| LA LUNGA STORIA DI UNA BREVE VITA N°5 |
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Perché “la Cosa Nostra” americana ha ucciso il Presidente della nuova frontiera La presidenza Passarono i due mesi e mezzo, previsti dalla legge americana, che separano l’elezione del presidente dal suo definitivo insediamento e in una fredda mattina di gennaio la folla raccolta nella piazza del Campidoglio attendeva con impazienza il sospirato discorso d’inaugurazione. La neve bianca incorniciava il suggestivo paesaggio invernale mentre un vento di rinnovamento soffiava su tutti gli Stati Uniti. Erano finalmente terminati i lunghi anni del dopoguerra, quelli della «caccia alle streghe» e nel cuore degli americani il viso giovane e bello di John Kennedy incarnava la speranza di un futuro migliore. Apparve alle 12:20 e in uno scrosciare di applausi prese il suo posto sul podio. Alle 12:51 il presidente della Corte Suprema, il giudice Earl Warren, diede inizio alla cerimonia di giuramento alla quale fece seguito il discorso d’insediamento: «Da questo tempo e da questo luogo, giunga agli amici e ai nemici l’annuncio che la fiaccola è stata trasmessa a una nuova generazione di americani, nati in questo secolo, temprati dalla guerra, plasmati da una pace aspra e amara, fieri del loro antico retaggio». Il discorso assunse poi toni di speranza: «Cominciamo daccapo, e ricordiamoci tutti che il contegno civile non è segno di debolezza e che la sincerità è sempre soggetta a riprova. Non negoziamo mai per timore, ma neppure temiamo mai di negoziare… Tutto ciò non sarà compiuto in cento giorni, né in mille giorni né durante questo nostro mandato né forse nel corso della nostra vita su questo pianeta. Ma cominciamo… Perciò, concittadini americani, non chiedete che cosa potrà fare per voi il vostro paese, chiedetevi che cosa potrete fare voi per il vostro_paese… Concittadini del mondo, non chiedete che cosa farà per voi l’America, ma che cosa potremo fare insieme per la libertà dell’uomo». Il calore degli applausi lo avvolse in un abbraccio di speranza e di emozione che lasciò poi il posto ai festeggiamenti. La sera, alla Casa Bianca, fu la volta del «galà» e Danielle, la moglie di Richard N. Gardner, sottosegretario agli affari esteri con Kennedy e futuro ambasciatore degli Stati Uniti a Roma, così ricorderà l’arrivo di John e Jacqueline al ballo d’inaugurazione: «Quando Jacqueline vestita di bianco entrò, con accanto a lei John Kennedy in frac, nella sala ci fu un grande ‘Oh!’ di ammirazione. Era forse la giovane coppia reale che l’America desiderava e che non aveva mai avuto prima». Il giovane John Kennedy diventò così il capo della nazione più potente del mondo. Lo aspettavano lunghi giorni di intenso lavoro, durante i quali avrebbe dovuto dirigere i rapporti diplomatici con più di cento governi stranieri. Riconfermò alla direzione di Fbi e Cia rispettivamente J. Edgar Hoover e Allen W. Dulles, mentre, in un coro di proteste, nominò ministro della giustizia il fratello Bob. In «Kennedy, un’epoca nella memoria» il fotografo Jacques Lowe, amico del presidente, così commenta il fatto: «quando John F. Kennedy nomina suo fratello Bob, ministro della Giustizia, si leva una protesta generale sia fra i repubblicani che fra i democratici. Negli Stati del Sud, in particolare, sono seccati che un ministro della Giustizia si occupi del problema dei diritti civili, e il New York Times esce con l’editoriale: ‘Se Robert Kennedy fosse stato uno degli avvocati più famosi del Paese, una figura di spicco fra gli esperti di problemi giuridici, un Pubblico Ministero conosciuto… la situazione sarebbe diversa…’. Il New Republic lo definisce ‘non adatto alla carica’. Lo stesso presidente Kennedy, quando gli viene chiesto come avrebbe annunciato la nomina, disse scherzosamente: ‘Mah, penso che aprirò la porta principale della casa di Georgetown un mattino, più o meno alle due, guarderò prima a destra e poi a sinistra e, se non ci sarà nessuno in giro, sussurrerò: è Bobby’. Ma la decisione di proporre la nomina e di accettarla non è stata facile per i due fratelli. Robert Kennedy è incerto su ciò che avrebbe desiderato fare, combattuto se iniziare una carriera politica propria, oppure entrare a far parte del governo in una posizione meno esposta. Per la verità aveva rifiutato l’offerta. Ma il presidente insistette. Voleva che Bobby facesse parte del governo. Aveva bisogno di qualcuno che gli dicesse assolutamente la verità, anche se dolorosa, e sapeva bene quanto fosse difficile per un presidente avere vicino una tale persona». Robert Kennedy, infine, accettò l’incarico, decise di fare del suo ministero un potente organo di lotta contro l’ingiustizia e si impegnò in modo particolare nella battaglia alla criminalità organizzata, un problema che, come lui stesso affermò, «è diventato sempre più serio negli ultimi dieci anni». Bob sosteneva che la mafia avesse una sorta di comitato direttivo e che i suoi traffici fossero diramati ovunque, ma la sua dichiarazione trovava la disapprovazione dei criminologi. Tra i suoi collaboratori ricordiamo Byron White, Nicholas Katzenbach, ministro della Giustizia aggiunto, i premi