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Antimafia Duemila

Wednesday
Aug 20th
Mafia e appalti la disfatta della politica PDF Stampa E-mail


Centro Destra e Centro Sinistra nell’occhio del ciclone


di Giorgio Bongiovanni



Il 21 settembre la notizia è riportata a caratteri cubitali su tutti i principali quotidiani nazionali: i carabinieri del comando provinciale di Palermo hanno eseguito, il 20 settembre, 15 ordini di custodia cautelare emessi dal gip Dino Cerami su richiesta del procuratore capo di Palermo Pietro Grasso e dei vertici della Dia nell'ambito di un'inchiesta coordinata dai sostituti procuratori Gaetano Paci, Gaspare Sturzo e dal sostituto della Procura nazionale antimafia Francesco Roberti. Nel mirino della giustizia imprenditori di cooperative rosse e amministratori locali accusati di associazione per delinquere di stampo mafioso, turbativa d'asta, truffa aggravata, corruzione. Sono finiti in manette Pietro Martino, titolare della "Celi" di Santa Ninfa (Trapani) e rappresentante in Sicilia della "Conscoop" di Forlì; Raffaele Casarubbia, titolare della "Cespa" di Partinico (Palermo); Tommaso Orbello, titolare della cooperativa "La Sicilia" di Bagheria (Palermo - in tale coop. avrebbero avuto interessi uomini fidati di Bernardo Provenzano quali Gino Scianna e Calogero Calà); Stefano e Ignazio Potestio, imprenditori di Polizzi Generosa; Francesco la Micela e Benedetto Ferrante, presunto uomo d'onore della "famiglia" di S. Lorenzo (Palermo). Agli arresti domiciliari Francesco Caruso, ex sindaco Ds di Polizzi Generosa; Nicola Giammanco, ex capo dell'ufficio tecnico di Bagheria; Giuseppe La Monica, funzionario Iacp di Palermo; Francesco Bagliesi, ex dipendente della Provincia di Palermo; Antonio Crapa, imprenditore di Isnello (Palermo) e Francesco D'Anna, imprenditore di Polizzi Generosa. Indagati (i pm avevano chiesto l'arresto ma il gip Raimondo Cerami non lo ha concesso) Domenico Giannopolo, deputato regionale dei Ds, sindaco di Caltavuturo e marito del sindaco di S. Giuseppe Jato Marina Maniscalco, impegnata nella lotta antimafia e Gianni Parisi, ex assessore regionale alla cooperazione del Pci-Pds, oggi dirigente dei Democratici di sinistra. All'onorevole Parisi si contesta  l'amicizia con Stefano Potestio, che gli inquirenti hanno denominato "mafio-imprenditore" mentre Giannopolo è indagato per l'appalto del valore di circa tre miliardi per la costruzione della rete idrica di Caltavuturo. Gli inquirenti, inoltre, hanno perquisito la sede della cooperativa "Iter" nella quale per diverso tempo ha lavorato Luigi Colombo, componente storico dei Ds ed ex deputato del Pci all'Arsq. E' il coronamento di un lavoro investigativo iniziato dal giudice Gian Carlo Caselli e portato a termine grazie alle dichiarazioni rilasciate dall' ex "ministro dei lavori pubblici" di Totò Riina, il collaboratore di giustizia Angelo Siino. Altre testimonianze sono state rese dai collaboranti Giovanni Brusca, Salvatore Lansalaco e Vincenzo la Chiusa, oltre che dagli imprenditori Filippo Salamone e Benedetto D'Agostino. L'inchiesta era stata avviata nel 1995, quando  i carabinieri trovarono nella sede regionale della Lega delle Cooperative un elenco di gare d'appalto ancora da bandire ma già assegnate a imprese facenti parte delle cooperative rosse.  <<Bernardo Provenzano - ha raccontato Siino ai magistrati - ha una mente raffinata e decise di coprirsi le spalle facendo partecipare le Cooperative Rosse agli appalti in Sicilia, mentre Totò Riina, buzzurro e pecoraio, le aveva buttate fuori>>. Secondo il pentito attraverso le coop gli interessi economici di Cosa nostra si sarebbero potuti estendere anche nel nord Italia e all'estero e, come gli disse Salvo Lima, si sarebbe evitata <<un'opposizione spietata>>. <<Questa inchiesta - ha detto Pietro Grasso - consente di completare il quadro sul sistema degli appalti pubblici in Sicilia e comprende una perfetta coincidenza di interessi tra diverse categorie: imprenditori, politici a mafiosi>>. Guido Lo Forte ha invece osservato: <<Stiamo assistendo alla ricostruzione di un vero e proprio blocco sociale formato da mafiosi, imprenditori, burocrati e politici che mira a ricreare un consenso sociale basato non più sulla violenza e sul terrore ma su interessi economici>>.

