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Antimafia Duemila

Thursday
Aug 21st
Padre Mario Frittitta, pastore esemplare o amico dei mafiosi? PDF Stampa E-mail


La pubblicazione della sentenza di assoluzione del prete della Kalsa riapre il dibattito all’interno della Chiesa siciliana

di Davide Romano

La pubblicazione, nel mese di luglio, della sentenza di assoluzione in appello del discusso carmelitano scalzo della Kalsa. Secondo i giudici della quarta sezione della Corte d’Appello di Palermo “Padre Mario Frittitta, avendo oggettivamente consentito a Pietro Aglieri di non allontanarsi dal suo rifugio, ha realizzato la condotta tipica prevista dal reato di favoreggiamento. Ma è stato assolto perché ha commesso i fatti nell’esercizio di un diritto”. Infatti, scrivono i giudici, “La conversione del peccatore rimane obiettivo primario del ministero pastorale e la scomunica (che la Chiesa ha inflitto automaticamente a tutti i mafiosi, ndr.) non rende di certo illegittima l’attività del sacerdote”. Attività che, sempre secondo gli estensori della sentenza, “in quanto corrispondente ad un diritto riconosciuto da una norma di rango superiore (articolo 19 della Costituzione italiana: libertà religiosa) rispetto a quella incriminatrice, deve andare esente da pena per effetto dell’esimente prevista dal codice penale”. Insomma, il frate non può essere condannato perché avrebbe esercitato un diritto costituzionale: la sua specifica missione religiosa. Ma se per la legge italiana, almeno per adesso, la vicenda Frittitta è chiusa, non lo è invece per la Chiesa siciliana che ha più volte preso le distanze dall’operato del religioso.
Già tre anni fa, infatti, al momento dell’arresto, mentre il settimanale della diocesi, “Novica” (4/12/‘97), prendeva le difese, seppur cautamente del sacerdote, il cardinale Salvatore De Giorgi, invece, istituiva presso la Facoltà teologica di Palermo una commissione di saggi per prendere in esame lo scottante caso. Lo stesso settimanale che, in un editoriale non firmato, dal titolo “Padre Frittitta. Perché arrestato?”, fra le altre cose, scriveva “Padre Frittitta appare, da quanto dicono amici di Aglieri, un vero sacerdote, un uomo di Dio che ha cercato la conversione di peccatori, preoccupato solo di portare la misericordia di Dio a quanti hanno perso, strada facendo, la via retta. Ovviamente – proseguiva – nel fare tutto questo si compiono errori che, secondo i vari codici, possono configurarsi anche come reati e noi non siamo in grado di dare un giudizio di questo genere, come non siamo in grado di valutare perché padre Frittitta sarebbe andato oltre nel suo servizio pastorale”. Ma il verdetto della Commissione teologica era stato, infine, più netto. In una sorta di decalogo steso dagli studiosi sulla pastorale dei mafiosi, si diceva che i contatti tra sacerdoti e latitanti dovevano essere “sempre dettati da tentativi trasparenti di conversione e di espiazione”. Niente iniziative personali, dunque, messe nei covi dei boss e facili assoluzioni a personaggi macchiatisi di efferati crimini come omicidi, minacce, furti o altro.
All’apparire del documento, la Chiesa si era subito spaccata al suo interno. Da una parte i rigoristi e dall’altra i difensori dell’operato del frate. A confermare la posizione dei primi, era poi arrivata, il 30 ottobre del 1998, la sentenza di condanna a due anni e quattro mesi di reclusione per favoreggiamento nei confronti del boss latitante Pietro Aglieri e del suo picciotto Gioacchino Corso.
“L’abito non ci rende immuni rispetto alla legge. Gesù Cristo ci ha insegnato a sottometterci alla legge umana. Lo stato clericale non è un privilegio”, aveva commentato a caldo il redentorista Nino Fasullo, prete antimafia da sempre e direttore  della rivista “Segno”. “Se padre Frittitta è stato condannato – aveva aggiunto Antonio Diliberto del Centro Padrenostro – vuol dire che ha infranto le norme dello Stato. Ed in questo è stato sicuramente superficiale. Altro è, naturalmente, il giudizio sul cammino individuale dell’uomo, giudizio che non mi sento di esprimere”. Ma per la gente della Kalsa la sentenza non dimostrava proprio nulla perché secondo loro padre Mario era soltanto “vittima di una dittatura comunista”. Anche lui.
A capovolgere la situazione era poi intervenuta l'assoluzione in appello del 5 novembre dell’anno scorso, di cui parlavamo all’inizio. Questa volta ad esultare era il partito degli innocentisti. L’8 dicembre il frate era stato invitato a predicare la novena per la solenne festa cittadina dell’Immacolata nella basilica di San Francesco a Palermo proprio davanti al cardinale Salvatore De Giorgi, che l’aveva secondo molti sbrigativamente liquidato come colpevole, e al sindaco della città, Leoluca Orlando. Uno schiaffo dato pubblicamente e in maniera premeditata. Nessuna reazione ufficiale, naturalmente, ma chi era accanto all’arcivescovo aveva riferito che l’alto prelato non l’aveva presa affatto bene. A rincarare la dose era anche intervenuto il provinciale dei carmelitani scalzi che, durante una messa celebrata alla Kalsa in ringraziamento per la liberazione del religioso, aveva accusato i mezzi di informazione cattolica – che tutti sanno essere di proprietà dei vescovi – per aver condannato subito Frittitta senza aver nemmeno cercato di organizzare un minimo di difesa intorno al suo caso. Insomma, insieme a De Giorgi, si accusavano anche gli altri pastori italiani di aver prematuramente scaricato il sacerdote.
A riaccendere il dibattito, e anche lo scontro, infine, è stata la pubblicazione, nei giorni scorsi, della sentenza di assoluzione. Questa volta la risposta della Curia palermitana è stata affidata ad un articolo scritto dal liturgista Pietro Sorci, uno dei saggi della Commissione istituita tre anni fa, e pubblicato sull’ultimo numero della rivista della Facoltà teologica di Sicilia, “Ho teologos” (Il teologo). Il titolo è inequivocabile: La penitenza: perdono facile o riconciliazione laboriosa?”.
“Episodi recenti balzati all’onore della cronaca – scrive padre Sorci – hanno riproposto il tema dell’identità del sacramento della penitenza, interpretato troppo spesso come una maniera facile di ottenere il perdono di Dio, anche per colpe di grande gravità prescindendo da ogni considerazione ecclesiale”. Ma, continua, “la penitenza deve essere proporzionata nel contenuto e nella durata alle colpe commesse, in modo da riparare, per quanto umanamente possibile, al male compiuto”.
E aggiunge: “Per tutte queste ragioni, sono oggi in molti a chiedersi se non sarebbe più consono alla natura della penitenza, in caso di colpe gravi di carattere pubblico, manifestare la sua conversione in qualche forma pubblica di penitenza”. Si chiede, quindi, al mafioso di dare segni tangibili, e leggibili come tali da tutti, di vero cambiamento e di autentica conversione. Un modo diverso di procedere, conclude, “potrebbe sembrare una facile amnistia priva di costi e di visibilità”.
Ma il dibattito nella Chiesa è ancora aperto.  
 
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