Pulitzer John Seingethaler e Edwin O. Guthman e Walter Sheridan, al quale Bob affidò il compito di dirigere lo speciale gruppo investigativo. Alle dipendenze del ministro Kennedy c’era anche l’Fbi ma Hoover si dimostrò subito contrario all’ascesa al potere di colui che riteneva essere un giovane inesperto. D’altra parte non era il primo ministro della Giustizia ad avere problemi con lui, l’uomo che «saltava» il ministero per riferire direttamente al presidente. In breve tempo Bob e John fecero in modo di ristabilire l’ordine e obbligarono l’Fbi a tornare alle dipendenze del ministero della Giustizia. Come dirà l’esperto Cyril Connolly, «…Robert Kennedy ordina al Federal Bureau of Investigation di unirsi al ministero prendendo parte non soltanto alla lotta contro la criminalità organizzata, ma anche alla battaglia per l’applicazione dei diritti civili. Ciò che è notevolmente estraneo ai principi di Hoover che, notoriamente, non ha simpatia per i negri». L’ufficio del presidente si riempiva intanto dei rapporti provenienti da ogni parte del mondo i quali richiamavano la sua attenzione su problemi di ordinaria amministrazione che non potevano essere trascurati: i suoi grandi progetti per migliorare il mondo dovevano, momentaneamente, essere messi da parte. Già nelle prime settimane di mandato John Kennedy si trovò ad affrontare un’importante e difficile decisione: lo sbarco a Cuba. Un gruppo di esuli cubani, addestrati dalla Cia, era pronto ad invadere il feudo di Castro e a scatenare una rivolta contro il dittatore. Kennedy si assicurò presso Dussell e Bissel, il direttore aggiunto del settore operativo della Cia, che la popolazione cubana fosse veramente intenzionata a liberarsi di Castro e che l’operazione non avrebbe coinvolto gli Stati Uniti incrinando pericolosamente i rapporti con l’Unione Sovietica. Dussell e Bissel si dichiararono decisamente convinti della buona riuscita dell’operazione e il direttore della Cia consegnò al presidente un dossier relativo alla storia di Cuba. E’ interessante notare che proprio mentre John esaminava con estrema attenzione il dossier, ricevette una lettera da Lee Harvey Oswald, un emigrato nell’Unione Sovietica, che chiedeva di tornare negli Stati Uniti mentre un certo Jack Ruby si stava sempre più facendo strada nel giro della mafia statunitense e cubana e stava allacciando stretti rapporti di collaborazione con Santo Trafficante, il boss di Cosa Nostra della Florida. Oswald e Ruby saranno strettamente legati all’omicidio di Dallas. Tornando a Cuba, la Cia tentò di infangare l’immagine di Castro agli occhi dell’opinione pubblica cubana e decise infine di assoldare un killer allo scopo di assassinare il dittatore. A Robert Maheu, ex agente della Cia e dell’Fbi alle dipendenze di Howard Hughes e che era proprietario di un’agenzia investigativa, fu affidato il compito di cercare il mandatario dell’omicidio. Si fece intermediario tra il governo e i boss mafiosi i quali avevano tutto l’interesse a sbarazzarsi di un uomo che intralciava i traffici illeciti a Cuba e a guadagnarsi la clemenza del dicastero di Bob Kennedy. La squadra che si sarebbe dovuta occupare della cosa era infine composta da Johnny Roselli, un boss infiltrato nel sindacato dello spettacolo, Santo Trafficante, Sam Giancana, Charles Nicoletti, un gangster di Chicago. Ma Bob e John sono tenuti all’oscuro circa le manovre della Cia, delle quali è al corrente anche l’Fbi e, poco tempo dopo, il piano per eliminare Castro è pronto ma non avrà successo. Si deciderà quindi di prendere nuovamente in considerazione il piano dello sbarco. Il 15 aprile del 1961, 1400 uomini sbarcano alla Baia dei Porci ma la popolazione non si ribella al dittatore, anzi lo appoggia nella battaglia contro i ribelli che chiedono, via radio, alla Cia, l’intervento dell’aviazione americana. Fidel Castro protesta all’Onu contro gli Stati Uniti ai quali attribuisce la responsabilità dell’accaduto prendendo alla sprovvista l’ambasciatore americano Adlai Stevenson, che non è stato informato dal presidente circa il piano d’attacco. Bissell, intanto, tenta di convincere Kennedy dell’importanza della partecipazione dell’esercito statunitense in difesa dei ribelli. Ma il presidente, infuriato, si rifiuta categoricamente di partecipare alla guerriglia che potrebbe accentuare la tensione già esistente tra mondo comunista e anticomunista e sfociare in una terza guerra mondiale. 