E il 21 settembre, all'indomani dello scandalo delle cooperative rosse a Palermo, il Nucleo Provinciale di Polizia tributaria della Guardia di Finanza di Milano esegue nove ordini di custodia cautelare in carcere nei confronti di cinque imprenditori, di tre alti funzionari della regione Lombardia e del consigliere regionale di Forza Italia e presidente della Commissione Bilancio Massimo Guarischi (ricoverato all'ospedale Niguarda per un malore dopo la notizia). L'inchiesta si allargherà nei giorni successivi tanto che il numero degli indagati salirà a sessanta. Tra questi, oltre ad imprenditori, sono annoverati sindaci, funzionari e dipendenti della Regione, del ministero dei Lavori pubblici a Roma, delle sedi di Milano e Piacenza del magistrato del Po, degli uffici del Genio civile di Cremona e Pavia, e dell'Anas di Torino e Aosta.
Nello stesso giorno i quotidiani riportano la notizia dei primi interrogatori effettuati nell'ambito dell'indagine palermitana su cooperative rosse e mafia. Guai giudiziari per Gianni Parisi e Domenico Giannopolo accusati dai pm il primo di essere <<interlocutore politico di Lima per conto dell'area della sinistra>> oltreché "vicino" a Stefano e Ignazio Potestio (i "mafio-imprenditori" di Polizzi), il secondo di essere in rapporto diretto con Angelo Siino. <<Giannopolo - ha rivelato il pentito - mi era stato presentato da una terza persona, fu lui che volle la mia garanzia per un appalto>>. Il politico nega di conoscere Siino e aggiunge che <<un sindaco non può turbare un'asta, né tantomeno può farlo da solo, perché non presiede personalmente le gare, e perché gli stessi bandi di gara sono prestampati secondo uno schema stabilito dalla legge>>. Interrogato anche l'imprenditore Tommaso Orobello che, insieme ai fratelli Potestio, si è avvalso della facoltà di non rispondere. Siino intanto rivela ai magistrati di Palermo: <<A un certo punto non volevano più che io mi mettessi in mezzo. E allora le cooperative pagavano a me la parte mafiosa e al partito la parte politica; questo particolare mi è stato confermato da vari imprenditori, che mi dicevano di dover rendere conto al partito>>. Rivolge poi a Parisi la maggior parte delle sue accuse: <<Ricordo che Stefano Potestio si lamentò con me per il fatto che io avevo detto che il controllo di alcune gare nelle quali erano interessate le imprese vicine al Pci era gestito anche dall'onorevole Parisi, che lo stesso Potestio non voleva che io mettessi in mezzo>>.
Gli indagati sono in tutto venti anche se i loro nomi, fatta eccezione per i due esponenti dei Ds, non vengono rivelati.
Si accendono intanto nuove polemiche intorno alla figura del giudice Gian Carlo Caselli, oggi direttore del Dipartimento carcerario. Fu lui, più di cinque anni fa, ad avviare l'indagine e in molti si chiedono perché essa sia stata conclusa solo ora che il posto di procuratore  di Palermo è stato assegnato a Pietro Grasso. Qualcuno sostiene che, sull'inchiesta, Caselli "dormiva" e a quest'affermazione i pm Paci e Sturzo dichiarano che chi lo dice <<non solo è bugiardo, ma anche in malafede>>. <<Nella conferenza stampa, ancora prima di dire buon giorno ho ripercorso le tappe dell'indagine proprio per sgombrare il capo da ogni strumentalizzazione - ha affermato Grasso - ed evitare che si parlasse di "svolte" della Procura. Non mi pare che l'indagine sia stata particolarmente lunga… i tempi di una indagine non sono prevedibili e ora abbiamo raccolto i frutti di un lavoro iniziato molto tempo fa proprio da Caselli>>.

Il 22 settembre sono pronti altri dieci avvisi di garanzia nei confronti di imprenditori e politici di sinistra sui nomi dei quali c'è assoluto riserbo. Trapela intanto la notizia che i pm Paci e Sturzo potrebbero sentire tutti i dirigenti regionali del Pci-Pds che si sono susseguiti tra l''85 e il '97, per raccogliere quanti più particolari possibili sul ruolo delle coop rosse nello scandalo degli appalti. Nel corso del lungo interrogatorio di venerdì 22 settembre, Parisi ha continuato a smentire le accuse, mossegli dai magistrati, circa i suoi rapporti con i fratelli Potestio. Egli è ora considerato l'anello di congiunzione tra l'allora Pci e le imprese rosse e la mafia.

Il 23 settembre proseguono a Palermo gli interrogatori mentre si parla di dieci nuovi avvisi di garanzia a tre politici dell'ex Partito Comunista Italiano e ad altri imprenditori. Si sparge intanto la voce di un imminente interrogatorio a Pietro Folena, il numero due dei Ds, che dal 1987 a 1991 fu segretario regionale a Palermo mentre l'indagine si sposta anche in Emilia e nel Veneto, dove sono i centri direzionali delle centrali cooperativistiche Coonscoop, Ccc, Argenta ecc., nomi spesso pronunciati nel corso dell'inchiesta. Alla luce di quanto sta accadendo non si esclude la possibilità, subito smentita dalla Procura di Palermo, che venga riaperto il processo per l'assassinio di Pio La Torre (1982). Da sottolineare inoltre che Siino e Brusca, interrogati anche sui rapporti tra le coop e la camorra , evidenziarono il rapporto di alcuni clan napoletani, come i Nuvoletta, con i siciliani e parlarono di omogeneità nei metodi di controllo siciliani e campani.

Continuano, il 24 settembre, a Palermo le indagini sulle coop rosse e la mafia mentre a Punta Raisi (Cinisi) viene arrestato Giovanni Genovese, uno dei sedici colpiti mercoledì 20 dagli ordini di custodia cautelare emessi nell'ambito dell'indagine palermitana sugli appalti. All'appello manca quindi soltanto il boss latitante di Cosa nostra Giovanni Bonomo, di Partinico. I pm responsabili dell'indagine accusano: <<Al di là delle parole né le pubbliche amministrazioni, e tanto meno i liberi imprenditori, sono riusciti a difendere l'economia nazionale dall'aggressione dei "mafio-imprenditori". C'è dunque una delega di fatto all'autorità giudiziaria ad operare quale baluardo difensivo del sistema economico nazionale>>. E dopo le rosse sotto inchiesta anche le cooperative "bianche", chiamate in causa sempre da Brusca, Siino e da alcuni imprenditori che collaborano con la giustizia. Questo a dimostrazione che, come ha sottolineato Pietro Grasso in un'intervista concessa a la Repubblica, Cosa nostra non guarda ai colori politici. Nel corso della Festa dell'Unità di Palermo Pietro Folena afferma: <<la lotta alla mafia è nei cromosomi dei Ds>> e difende Gianni Parisi. E Fava aggiunge: <<Se le accuse fossero vere io mi dimetterei>>. Il pm Gaetano Paci smentisce le voci sul presunto coinvolgimento nell'inchiesta dello stesso Folena mettendo le mani avanti su una sua prossima audizione in Procura. Per quanto riguarda le accuse mosse nei confronti di Caselli Antonino Caponnetto dichiara: <<L'attuale inchiesta è il frutto di un'inchiesta chiamata Coop Impero 5 nata nel 1995, in piena gestione Caselli>>.

