| Rassegna stampa n°37 |
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PER NON DIMENTICARE La redazione di ANTIMAFIADuemila ricorda giornalisti, giudici, uomini delle Forze dell’ordine uccisi da Cosa Nostra 5 gennaio 1984 Giuseppe Fava, giornalista 6 gennaio 1980 Piersanti Mattarella, presidente della Regione Sicilia 8 gennaio 1993 Beppe Alfano, giornalista 12 gennaio 1988: Giuseppe Insalaco, sindaco di Palermo per pochi mesi. 14 gennaio 1988: Natale Mondo, l’agente di polizia sopravvissuto all’agguato in cui avevano perso la vita Cassarà e Antiochia. 25 gennaio 1983: Giangiacomo Ciaccio Montalto, giudice di Trapani 26 gennaio 1979: Mario Francese, giornalista MAFIA E MALAVITA 11 gennaio 2004 Palermo. Chiusa per due giorni la sede palermitana della Banca Popolare di Lodi nella Zona di Villagrazia. Il 21 perché la maggioranza dei dipendenti presentarono certificato di malattia, il 29 per uno sciopero. Di fatto il vero motivo è sotto gli occhi di tutti. Preso ripetutamente d’assolto da bande criminali, l’istituto di credito non sembrava più sicuro soprattutto dopo la morte del metronotte Francesco Mannino, rimasto ucciso l’agosto scorso. Ma chi c’era dietro la lunga serie di colpi? La procura pensò subito alla mafia, qualche volte Cosa Nostra è ricorsa alle rapine quando aveva bisogno urgente di autofinanziarsi. Nel 1975 per esempio Angelo La Barbera era stato arrestato a Lampedusa per un colpo messo a segno precedentemente a Catanzaro. Nonostante però Cosa Nostra abbia un controllo capillare del territorio anche la piccola malavita, costituita da nomadi, piccoli trafficanti, e rapinatori minorenni resta inevitabilmente “fuori regime” e al tempo stesso molto pericolosa. Esiste quindi oltre alla classica mafia, una delinquenza più piccola da gestire, che richiede più investimenti in sicurezza che non tutti hanno la possibilità di avere. La mafia comunque – assicurano i magistrati - continua ad avere un ruolo di primo piano, imponendo tangenti che arrivano anche al 50 per cento sulle rapine più consistenti, lasciando il via libera ai “più piccoli” purché non mettano a rischio gli interessi della “famiglia” che controlla il territorio. A volte determinati segni intimidatori o eventi drammatici, afferma il Procuratore Piero Grasso, possono essere dei messaggi mafiosi con interesse a destabilizzare la sicurezza dei commercianti e degli istituti di credito per spingerli a ripararsi sotto le ali protettive del racket. Silvia Cordella MAFIA: GIOVANNI BRUSCA, NEL ’90 UN PIANO PER UCCIDERE MORMINO 9 GENNAIO 2004 Palermo. L’avvocato penalista Nino Mormino, deputato di Forza Italia, vicepresidente della commissione Giustizia e difensore storico della famiglia Madonia, era finito sulla lista di quelli che dovevano venire ammazzati fra la prima e la seconda metà degli anni ’90. A rivelarlo è il collaboratore di giustizia Giovanni Brusca. Il piano fu prima rinviato e poi definitivamente accantonato: nel 1996 venne infatti arrestato Giuseppe Monticciolo, il killer che avrebbe dovuto uccidere Mormino, divenuto ora collaboratore di giustizia e sempre nello stesso anno avvenne l’arresto di Giovanni Brusca. Lo scorso anno Mormino era stato accusato dal pentito Nino Giuffrè di non aver mantenuto gli impegni presi con Cosa Nostra, Mormino una volta eletto si sarebbe dovuto adoperare con altri di Forza Italia per ottenere un alleggerimento del regime di carcere duro per i mafiosi. Le dichiarazioni di Giovanni Brusca sono agli atti dell’indagine che ha visto Mormino indagato per associazione mafiosa, l’inchiesta potrebbe essere chiusa con una richiesta