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Home arrow Informazione arrow Rassegna Stampa arrow Saviano: "A volte maledico Gomorra"
Saviano: "A volte maledico Gomorra" PDF Stampa E-mail

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7 maggio 2008

Sui legami fra Canada e mafia l’autore ha detto: «Attenzione, non è un problema solo italiano»
«Sarei bugiardo se dicessi che non mi sono mai pentito. Lo riscriverei 100 volte.

Ma molte mattine mi sono svegliato e ho maledetto Gomorra per tutto quello che ha creato. Sono uno scrittore, non un mistico con la vocazione di martire». Roberto Saviano arriva all’Istituto Italiano di Cultura di Toronto con l’auto blu e la scorta, che lo segue ovunque. A 28 anni vive blindato come un pentito. Ma la sua colpa agli occhi della camorra non è aver infranto il loro codice d’onore come i collaboratori di giustizia, ma aver raccontato in un libro, che ha venduto oltre 2 milioni di copie ed è stato tradotto in 43 lingue, come funziona la camorra, anzi il “Sistema” o “Cosa Nuova”.

Cosa l’ha spinta a scrivere un libro su un argomento che ha messo a rischio la sua vita?
«Sono cresciuto in una terra complicata. Quando avevo 16 anni hanno ammazzato il prete del mio paese e nel 2002 la camorra ha ucciso Federico Del Prete, un uomo che aveva più volte denunciato i soprusi dei clan e promosso manifestazioni contro il pizzo. Queste cose mi hanno scavato dentro. Ho scritto Gomorra per rabbia e per ambizione perché speravo di poter cambiare qualcosa».

E cosa è cambiato?
«Sul piano politico niente. Sul piano culturale, invece, sono cambiate due cose. Da una parte le persone si sono sentite stimolate, ora vogliono sapere, pretendono che se ne parli. E dall’altra Gomorra ha rotto la cappa di silenzio che gravava sui media e sulla magistratura, che prima non potevano parlare del loro lavoro e della mafia».
Si aspettava così tanto successo?
«No. All’inizio sono state pubblicate 5000 copie, poi il libro è esploso grazie al passaparola. È il lettore quello che fa la differenza».

Ha mai paura?
«No, ma non perché sono coraggioso, perché sono molto protetto. Sono costantemente sotto scorta da due anni e quando vado a Napoli vivo chiuso in caserma. La cosa che mi pesa di più, però, è aver coinvolto in tutto questo anche la mia famiglia. È un senso di colpa di cui non ti liberi facilmente».

Si dice che la mafia sia ovunque. Secondo lei è anche in Canada?
«Tutto quello che so sul Canada è che ha accolto molti capitali dei cartelli criminali italiani perché l’errore più comune è pensare che la criminalità organizzata sia un problema solo italiano. Non è così: è un problema internazionale».

Cosa si può fare fuori dall’Italia per limitarne l’espansione?
«Intanto smettere di accogliere capitali “sporchi”, poi controllare di più le banche e il settore dell’edilizia. Anche creare una polizia e una giurisprudenza antimafia sarebbe importante».

Quali sono i legami fra mafia e politica in Italia?
«Dopo “Tangentopoli” sono cambiate molte cose. Le mafie locali continuano a scegliere sindaci e assessori, indipendentemente dal partito. A livello nazionale, invece, solo Cosa Nostra sceglie i politici. Gli altri preferiscono influenzare il sistema coi soldi. Per capire in che modo la criminalità organizzata influenza la politica, infatti, io studio le strategie che usano le grandi aziende per influenzare il sistema, per esempio Bmw o General Motors. La mafia funziona allo stesso modo perché è il capitale che determina tutto».

Quindi la mafia è soprattutto un potere economico?
«La mafia è il più grande potere economico dell’Italia. Manovra ogni anno 150 miliardi di euro e negli ultimi 30 anni ha ammazzato 10mila persone. Molte più di quante ne siano morte nella Striscia di Gaza».

tratto da   http://www.corriere.com

 
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