Il 25 settembre viene acquisito agli atti dell'inchiesta siciliana sulle cooperative rosse un nuovo documento. Si tratta un dossier redatto da Rino Nicolosi prima della sua morte, avvenuta per tumore, e nel quale il presidente della Regione siciliana elenca i nomi dei protagonisti di un sistema inquinato degli appalti pubblici in Sicilia e dichiara che le imprese contribuivano a finanziare i partiti di maggioranza. Nicolosi fece anche i nomi delle imprese e delle coop rosse oltreché di Gianni Parisi, di Michelangelo Russo, ex presidente dell'Assemblea regionale siciliana, degli onorevoli Adriana Laudani, Angela Bottari e dell'ex europarlamentare Luigi Colajanni, i quali smentirono le accuse rivolte contro di loro. E intanto Napoleone Colajanni, zio di Luigi ed ex segretario del Pci negli anni '50, rilascia a "La Sicilia" un'intervista in cui sostiene di aver preso, in quegli anni, soldi <<dagli appaltatori per una forma di assicurazione a sinistra. E in realtà erano molto pochi rispetto a quelli che davano alla Dc. Erano proprio avanzi, robetta. Noi avevamo tre regole molto precise: primo non mettersi nemmeno un soldo in tasca, secondo non dare niente in cambio e terzo non farsi beccare>>. I magistrati della Procura di Palermo, però, pensano che questo finanziamento sia continuato fino a qualche anno fa e pare interrogheranno, nei prossimi giorni, Luigi Colajanni, Pietro Folena e Angelo Capodicasa. E mentre la posizione di Giannopolo (gli investigatori sono alla ricerca di un informatore che lo avrebbe avvertito delle indagini in corso; cosa questa che avrebbe permesso al Giannopolo di redigere un documento nel quale denunciava anomalie, comportamenti sospetti di alcuni imprenditori della sua zona) si fa sempre più grave, l'inchiesta potrebbe spostarsi in Umbria, dove due degli arrestati avevano ottenuto appalti. E dove le manette sono scattate, il 25 settembre, per un geometra, il catanese Francesco La Micela (57 anni - presunto "uomo d'onore") e un dirigente di una coop di Foligno, il trapanese Pietro Martino (56anni). Le accuse sono: per il primo turbativa d'asta aggravata con fine mafioso e truffa aggravata in danno di enti pubblici, per il secondo associazione per delinquere di stampo mafioso. Pare che gli appalti del dopoterremoto, in Umbria, siano terreno fertile per la criminalità organizzata e lo dimostrano, oltre alle indagini in corso, quelle che lo scorso anno, a Foligno, hanno portato agli arresti il siciliano Ettore Tedesco, titolare di più cantieri e in rapporti con la mafia. Pietro Grasso risponde intanto alla critica mossa da Emanule Macaluso al procuratore Lo Forte: <<sbagliò a destra e ora vuole ricollocarsi>>. Grasso dichiara: <<questa allusione riguarda tutto l'ufficio: le decisioni da tempo le prendiamo collegialmente>>.
Il giorno successivo altri appalti entrano nel mirino della procura di Palermo mentre nuovi avvisi di garanzia potrebbero essere emessi in seguito allo studio da parte dei magistrati del memoriale scritto poco prima di morire da Rino Nicolosi. Dure le critiche mosse da Pierferdinando Casini il quale osserva che <<il memoriale Nicolosi, che è stato a marcire nelle procure per cinque anni, esce solo adesso>>.




BOX1


E’ di nuovo scandalo! Si torna a parlare di mafia, appalti e politica a dimostrare che Palermo e Cosa Nostra saranno sempre per l’Italia l’epicentro del terremoto più pericoloso per il nostro Stato, fino a quando non saranno presi definitivi e reali provvedimenti.
Dai feudatari, passando per latifondisti, monarchia, mussoliniani post Mori, alleati amici di Lucky Luciano fino alla grande Democrazia Cristiana, è la volta di una parte della sinistra. Certo vero è che il PCI nella storia d’Italia degli ultimi 50 anni ha avuto un ruolo fondamentale nella lotta alla mafia e altrettanto sicuro che Cosa Nostra non ha mai guardato al colore della bandiera, l’importante è che sventoli lì dove più sono proficui gli interessi, e il potere delle cooperative rosse nell’ambito degli appalti miliardari è sempre stato notevole.
Certo non si tratta di una novità strabiliante, già negli anni Ottanta i magistrati avevano cominciato ad indagare e diversi studiosi, nel passato come nel presente, hanno evidenziato incoerenze e atteggiamenti di debolezza nelle azioni del partito.
E’ prezioso documento, in questo senso, il libro dello storico Umberto Santino, L’alleanza e il compromesso. 
«C’era un partito che ormai da anni non era più quello che si scontrava con la mafia e con gli uomini politici ad essa legati».
Peppino Impastato stesso, nella sua foga di giovane ribelle, volle distaccarsi dal partito centrale di Roma, perché sceso a troppi compromessi con la DC, in Sicilia palesemente collusa con la mafia, legandosi a democrazia proletaria. 
Ma l’uomo che più di tutti intuì le connivenze tra Partito Comunista e mafia fu senz’altro Pio La Torre, segretario del PCI in Sicilia, assassinato da Cosa Nostra e da uomini legati a occulti centri di potere. Egli tentò, pagando con la vita, di ripulire le fila del partito; comprese quali fossero gli intrecci e si avvicinò così tanto alla verità da venire eliminato.
Secondo i collaboratori Brusca e Siino, quindi, le sedie attorno al tavolo delle trattative erano tre: vi sedevano Siino stesso, ministro dei lavori pubblici di Riina, gli imprenditori e i politici.
Ad un giorno dagli arresti a Palermo riscoppia un caso tangentopoli a Milano, che invece vede coinvolti esponenti di Forza Italia. I due capoluoghi, ancora una volta, come due lati di una stessa montagna sulla cui cima, con tutta probabilità vi sono gli stessi colletti bianchi intenti a riciclare ed investire i loro sporchi introiti.
A noi cittadini non resta che cercare uomini di fiducia, quei pochi che forse ancora ci sono, in cui sperare; ai grandi e ai loro partiti, è evidente, non interessa altro che accaparrare e accumulare approfittando del lavoro onesto di migliaia di famiglie italiane.
           