di archiviazione. Lorenzo Baldo LA SICILIA PROBABILE PATTUMIERA DI SCORIE RADIOATTIVE? IL RISCHIO E’ ALTO 9 gennaio 2003 Palermo. Dopo la cancellazione di Scanzano Jonico tutta la Sicilia è in fibrillazione. Un’apposita Commissione Europea ha individuato in Sicilia ben 11 siti idonei ad ospitare l’unico deposito nazionale di scorie nucleari. Il 18 dicembre scorso il Governo ha deciso di spostare la scelta del sito a dopo le elezioni europee. <<E’ un segnale chiaro – ha commentato il deputato regionale dei Verdi Calogero Micciché – il centrodestra non vuole trovarsi contro in periodo elettorale il suo punto di forza, la Sicilia>>. Dal 6 dicembre i Verdi hanno intrapreso un tour che prevede l’occupazione preventiva di tutte quelle aree siciliane a rischio (Resuttano, Realmente, Pasquasia, Racalmuto, Milena, Petraia, ecc.). L’obiettivo è far dichiarare all’Ars la Sicilia territorio denuclearizzato. Intanto il sindaco di Porto Empedocle, Paolo Ferrara, si è detto pronto insieme a tutta la cittadinanza ad innalzare barricate qualora le attenzioni degli esperti del Ministero dell’Ambiente dovessero concentrarsi sull’area ex Montedison per lo stoccaggio nucleare. Questo sito industriale dismesso dista appena 500 m dal centro abitato e qualche km da Agrigento e dalla sua Valle dei Templi, considerata patrimonio dell’umanità, oltre che da altri comuni della penisola. Il Governo ignora forse che questa area è il cardine di un progetto della società Policentro mirante alla realizzazione di strutture alberghiere ed attività turistiche d’elite. I senatori siciliani dell’Ulivo si sono mobilitati domandando al Governo di pronunciarsi chiaramente sull’esclusione dei comuni siciliani dalla lista dei siti perché il territorio isolano risulta ad alto rischio sismico e pertanto assolutamente non idoneo alla destinazione di scorie radioattive. <<L’eventuale scelta di un sito siciliano – è intervenuto il senatore agrigentino Accursio Montalbano – non solo suonerebbe come una irrimediabile condanna alla marginalità, all’isolamento ed al sottosviluppo, ma metterebbe in evidenza che il Governo si ricorda che il sud esiste solo come pattumiera di scorie nucleari e non come risorsa per la crescita economica dell’intero paese>>. Mentre la Regione cerca di minimizzare il rischio scorie in Sicilia, resta il mistero sulla visita avvenuta lo scorso dicembre di alcuni funzionari del Corpo miniere all’Archivio di Stato di Caltanissetta. Pare che ai funzionari sarebbero state consegnate diverse mappature ed altri carteggi tecnici sulle miniere ennesi di sali potassici di Pasquasia e di zolfo della vicina Cammarella (oggi però in disuso); sarebbero state distribuite informazioni sulla miniera Destricella, nei pressi di Raddusa, in provincia di Catania; sarebbero state date in visione carte sulla miniera Trabonella, nel nisseno. L’8 gennaio il parlamentare europeo Nello Musumeci, di An, ha presentato un’interrogazione alla Commissione di Bruxelles chiedendo di conoscere gli studi scientifici preliminari condotti per la individuazione dei siti. Musumeci ha sottolineato un particolare: la Sicilia è una regione a vocazione di sviluppo agricolo e turistico ed ha già pagato un prezzo altissimo in termini ambientali con il più grosso complesso petrolchimico d’Europa. Dora Quaranta COMMEMORAZIONE PER L’OMICIDIO MATTARELLA 7 gennaio 2004 Palermo. Ventiquattresimo anniversario per un altro “delitto eccellente” di Palermo, quello del presidente della Regione Sicilia Piersanti Mattarella. Ucciso il 6 gennaio 1980, la sua morte assieme a quella di Michele Reina non conosce