72 ore dopo l’attacco 1214 volontari anticastristi vengono fatti prigionieri e interrogati in un pubblico teatro. Alcuni di loro ricevono la condanna a morte. Dagli Stati Uniti si levano cori di proteste contro Kennedy mentre Krusciov esprime con forza la propria disapprovazione. L’acuirsi della tensione con gli Usa spinge Castro ad avvicinarsi ancora di più all’URSS. Risale al 2 dicembre dello stesso anno la sua dichiarazione: «Sono marxista -leninista e lo sarò finché avrò vita». In seguito all’incidente di Cuba e alle indagini svolte da Bob sull’operato della Cia, Allen Dulles, costretto a dimettersi, viene sostituito da John McCone, un miliardario repubblicano, magnate del petrolio. La scelta di McCone è legata al fatto che i servizi segreti, nel mondo diviso in comunisti e anticomunisti, lavoravano soprattutto nei paesi più ricchi di risorse minerarie e di giacimenti petroliferi. Possedere il petrolio significava avere il predominio sul mondo e maggiori probabilità di vincere una guerra. Nell’ottobre del 1962 un aereo spia americano fotografa, in territorio cubano, rampe di missili pronti a colpire gli Stati Uniti. Kennedy, memore dell’esperienza della Baia dei Porci, si accerta che non ci siano errori nelle fotografie prima di denunciare pubblicamente quanto sta accadendo. Lancia poi un ultimatum a Krusciov dicendo che se i sovietici non avessero provveduto immediatamente alla demolizione delle basi ci avrebbero pensato gli americani. Al consiglio di sicurezza dell’Onu, Adlai Stevenson chiede lo «smantellamento delle basi e il ritiro delle armi offensive da Cuba» mentre il delegato sovietico Zorin sollecita le Nazioni Unite ad opporsi «all’azione americana di aggressione contro Cuba». La situazione è critica e il mondo trema di fronte alla minaccia di un’imminente conflitto termonucleare._Robert Kennedy ricorda in seguito che «Nessuna delle due parti voleva una guerra per Cuba ma era possibile che una di esse compisse un passo, che avrebbe potuto causare, per ragioni di_«Sicurezza»,_di «Prestigio», di «Orgoglio», una risposta dall’altra parte, il che avrebbe automaticamente provocato una reazione e alla fine una spirale, che avrebbe potuto portare al conflitto armato… Che era ciò che desideravamo evitare… Credo che quei pochi minuti furono il momento di maggior preoccupazione per il presidente. Il mondo si trovava sull’orlo di un olocausto? Era colpa nostra? Un errore? C’era qualcos’altro che avremmo potuto fare? Egli portò la mano al viso e si coprì la bocca. Aprì e serrò il pugno. Il suo viso sembrava tirato, lo sguardo era addolorato, quasi cupo». Il 22 ottobre Kennedy parlò alla televisione: «Chiedo al premier Krusciov di fermare e eliminare questa clandestina, sconsiderata e provocatoria minaccia alla pace e alle relazioni stabili fra i nostri due Paesi. Gli chiedo inoltre di abbandonare la ricerca del dominio sul mondo e di aderire allo sforzo storico di porre fine alla corsa agli armamenti per trasformare la storia del genere umano… Il prezzo della libertà è sempre molto alto - ma gli americani l’hanno sempre pagato. E se esiste un cammino che non sceglieremo è quello della resa e della sottomissione. Il nostro obiettivo non è la vittoria della forza, ma la rivendicazione dei diritti - non è la pace ai danni della libertà, ma la pace e la libertà, indissolubili…». Prima di prendere la decisione definitiva il presidente americano decide, con eccellente abilità, di attendere ancora per dare a Krusciov il tempo di meditare. Il 26 ottobre, travolto dalle accuse provenienti da ogni parte del mondo, il premier russo decide di ritirare i missili a patto che gli Stati Uniti garantissero di non consentire più alcun attacco militare contro Cuba. Kennedy accetta e registra il primo vero successo presidenziale. Anche Fidel Castro esprime la sua riconoscenza al presidente americano restituendo gli uomini catturati durante lo sbarco alla Baia dei Porci. Chiederà e otterrà poi dagli Stati Uniti viveri e medicinali. Kennedy, insieme alla moglie Jacqueline, saluterà poi i volontari in un grande stadio e questi gli faranno dono della loro bandiera da combattimento. Il presidente farà poi una promessa che non riuscirà a mantenere: «Il mio apprezzamento va alla vostra Brigata per aver scelto gli Stati Uniti come custodi di questa bandiera. Io posso assicurarvi che questa bandiera sarà restituita a questa Brigata in una Avana libera!». L’intenzione di Kennedy è infatti quella di intraprendere relazioni pacifiche sia con Krusciov che con Fidel Castro. Ne «Il malaffare», Roberto Faenza scrive che «Il ‘Gruppo speciale aumentato’ torna ad essere il Gruppo speciale di un tempo e il comando delle nuove iniziative contro il governo di Castro viene assunto da McGeorge Bundy, l’assistente speciale del presidente. Robert Kennedy, constatato il mutamento politico in corso verso Cuba, passa ad occuparsi di operazioni meno clandestine e più consone alla sua figura di ministro della Giustizia. Stranamente, però, nonostante lo smantellamento dell’operazione (si riferisce all’operazione Mongoose, un piano che prevedeva anche l’assassinio di Fidel Castro), nessuno dei collaboratori di Kennedy si preoccupa di ordinare alla Cia di cessare le ostilità contro Castro e i rapporti con la mafia. Dall’esame dei documenti interni, si direbbe anzi che, per quanto Kennedy stia ormai maturando l’opinione di arrivare a patti con Castro, la speranza di eliminare il leader cubano dalla scena continui ad albergare negli animi dei responsabili del governo e dello stesso presidente, con questa ‘politica del doppio binario’. Tant’è che alla Casa Bianca McGeorge Bundy continua ad autorizzare lo studio dei progetti contro Cuba e alla Cia William Harvey persevera nei collegamenti con i gangster». Sempre nel 1962, i magnati dell’industria siderurgica annunciano l’aumento dell’acciaio di sei dollari la tonnellata infrangendo l’accordo raggiunto solo poco