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Antimafia Duemila

Wednesday
Aug 20th
Ipocrita retorica patriottica PDF Stampa E-mail
di Giulietto Chiesa

Non bisogna avere paura di dire l’avevamo detto. Il movimento contro la guerra in Irak è stato, in Italia, il più possente e insieme il più diversificato. Ma tutte le motivazioni che l’hanno fatto grande convergevano su alcune, fondamentali assunzioni: si trattava di una guerra senza alcuna legittimazione; preventiva e quindi doppiamente illegale; sbagliata perché pensata sull’ipotesi che fosse possibile esportare con la forza valori e democrazia; inutile perché non avrebbe risolto alcun problema, a cominciare dalla lotta contro il terrorismo; pericolosa perché avrebbe aggravato quelli esistenti in particolare moltiplicando i focolai di terrorismo. Tutto ciò che era stato previsto si è , purtroppo, verificato. Ed è tanto più triste constatarlo dopo che molti nostri soldati sono caduti in combattimento. Poiché dice che quei morti potevano essere risparmiati. Adesso coloro che sono responsabili diretti di quelle nostre morti cercano canagliescamente di nascondere le loro responsabilità sotto una coltre di rettorica patriottica. Occorre invece riflettere con il massimo di sangue freddo. Riflettere significa aiutare la gente a non cadere nelle molteplici trappole che molti media spargono a piene mani. La più insidiosa delle quali è la tesi secondo cui tutto ciò che sta accadendo in Irak, in queste ore, sia terrorismo fondamentalista islamico, importato dall’esterno, farina del sacco di bin Laden. A parte il fatto che sostenere questa tesi equivale a riconoscere che gli USA hanno commesso un errore irreparabile, moltiplicando il pericolo terrorista, occorre dire a gran voce che essa è comunque falsa. Ridurre tutto a terrorismo fondamentalista significa fasciarsi occhi e orecchie e illudersi che esso possa essere domato con un incremento di forza militare. In realtà è evidente la presenza - accanto, insieme, intrecciata con il terrorismo - di una potente, diffusa resistenza popolare contro le truppe d’occupazione. Questo significa che un aumento della repressione sarà, per un tempo imprevedibile, accompagnato da un incremento della reazione, cioè da altro sangue, altro terrorismo, altre morti, irachene e straniere. Sbagliare la valutazione significa sacrificare inutilmente altre vite. Ritirarsi è dunque obbligatorio, anche perché il vuoto pauroso creato dalla dissennata guerra statunitense non sarà certo colmato dalla presenza italiana. Perfino il Giappone - che aveva promesso truppe - è tornato sulla sua decisione. La Corea del sud riduce il contingente. L’India rifiuta, la Turchia rifiuta. Russia, Germania e Francia restano fuori. Tutti vili? In realtà tutti più o meno consapevoli che bisogna cambiare rotta, subito, senza por tempo in mezzo. Questo barlume di resipiscenza sta emergendo perfino a Washington. Forse per ragioni elettorali, ma potremmo presto trovarci di fronte a una abbandono anticipato del campo da parte perfino degli Stati Uniti. Anticipato significa ancor prima che una qualsiasi soluzione di autogoverno iracheno sia stata messa in piedi. S’impone una iniziativa politica che sia, in primo luogo, un messaggio positivo al popolo iracheno stremato dalla dittatura, dall’embargo e dalla guerra, le cui coordinate sono visibili fin d’ora e che dovrebbero essere subito sperimentate: consegna alle Nazioni Unite della responsabilità politica; ritiro annunciato da subito e gradualmente eseguito di tutte le truppe di occupazione; loro sostituzione graduale con le truppe di paesi che non hanno preso parte all’aggressione militare anglo-americana; progressivo inserimento di forze militari e di polizia dei paesi arabi e musulmani. Difficile? Difficilissimo. Se qualcuno ha soluzioni politiche più facili le esponga. Il movimento contro la guerra faccia sentire la sua voce. L’emozione e il dolore, insieme alla campagna mediatica, insieme alle incertezze di un’opposizione senza bussola, hanno modificato in senso negativo - inutile nasconderselo - il panorama dell’opinione pubblica italiana. I sondaggi, pur da prendere con le pinze, indicano un paese spaccato in due, dilaniato, tra l’ipotesi del ritiro e quella del proseguimento, senza destino e prospettiva, di una presenza italiana in Irak. Il governo - cieco come prima - dichiara di voler procedere peggio di prima. Prima che la guerra cominciasse, poi a guerra iniziata, abbiamo riempito il paese di bandiere di pace. Molte sono rimaste - e giustamente - appese a dimostrare che fu giusto metterle, perché la guerra non era affatto finita. Chi le ha lasciate aveva ragione. Le lasci, anche se i loro colori si sono stemperati. Chi le ha ritirate le riesponga. Chi non le aveva ancora messe le tiri fuori. E’ un messaggio visivo potente, razionale, solidale, democratico. Moltiplichiamolo, nell’interesse della ragione e della pace.
Tratto da Megachip



