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Antimafia Duemila

Thursday
Aug 21st
Ecomafie, è emergenza PDF Stampa E-mail

Il rapporto di Legambiente

di Anna Petrozzi

Abusivismo edilizio, ciclo del cemento, ciclo dei rifiuti, rifiuti radioattivi e pericolosi, racket degli animali, archeomafia; sono i crimini contro l’ambiente la nuova miniera d’oro delle mafie in Italia. Grave l’allarme lanciato da Legambiente nell’ultimo rapporto Ecomafia 2000 che restituisce un quadro a dir poco preoccupante sulla situazione dello sfruttamento del patrimonio naturale ed artistico del nostro Paese.
Le regioni più esposte sono sempre quelle a tradizionale presenza mafiosa Campania, Sicilia, Calabria e Puglia, ma il losco business ha esteso le sue ramificazioni su tutto il territorio nazionale sfatando definitivamente il luogo comune (se ancora ce ne fosse bisogno) che la minaccia mafiosa sia solo una piaga del nostro meridione.
La strategia di attacco di Cosa Nostra, ‘Ndrangheta, Camorra e clan minori dimostra ancora una volta la straordinaria abilità del crimine organizzato di prevedere con largo anticipo quali saranno gli affari più proficui e meno rischiosi con cui accumulare capitali e soprattutto riciclare le immense fortune illecitamente costruite negli anni del boom della droga e degli armamenti.
Al contrario, i tempi di reazione dello Stato sono sempre elefantiaci. Sottovalutazione, mezzi inadeguati, leggi eternamente giacenti, scarsa conoscenza del fenomeno e la colpevole indifferenza della maggior parte dei cittadini lasciano campo libero all’impietoso processo di saccheggio ed inquinamento.
Una battaglia impari di cui però solo noi, Stato, siamo responsabili.
Le mafie sono infatti riuscite a penetrare le amministrazioni comunali, le aziende appaltatrici, e tutti quei settori utili ai loro affari approfittando sapientemente della corruttibilità di funzionari e politici, della inefficienza e malavoglia di impiegati a cui non è destinato alcun incentivo, della intimidazione e della profonda sfiducia che i cittadini italiani nutrono nei confronti di coloro che dovrebbero tutelare gli interessi della collettività. 
Oltre al vertiginoso profitto che finisce diritto nelle casse della malavita rendendola sempre più forte e spietata - Legambiente stima «il mercato potenziale dell’Ecomafia (che comprende il fatturato illegale vero e proprio e gli investimenti a rischio) in poco più di 26mila miliardi di lire, con un’evasione fiscale connessa nell’ordine di migliaia di miliardi»- il traffico dell’ambiente arreca conseguenze dirette e tangibili sulla vita quotidiana di ciascuno di noi.
Una costruzione abusiva potrebbe crollare causando la morte dei suoi occupanti, gli esempi in questo senso riempiono le cronache, i rifiuti ospedalieri o radioattivi ammassati in improbabili cave o seppelliti possono penetrare il suolo e contaminare magari una falda acquifera utilizzata per irrigare i campi il cui frutto della terra sarà poi sulle nostre tavole, o ancora gettati addirittura in mare con danni irreparabili per flora e fauna di cui ci cibiamo. Senza pensare che poi questo persistente inquinamento che va peggiorando in Italia come all’estero sta riducendo al minimo le possibilità di consegnare alle generazioni future un pianeta vivibile ed ecosostenibile.
«...in gioco, insomma, non è soltanto il nostro patrimonio ambientale, storico e archeologico è, per quanto riguarda i traffici e gli smaltimenti illeciti di rifiuti pericolosi, la salute di tanti cittadini... la «tolleranza zero» nei confronti dell’Ecomafia e della criminalità ambientale è una scelta indispensabile per garantire il successo di quel modello di ecosviluppo, o sviluppo sostenibile, che dir si voglia, da molti auspicato: un modello fondato sulla tutela e la valorizzazione delle straordinarie risorse culturali e naturali di questo Paese, la riqualificazione delle nostre città, l’innovazione tecnologica e la promozione di un’imprenditoria sana e pulita...»

Il nuovo abusivismo


Fortunatamente i dati del 1999 riguardanti l’abusivismo edilizio sono in calo rispetto all’anno precedente. Un forte ripristino della legalità a seguito dell’abbattimento di molte costruzioni in diverse regioni d’Italia «ha avuto un effetto preventivo, oltre quello direttamente repressivo nei confronti degli abusi accertati. Si è incrinata quell’aurea di impunibilità che ha caratterizzato a lungo il fenomeno dell’abusivismo nel nostro Paese».
I numeri tuttavia non consentono di godere di questa piccola vittoria, infatti «le nuove costruzioni illegali realizzate nel 1999 occuperebbero una superficie superiore ai 4,5 milioni di metri quadrati, per un valore immobiliare stimato in più di 4mila miliardi di lire.»
«Negli ultimi due anni sulla base delle nuove stime elaborate dal Cresme, in Italia sono state costruite più di 67mila case illegali, per una superficie complessiva di oltre 9 milioni di metri quadrati e un valore immobiliare stimabile in 8.200 miliardi di lire.»