tempo prima tra governo, sindacati operai e imprenditori. L’11 aprile Kennedy afferma con forza durante un discorso ufficiale che «Il popolo americano troverà difficile, come lo trovo io, sopportare una situazione in cui un pugno di industriali dell’acciaio, la cui ricerca del potere privato e del guadagno supera il senso di pubblica responsabilità, dimostra un assoluto disprezzo per gli interessi di 185 milioni di americani». Settantadue ore dopo gli industriali si vedono costretti ad abolire l’aumento e cominciano a temere una rielezione del presidente, cosa che fa già paura ai sudisti, alla mafia e ai petrolieri: il 16 ottobre del 1962, la legge «Kennedy Act» determina un crollo dei profitti dei petrolieri sui capitali investiti all’estero dal 30 al 15%. Il presidente intende inoltre abolire il vantaggio dell’esenzione dalle tasse sul reddito dei petrolieri per il 27.5% dei loro guadagni come «compensazione dell’esaurimento delle riserve petrolifere». Il colpo è duro da «incassare», soprattutto perché l’unico motivo per cui i magnati dell’oro nero avevano appoggiato la presidenza di Kennedy era l’investimento di Papa Joe nel mercato del petrolio. Da sottolineare che lo stesso vice -presidente Johnson era stato eletto grazie al voto dei petrolieri, i quali hanno il loro punto di concentrazione nel Texas. I grandi industriali accusano John di voler annientare lo spirito di libera iniziativa di chi è in possesso di denaro «onestamente guadagnato con l’aiuto e la volontà di Dio». Haroldson Lafayette Hunt, l’uomo più ricco del mondo nonostante il suo nome non appaia nella lista delle 500 maggiori società internazionali, dichiara a Dallas che eliminare i privilegi fiscali dei petrolieri costituisce «un delitto contro il sistema americano». Agli inizi del 1963 Bob e John preparano un progetto di legge sulle «Libertà Civili» e appoggiano la marcia a Washington di 250.000 neri guidati dal pastore Martin Luther King. E’ il 28 agosto del 1963 e King pronuncia il suo più celebre discorso: «Io sogno un giorno in cui i figli degli ex schiavi e degli ex proprietari di schiavi potranno sedersi assieme al tavolo della fratellanza. Io sogno il giorno in cui anche lo Stato del Mississipi sarà trasformato in un’oasi di libertà e giustizia. Questo è il momento per risorgere dall’oscura desolata valle della segregazione, verso la strada luminosa della giustizia razziale. Io ho un sogno per i miei poveri figli: che un giorno in questa nazione essi non saranno giudicati dal colore della loro pelle, ma dal vero valore della loro personalità. Questo è un sogno oggi. Ma con questo sogno noi potremo lavorare insieme, insorgere per la libertà insieme, sapendo che anche noi saremo liberi un giorno». I conservatori sudisti cominciano ad esprimere la loro rabbia verso i fratelli Kennedy, soprattutto quando questi incaricano i Marshal federali e unità dell’esercito a scortare a scuola James Meredith, un ragazzo nero che dopo essere stato espulso dall’Università dell’Alabama a causa del colore della sua pelle, si appella al tribunale. John e Bob vengono paragonati a Fidel Castro e a suo fratello Raul. Dal 2 al 6 luglio del 1963 Kennedy si trova in Europa dove visita la Germania, Berlino Ovest, l’Irlanda, la Gran Bretagna e l’Italia. A Berlino catturerà il cuore della popolazione parlando della differenza tra mondo libero e mondo comunista. «La libertà è indivisibile - dice - e nessuno di noi è libero se anche un solo uomo è in schiavitù». Nell’autunno dello stesso anno si occupa con particolare dedizione alla lotta per l’eguaglianza razziale e la sospensione degli esperimenti nucleari, consapevole che ciò gli avrebbe causato impopolarità. Un sondaggio Gallup effettuato a novembre confermerà le sue previsioni: il favore del Paese nei confronti del presidente è sceso al 59% mentre il 38% delle proposte di legge avanzate dal suo governo non è stato approvato da nessun ramo del Congresso. Come è riportato nel libro «Il presidente», di Gianni Bisiach, «Il giorno in cui il Senato ratifica il trattato, Kennedy lascia Washington per un giro nell’Ovest. Degli undici Stati compresi nell’itinerario, otto lo avevano visto sconfitto nel 1960; con il sud che gli si rivolta contro, egli ha bisogno di procurarsi nuovi sostenitori; in dieci Stati nel 1964 si sarebbero tenute le elezioni per il Senato; in molti, la John Birch Society è molto attiva. Alla fine del secondo giorno, parlando a Billings, nel Montana, e notando che è presente anche il presidente del Senato Mike Mansfield, Kennedy lo loda per la parte che ha svolto nella battaglia per la ratifica del trattato per la messa al bando degli esperimenti nucleari. Con sorpresa, l’uditorio scoppia in lunghi applausi. Incoraggiato, Kennedy parla allora della sua speranza di ridurre ‘la possibilità di un conflitto militare fra le due grandi potenze nucleari che insieme posseggono i mezzi per uccidere 300 milioni di individui nel breve spazio di_un_giorno’. L’accoglienza ricevuta a Billings lo induce a fare, con sempre maggior insistenza, della battaglia per la pace il tema del suo viaggio». A migliaia accorrono per ascoltare e applaudire i suoi discorsi e nei volti radiosi