ancora gli esecutori materiali. <<Un delitto che lascia supporre un omicidio eccellente, assolutamente riservato a pochi che si trovavano ai vertici>>, dice il procuratore Grasso, che indagò in prima persona sul caso. Dopo così tanto tempo da quell’omicidio si sa che venne eseguito con il benestare di Cosa Nostra. <<Nonostante tanti collaboratori di giustizia, anche di alto livello – dichiara il procuratore Grasso – nessuno ha mai saputo fornire certezze in ordine agli esecutori materiali o ai mandanti esterni>>. Ne sono una testimonianza anche le dichiarazioni di Tommaso Buscetta e Francesco Marino Mannoia che hanno riferito che Mattarella era inviso a Cosa Nostra e per questo venne decisa la sua morte. Grasso parla di <<un omicidio determinato da moventi complessi con coincidenza di interessi esterni a Cosa Nostra, maturato in un contesto economico, politico, mafioso, in cui c’erano degli interessi coincidenti per tenere in piedi questo sistema>>. Alla luce di oggi <<Se il sacrificio di Mattarella è così vivo, - afferma Grasso - è perché il suo impegno è di grande attualità. La Sicilia deve fare ancora molta strada sul versante della questione morale. La lezione di Mattarella va mantenuta anche per questo viva e, se è possibile, vanno incrementate le occasioni per ricordare questo presidente della Regione>>. Il procuratore Grasso prosegue: <<basta pensare che in poco meno di due anni di governo (marzo 1978-gennaio 1980) fu approvata una legge per la riduzione degli indici di edificabilità che aveva eliminato alla radice la possibilità di nuove speculazioni mentre i mafiosi avevano già fatto incetta di aree, fu istituito l’albo degli imprenditori, fu varata la rotazione dei collaudi, furono avviate le ispezioni nei Comuni, non ultima quella di Palermo legata alle procedure d’appalto per le scuole. Mattarella si pose contro un sistema di potere politico economico e mafioso nella stagione in cui Cosa Nostra non era ancora sotto la dittatura corleonese, ma era quella delle famiglie palermitane forti di relazioni a tutti i livelli>>. Alla cerimonia di commemorazione con la vedova Irma Chiazzese, i figli Bernardo e Maria e il fratello Sergio Mattarella hanno partecipato il presidente della Corte d’Appello Carlo Rotolo e altri magistrati, il prefetto Giosuè Marino, il questore Francesco Cirillo. Corone di fiori sono state deposte anche dal presidente della Regione Totò Cuffaro. La sua presenza ha suscitato polemiche. <<E’ davvero imbarazzante>> ha dichiarato Giusto Catania, segretario regionale di rifondazione comunista. <<i siciliani non possono tollerare di essere governati da un presidente moralmente delegittimato perché coinvolto in diverse inchieste giudiziarie sul rapporto tra mafia e politica e sulla cui responsabilità personale pesano gravissime ombre>>. <<La singolarità della figura di Piersanti come uomo di governo è evidente – ha aggiunto Leopoldo Elia, ex presidente della Corte Costituzionale – è certo un politico ma con un senso dell’amministrazione molto raro tra gli uomini politici cresciuti nei partiti di massa>>. Per il senatore forzista Carlo Vizzini, <<oggi, mentre colletti bianchi e coppole storte trovano nuovi accordi e cercano di avvicinare i partiti, l’esempio di Mattarella è l’unica strada da seguire nel contrasto alla mafia da parte della politica. Forse la politica dovrebbe avere più coraggio nella sfida ai mafiosi>>. Piersanti Mattarella <<rimane il simbolo del riscatto della politica regionale siciliana, - ha concluso il procuratore di Palermo - questo per la sua forte opposizione a favoritismi, sprechi, a