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Antimafia Duemila

Wednesday
Aug 20th
Alfredo Galasso, Mafia e politica apparenza e inganno PDF Stampa E-mail


di Lorenzo Baldo e Giorgio Bongiovanni

Da una situazione che ormai da tempo caratterizza il nostro Stato, emerge un dato preoccupante, rappresentato dal fatto che si possa attenuare o addirittura precludere l’indagine e la serie di processi verso le collusioni tra criminalità mafiosa, interessi politici e complicità economiche e finanziarie. Questo il parere di un profondo conoscitore del fenomeno mafioso quale è Alfredo Galasso, con il quale abbiamo avuto un intenso colloquio. Prendendo come esempio il processo Andreotti, egli non ritiene che l’assoluzione in sé del senatore a vita possa essere negativa per l’azione antimafia ma teme che, da questo, si possa materialmente retrocedere, poiché la trama più pericolosa e consistente è quella che si svolge oggi nei rapporti tra mafia, politica e affari non ai vertici, ma che passa invece attraverso il cosiddetto dominio territoriale, quindi riguarda l’assessore, il piccolo imprenditore, il capo mafia locale, il funzionario pubblico e così via. “Il significato della parola mafia non può essere riassunto semplicemente in criminalità organizzata”, ha spiegato Galasso, “poiché essa sfocia sì nella violenza che si manifesta attraverso i killer, i capi mafia, i complici della ricettazione, ma il sistema di potere mafioso merita che le indagini vengano svolte per il tempo necessario al loro sviluppo e che funzionino come deterrente rispetto al dispiegarsi dei suoi interessi che sono pericolosissimi, poiché capaci di scatenare la furia omicida e costituiscono la principale limitazione allo sviluppo del potere economico in Sicilia e, cosa ancora più importante, rappresentano una remora di ordine morale per lo sviluppo dei diritti della persona, delle libertà fondamentali”. I magistrati sono spesso limitati nello svolgimento delle loro ricerche, poiché è lo stesso sistema a bloccarli, mentre la stampa è subito pronta a stroncare ogni tentativo di  divulgazione di un determinato tipo di indagine, in quanto questa potrebbe risultare scomoda a certi personaggi politici o appartenenti alla classe dirigente che vedrebbero rendere nota la loro collusione con il potere mafioso e quindi perderebbero subito la loro credibilità, nonché la forza, agli occhi dell’opinione pubblica. Inoltre, “i pubblici ministeri devono fare molta attenzione alle dichiarazioni dei collaboratori di giustizia, verificando se il loro racconto sia frutto della lettura di un giornale, per fare un esempio o se, invece, sia autentico. Infatti, nel momento in cui la notizia si diffonde prima di essere stata attentamente valutata, è da considerarsi già bruciata. Le indagini perciò, devono essere condotte con la massima pazienza e riservatezza”.
Giorgio Bongiovanni ha ricordato un’affermazione di Alfredo Galasso fatta durante una trasmissione andata in onda su Canale 5 nel 1993. “Lei fece un’analisi molto interessante sull’uccisione di Salvo Lima, Giovanni Falcone, Paolo Borsellino, e Pablo Escobar, in Colombia, e sull’arresto di Totò Riina e Nitto  Santapaola. Il quadro che si è prospettato a seguito delle sue considerazioni è inquietante: sembrava che qualcuno volesse cancellare, nel bene e nel male, tutti i protagonisti della mafia e dell’antimafia per poi creare un nuovo equilibrio. Che cosa voleva dire con questo?”. “Credo di confermare questo giudizio” ha detto Galasso. “C’è un interesse diffuso all’interno di questo sistema di potere mafioso sul versante criminale, politico e affaristico di cancellare la memoria di quello che è successo e alimentare così un senso naturale di stanchezza che interviene nell’opinione pubblica”. Dopo un tempo profondamente segnato dalle tragedie vi è un desiderio di liberazione, persino di cancellazione del ricordo delle stragi. “Ciò significa che i testimoni devono essere eliminati fisicamente o, comunque, non devono parlare più poiché il racconto sollecita la memoria e la memoria ricostruisce i fili di una trama tessuta fino ai giorni nostri” ma che, per  ragioni prevedibili, deve restare nell’ombra. È ovvio che tutti coloro che cercano di far ricordare le stragi, non sono ben visti all’interno del sistema politico-mafioso, compresi i collaboratori di giustizia, come i vari Angelo Siino e Giovanni Brusca, i quali, nel momento in cui fossero creduti e potessero dare fastidio non solo ai capi mafia ma anche a personaggi come imprenditori, amministratori ecc. metterebbero a repentaglio la loro stessa vita: raccontare i fatti in tempo reale, significa coinvolgere i diretti interessati al momento attuale, quindi la presente classe dirigente. Le collaborazioni potrebbero essere frenate in qualsiasi momento. Riparlando della mafia e dei suoi morti viene fatta luce sui percorsi da seguire nello sviluppo delle indagini e ci si trova ancora una volta di fronte al rischio di nuovi sterminii, dovessero servire anche solamente a scopo preventivo.
A proposito di memoria, è doveroso dire che fra la popolazione, purtroppo, non vi è il senso della continuità, del crescere imparando dalle esperienze passate, non esiste la cultura alla legalità  che, da sola, potrebbe debellare la mafia e, quando muore un personaggio che avrebbe potuto cambiare le sorti del Paese, come Falcone, tutto il suo lavoro viene vanificato poiché pochi cittadini, troppo pochi, sono coscienti dell’enorme importanza del portare avanti le sue idee per farle diventare realtà e trasmetterle alle nuove generazioni. Al contrario, gli uomini d’onore considerano indispensabile il senso della continuità, che assicura la loro esistenza nel tempo. Ma allora “Perché i boss non si curano del fatto che loro vengono condannati all’ergastolo mentre i ‘soldati’ o i politici collusi con il potere mafioso rimangono in libertà?”. “Questa zona di impunità che riguarda molto meno i capi mafia”, come ha detto Galasso, “giova al sistema”, poiché rappresenta la certezza che i rapporti tra mafia e politica verranno mantenuti nel tempo. Quindi il “papello” di Riina, anche se con il sacrificio di attendere svariati anni, potrebbe compiersi e questo rappresenta una strategia di ricomposizione pacifica degli interessi.
Arrivando a oggi, è quasi certo che i grandi latitanti come Bernardo Provenzano (latitante da 37 anni), si trovano in Sicilia, forse addirittura a Palermo, ma non vengono catturati. “Ci sarà una ragione!”. “Bernardo Provenzano, come molti altri latitanti, è assiduamente ricercato. Ci devono essere delle consistenti difficoltà per giungere alla sua cattura poiché l’esperienza ha dimostrato che questi personaggi sono estremamente prudenti; si fidano in modo assoluto di una o due persone, quindi non è semplice individuare i percorsi che portano a lui”. Il cosiddetto “Fantasma” è stato ormai individuato come il capo assoluto di Cosa Nostra, ma è anche vero che intorno a lui si è costituito un gruppo di potere che usa il suo nome per dirigere le operazioni. Quindi, “catturare Provenzano e tutti i suoi complici richiederebbe un clima assolutamente solidale nei confronti dei magistrati inquirenti e degli investigatori. Allo stato attuale questo non c’è. Ma se il ministro degli Interni, d’accordo con il Consiglio dei Ministri, nella Sicilia Occidentale, Palermo e provincia, per alcuni mesi, fino a quando non si trovano i latitanti, mandasse alcune migliaia di uomini, verrebbe trovato sicuramente”. “Perché non vengono mandate in Sicilia persone in grado di catturare i capi mafia, come quelle che sono state mandate in occasione dei Vespri siciliani? Non sarebbe un successo immediato?”. L’avvocato Galasso è del parere di far tornare in Sicilia i militari che “hanno svolto un’azione pulita, nient’affatto pesante, hanno sgravato le forze dell’ordine da compiti routinari e faticosi. Cosa cambia quindi in termini di disturbo verso la vita cittadina il fatto che, sotto l’abitazione del procuratore della Repubblica o del sindaco di Palermo, anziché esserci i militari vi siano le pattuglie della polizia? Cambia, perché si sottraggono uomini a compiti istituzionali. C’è stato un momento in cui lo Stato si è attrezzato in tutte le direzioni e ha mostrato la sua piena autorità democratica e ora mi aspetto che un governo locale o nazionale dica con grande chiarezza che il potere mafioso deve essere sconfitto in tempi accettabili e che in questa direzione magistrati, inquirenti, investigatori non devono trovare altri ostacoli”. Questo messaggio avrebbe un effetto moltiplicatore delle energie ma, oggi, non vi è alcun partito politico che si possa considerare immune dal rischio di una compromissione. Dovrebbe essere esercitata una grande attenzione nel controllo e nella trasparenza all’interno di tutte le formazioni politiche, sindacali e imprenditoriali. C’è un’opinione diffusa che la stagione di contrasto alla mafia sia ormai conclusa e che, andando oltre l’individuazione e la condanna dei capi mafia, si entri in rotta di collisione con il sistema politico nel suo complesso. Vi è poi la paura che con una simile azione si rischi di creare macerie e di dover poi ricostruire, ma lo sviluppo sociale ed economico richiede di essere ripulito da tale inquinamento e, nonostante l’evidente gravità che pesa sul nostro sistema, si teme che, investigando troppo profondamente si possa provocare una rottura irreparabile di tutto il circuito.
 