di quanti allungano le mani per stringere la sua, Kennedy vede la sicurezza della rielezione alla Casa Bianca. In uno dei suoi numerosi discorsi disse: «La mia speranza va a un grande futuro per l’America, un futuro in cui la forza militare del Paese sia pari alla nostra coscienza morale, la sua ricchezza alla nostra saggezza, la sua potenza alla nostra fermezza… La mia speranza va a un’America che susciti rispetto in tutto il mondo non solo per la sua forza, ma anche per la sua civiltà, e a un mondo che garantisca non soltanto la democrazia e la libertà, ma anche il riconoscimento dei meriti dell’individuo». Nell’ottobre del 1963 Robert Kennedy, nel ruolo di accusatore e grande testimone, interroga davanti alla Commissione del Senato presieduta dal senatore McClellan, Joe Valachi il quale è pronto a fornire importanti informazioni sulla criminalità organizzata che lui chiama «Cosa Nostra». Bob, grazie anche all’aiuto di Valachi, rivela all’opinione pubblica i nomi dei dodici capi mafia che comandano l’America e riconosce in Vito Genovese il capo dei capi. Questi comanda dal carcere il traffico dell’eroina nel mondo. Con i miliardi di dollari guadagnati dalla malavita - sostiene Robert Kennedy - è più che possibile corrompere autorità politiche e pubblici rappresentanti. In California Bob accusa Mickie Cohen mentre l’11 settembre del 1963 inizia le indagini contro l’amico Frank Sinatra che aveva ospitato il boss Sam Giancana nel suo albergo -casinò di Lake Tahoe. Robert scoprì che Sinatra era, all’inizio della sua carriera, un protetto di Willie Moretti, amico di Frank Costello, Lucky Luciano, Mickie Cohen e dei fratelli Fischietti, cugini di Al Capone. Per la malavita organizzata si prospettava un periodo difficile. Come riporta lo storico Arthur Schlesinger Jr: «A New York, Robert Morgenthal, l’avvocato federale, processò con successo un capo sindacale dopo l’altro. La banda Patriarca nel Rhode Island e la banda De Cavalcante nello Stato del New Jersey vennero sgominate. L’incarcerazione di gangster da parte della sezione per il crimine organizzato e per le tasse, aumentò: 96 incarcerati nel 1961, 101 nel 1962, 373 nel 1963». Bob Kennedy continua intanto ad indagare sulle relazioni tra gangster e capi dei sindacati e, in particolare, su Jimmy R. Hoffa e i suoi rapporti con Anthony Giacalone, un boss di Detroit. I loro incontri avvengono nel Rancho La Costa Country Club, in California, costruito grazie ai soldi provenienti dal fondo pensioni degli autotrasportatori. Kennedy riesce nel frattempo a distendere i rapporti con il blocco comunista e chiude i campi di addestramento (compresi quelli clandestini) degli esuli cubani che vedono nell’eliminazione di Kennedy la possibilità di fare rientro in patria. Questi si trovano momentaneamente in Florida, la zona controllata dal boss Santo Trafficante, e a New Orleans, controllata da Carlos Marcello. Nel novembre del 1963 Jack Ruby si reca a Las Vegas per incontrarsi con l’amico Lewis McWillie che lavora per Giancana, Trafficante e Jimmy Hoffa. Come precedentemente accennato, a Dallas vive anche Hunt, l’industriale che si era opposto alla legge di Kennedy sull’abolizione del vantaggio dell’esenzione dalle tasse sul reddito dei petrolieri. Ventiquattro ore prima della morte di Kennedy, Jack Ruby, l’assassino di Lee Harvey Oswald, si era recato nell’ufficio di Hunt a Dallas. Nel frattempo il presidente si dimostra ben disposto a trovare una mediazione con Cuba e a tal proposito il fratello Bob decide di incontrarsi con Che Guevara. I conservatori non comprendono l’atteggiamento dei Kennedy tanto che Edgar Hoover confida ad alcuni amici che «i più stretti collaboratori del presidente sono diventati tutti comunisti o simpatizzanti comunisti». La Cia non intende appoggiare il presidente il quale si rivolge all’Fbi mentre la giornalista Lisa Howard informa la Casa Bianca che i leader cubani sono pronti a venire ad un accordo e che è possibile organizzare un incontro con Ernesto Che Guevara (con la morte di Kennedy tali trattative verranno immediatamente sospese e il suo successore incaricherà la Cia di riprendere in mano i progetti dell’assassinio di Fidel Castro e Che Guevara). La cosa non piace ai boss della mafia che erano stati assoldati dalla Cia per uccidere Castro e che dovevano costantemente ripararsi dagli attacchi del ministro della giustizia Kennedy. In un’intervista concessa a Gianni Bisiach, Ralph Salerno, inquisitore del Congresso a Washington raccontò di aver letto 360 volumi di trascrizioni dell’Fbi e che «leggendo quei documenti mi resi conto che la malavita organizzata negli Stati Uniti era molto infastidita dai Kennedy, ma principalmente da Robert Kennedy. Talvolta, parlando degli ‘sporchi Kennedy’, qualcuno diceva: ‘John non è male, è Robert il figlio di puttana’ erano molto risentiti nei confronti di Robert. John compariva spesso nelle loro conversazioni, ma non quanto Robert. Ma se mi si chiedesse se la malavita organizzata avesse avuto un movente per uccidere il presidente, risponderei senz’altro di si». Le dichiarazioni di Carlos Marcello e di Santo Trafficante contro Kennedy erano note a tutti. Trafficante