forme di parassitismo; insomma, a tutte quelle sacche di inefficienza nelle quali cerca sempre di insinuarsi la mafia, cose che avvenivano allora ma che non sono state totalmente eliminate>>, ha concluso il procuratore di Palermo. Maria Loi MANTOVA PROPONE UN NUOVO FESTIVAL 7 gennaio 2004 Roma. L’iniziativa del festival di Mantova ha già avuto una grossa risonanza tra i partecipanti, e tutto fa presagire ad una buona riuscita della manifestazione. <<Promosse le personalità forti, la credibilità e la coerenza. Bocciati, invece tutti quelli che, anche con nomi altisonanti, si sono presentati con pezzi modernizzati in modo forzato o innaturale>> A promuovere la gara è Nando Dalla Chiesa e andrà in onda proprio nei giorni dello spettacolo sanremese dal 2 al 6 marzo. Tra i presenti ci saranno moltissimi concorrenti e selezionatori più o meno noti, non ci sarà solo musica, ma in previsione, oltre ad una rassegna dedicata al cinema musicale, anche cinque spettacoli teatrali con grandi nomi italiani e una serie infinità di attività collaterali. Silvia Cordella MATTEO MESSINA DENARO, LA SUA OMBRA DIETRO UN NECROLOGIO 6 gennaio 04 Palermo. La Procura di Palermo ha aperto un’inchiesta su una frase apparsa il 30 novembre ‘03 all’interno del necrologio de Il Giornale di Sicilia in occasione del terzo anniversario della morte di Francesco Matteo Denaro, poiché conterrebbe un messaggio del boss Matteo Messina Denaro. <<Beati i perseguitati perché di essi è il regno dei cieli>> riporta il necrologio. Il messaggio riprende un versetto del vangelo secondo Matteo, il quale secondo gli investigatori sarebbe stato inviato proprio dal figlio del defunto Francesco, Matteo Messina Denaro, latitante dal 1993 e boss dell’ala stragista di Cosa Nostra che potrebbe aver voluto mettersi in contatto con la famiglia. Francesco Messina Denaro, fu trovato morto all’età di 79 anni nelle campagne di Triscina, accusato di mafia e ritenuto colpevole delle stragi del ’93 era uno dei rappresentanti di Riina e Provenzano nella Sicilia occidentale. Dopo la sua morte, il figlio Matteo ne ereditò la carica. Silvia Cordella DI NUOVO CARCERE DURO PER FRANCESCO TAGLIAVIA 6 gennaio 2004 Palermo. Il boss Francesco Tagliavia, esponente del gruppo di fuoco della famiglia di Corso dei Mille, secondo direttive del ministro della giustizia Roberto Castelli, ritorna nuovamente alle restrizioni previste dal 41 bis. Non si placano però le polemiche sulle decisioni prese dai Tribunali di Sorveglianza che hanno revocato il carcere duro a 64 boss della malavita molti dei quali ad alta pericolosità. <<La periodica discussione che si fa sull’argomento è un errore>> afferma Piero Fassino esponente Ds. Il carcere duro <<è un fondamentale strumento per combattere la mafia e per questo occorre essere coerenti>>. Sull’argomento interviene anche Anna Palma, procuratore aggiunto della Dda di Palermo, pm nel processo per la strage in via D’Amelio. <<Sicuramente la prova concreta dei rapporti con l’esterno è complessa perché presuppone un’attività costante. Sono convinta che, detenuti in regime carcerario 41 bis riescano a tenere contatti con l’esterno – dichiara La Plama - visto che per chiedere la reiterazione del regime di carcere duro il magistrato deve provare i contatti del boss ciò ripeto è complesso e secondo me andrebbe cambiato>>. Silvia Cordella IL CROLLO PARMALAT E LA VICENDA DELL’AMBROSIANO 28 dicembre 2003 Milano. Crollo Parmalat. La procura milanese ha aperto un’inchiesta. Sulla vicenda si è pronunciato anche l’ex procuratore di Milano Gherardo D’Ambrosio che ha dichiarato: <<Direi che