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Riina resta al 41 Bis PDF Stampa E-mail

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7 maggio 2008
Roma.
"E' ancora pericoloso". Questa la sentenza della Suprema Corte della Cassazione che conferma il regime di carcere duro.



Totò Riina, il capo dei capi di 'Cosa Nostra', deve rimanere nel penitenziario di Opera in regime di carcere duro. Lo ha deciso la Cassazione che ha negato al capo dei Corleonesi l'istanza del differimento pena, quella di detenzione domiciliare e quella per contestare la proroga del 41/bis decisa con decreto ministeriale del 12 dicembre 2006. In particolare, la Prima sezione penale della Suprema Corte - con la sentenza 18398 depositata oggi - ha dichiarato "inammissibili" tutte le richieste avanzate da Riina e ha confermato il 'no' all'attenuazione del regime detentivo così come stabilito dal Tribunale di sorveglianza di Milano il 12 ottobre 2007. Ad avviso dei giudici di piazza Cavour è ancora attuale "il pericolo per l'ordine pubblico e la sicurezza" rappresentato dal boss che ha una "impressionante biografia penale" e che è "potenzialmente in grado", se scarcerato, di riprendere i contatti con la Mafia. In proposito gli "ermellini" ricordano che le più recenti informative degli organi di polizia hanno evidenziato "la perdurante operatività del sodalizio di appartenenza del Riina (la Mafia siciliana nel suo complesso), tuttora oggetto di indagini diffuse per reati di gravissima rilevanza, sodalizio nel quale il Riina rivestiva un ruolo di vertice assoluto". La Cassazione osserva inoltre che "potenzialmente" Riina, nonostante sia al 41/bis "e tanto più se il carcere duro venisse revocato", sarebbe in grado "di mantenere contatti con la consorteria mafiosa di appartenenza ed anche con quelle altre articolazioni delinquenziali in vario modo ad essa collegate". Il capo della Cupola di 'Cosa Nostra' a sostegno delle sue richieste aveva rappresentato la gravità delle sue condizioni di salute con riferimento ai rischi di infarto e ad un probabile tumore alla prostata. Ma la Cassazione gli ha risposto che le più recenti relazioni mediche sul suo stato di salute "non solo illustravano un quadro stabile e sotto controllo ma, soprattutto, negavano qualsiasi incompatibilità con il regime carcerario in atto".

ANSA
 
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