aveva detto a José Aleman, un leader delle organizzazioni anticastriste: «Kennedy deve essere colpito. Ricordati quello che ti dico: Kennedy è finito e qui si prenderà quello che si è meritato!» Aleman comunica a Edgar Hoover le intenzioni del gangster ma questi non si preoccupa affatto di parlarne con il presidente il quale, qualche giorno più tardi, verrà assassinato a Dallas. La decisione di John Kennedy di recarsi a Dallas è mossa dal desiderio di raccogliere consensi tra coloro che si dimostravano ostili nei suoi confronti. Tra i suoi più stretti collaboratori vi era il timore di un attentato ma il presidente non era il tipo che si sottraeva ad un impegno per non mettere a rischio la propria incolumità fisica. Il 22 novembre del 1963, alle 7.30, il presidente consuma la sua ultima colazione, si veste e scende in piazza per raggiungere, tra una stretta di mano e l’altra, la macchina che lo avrebbe condotto all’aeroporto dove lo attendeva l’aereo per Dallas. Proprio quel giorno Jacqueline manifestò la sua preoccupazione, condivisa tra l’altro dall’assistente speciale del presidente, Kenneth O’Donnell, per gli attentati che potrebbero manifestarsi mentre lui cammina tranquillamente tra la folla. John risponde: «Se qualcuno vuole veramente uccidere il presidente degli Stati Uniti, la cosa non è affatto difficile: basta appostarsi dall’alto di una finestra di un palazzo a più piani con un fucile munito di cannocchiale. Non c’è niente da fare per sventare un attentato del genere». Quel giorno viene pubblicata, sul «Dallas Morning News», una pagina piena di insulti e di attacchi all’amministrazione Kennedy. La firma a fondo pagina e di Bernard Weissman, presidente del «Comitato Americano per la Ricerca dei Fatti» tra i cui principali membri figurano un coordinatore locale della John Birch Society e Nelson Bunker Hunt, figlio del petroliere Hunt. Alle 11.40, ora del Texas, l’aereo del presidente atterra a Love Field di Dallas. John e Jacqueline salutano la folla radunatasi per dare il benvenuto al presidente e poi salgono sulla limousine Lincoln Continental insieme al governatore del Texas John Connally e la moglie per dare il via alla parata. La giornata è calda e il servizio segreto fa togliere la volta di plastica che serve a proteggere i passeggeri dalla pioggia e dagli attentati. Il corteo presidenziale sorpassa il grattacielo nel quale abita Haroldson Lafayette Hunt che, il giorno prima, si era incontrato con Jack Ruby e con altri uomini appartenenti alla malavita organizzata. La Lincoln Continental raggiunge la Elm Street, nella quale si trova il Book Depository, il deposito di libri scolastici del Texas. Tra il deposito e il cavalcavia che il corteo è costretto a sorpassare un certo Abraham Zapruder, fabbricante di indumenti femminili, ha piazzato una telecamera amatoriale per riprendere il passaggio del presidente. Un ragazzo, Arthur Rowland, che si trova di fronte al deposito di libri indica una finestra e rivolgendosi alla moglie dice: «Vuoi vedere due agenti del servizio segreto?». Nella cornice della finestra si vedono due uomini, uno dei quali munito di fucile telescopico. Improvvisamente si odono degli spari e poi le grida di Jacqueline: «Oh, no, no… Dio mio, hanno colpito mio marito». Alle 13.00 non c’è più nessuna speranza: John Fitzgerald Kennedy è morto. La salma, in attesa di essere sottoposta all’autopsia, viene posta in una bara e portata all’aeroporto di Love Field. Jacqueline segue il carro funebre e alle ore 14.00 la bara viene caricata sull’aereo presidenziale. Nella cabina anteriore dell’aereo Lyndon Johnson giura solennemente di esercitare con fedeltà la carica di presidente degli Stati Uniti e di proteggere e difendere la costituzione. Jacqueline scoppia in lacrime. Nel frattempo la polizia cattura Lee Harvey Oswald accusandolo di essere l’assassino di Kennedy e di J.D. Tippit, un agente della polizia che viene ucciso lo stesso giorno alle ore 13.16. Due giorni più tardi Oswald viene ucciso da Jack Ruby, proprietario di night club e legato alla mafia. Sette giorni dopo l’assassinio di Dallas, Johnson costituisce una commissione diretta dal presidente della Corte Suprema degli Stati Uniti, Earl Warren incaricata di eseguire le indagini sull’omicidio del presidente Kennedy. Il 28 settembre 1964 il rapporto della Commissione Warren è pronto ma presenta numerose contraddizioni e alcune conclusioni in esso riportate appaiono addirittura ridicole. Secondo le indagini della commissione, per citare un esempio, una delle pallottole avrebbe colpito e attraversato da parte a parte il presidente e provocato le ferite alle spalle, al torace, ai polsi e al ginocchio del governatore Connally. La pubblicazione del rapporto spinge quindi giornalisti e avvocati a moltiplicare le inchieste per cercare la verità sull’omicidio del presidente Kennedy e molti di loro perdono la vita in strani incidenti. La stessa sorte tocca ai vari testimoni le cui dichiarazioni smentiscono categoricamente il rapporto Warren. Un altro importante tassello che testimonia il complotto mafia -petrolieri nell’omicidio del presidente è quello costituito dal gangster Eugene Brading, amico di