la vicenda Parmalat richiama molti casi precedenti ben noti. Del resto questo fatto di avere crediti in società con sedi nei cosiddetti paradisi fiscali ricorda molto da vicino la vicenda dell’Ambrosiano>>. Il crollo secondo il pm Gerardo d’Ambrosio è legato alle patologie dell’economia italiana e all’assenza di controlli e deterrenti. <<La mancanza di trasparenza dei bilanci e il passaggio da una millantata solidità finanziaria alla scoperta di irrimediabili condizioni. Noi in Italia li abbiamo sempre avuti questi episodi a cominciare dalla Banca privata finanziaria di Sindona, alla vicenda appunto del Banco Ambrosiano>>. Come sostenitore della legge che depenalizza il falso in bilancio D’Ambrosio dichiara: <<Mi sono sempre stupito del fatto che in Italia venisse approvata proprio quando negli Stati Uniti esplodeva il caso Enron. Ma come, sostenevo, negli Usa ci sono molti più controlli che in Italia e addirittura per gli amministratori che alterano il bilancio si prospettano pene paragonabili a quelle comminate per un omicidio. Eppure ha potuto verificarsi una catastrofe di questo tipo. Noi invece, andiamo contro corrente e addirittura abbassiamo le pene e i tempi di prescrizione, quando mercati più sicuri di quello italiano vanno nella direzione opposta>>. Quindi una vicenda come quella Parmalat mette in evidenza che non si possono <<trovare soluzioni con una normativa come quella varata dal governo, che depenalizza invece di introdurre misure più severe>>. Maria Loi NUOVO INTERROGATORIO PER CRISAFULLI 27 dicembre 2003 Caltanissetta. E’ stato sottoposto a nuovo interrogatorio il deputato diessino Vladimiro Crisafulli, vicepresidente dell’assemblea regionale siciliana, indagato per concorso in associazione mafiosa. <<Ho trovato un clima disteso - ha detto Crisafulli – e sono assolutamente fiducioso in una conclusione positiva della vicenda>>. Il pm titolare dell’inchiesta, Roberto Condorelli, ha chiesto chiarimenti sul colloquio registrato dalle telecamere tra il deputato regionale e l’avvocato Raffaele Bevilacqua, presunto boss mafioso, all’Hotel Garden di Pergusa. Nel colloquio sembrerebbe che i due avessero parlato proprio degli appalti da assegnare nella zona. Durante l’interrogatorio all’esponente politico sono state chieste alcune precisazioni su un passaggio del colloquio, sul quale la sua versione e quella dell’avvocato Bevilacqua non coinciderebbero. Anna Petrozzi RIINA TRASFERITO NEL CARCERE MILANESE DI OPERA 24 dicembre 2003 Ascoli Piceno. Il trasferimento del superboss di Corleone dal carcere di Marino del Tronto (AP) a quello di Opera (MI) è dunque da ritenersi definitivo. Lo ha reso noto il Dap che ha disposto il suo spostamento il 24 dicembre '03, giorno della vigilia di Natale. Il padrino di Cosa Nostra della stagione mafiosa più stragista della storia, detto "u'curtu" era stato arrestato il 15 gennaio 1993 dopo una latitanza durata circa 25 anni. Lui, capo di Cosa Nostra dagli anni '80, aveva ordinato le stragi in cui rimasero uccisi i magistrati Rocco Chinnici, Giovanni Falcone, Paolo Borsellino, il Gen. Carlo Alberto dalla Chiesa e quelle del '93 avvenute a Roma, Firenze e Milano, inserite in un quadro violento che racchiudeva il periodo della cosiddetta “trattativa” tra la mafia e pezzi deviati dello Stato. Il prezzo di tale contrattazione sarebbe poi stata la famosa “pax mafiosa” pagata in prima persona proprio da Riina con la sua cattura, quest'ultima ancora poco chiara su alcuni punti importanti come la mancata perquisizione del covo di Palermo (avvenuta 18 giorni dopo la sua cattura) dove il boss venne