al sistema dello Stato perché è proprio questo che distingue la mafia da ogni altra forma di criminalità. E in particolare nell'ordinamento, nel nostro Stato, a differenza che in qualsiasi altro Stato, si tratta di una organizzazione criminale dal grossissimo potere, così come organizzazioni criminali di grandissimo potere e di grandissima potenzialità vi sono negli altri Stati, ma il nostro mi pare che sia, credo, l'unico Stato in cui a chiare lettere si è potuto dire da tutte le parti politiche che l'esistenza di questa forma di criminalità mette addirittura in forse l'esercizio della democrazia. E perché? Perché probabilmente in nessuna altra parte del mondo esiste una organizzazione criminale la quale si è posta storicamente, e si continua a porre, nonostante talvolta questo lo abbiamo dimenticato, e nonostante talora facilmente si continui a dimenticare, si continua a porre come un sistema alternativo. Un sistema alternativo che offre dei servigi che lo Stato non riesce ad offrire. Questa è la particolarità della mafia. E anche nel momento in cui la mafia traeva, e forse ancora continua anche se probabilmente in diminuzione, i suoi massivi proventi dalla produzione e dal traffico delle sostanze stupefacenti, l'organizzazione mafiosa non ha mai dimenticato che questo non costituiva affatto la sua essenza. Tanto che, e questo lo abbiamo vissuto tutti quelli che abbiamo partecipato a quella esperienza del maxiprocesso e del pool antimafia, tanto che anche in quei momenti, anche quando vi erano famiglie criminali mafiose che guadagnavano centinaia e centinaia di miliardi, se non migliaia dal traffico delle sostanze stupefacenti, quelle stesse famiglie non trascuravano di continuare ad esercitare quelle che erano le attività essenziali - perché la droga non lo era, non lo è mai stata essenziale alla criminalità mafiosa - cioè quelle di continuare ad esercitare quella che è la caratteristica fondamentale della criminalità mafiosa che qualcuno chiama territorialità. E che comunque si riassume nella pretesa non di avere, addirittura vorrei dire io di essere un territorio, così come il territorio è parte essenziale dello Stato. Tanto che lo Stato è un territorio non ha un territorio, perché è una sua componente essenziale. Dico la famiglia mafiosa non ha mai dimenticato che la sua caratteristica essenziale è quella di esercitare su un determinato territorio una sovranità piena.
Poiché si determina naturalmente un conflitto fra uno Stato che intende legittimamente esercitare una sovranità su un territorio e un ordinamento giuridico alternativo il quale sullo stesso territorio intende esercitare una analoga sovranità, con mezzi diversi ma una analoga sovranità, […] io non le chiamo istituzioni parallele ma soltanto alternative. [E ciò] si compone normalmente non con l'assalto al palazzo del comune o al palazzo del governo da parte delle truppe della criminalità mafiosa, ma normalmente […] attraverso il condizionamento dall'interno, o il tentativo di condizionamento dall'interno, delle persone fisiche atte ad esprimere la volontà dell'ente pubblico che rappresenta sul territorio determinate istituzioni. […] Naturalmente la risoluzione finale del problema, la finalità a cui deve tendere chi veramente intende, cioè le forze politiche che veramente intendono combattere la mafia è quella di chiudere questi canali di infiltrazione attraverso i quali la volontà delle persone fisiche che impersonano l'ente pubblico, o coloro che sono abilitati a esprimere la volontà dell'ente pubblico o delle istituzioni pubbliche che operano sul territorio vengono condizionati da quest'istituzione alternativa. Il chiudere come? Perché ci sono stati chiesti esempi concreti. Ebbene, in Italia mi sembra che tutti abbiamo talvolta la sensazione che le istituzioni pubbliche non vengono considerate tanto dalle forze politiche organizzate in partiti come quelle istituzioni dove andare attraverso i partiti a scegliere i migliori che vanno a impersonare la volontà di queste istituzioni, ma le istituzioni pubbliche vengono considerate normalmente come teatri o agoni di lobby […] [nei quali] si azzuffano e si scornano per impossessarsi quanto più possibile di fette di questo potere e di esercitarlo in funzione non tanto del bene pubblico ma di […] interessi particolari. E questa è l'accusa che da più parti politicamente si fa a quella che viene chiamata da tutti dispregiativamente ma da tutti sostanzialmente sopportata partitocrazia. Cioè l'occupazione da parte dei partiti, delle lobby partitiche, delle istituzioni pubbliche il che naturalmente crea la strada naturale perché all'interno di queste istituzioni pubbliche si formino quelle volontà che non sono dirette al bene pubblico ma sono dirette ad interessi particolari. Chiudere queste strade, attraverso interventi anche istituzionali, evidentemente significa chiudere possibilità di accesso delle organizzazioni criminali all'interno di questo tipo di organizzazione. E sicuramente questo deve farsi salvando, è logico, i principi democratici che reggono oggi pressoché tutte le nostre istituzioni. Però, ad esempio, la sordità del potere politico a modificare radicalmente quelle che sono… la legislazione che regola ad esempio gli enti locali è chiaro che è un'assurdità nei confronti di un problema il quale una volta affrontato e risolto al migliore dei modi trancerà, chiuderà, impedirà l'accesso all'interno di questi enti locali di queste lobby che andranno li dentro… di queste lobby o comunque di queste infiltrazioni che potranno, possono provocare, provocano normalmente la possibilità che le volontà di persone […] a cui è attribuito il potere di esprimere la volontà di queste istituzioni siano rivolte non al bene pubblico ma siano rivolte agli interessi particolari di questo o di quel gruppo affaristico fra i quali primeggia l'organizzazione mafiosa.