BOX2

Le dichiarazioni di Siino e Brusca


Giovanni Brusca reggente del mandamento di San Giuseppe Jato, subentra al padre quando questi viene arrestato diventando capo mandamento; figlioccio di Riina che lo tenne a «battesimo» come padrino durante il rito di affiliazione.
Angelo Siino, fiancheggiatore di Cosa Nostra fin dai tempi di Stefano Bontade. Mai stato affiliato all’organizzazione, viene considerato il ministro dei lavori pubblici di Riina. Svolgeva opera di mediazione tra Cosa Nostra, politici ed imprenditori tutti seduti al famoso tavolino. Una volta prese le tangenti da questi ultimi pensava a spartirle tra mafiosi e politici. Ovviamente era Cosa Nostra a guadagnare più di tutti perché imponeva una doppia tassa, sul territorio e sull’appalto. <<Gli fu chiesto l’1% per Riina, poi fu invece fatto un accordo per lo 0,80% per tutti gli appalti>>.
Secondo i magistrati di Catania si tratta di almeno  1.000 miliardi di << lavori pubblici assegnati ogni anno con gare dall’esito prestabilito>>.
Tra i vari interlocutori oltre ai soliti noti, vi erano anche le cooperative «rosse». Dichiarazioni che risalgono al 1997, anno dell’inizio della sua collaborazione con la giustizia dando un contributo fondamentale all’inchiesta iniziata dalla Procura guidata da Gian Carlo Caselli nel 1995.
Sostanzialmente Siino afferma che  << nessuna, nessuna impresa sfuggiva a questo sistema. Nessuna, regionale o nazionale>>. Si tratta delle imprese Lodigiani di Milano, e Cogefar della Fiat di Tornino, e Rizzano De Eccher di Udine, e Tor di Valle di Roma, e Ansaldi e Pizzarotti...e Gambogi e Calcestruzzi della Ferruzzi di Ravenna, quella di Raul Gardini. Siino è uno dei primi che ipotizza che dietro il suicidio di Gardini non ci sia solo tangentopoli, ma anche l’ombra della mafia che esercitava pressioni sul grande magnate delle costruzioni.
Quando Falcone dichiarò che la mafia era entrata in borsa, si riferiva proprio all’entrata in società al 50% della Calcestruzzi con Cosa Nostra tramite il capomandamento di Bocca di Falco Salvatore Buscemi. Arriva persino a rivelare il legame tra Ligresti e Nitto Santapaola.
Molte delle dichiarazioni rilasciate in sede processuale da Siino, in special modo per il procedimento «Mafia-Appalti», sono state confermate da Brusca.




BOX3

Alfredo  Galasso: << Il sistema di potere mafioso non è stato debellato>>


Conosco già da anni i pericoli di una contiguità fra l’attività economica anche di tipo cooperativistico, gli ambienti corruttivi e mafiosi, perché ho condotto una battaglia politica, a suo tempo, insieme ad altri iscritti all’allora PCI, mettevo in guardia contro questi rischi. Non mi meraviglia che le cose siano andate in una direzione che all’epoca non era prevedibile. Anch’io mi associo a quelli che si augurano che questa indagine metta in luce fino in fondo qual è la verità e la responsabilità. Non mi stupirei se alcuni di questi personaggi che sono indagati, e che fra l’altro conosco personalmente, risultino assolutamente innocenti o scagionati. Quello che è certo, e che ha sottolineato bene il procuratore Grasso, è che il sistema di potere mafioso non è stato affatto debellato e che questi intrecci profondi e trasversali tra attività economica, attività criminale e funzione politica e istituzionale sono intrecci ancora attivi. Si tratta della punta di un iceberg, un iceberg complesso. Non stiamo parlando di un fenomeno estinto, è un processo purtroppo ancora in atto di cui cogliamo alcuni segnali, sicuramente non tutto il quadro generale di riferimento. Da questo punto di vista sono convinto che bisogna dare totale fiducia alla magistratura che indaga, perché la procura della repubblica di Palermo, così come quella di Milano, svolgono una funzione di controllo della legalità che non può essere esercitata da nessun altro. Vorrei dire inoltre qualcosa che ho già detto alcuni anni fa: un ordinamento democratico non può fondarsi soltanto sulla responsabilità giudiziaria e ancora meno su quella puramente penale. Il circuito delle responsabilità deve essere un circuito attivo in tutte le direzioni, ci vuole la responsabilità civile, politica, morale, che devono entrare in funzione. Molti dei guai che questo Paese sta vivendo e molta della corruzione che si è determinata, nascono dal fatto che questo circuito si è inceppato. L’unico a funzionare è stato il circuito giudiziario, della responsabilità giudiziaria. Se a suo tempo si fosse attivato il circuito della responsabilità politica, con una critica politica serrata, nei confronti della corrente andreottiana in Sicilia, probabilmente Lima non sarebbe stato ammazzato. Tutto questo vale più in generale per questo sistema di potere mafioso. Ci vuole una trasparenza nella pubblica amministrazione, ci vuole il rispetto della legalità e della libertà di iniziativa economica da parte degli imprenditori. Ci vuole la repressione giudiziaria nei confronti delle attività criminali; è proprio questo intreccio che fa paura, un intreccio antico non ancora sradicato.