Il Far West dei rifiuti


Non esiste in Italia, allo stato attuale, un programma di cultura ambientale degno di un Paese civile. Non vi è una regolamentazione legislativa adeguata, non vi è la dovuta preoccupazione per la destinazione dei rifiuti, né per il loro smaltimento. Si procede a tentoni con norme e provvedimenti sempre allo scopo di riparare, e rimediare i danni gravi che la politica dell’approssimazione produce.
Testualmente dalla Relazione alle Camere sull’attività svolta, presentata dalla Commissione parlamentare d’inchiesta sul ciclo dei rifiuti si legge: «si sta registrando un salto di qualità nell’azione delle organizzazioni mafiose. L’interesse non riguarda più solo l’attività finale di smaltimento, ma si sta estendendo al controllo degli appalti e alle scelte della pubblica amministrazione (...) il quadro emergente appare desolante: (...) da una parte la criminalità organizzata sta acquisendo il controllo dell’affaire rifiuti, dall’altra si evidenzia uno scollamento tra organi della pubblica amministrazione se non altro preoccupante».
Ancora più allarmante la situazione prospettata dal Prefetto di Napoli Giuseppe Romano in sede di audizione: << Tutti i comuni che si rivolgono al Prefetto per avere la cosiddetta certificazione antimafia impattano di fronte a condizioni per cui il 90% delle imprese in questo settore hanno un qualcosa che non fa stare tranquilli...>>
E il Prefetto di Bari per quanto riguarda la Puglia: <<...Parliamo di un sistema che ha il suo terminale in discariche organizzate, concesse e in parte verificate, ma gran parte del rifiuto, soprattutto quello pericoloso, non prende le vie legali e non sappiamo a chi è in mano>>.
Al Nord, poi, il problema presenta altre sfaccettature. L’on. Massimo Scalia, presidente della Commissione, sostiene che in questo caso si tratta di <<imprenditoria deviata (che) ricerca la complicità ed il sostegno delle amministrazioni locali e della burocrazia corrotta>>.
Quindi dal Nord al Sud corruttela e criminalità assicurano bottini miliardari, ma il controllo capillare del territorio nelle regioni del Sud da parte delle varie mafie fa sì che la maggioranza dei rifiuti venga trasportata proprio nelle regioni a rischio, dove per altro l’inquinamento e il degrado non consentono il pieno sviluppo di aree turistiche che potrebbero essere una preziosa fonte di reddito per quelle zone così fortemente piegate dalla disoccupazione.
I numeri restituiscono con maggior efficacia la realtà.
«La Campania, dove si produrrebbero 73.158 tonnellate di rifiuti pericolosi, ospiterebbe impianti in cui ne vengono trattate e smaltite oltre 210.000; anche in Sicilia si trattano e smaltiscono più rifiuti pericolosi di quanti non se ne producano (oltre 90mila tonnellate contro una produzione stimata in poco più di 47mila tonnellate l’anno)».
Rifiuti che vengono trasportati per tutta Italia di cui non si ha una documentazione che possa essere considerata valida. Secondo il Procuratore Capo di Napoli, ascoltato dalla Commissione, infatti, «il classico modus operandi per tale tipo di traffici riguarda il cosiddetto ‘giro bolla’, grazie al quale i rifiuti pericolosi vengono spediti da un soggetto ad un altro, il quale emette una ricevuta. Tale ricevuta però è falsa, perché costui quei rifiuti né li riceve né li inertizza. In realtà i rifiuti sono stati spediti altrove illecitamente (presso cave abbandonate o discariche non autorizzate a ricevere rifiuti di provenienza extra regionale, se non addirittura mescolati al terriccio ed interrati per essere utilizzati nella pavimentazione di strade o nella costruzione di abitazioni civili). Eppure formalmente la documentazione è regolare: vi è un mittente di rifiuti pericolosi e vi è un ricevente che dichiara sia la ricezione che il declassamento».
Le ricerche della Commissione portano ad una conclusione davvero drammatica: «quasi il 50% di questi rifiuti svanisce, con le evidenti conseguenze negative sulla salute dell’ambiente e dei cittadini».