E' Palermo l'epicentro del fenomeno mafioso
di Giovanni Falcone
Entrando nel merito di questa tavola rotonda e anche per vivacizzare un po’ il dibattito, altrimenti sembra che stiamo recitando tutti lo stesso copione, vorrei pormi in una posizione un po’ diversa. In che senso. Da sempre, da quando mi occupo di problemi di mafia, mi è capitato di sentirmi dire che trattasi di un problema politico, che mafia è uguale politica, che la risoluzione del problema mafia comporta il coinvolgimento di tutto lo Stato e la società civile e che quindi polizia e magistratura non saranno mai in condizione di risolvere da sole questo annoso problema. Ora devo dire che, non che non sia almeno in buona parte vero questo ragionamento, ma è un ragionamento che da sempre ho ritenuto come totalmente improduttivo di effetti. Ragionamento che non porta in nessun posto e soprattutto può costituire, e molto spesso e per lunghi tempi ha costituito, un alibi per giustificare la totale inerzia di chi avrebbe dovuto e potuto agire. Cosa intendo dire. Io vorrei rovesciare un po' l'angolo visuale. Perché se è vero che la mafia è anche un problema economico e sociale vorrei che non si dimenticasse che è anzitutto un fatto criminale. Se no altrimenti, perché anche li bisogna stare attenti, corriamo il rischio di confondere due fenomeni tutt'affatto distinti. Uno è la mentalità, se vogliamo, mafiosa di larghi strati delle popolazioni meridionali, altra cosa è la mafia in quanto organizzazione criminale. E io mi rifiuto di credere che ci sia qualcuno che possa pensare che gli omicidi quando superano un certo numero diventano un fatto politico e cessano di essere un fatto criminale. Proprio in questa città si è reclamata a gran voce, giustamente, la scoperta degli autori degli omicidi eccellenti ma bisognerebbe non dimenticare mai che non sono soltanto questi autori che non sono stati scoperti, se non in parte, ma gli autori di centinaia e centinaia di altri omicidi. Guardate che nel periodo degli anni '81 - '83, nel periodo peggiore della seconda guerra di mafia, gli omicidi sono stati quasi un migliaio e di questi ben pochi sono stati scoperti. Ecco, allora, se è vero che la mafia è un anche fenomeno economico e sociale, o meglio, un fatto che influisce sull'economia e sulla società, se non si creano in Sicilia e nelle altre regioni inquinate dal crimine organizzato le precondizioni necessarie per lo sviluppo economico e sociale sarà assolutamente inutile parlare di lotta alla mafia. Anche perché se una cosa ci ha insegnato l'esperienza di questi anni, e credo che quelli che siamo seduti in questo tavolo li abbiamo vissuti forse più di altri in prima persona questi problemi, è stata quella di evitare generalizzazioni fuorvianti e cercare invece di ridefinire e rendere accettabile e comprensibile per i comuni mortali, come noi siamo, un fenomeno che è anch'esso un fenomeno umano e che è stato spesso in malafede enfatizzato a tal punto da diventare qualcosa di sovrumano per cui la mafia è diventata una sorta di maledizione divina da cui mai le popolazioni meridionali si libereranno. E tutto questo non è vero. Non solo tutto questo non è vero ma soprattutto comincia a diventare funzionale a certi interessi perché sta creando determinate sofferenze a livello internazionale, soprattutto comunitario, in cui certi fenomeni indubbiamente gravissimi vengono immediatamente sfruttati ed utilizzati in funzione anti-italiana. Chiunque sia stato all'estero nel periodo dell'omicidio dell'on. Lima potrà dirvi cosa c'era scritto in tutti quei giornali stranieri sull'Italia come patria di tutte le mafie. Questa sorta di identificazione assoluta e acritica nei confronti di un problema che è sicuramente grave ma che certamente non può esser tale da fare identificare l'Italia con queste organizzazioni criminali. Ecco quindi, e mi riallaccio a quello che diceva Giuseppe Ayala poc'anzi, che è un fenomeno nazionale. E' un fenomeno nazionale in questi termini, nazionali e sovranazionali. Ma senza dimenticare mai però, che appunto questa nazionalità del fenomeno, per gli interessi che disloca e per i problemi che crea non deve mai far dimenticare che l'epicentro del fenomeno purtroppo si trova in Sicilia e a Palermo in particolare, perché altrimenti si corre il rischio di parlare di mafia intendendo altre cose. Perché, e questa era un'ulteriore