BOX4

Di Bella: <<Il Pds non voleva indagini sulle cooperative>>


Saverio Di Bella, docente all'università di Messina, ex senatore pidiessino membro della commissione Antimafia, fondatore dell'Osservatorio sulla criminalità (che contava tra i suoi "osservatori" Rocco Chinnici e Giovanni Falcone) aveva intuito degli intrecci tra cooperative e mafia già negli anni '70/'80. <<Avevo creato la Cgil-Università - spiega - ed avevo contatti frequenti con i sindacati degli insegnanti. E proprio dai professori sparsi in Sicilia e Calabria mi erano giunte delle segnalazioni, a volte semplici voci e altre vere e proprie accuse corredate di nomi e cognomi. Purtroppo non fu mai possibile trovare delle prove…>>. In quegli anni Tino Parisi, un ex allievo di Di Bella, un comunista convinto, si suicidò perché aveva notato la presenza della mafia nella gestione di alcuni appalti. E' da quegli anni che il professore-politico si batte per ottenere chiarezza ma la sua lotta è servita solo a fargli perdere il seggio a Palazzo Madama: il partito non lo ha ricandidato alle elezioni politiche del '96. <<So di certo che il partito non voleva che si indagasse in determinate direzioni e io ero evidentemente diventato scomodo>>.




BOX5

Antonino Caponnetto: <<l’indagine è partita da Caselli>>


Il Dr. Antonino Caponnetto ci ha gentilmente inviato - per la pubblicazione sulla nostra rivista - il testo, opportunamente rielaborato, di un'intervista concessa il 24 settembre u.s. al giornalista Claudio Gherardini di "Controradio Popolare Network" e relativa all'inchiesta della Procura della Repubblica di Palermo sui legami tra mafia e "cooperative rosse".
<<Sono rimasto sorpreso nel leggere su "Il Giornale" di ieri 23 settembre uno dei consueti, inevitabili corsivi di Vittorio Sgarbi, intitolato "ALLA TV UNA CONSACRAZIONE D'INNOCENZA". L'articolo mi è apparso sorprendente non solo perché individua la consacrazione dell'innocenza di Andreotti (uno dei "pallini fissi" - questo - di Sgarbi) nella sua partecipazione alla fin troppo nota trasmissione "I fatti vostri", definita "una succursale televisiva di Famiglia Cristiana" (ognuno ha i suoi gusti…), ma anche e soprattutto laddove introduce una netta contrapposizione tra l'ex Procuratore Capo di Palermo Giancarlo Caselli, ironicamente definito "luminoso simbolo del bene contro il male", ed il suo successore Piero Grasso, il quale - scrive Sgarbi - "diventa famoso arrestando un po' di comunisti siciliani accusati di complicità con la mafia"; ed aggiunge: "Così va il mondo. Se Caselli si sente solo…".
Se Sgarbi avesse avuto la bontà di informarsi, cosa che non fa mai, prima di scrivere una simile sciocchezza, avrebbe avuto modo di leggere, sul "Corriere della Sera" del 21 settembre, un'intervista di Piero Grasso, nella quale si precisa che l'attuale inchiesta sui legami tra coop. e mafia "è il frutto dell'inchiesta di Caselli", un'inchiesta chiamata "Coop. Impero 5" e nata proprio nel 1995, "in piena gestione Caselli".
Tutto ciò Piero Grasso ha esplicitamente dichiarato "per sgombrare il campo da possibili strumentalizzazioni".
Lascio ai lettori "affezionati" il Giornale - a quelli, almeno, che abbiano conservato capacità di critica - il giudizio su questo corsivo di Sgarbi.
Ma non meno censurabile mi è parsa l'intervista con Emanuele Macaluso, pubblicata su "Il Giornale" del 24 settembre, nella quale lo stesso Macaluso ipotizza che il Procuratore Lo Forte stia cercando di "ricollocarsi", nel senso che, dopo aver "preso numerose topiche a destra" (l'allusione al "caso Andreotti" è evidente), egli cercherebbe ora, con l'inchiesta su mafia e coop. rosse, di rimediare a quegli errori. Conclude il buon Macaluso: "E adesso mi pare proprio che (le topiche) le prenderà ugualmente a sinistra".
C'è soltanto da ridere, per chi ne abbia voglia, su una tale congettura, sol che si conosca - come conosco io, la lealtà processuale e la dirittura morale di Lo Forte. Aggiungerò - per finire - un particolare, a pochi noto. Quando, stanco per i ripetuti, velenosi attacchi portatigli da certi giornalisti, avvocati e politici dopo l'assoluzione di Andreotti, Lo Forte chiese di trasferirsi ad altra sede (anche con promozione a grado superiore), fui io a telefonargli per pregarlo di ritirare quella domanda e di rimanere al suo posto per assicurare la continuità nel lavoro dell'ufficio contro la criminalità organizzata. Lo Forte, commosso del mio intervento, mi chiese di poterci ripensare e dopo qualche giorno mi comunicò che sarebbe rimasto a Palermo, dove tuttora sta svolgendo la sua preziosa ed infaticabile opera contro la mafia.
Così va il mondo. direbbe Sgarbi>>.