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    Leggi "blocca processi", leggi "salva premier", "41 bis" revocati e intercettazioni vietate. E' scontro istituzionale.
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    Gli affari della Despar in Sicilia. Si aggrava la posizione di Scuto nel processo.
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    Talpe Dda. Le motivazioni delle sentenze Cuffaro, Borzacchelli e Ciuro.
    Calcestruzzi spa. Le dichiarazioni di Siino su Pesenti.
    Nu Bellu Lavuru. Sulla Ss 106 una commistione tra 'Ndrangheta e politica.
    Gli interessi di Cosa Nostra sul ponte di Messina.
    Ed altro ancora...
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  • Editoriale

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    La nascita della seconda Repubblica sul sangue di Falcone e Borsellino

    Il 19 luglio 1992, a cinquantasette giorni di distanza dalla strage di Capaci, veniva assassinato a Palermo, in via D’Amelio, il giudice Paolo Borsellino e con lui gli agenti della sua scorta.

    Il 20 luglio 1992 nasceva la Seconda Repubblica di questo nostro Paese, basata sulla corruzione, sulle mafie, sulla violenza, sul dominio, sulla prevaricazione, sulla ricchezza illecita, sul razzismo e sulla xenofobia.

    Oggi, ancora luglio, ma 2008, ci ritroviamo per la terza volta al governo l’imprenditore Silvio Berlusconi, plurimputato in diversi processi, amico di condannati per mafia e amico di Cosa Nostra sin dai primi anni Settanta. Che inneggia, abbracciato al suo principale garante Marcello Dell’Utri, all’eroe Mangano, complice dello scioglimento nell’acido di esseri umani.


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    Si torna a parlare di Nucleare. Una minaccia per il mondo.
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