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Zanotelli: “Pisanu doveva dirci la verità”


 (AGE) [Dal nostro corrispondente Riccardo Rossi] NAPOLI –
“Bisogna ricordare al Ministro Pisanu quando diceva che questa ara una missione tranquilla, che non c’era nessun pericolo. Doveva dirci la verità! E’ grave che Pisanu abbia reagito a quel modo nei confronti di un rappresentate del Vangelo del calibro del Vescovo Nogaro”. Queste le parole del comboniano Padre Alex Zanotelli, per 12 missionario in Africa a fianco dei più deboli e da tempo schierato contro la guerra preventiva in Iraq. “Il Papa - continua Zanotelli - prima dello scoppio della guerra in Iraq è stato chiarissimo nel dire no a questo conflitto. Quando Bush parlava dell’impero del male di Saddam Hussein, il Papa fu ancora una volta chiarissimo: il bene è la pace, il male è la guerra. Il Cardinale Tauran ha detto che questa guerra è immorale, sulla stessa linea anche il Cardinale Maritini, frasi che seguirono poco dopo le parole del Santo Padre”. “Basterebbe dire che la guerra preventiva è immorale- continua Zanotelli che cita una frase del giornale Cristiano la Civiltà Cattolica- e distrugge qualsiasi tipo di legislazione internazionale. E’ da queste premesse che il Vescovo Nogaro ha fatto le sue considerazioni.”  “Questo attacco all’Iraq ha attirato l’ira dei musulmani- prosegue Padre Alex- è stato visto come un attacco al cuore dell’Islam, da parte degli Usa e dell’Inghilterra. Ora i musulmani vedono anche Europa e Italia come forze di invasione. Meno male che il Papa ha detto no alla guerra in tutti i modi, altrimenti per il mondo islamico sarebbe stata una guerra di religione, con conseguenze ancora più gravi”.  Questo è il contesto da dove ha parlato il Vescovo Nogaro- conclude Zanotelli- ha parlato come uomo del Vangelo. Non stiamo giudicando i ragazzi che hanno dato la vita, perché loro credevano in una missione di pace. Quando un pastore promuove il Vangelo parlando contro la guerra, ha fatto solo quello che doveva fare?. (AGE)  RED




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Gino Strada: La guerra schifosa e rivoltante

 
Ho lasciato l’Afghanistan pochi giorni fa. Quando sono partito, Fahim Khan era agonizzante nel reparto di rianimazione. Diciannove anni, dilaniato da una bomba non lontano dal palazzo reale di Kabul, mentre stava tentando di rimettere a posto la propria casa danneggiata dai bombardamenti. Sono partito con negli occhi il padre di Fahim, seduto a fianco del figlio in silenziosa disperazione. Fahim e suo padre mi sono tornati in mente ieri mattina, quando Mario Ninno mi ha chiamato da Baghdad per dirmi della strage di Nassiriya. Altri ragazzi come Fahim, fatti a pezzi da un’altra esplosione. Ragazzi italiani. Ho pensato ai loro padri, lontani migliaia di chilometri, che forse non vedranno neppure i resti dei propri figli. “Nessuno è così pazzo da preferire la guerra alla pace: in tempo di pace sono i figli a seppellire i padri; con la guerra tocca ai padri di seppellire i figli” scriveva Erodoto nel quinto secolo prima di Cristo. La follia della guerra è tutta qui: qualche decina di ragazzi si sono svegliati ieri mattina in Iraq, e ieri sera non sono andati a letto, non ci sono più. Hanno iniziato il grande sonno, come altri milioni di ragazzi prima di loro, in Afghanistan e in Cecenia, in Congo e in Kosovo e nei mille luoghi di violenza del nostro pianeta: sottratti alla vita non da un male incurabile ma dalla volontà e per opera di altri esseri umani. Ogni volta che la guerra si porta via una vita umana è una sconfitta, per tutti, perché ha perso   l’umanità, perché si è persa umanità. Il rispetto per i morti, per il dolore dei loro congiunti può e deve provocare una riflessione di tutti, anziché la polemica di alcuni. Dobbiamo tutti prendere atto che si è al di fuori della ragione, ogni volta che i rapporti tra esseri umani si esercitano con la forza, con le armi, con l’uccisione. L’umanità potrà avere un futuro solo se verrà messa al bando la guerra, se la guerra diventerà un tabù, schifoso e rivoltante per la coscienza e per la ragione. Ancora una volta dobbiamo dire, con infinita tristezza, “basta guerre, basta morti, basta vittime” Tratto da Emergency