BOX6

*Maria Maniscalco: << O Siino si ricorda male o è una montatura>>


Qual è il suo parere riguardo le ultime vicende che hanno coinvolto la Sicilia in questi giorni?
La vicenda investe, oltre alle persone, anche un mondo politico che in parte già non c’è più, ma che in parte ancora esiste. Penso che, quando un magistrato riceve una notizia di reato, ha l’obbligo di andare fino in fondo per capire se il reato c'è oppure no. Il lavoro della magistratura perciò, deve essere rispettato e il magistrato, ma anche la polizia giudiziaria della quale i magistrati si avvalgono, deve poter svolgere la sua attività nella più totale serenità e indipendenza di giudizio. Detto questo però aggiungo che, nel caso del sindaco Giannopolo, mio marito, il capo di imputazione, poiché ancora siamo nella fase delle indagini preliminari, sia totalmente infondato. Mio marito è una persona che ha sempre combattuto la mafia, ma non solo: chiunque abbia tentato di fare affari con la pubblica amministrazione ha sempre trovato in lui un fermo difensore dei suoi interessi generali. Per questo sono sicura che tutto si chiarirà in breve tempo.
Ritiene che si possa trattare di una sorta di strumentalizzazione o, forse, Cosa Nostra sta cercando di screditare chi la combatte?
Non so cosa stia succedendo. È evidente che vi sono delle strumentalizzazioni. C’è una sorta di rigonfiamento delle vicende e, in particolare di quella che riguarda mio marito che è accusato di turbativa d’asta. Invece quello che sta raccontando la stampa è che lui faceva parte organica di un sistema affaristico-mafioso. Non si tratta insomma di un’accusa da parte dei magistrati, ma è piuttosto formulata solo da certa stampa. Anche questo aspetto si chiarirà nella maniera più totale. Per quanto riguarda la mafia, è chiaro che anch’essa strumentalizza queste cose. In questi giorni mio marito ha ricercato, per preparare la sua difesa, gli atti che ha fatto  in relazione ad alcune opere pubbliche, quelle per le quali sospettava che vi fossero interessi non proprio legittimi. È così tanta la mole di queste sue iniziative, che temo che la mafia gliela faccia pagare, poiché l’onorevole Giannopolo non si è limitato alle prese di posizione contro la mafia o a delle semplici dichiarazioni (che sono pure cose importanti, da un punto di vista verbale, culturale). Lui ha agito in modo concreto nel contrastare determinati tentativi di condizionamento. Che poi sia mafia o siano affaristi, questo un sindaco non lo può capire, ma se la cosa vale per chi vuole fare affari illeciti, vale anche per la mafia. Anche in questo la mafia probabilmente avrà di che risentirsi nei confronti di mio marito.
Cosa pensa delle polemiche che si sono create nei confronti delle dichiarazioni rilasciate da Angelo Siino, che pareva non fossero recenti, ma che invece sono state riportate da alcuni giornali come se si trattasse di novità? Ritiene che siano state strumentalizzate?
Non conosco bene tutte le dichiarazioni di Siino, non so in che contesto siano state rese, non so niente. So solo che, per quanto riguarda mio marito, Siino sostiene di aver avuto un incontro con lui. E questo è falso. Per cui i casi sono due: o Siino ricorda male, oppure è tutta una montatura.

* Sindaco di San Giuseppe Jato, moglie dell’indagato Giannopolo




BOX7

Umberto Santino: << Alleanze e compromessi>>


Mi auguro che la magistratura conduca in porto rapidamente le indagini sui rapporti tra cooperative rosse e mafia e che i dirigenti politici indagati vengano riconosciuti estranei ai fatti contestati, ma sono portato a pensare che anche questa occasione non servirà per riflettere seriamente su un passato recente che si riverbera sulla situazione attuale.
Nel mio libro L'alleanza e il compromesso avevo scritto che il Pci, che aveva avuto un ruolo fondamentale nella lotta contro la mafia, con la politica di compromesso storico e con il "patto con i produttori" aveva imboccato una strada che lo ha portato a intessere rapporti con uomini come Salvo Lima e con imprenditori come Cassina a Palermo e i cavalieri del lavoro a Catania e già nella ricerca pubblicata nel volume L'impresa mafiosa avevo parlato del ruolo delle cooperative rosse fin dai loro primi passi in Sicilia. La Ravennate venne a Palermo nel 1959 e ha gestito la costruzione, tra l'altro, dei quartieri popolari: è presumibile che nel corso delle sue attività si sia imbattuta in qualche mafioso e in qualche richiesta di pizzo ma non c'è un solo atto che dimostri una presa di posizione. Questa convivenza pacifica diventa alleanza documentabile negli anni '80, quando le cooperative rosse raccolte nel Conscoop lavorano con Cassina alla metanizzazione di Corso Calatafimi e all'interno del consorzio Italco troviamo le cooperative vicine al Pci e lo stesso Cassina, definito nella relazione di minoranza della Commissione antimafia firmata da Pio La Torre e Cesare Terranova "un pilastro del sistema di potere mafioso".
Un dirigente del Pci, Michelangelo Russo, nel 1988 dichiarava che "uno prima di formare consorzi a Palermo non può certo fare l'analisi del sangue ai gruppi locali": una frase infelice, secondo la correzione di tiro operata dallo stesso personaggio, che dimostrava un dato di fatto: le cooperative rosse, dimentiche delle loro origini, ormai avevano sposato in pieno le leggi del mercato e si alleavano con chi ci stava, senza andare tanto per il sottile.
Che la Torre, prima di cadere assassinato, si sia scontrato con compagni di partito che non amavano le "analisi del sangue", torna a suo onore ma quei compromessi e quelle alleanze nascevano da una linea politica che nel partito era largamente accettata.
Da allora si sono cambiati sigle e simboli ma bisogna vedere se alle dichiarazioni generiche sulla trasparenza corrispondano reali inversioni di rotta. Non mi pare un caso che, sfiorita l'emozione suscitata dalle grandi stragi di mafia, i governi di centro-sinistra abbiano fatto marcia indietro nella lotta alla mafia, isolando la magistratura che si è trovata ad operare con armi sempre più spuntate. In questi anni ci sono stati amministratori locali progressisti in prima linea nella lotta alla mafia (e mi auguro che la posizione di Domenico Giannopolo, sindaco di Caltavuturo, che ha denunciato più volte le infiltrazioni mafiose, possa essere al più presto chiarita), ma non si è visto un impegno complessivo degli eredi del Pci. La ricerca del consenso e del potere ad ogni costo può fare brutti scherzi, come quelli che hanno portato prima all'incontro con Lima e fino a qualche mese fa a condividere il governo regionale con personaggi che hanno già il loro posto in una storia del trasformismo locale e nazionale. Che questi personaggi e i loro amici oggi inneggino alla magistratura, che svillaneggiano quando guarda dalla loro parte, non mi sorprende. Questo teatrino l'avevamo già visto.