James Fratianno e Mickey Cohen. Questi avrebbe ottenuto, il 20 novembre del 1963, dall’ufficiale giudiziario che controllava la sua libertà vigilata, il permesso di recarsi a Dallas per discutere un accordo petrolifero con Lamar Hunt, il figlio di Haroldson Lafayette Hunt. Il permesso era di un giorno soltanto ma Brading si trattene anche il giorno successivo e il 22 novembre venne arrestato dalla polizia in un palazzo posto di fronte al famoso deposito di libri. Giustificò la sua presenza lì dicendo che era alla ricerca di un telefono per chiamare la moglie e, una volta portato alla stazione di polizia, dice di chiamarsi Jim Braden. Ritornato a Los Angeles viene interrogato dall’Fbi che non si accorge dell’inghippo e stila un rapporto su Jim Braden, «produttore di petrolio, arrestato a Dallas, nei pressi del luogo dove avevano sparato al presidente, mentre tentava di telefonare da un palazzo vicino (il DAL - TEX Building). Dopo tre ore, è stato interrogato e rilasciato. Non sa nulla di Lee Harvey Oswald e di Jack Ruby». In seguito ad indagini condotte da privati si venne però a sapere che un testimone oculare, un certo Gary Campbell, dopo aver udito gli spari vide un uomo armato di carabina nel parcheggio sulla sommità della collina. Gli vennero mostrate alcune fotografie e Campbell identificò in Eugene Brading l’uomo della collina. Secondo il giornalista canadese Bud Thomas, Brading fece visita a Hunt insieme ad altri tre gangster, anch’essi in libertà vigilata. Dopo la morte di John, Robert Kennedy si dedicò con forza al suo lavoro ed appoggiò con tutto se stesso la battaglia di Martin Luther King per l’emancipazione dei neri d’America. Nel 1968, quando Bobby annuncia la sua prossima candidatura alle elezioni presidenziali, King gli assicura i voti della popolazione di colore e tiene un discorso a Memphis, lo stato del Tennessee dove Carlos Marcello è molti influente: «Io ho guardato lontano e ho visto la terra promessa. Forse io non sarò con voi, quel giorno, ma voglio che voi tutti sappiate che il nostro popolo arriverà alla terra promessa. Oggi sono felice. Non ho paura. Non ho paura di niente, non ho paura di nessuno. I miei occhi hanno visto la gloria del Signore che arriva». King viene ucciso con un colpo di fucile alla fronte mentre si trova in un motel di Memphis. Nonostante le testimonianze raccolte e in base alle quali almeno due erano i responsabili dell’omicidio, il ministro della Giustizia, Ramsey Clark sostiene che non si tratterebbe di un complotto ma «del gesto di un individuo isolato». L’Fbi giudicherà Earl Ray, un criminale del clan di Carlos Marcello, come unico responsabile della morte di Martin Luther King. Interessante notare che Earl Ray era stato arrestato anche a Dallas, in quel triste 22 novembre, sulla collina dalla quale partì il colpo che raggiunse la fronte del presidente. Come documentato da Bisiach, «secondo gli amici di Martin Luther King, Earl Ray non ha sparato a King, ma è stato solo un complice obbligato. Un’organizzazione segreta lo aiuta a fuggire nel Canada, nel Portogallo e in Inghilterra, spendendo migliaia di dollari. Gli indizi sono contro ‘Cosa Nostra’ e il Ku Klux Klan». I neri, infuriati, si riversano sulle strade di Washington e devastano, saccheggiano, incendiano. Robert Kennedy raggiunge gli amici neri e parla con loro: «Ho brutte notizie per voi, per tutti i nostri amici di questa città e per la gente nel mondo che ama la pace: Martin Luther King è stato colpito e ucciso stanotte. A coloro di voi che sono negri e sono fortemente tentati dall’odio e dalla sfiducia nei confronti di tutti bianchi, posso solo dire che nutro nel mio cuore lo stesso sentimento…». Il senatore comincia poi ad attaccare l’amministrazione Johnson chiedendosi perché il presidente abbia appoggiato la dittatura in Brasile e interrotto gli aiuti al Perù. Egli denuncia: «Fatemi capire bene, mi state dicendo che l’Alleanza per il Progresso si è ridotta a questo: se nel Perù c’è una presa di potere da parte dei militari, i partiti politici fuorilegge, la chiusura del parlamento, gli oppositori politici messi in prigione e le libertà civili soppresse, gli autori di tutto questo ottengono ogni aiuto dal governo americano. Ma se mettono le mani su una compagnia petrolifera americana noi tagliamo tutti gli aiuti». «E’ così», è la risposta del vicesegretario di Stato per gli affari latino americani. Bob decide quindi, definitivamente, di candidarsi alla presidenza e promette che la sua elezione significherebbe la fine della guerra in Vietnam, per la quale si batteva anche il fratello John, e la pace in tutta l’America. Nel maggio del 1968, Michael Dorman pubblica per mezzo della rivista «Ramparts» un articolo che rivela che la carriera di Lyndon Johnson e di Tom Clark, giudice della corte suprema degli Stati Uniti e padre di Ramsey Clark, erano state favorite dai soldi e dai voti procurati dal boss Carlos Marcello e da Jack Halfen, uno dei suoi soci. Johnson non contestò mai l’articolo il quale lo accusava di aver usato la propria forza politica «sulle sporche strade delle città del Texas da lui controllate: Houston e Austin, San Antonio e Dallas, in un’orgia