Uno sguardo da vicino


In Sicilia questo tipo di traffico rientra appieno nella strategia del silenzio voluta da Cosa Nostra all’indomani del periodo stragista. Bernardo Provenzano e i suoi, infatti, hanno optato per la tattica della pax, niente più bombe, nessun attacco frontale allo Stato, tanto da voler persino far credere che la mafia sia stata sconfitta.
Di conseguenza anche gli affari si sono fatti meno rischiosi. Da sempre gli appalti rappresentano una miniera d’oro facilmente depredabile per la potenza di infiltrazione delle cosche tanto sul territorio che nelle amministrazioni. La pioggia di investimenti prevista per l’anno 2000 proprio in Sicilia non può che essere un incentivo allettante. Redditizio e ancora meno compromettente, come si è visto, il business dei rifiuti le cui dimensioni preoccupano fortemente la Procura di Palermo rappresentata dal suo Capo, il dott. Pietro Grasso, che in sede di udienza presso la Commissione parlamentare d’inchiesta sul ciclo dei rifiuti ha confermato in linea generale i dati diffusi da Legambiente, ma ha in particolar modo messo in evidenza la carenza di strutture specializzate finalizzate alla repressione di questo tipo di crimine.
Infatti i risultati che si sono raggiunti sono da attribuire al controllo esercitato da parte degli organi delegati dalla magistratura, <<i controlli amministrativi sono gravemente inefficienti e gli apparati di controllo e di prevenzione pare che non facciano il loro lavoro, per cui l’intervento del giudice speciale viene spesso considerato come sostitutivo dell’attività di controllo>>.
Di fatto si è risaliti alla ricostruzione della pericolosità di questi crimini contro l’ambiente attraverso la pista delle indagini antimafia, <<mentre dovremmo riuscire dalle violazioni sul territorio a ricostruire i collegamenti e chi sono i soggetti destinatari dei frutti di questa illecita gestione del territorio>>.
Questo sarebbe possibile se si potessero utilizzare mezzi di indagine più efficaci nei confronti della criminalità organizzata come le intercettazioni telefoniche ed ambientali. Ciò è dovuto all’assenza di una legge adeguata alla gravità di questi crimini. E’ infatti a causa dei limiti di pena per i reati in materia ambientale che non è consentito ricorrere ai mezzi di investigazione di cui sopra.
Anche in questo caso si sono ottenuti sequestri di immobili e di discariche e condanne degli imputati anche per associazione mafiosa grazie alle dichiarazioni di alcuni collaboratori di giustizia, <<essenziali per rompere il  muro di omertà e per superare l’interposizione fittizia di soggetti incensurati che operano come prestanome di boss mafiosi>>.
Le soluzioni, in sostanza si potrebbero trovare con gli strumenti adeguati. <<Con l’attiva  collaborazione tra le procure locali e la procura distrettuale antimafia e l’opportuno impiego delle competenze dei magistrati che hanno una specifica esperienza in questo settore e l’apporto coordinato delle forze di polizia>> ha continuato il procuratore capo <<potranno essere raggiunti in breve nuovi positivi risultati>>.

Richieste

In  base al gravissimo quadro illustrato da Legambiente, l’associazione ha formulato  quattro richieste di intervento immediato degli organi di legislazione, che ci auguriamo vengano presto accolte:

1) lo stralcio, dal disegno di legge del governo sui reati ambientali, del delitto di traffico illecito dei rifiuti e la sua immediata introduzione, attraverso gli strumenti legislativi più opportuni ed efficaci, nel sistema sanzionatorio del nostro Paese;

2) l’avvio, in sede deliberante al Senato, dell’esame del disegno di legge del governo relativo all’introduzione dei delitti contro l’ambiente nel nostro Codice penale e delle altre proposte di iniziativa parlamentare, con l’obiettivo di realizzare questa importantissima riforma entro la scadenza naturale della legislatura;

3) la rapida approvazione del disegno di legge presentato dal governo per quanto riguarda la lotta all’abusivismo edilizio e la contemporanea, esplicita rinuncia da parte di tutte le forze politiche (a cominciare da quelle di maggioranza) a qualsiasi ipotesi di condono edilizio;

4) l’immediata ratifica della «Convenzione sulla protezione dell’ambiente attraverso il diritto penale» redatta dal Consiglio d’Europa il 4 novembre 1998, alla quale hanno già aderito numerosi Paesi europei.


Dovere civile

Come società civile non ci è consentito rimanere impassibili di fronte ad un tale degrado. Il cielo, il mare, la terra, le risorse, il patrimonio artistico d’Italia sono un bene prezioso e comune, godiamo delle bellezze che il nostro Paese ci offre ed è una nostra responsabilità tutelarle e difenderle, per noi e per i figli a venire. E soprattutto è nostro specifico e primario dovere sottrarre a chi dalla distruzione guadagna, il territorio che ci appartiene. Possiamo cominciare a farlo pretendendo dai nostri rappresentanti una politica limpida, trasparente ed efficiente, subito.

Anna Petrozzi

 
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