Presidente del Centro Impastato





BOX8

Giuseppina Zacco: << Si può ancora fare la lotta alla grande corruzione>>


Nel mese di giugno abbiamo incontrato la vedova La Torre per un’intervista. Rispondendo alle nostre domande, Giuseppina Zacco ha restituito una lucida ricostruzione della difficile battaglia del marito a Palermo, solo contro la mafia senza l’appoggio di alcuno, nemmeno del suo partito.
<< Quando Pio scese giù io ero contraria. Gli dicevo: «che cosa vuoi fare da solo? Da che parte vuoi aiuto? Il partito è molto debole, giù non ti aiuteranno in questo perché sono grandi battaglie». Quando hai una povertà di partito, nel senso che il partito è piccolo e non ti appoggia e a livello nazionale, non hai nessun sostegno, è tutto perfettamente inutile, sei solo. Infatti Pio faceva i comizi ed andavano i mafiosi a registrare. Glielo dicevano dopo. Rilasciò delle interviste al giornale «L’Ora» in cui parlava apertamente della P2, di Sindona. Dissi ai giornalisti: «per piacere non le pubblicate!» Mi risposero: «non lo possiamo fare se no Pio ci ammazza». Partecipava alle riunioni a Bagheria nelle cooperative dove c’erano i manifesti: «cooperative alleate con i Greco». Quali erano queste cooperative? Erano le bianche e le rosse. Fatto sta che lo mandavano via dicendogli: «caro La Torre te ne vuoi andare? Perché qui noi altri facciamo denaro!» Tanto che negli ultimi giorni mi disse: «è arrivata la nostra ora!»
Io ero qui a Roma, lui a Palermo...>>.
In questo momento, alla luce della cronaca odierna, queste parole risuonano di un eco piuttosto inquietante, oltretutto pare che le recenti indagini potrebbero far riaprire il processo alla ricerca dei mandanti esterni.
Lei diede ai magistrati alcuni fascicoli. Si potrebbe dunque arrivare ai mandanti esterni?
No! I mandanti esterni? Pio aveva degli appunti. Li hanno letti pure Chinnici e Falcone. Chinnici era arrivato a scoprire i mandanti e infatti fu ammazzato per questo. Poi quando morirono i Salvo dissi: «basta! Stop! Non si saprà più niente». Poi ci fu l’assassinio di Lima, che non era più referente della mafia. Perché lo hanno ammazzato? Perché non serviva più. Era un nome troppo conosciuto.
Oggi questi appunti non possono essere utilizzati?
No! Perché non c’è più nessuno che voglia fare queste battaglie. Ogni tanto si acchiappa qualche mafioso. Arriverà l’ora di Provenzano, latitante da 30 anni. Non è più questa la mafia, sono i figli dei figli, con altri nomi, ecc... [...] E’ finita la mafia della coppola. Ora abbiamo le grandi corruzioni con i grandi compromessi. Da qui non se ne esce fuori! Non si verrà mai a sapere chi sono stati i mandanti. Si può conoscere l’uomo intermedio (come il caso del Cocuzza che ha ammazzato mio marito), l’altro mafioso che ha dato l’ordine ed ha pagato, colui che ha diretto determinate operazioni in Sicilia  per eliminare certe cose che non andavano, come hanno fatto i Salvo. Sono stati i Salvo ad incaricare la mafia e la mafia ha incaricato il killer? Ma ai Salvo chi è che ha dato la dritta? Non si arriverà mai a scoprire la verità!
Quello che si può ancora fare è la lotta alla grande corruzione con la massima sorveglianza su questo, non sugli scippi o sul pericolo delle strade, come si chiede. La violenza per le strade ci sarà sempre in tutte le parti del mondo. C’è l’uomo buono e l’uomo cattivo. Sono i grandi compromessi politici che portano poi a determinare certe leggi a favore di e a sfavore di e la conoscenza di determinate cose.
Ma.C. & L.B.




BOX9

Alfredo Mantovano: << La collusione non è patrimonio di una sola parte politica>>

Potrebbe commentare le ultime vicende delle Cooperative Rosse in Sicilia?
Credo che in questo momento cominci a delinearsi quello che era già stato descritto da fonti anche autorevoli, sia interne a partiti della sinistra, in particolare Pci e Pds, alla sinistra in generale, sia da fonti esterne, reportage giornalistici, ricostruzioni storiche, ecc. Quindi che la collusione con la criminalità di tipo mafioso non è stata patrimonio esclusivo di una parte politica e, in modo specifico della democrazia cristiana, ma era un tavolo al quale hanno partecipato, se non i partiti ufficialmente rappresentati o se non sempre gli stessi, per lo meno personaggi autorevoli di questi partiti. Da tale accordo sono scaturiti una serie di fatti concreti. In passato si sono aperti degli squarci, in particolare una vicenda che mi è capitato di seguire con una certa attenzione in Commissione antimafia e cioè quella relativa ai cantieri navali di Palermo e alle denunce del sindacalista Gioacchino Basile. Non è un caso che Basile, una decina di anni fa, sia stato contestualmente licenziato dalla Fincantieri ed espulso dalla Cgil proprio nel momento in cui esponeva queste denunce. Ma adesso, al di là dei casi specifici, credo che lo sguardo d’insieme dato anche da un esponente autorevole del Pci siciliano del passato come Colajanni, sia significativo e adeguato ai termini di conferma di quello che tanti altri hanno sempre detto esserci stato. Questo è lo sfondo e su questo sfondo si inseriscono i singoli episodi criminosi nei quali la magistratura indaga. Ritengo quindi che il lavoro dell’autorità giudiziaria vada rispettato e che non possa tollerare sovrapposizioni dall’alto.
Secondo lei come mai ci sono state queste polemiche sulle dichiarazioni di Siino?
Come sempre accade le parole del collaboratore di giustizia, a seconda delle convenienze, vengono ritenute da buttare a mare, perché prive di qualsiasi attendibilità se non riscontrate, oppure la bocca della verità. Devo dire che sinora, per quello che emerge anche dagli atti dell’antimafia, queste parole non hanno avuto l’unico seguito che dovevano avere, cioè un accertamento serio che portasse all’identificazione dei riscontri (che è l’unico modo per attribuire valore alle parole di un collaboratore di giustizia). Si potrebbe fare un discorso analogo a proposito del memoriale di Nicolosi. Probabilmente l’autorità giudiziaria stava svolgendo con la dovuta riservatezza i necessari accertamenti del caso anche se, forse, hanno impiegato più tempo di quanto ci si aspettasse fosse necessario. Da questo punto di vista la Commissione antimafia non ha fatto quello che doveva fare.
Cosa avrebbe dovuto fare secondo lei?
Avrebbe dovuto istituire un comitato  come lo ha fatto per tante atre vicende. Partendo da quelle dichiarazioni doveva verificarne l’attendibilità e provare a ricostruire un fenomeno eventualmente esistente. Ma la Commissione antimafia è una commissione d’inchiesta, non un luogo dove si chiacchiera in libertà. Se poi non conduce inchieste, credo che non giustifica la sua esistenza.
 