arrestato dagli agenti del Ros dei Carabinieri guidati dal Capitano Ultimo. Secondo le ipotesi avanzate da alcuni collaboratori di giustizia quali Giovanni Brusca, Santino Di Matteo e Balduccio Di Maggio, all’interno della casa doveva essere custodito, con molta probabilità, il famoso "papello". Carte scottanti che riguardavano la “trattativa” ossia le richieste che Cosa Nostra aveva inoltrato a organi deviati delle istituzioni in cambio di altri favori. Giovanni Brusca parlando dell’episodio, ricorda che Riina << aveva l´abitudine di conservare i documenti in una cassaforte. […] - E che, ha dichiarato - parlando con Leoluca Bagarella e con Leonardo e Vito Vitale (al tempo latitanti, ndr), siamo perciò giunti alla conclusione che i carabinieri non sono voluti entrare subito nell´abitazione del Riina in quanto temevano che all´interno della stessa potesse trovarsi traccia del papello>>. Infatti in quei 18giorni trascorsi dal momento dell’arresto alla perquisizione del covo i mafiosi ebbero il tempo di scardinare dal muro la cassaforte, aprirla con la fiamma ossidrica e ripulirla di ogni documento. Ora Totò Riina ha 74 anni e le sue condizioni di salute vacillano. Al limite dell'obesità per una disfunzione tiroidea è affetto da cirrosi epatica e ipertensione alle quali si aggiungono un infarto e due recenti crisi ischemiche. Il suo trasferimento sarebbe stato dunque inevitabile in una struttura più adeguata ad affrontare la sua malattia anche se proprio per questo le preoccupazioni non finiscono ma, al contrario, si elevano tra i corridoi della polizia penitenziaria di Opera. <<Se Riina ha davvero grossi problemi al cuore - spiegano gli agenti - saremo costretti a portarlo alla clinica Monzino o al San Paolo. Il nostro centro clinico non ha un cardiologo fisso, ma uno specialista esterno che entra due volte la settimana per le visite prenotate. Gli elettrocardiogrammi all'interno vengono fatti, le coronografie no>>. Riina infatti di recente era stato ricoverato al Lancisi di Ancona e sottoposto al delicato intervento dopo che un malore lo aveva colto nella sua cella di Marino del Tronto. Il legale di Totò Riina il dott. Luca Cianferoni si dice per ora soddisfatto di questa scelta. <<Lui sa che non potrebbe mai uscire dal carcere - commenta - ma si aspetta di essere almeno trattato con dignità, nelle sue condizioni fisiche potrebbe avere la detenzione domiciliare o il differimento pena. Ho fatto le richieste, sono state respinte. Hanno deciso per il trasferimento ad Opera, dove c'è un centro clinico moderno. Per ora valuto positivamente questa scelta, presto verrò a trovarlo e verificherò la situazione>>. Intanto il boss di Corleone proprio il primo gennaio 2004 fa conoscere una sua richiesta in occasione della visita dell'eurodeputato radicale Maurizio Del Turco, autore di una mini polemica che vedeva, in un primo momento, il superboss assente nel carcere milanese, notizia mendace poi smentita dal direttore di Opera Alberto Fragomeni. Del Turco ha spiegato << (Riina) ha detto che il mondo deve sapere le sue condizioni. Ha fatto presente di avere 3 by-pass e che nel 2003 è stato colpito da due infarti e che quindi trova assurdo che una persona di 74 anni come lui, in quello stato di salute, dopo 11 anni di isolamento non debba avere condizioni di detenzione più dignitose>>. Del Turco ha anche sottolineato che il boss ha denunciato di << non poter nemmeno ricevere il cibo di casa>>. Tali richieste hanno suscitato severe critiche <<Ai politici che il primo giorno dell’anno 2004 hanno sentito il bisogno di andare a visitare ed ascoltare