ANTIMAFIADuemila N°36
 
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  • La Rivista
    cop59.gif In edicola dal 18 luglio 2008

    In questo numero:
    Leggi "blocca processi", leggi "salva premier", "41 bis" revocati e intercettazioni vietate. E' scontro istituzionale.
    La Procura di Salerno ribalta il "caso De Magistris". Chiesta l'archiviazione ed annunciate indagini contro chi lo ha accusato.
    Presto al via il processo Toghe Lucane. La più importante inchiesta degli ultimi cinquant'anni.
    Agenda Rossa: La procura si appella alla Cassazione.
    Trapani: Nuovi legami tra mafia politica e massoneria. Il boss Messina Denaro tradito da falsi amici e documenti pericolosi.
    Gli affari della Despar in Sicilia. Si aggrava la posizione di Scuto nel processo.
    Barlume di speranza sul caso Rostagno. Vent'anni dopo l'attentato una perizia balistica potrebbe far emergere la verità.
    Talpe Dda. Le motivazioni delle sentenze Cuffaro, Borzacchelli e Ciuro.
    Calcestruzzi spa. Le dichiarazioni di Siino su Pesenti.
    Nu Bellu Lavuru. Sulla Ss 106 una commistione tra 'Ndrangheta e politica.
    Gli interessi di Cosa Nostra sul ponte di Messina.
    Ed altro ancora...
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  • Editoriale

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    La nascita della seconda Repubblica sul sangue di Falcone e Borsellino

    Il 19 luglio 1992, a cinquantasette giorni di distanza dalla strage di Capaci, veniva assassinato a Palermo, in via D’Amelio, il giudice Paolo Borsellino e con lui gli agenti della sua scorta.

    Il 20 luglio 1992 nasceva la Seconda Repubblica di questo nostro Paese, basata sulla corruzione, sulle mafie, sulla violenza, sul dominio, sulla prevaricazione, sulla ricchezza illecita, sul razzismo e sulla xenofobia.

    Oggi, ancora luglio, ma 2008, ci ritroviamo per la terza volta al governo l’imprenditore Silvio Berlusconi, plurimputato in diversi processi, amico di condannati per mafia e amico di Cosa Nostra sin dai primi anni Settanta. Che inneggia, abbracciato al suo principale garante Marcello Dell’Utri, all’eroe Mangano, complice dello scioglimento nell’acido di esseri umani.


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  • Terzo Millennio

    terzomillennio_250_pixel.jpg


    In questo numero:

    Dopo sei anni di prigionia è stata finalmente liberata Ingrid Betancourt.
    Giulietto Chiesa, sempre analizzando il quadro internazionale degli eventi, spiega il trattato di Lisbona, attorno al quale si è creato un vero dibattito politico.
    Nuovi interrogativi sull'11 settembre. Troppi crolli accidentali.
    Appello contro la pedofilia e la sua ideologia. L'allarme lo lancia l'Associazione Meter di Don Fortunato Di Noto.
    Libera l'Acqua: prosegue la campagna sull'oro blu da parte delle associazioni del Cipsi.
    Si torna a parlare di Nucleare. Una minaccia per il mondo.
    Intervista al pm paraguaiano Arnaldo Guizzo in lotta contro la corruzione e il narcotraffico.
    Appello per un'informazione libera: un nuovo format televisivo per garantire libertà e democrazia nell'informazione.


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