*Responsabile giustizia AN



BOX10

 Maria Falcone:  <<Il problema è degli uomini all’interno dei partiti>>


Qual è il suo parere sui rapporti tra mafia e politica?
I rapporti fra mafia e politica ci sono sempre stati a livello di corruzione vera e propria e in effetti non è che si possa parlare soltanto di partiti più o meno collusi ma, soprattutto, di uomini. Il problema è degli uomini che ci sono all’interno dei vari schieramenti e che si sono lasciati corrompere. Quindi è questa purtroppo la cosa tremenda, che avvilisce, che ci porta a dover mettere tutti i nostri sforzi nel portare avanti quella che è la lotta alla corruzione, sia politica che amministrativa.
Secondo lei come mai sono nate tutte queste polemiche nei confronti delle dichiarazioni di Angelo Siino?
Le polemiche ci sono poiché tutti, naturalmente, ne siamo in qualche modo toccati. Siino ha detto chiaramente qual è il sistema degli appalti che è un sistema che brucia, che è un sistema che (Lei ha letto il libro di Luca Tescaroli) sta alla base anche della morte di Giovanni che aveva cominciato le indagini proprio in quel ramo. E’ la dimostrazione di quanto gli appalti siano stati importanti e come abbiano coinvolto un po’ tutti. Perciò la voglia di nascondere e di mettere a tacere porta, naturalmente, alle polemiche.
Potrebbe trattarsi anche di una sorta di tentativo da parte di Cosa Nostra di screditare coloro che sono impegnati nella lotta alla mafia?
La mafia prova sempre a screditare, ma non credo si tratti di questo. Il motivo principale è che queste indagini toccano un po’ tutti. E il problema dei frutti del denaro che nascono da questa corruzione, da questi collegamenti, è talmente forte che porta a creare un movimento per screditare i pentiti in generale e, nel caso particolare, Siino.




BOX11

Claudio Fava: << Sono disposto a dimettermi>>

Una risposta alle affermazioni di Napoleone Colajanni ma anche una analisi a tutto campo sui Democratici di Sinistra e sulla loro storia. E’ quella contenuta nell’intervista al segretario regionale dei Ds Claudio Fava pubblicata oggi dal quotidiano La Sicilia.
«Al posto di Napoleone Colajanni, avrei stretto la cinghia - dice Fava- e avrei rifiutato quei contributi: penso che chi ha la responsabilità politica di rappresentare un partito, debba evitare ogni forma di sottoscrizione che non sia assolutamente certificata e trasparente. Non ho difficoltà a dirle che sotto la mia gestione il partito tira la cinghia, ma quando c’è da affrontare un imprevisto il segretario e i parlamentari mettono mano alle loro identità».
«Il partito di cui sono diventato segretario - continua Fava - è figlio di Enrico Berlinguer e di una dura battaglia politica, anche dentro la sinistra, per affermare la priorità della questione morale sempre e su tutto».
Fava sostiene che «i Ds sono anche il frutto di un confronto molto aspro che attraversò il vecchio Pci e che fece prevalere un’idea politica affrancata da ogni sospetto e da ogni ambiguità. Chi riteneva di dover usare realismo e tolleranza nei confronti dei vecchi cavalieri del lavoro, chi favoriva i consorzi tra cooperative e imprese sospette, chi evitava per prudenza ogni ‘analisi del sangue’ in un tempo in cui la collusione era la regola, è stato sconfitto. Da Pio La Torre in poi è prevalso uno stile della politica costruito sul rigore e sulla coerenza».
Il segretario dei Ds interviene sui dirigenti diessini indagati: «Gianni Parisi è il Presidente del Comitato dei garanti, Domenico Giannopoli è uno dei nostri più rigorosi parlamentari regionali. Sono talmente certo della loro correttezza politica che non ho difficoltà a mettere a disposizione il mio mandato se i giudici dovessero dimostrami il contrario».
Nell’intervista Fava risponde anche alle polemiche arrivate da centrodestra: « per quelli del Polo ci sono giudici amici e giudici comunisti; per noi ci sono solo magistrati impegnati nella ricerca della verità. Che sta loro a cuore quanto al nostro partito.»
Palermo, 26 settembre 2000
 
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  • Editoriale

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    La nascita della seconda Repubblica sul sangue di Falcone e Borsellino

    Il 19 luglio 1992, a cinquantasette giorni di distanza dalla strage di Capaci, veniva assassinato a Palermo, in via D’Amelio, il giudice Paolo Borsellino e con lui gli agenti della sua scorta.

    Il 20 luglio 1992 nasceva la Seconda Repubblica di questo nostro Paese, basata sulla corruzione, sulle mafie, sulla violenza, sul dominio, sulla prevaricazione, sulla ricchezza illecita, sul razzismo e sulla xenofobia.

    Oggi, ancora luglio, ma 2008, ci ritroviamo per la terza volta al governo l’imprenditore Silvio Berlusconi, plurimputato in diversi processi, amico di condannati per mafia e amico di Cosa Nostra sin dai primi anni Settanta. Che inneggia, abbracciato al suo principale garante Marcello Dell’Utri, all’eroe Mangano, complice dello scioglimento nell’acido di esseri umani.


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    Appello contro la pedofilia e la sua ideologia. L'allarme lo lancia l'Associazione Meter di Don Fortunato Di Noto.
    Libera l'Acqua: prosegue la campagna sull'oro blu da parte delle associazioni del Cipsi.
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