di connivenze fra politicanti, petrolieri, costruttori e mafiosi… l’uomo che pagava l’allora senatore Johnson e gli altri politici era il gangster Jack Halfen, del giro di Carlos Marcello». Pare che Johnson avesse addirittura tentato di far scarcerare Halfen quando questo fu arrestato e che anche il deputato Albert Thomas fosse in contatto con il gangster. L’articolo parla inoltre di un’implicazione di Sam Rayburn, il potente leader del Congresso di Washington che presentò Johnson a Roosevelt. In cambio dei favori della mafia, Johnson contribuì all’eliminazione delle leggi anti -gangster che avrebbero potuto nuocere all’amico Halfen. L’amicizia tra il politicante e il gangster è ampiamente documentata grazie anche alle indagini svolte dal procuratore federale di Houston, il repubblicano Malcom R. Wilkey. Sempre all’interno dell’articolo Dorman, il quale sostiene che Robert Kennedy si era in passato rifiutato di indagare sui rapporti tra Halfen e i politici poiché vi erano troppi democratici coinvolti, si dichiara convinto che l’elezione di Bob avrebbe, oggi, riportato l’ordine. Durante la campagna elettorale Bob deve scontrarsi con molti nemici tra i quali Frank Sinatra e Mickey Cohen, il gangster che Robert aveva fatto incarcerare e alle dipendenze del quale lavora un certo Sirhan Sirhan, ex fantino di origine palestinese. E sarà proprio Sirhan, al termine di un comizio tenutosi a Los Angeles, a sparare contro Robert Kennedy otto colpi di pistola, uno dei quali, quello mortale, alla testa. E’ il 5 giugno del 1968. Il 6 giugno Bob muore e, come era accaduto per Martin Luther King, il ministro Ramsey Clark esclude l’ipotesi del complotto. In riferimento alla morte di entrambi i fratelli Kennedy, Gianni Bisiach scrive che «secondo le prove e le testimonianze che riuscii a raccogliere, i mandanti della congiura erano stati i boss di Cosa Nostra, Calogero Minacori (alias Carlos Marcello) capo della ‘famiglia’ di New Orleans; Salvatore Giancana, capo della ‘famiglia’ di Chicago; Santo Trafficante, ‘padrino’ del traffico mondiale dell’eroina e capo della ‘famiglia’ della Florida; Jimmy Hoffa, boss del sindacato degli autotrasportati, con sede a Chicago e Detroit; Filippo Sacco (alias John Roselli) boss del sindacato di Hollywood; il petroliere di Dallas,_Haroldson Lafayette Hunt e i suoi figli. Alcuni agenti dell’Fbi e della Cia erano al corrente dell’esistenza di Oswald a Dallas, lo controllarono strettamente nelle settimane precedenti l’attentato e inviarono numerose comunicazioni di servizio che lo riguardavano e che non furono segnalate a Kennedy. Non è del tutto chiaro, da questo punto di vista, il livello di responsabilità e di eventuale connivenza dell’allora direttore dell’Fbi, Edgar Hoover… Sei anni dopo, la commissione senatoriale Church chiamò a testimoniare i boss Giancana, Hoffa e Roselli. Tutti e tre furono uccisi prima di arrivare a Washington. I due superboss Marcello e Trafficante non ebbero bisogno di farsi uccidere: si fidarono del proprio silenzio». Nel luglio del 1979 il Final Report della Commissione Stokes della Camera dei rappresentanti degli Stati Uniti, o meglio Select Committee_on Assassination of the U.S. House of Representatives (Investigation of the Assassination of President John F. Kennedy), confermò autorevolmente l’ipotesi presentata da Gianni Bisiach nel film «I due Kennedy» (1969) del complotto mafia -petrolieri -esuli cubani -servizi segreti. Nell’appendice del libro «Il Presidente», dal quale abbiamo tratto le indagini presentate in questa sede, tra le altre cose leggiamo: «William E. Colby, direttore della Cia dal 1973 al 1976, ha lavorato all’ambasciata americana di Roma dal 1954 al 1958 ed è stato nel Vietnam negli anni ‘60. E’ venuto a Roma per presentare il libro «Il Presidente» di Gianni Bisiach. Nella trasmissione «Pegaso» del TG 2 del 18 marzo 1991, ha così risposto alle domande di Bisiach: … … Io ho analizzato con grande attenzione questa questione, cioè degli eventuali legami della Cia con la morte del nostro presidente. La risposta che posso darle è no, non abbiamo avuto nessun collegamento diretto… Però Bisiach ha ragione nel dire che noi avevamo dei rapporti con la mafia. Questo è stato un nostro terribile errore. Effettivamente è vero, Bisiach ha ragione ad affermarlo». |
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Di seguito pubblichiamo, in formato pdf, l'intervento del Clar (Centro Libero Analisi e Ricerche) alla conferenza “Crisi dei mutui e finanza mondiale: cosa ci riserva l'economia?”
L'incontro si è tenuto ad Ancona lo scorso 14 dicembre 2007 e tra i relatori Anna Petrozzi il caporedattore del giornale ANTIMAFIADuemila.
La relazione è la sintesi di uno studio sulla finanza internazionale condotto dallo stesso Centro (vedi www.clarissa.it) ed esposto in modo semplice e facilmente comprensibile anche ai non addetti ai lavori. Un documento prezioso corredato di schemi e tabelle che illustra in modo chiaro i meccanismi di potere sui quali è basato l'attuale modello finanziario mondiale.
Studio sulla finanza internazionale del Centro libero analisi e ricerche
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