considerazione che desideravo fare, bisogna intenderci che cosa diciamo quando parliamo di mafia. Perché spesso mi è capitato di partecipare a discorsi in cui io e gli altri interlocutori parlavamo di mafia ma discutevamo in realtà di cose completamente diverse. Adesso è diventato di moda parlare di mafia russa, mafia turca, mafia giapponese, mafia cinese, mafia colombiana, e così tutto questo rischia di far diventare questi problemi come quella famosa notte in cui tutte le vacche sono nere. Il nostro problema è quello di riuscire a individuare la specificità di questi fenomeni e quindi di adottare le strategie conseguenti. Ecco, e mi riallaccio quindi alla prima domanda, ecco perché sono state create certe strutture. Perché il crimine organizzato non può essere affrontato in maniera disorganizzata. Si potrà discutere delle soluzioni in concreto adottate, ma un principio, credo, ormai dovrebbe essere saldamente ancorato nella coscienza di tutti. La nomia, l'individualismo sfrenato, l'arbitrarietà nelle scelte dei singoli organismi inquirenti non possono essere più consentiti perché rischiano di bloccare l'azione repressiva complessiva dello Stato e questi sono concetti così banalmente semplici che suscita veramente perplessità che ci sia voluto tanto tempo perché tutti quanti ce ne rendessimo conto. Ecco allora che è importante la creazione di strutture che consentano queste elaborazioni di questi fenomeni, delle notizie, di tutti i dati riguardanti queste organizzazioni perché solo così si potranno adottare le opportune strategie di contrasto. E ' falso ritenere che si possa lottare la mafia allo stesso modo della camorra o della 'ndrangheta o della miriade di altre organizzazioni criminose dedite al traffico di stupefacenti e che stanno invadendo il meridione d'Italia. Io certe volte guardo con sgomento alla totale disinformazione a livello generale che c'è su questi problemi che invece ci toccano tutti da vicino. Proprio stamattina ho letto un qualcosa che mi ha fatto rabbrividire e cioè che in Italia il vero problema della droga riguarda soltanto l'eroina e ciò proprio nel momento in cui sappiamo per certo che oltre un quarto della produzione di cocaina colombiana si sta riversando in Europa e che in questo business di proporzioni gigantesche indubbiamente la mafia siciliana avrà, e in parte ha di già, le sue sicure cointeressenze. Ecco, questi sono i fenomeni gravi, gravissimi con cui bisogna confrontarsi e tutto il resto sono chiacchiere. Sono i problemi concreti che vanno individuati e risolti in una strategia che deve essere differenziata ma allo stesso tempo guidata da un intelligente uso delle risorse e della distribuzione delle possibilità di intervento. Perché se aspettiamo sempre a dire che il problema è un altro, non è il coordinamento - l'Italia è un Paese in cui appena si cerca di affrontare un problema ci sarà sempre chi insorge per dire che il problema è sempre un altro e quindi non si fa mai un passo avanti -, se si continua a sbranarci fra di noi senza tenere conto che il nemico, io credo, è la mafia e non le istituzioni fra di loro, ecco credo che continueremo a non fare passi avanti. Io ricordo, e mi avvio rapidissimamente alla conclusione, che c'è stato quasi un desiderio insano di liquidare il maxiprocesso come, fra virgolette, un enorme buco nell'acqua. E' stato detto questo forse con una certa, troppa rapidità perché non si è tenuto conto che ancora c'era un giudizio di cassazione che, per fortuna o per capacità di chi ci ha lavorato, comunque ha reso irrevocabili quelle sentenze di condanna e non si è tenuto conto che si sono ottenuti dei risultati che fino a poco tempo prima venivano ritenuti assolutamente impensabili. Si è processata la mafia in quanto tale, l'organizzazione siciliana denominata Cosa Nostra, la più pericolosa esistente al mondo e spero che non ci sia qualcuno che pensi che io lo dica con orgoglio di siciliano, perché capita anche questo. Ecco, tutto questo significa, contro certo sfascismo di bassa lega, che sono stati effettuati notevoli passi. Si tratta ora di prodursi in uno sforzo ulteriore perché queste conoscenze e queste acquisizioni possano essere utilmente valorizzate in quella lotta contro il crimine organizzato che ormai è assolutamente improcrastinabile. Grazie.
Giovanni Falcone
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