le richieste di Salvatore Riina, solo una cosa può essere successo, hanno perso la loro dignità di uomini e di politici. - Esprime così l’amarezza Giovanna Maggiani Chelli vicepresidente dell’associazione dei familiari delle vittime della strage di via dei Georgofili – e prosegue - Mai ho avuto fiducia nella politica quando il tema da affrontare è il tritolo stragista italiano ma in questo caso si è toccato il fondo, un fondo dal quale la politica italiana sotto ricatto, non riesce più a salire contribuendo giornalmente a rendere sempre più vane le nostre speranze di giustizia. Il regime del carcere duro detto 41 bis è una pena severa, ma giusta, necessaria davanti a crimini perpetrati contro l’umanità come le stragi del 1993. L’uomo di Cosa Nostra in carcere – continua – invece di piagnucolare chiedendo una condizione detentiva più dignitosa, deve avere il coraggio di ritrovarla da solo la sua dignità, pensando seriamente a Dario Capolicchio, Caterina Nencioni e Nadia Nencioni, morti, bruciato vivo il primo e infilzate e schiacciate da tonnellate di solai crollate le seconde. L’uomo anziano e malato di Cosa Nostra […] deve collaborare con la giustizia e dirci quali sono stati i politici che gli hanno promesso che il 41 bis sarebbe stato abolito.>> Ora Riina, detenuto n.1.410, è stato sistemato nel piccolo reparto di Opera destinato ai carcerati sottoposti al regime di carcere duro, oltre a lui infatti sono solo altri due i detenuti al 41 bis. I tre reclusi possono avere un colloquio al mese con i familiari e hanno diritto ad una telefonata, in più dispongono di due ore di socializzazione al giorno fra loro in una stanzetta dove è presente anche la cyclette. Riina infatti come prima richiesta al direttore del carcere milanese aveva chiesto La gazzetta dello sport, Il giornale di Sicilia e una Cyclette per la sua attività fisica. Insomma, si può dire che anche se il boss detenuto più famoso dei nostri tempi non potrà forse aspettarsi di ritornare a casa le sue richieste vengono comunque accolte nel tempo. Ci auspichiamo che tra queste non rientrino quelle contenute nel famoso "papello" nel quale in cambio di una pax-mafiosa, Cosa Nostra chiedeva l'abolizione dell'ergastolo e del 41 bis, la revisione del maxi-processo, la neutralizzazione dei pentiti, l'abrograzione della legge sul sequestro dei beni ai mafiosi e altre leggi vantaggiose per l’organizzazione mafiosa. Silvia Cordella A SIRACUSA LA MAFIA E’ UNA VECCHIA STORIA, INTERVENGA L’ANTIMAFIA 24 dicembre 2003 Siracusa. Le recenti dimissioni dell’onorevole Filippo Mancuso membro della Commissione Parlamentare Antimafia hanno suscitato non poche preoccupazioni tra le fila politiche. La polemica era nata dai dissensi che il guardasigilli Mancuso aveva apertamente espresso nei confronti, in particolare, di Cesare Previti accusandolo di condizionare il premier e tenere in scacco i parlamentari della Casa delle libertà, condizionando l'attività politica in materia di giustizia. Il Sen. Antonio Rotondo dei Democratici di Sinistra chiede così l’intervento di una Commissione Parlamentare Antimafia. << Il presidente Roberto Centaro deve fugare immediatamente e senza indugi tutti i dubbi avanzati dall’ex ministro della Giustizia Filippo Mancuso – ha affermato Rotondo - e programmare subito l’arrivo della Commissione Parlamentare Antimafia in provincia di Siracusa. Le dimissioni di un’esponente così autorevole – ha aggiunto Rotondo – ripropongono ancora una volta pesanti perplessità sulla volontà di minimizzare e sottovalutare un fenomeno criminale e malavitoso che a Siracusa e provincia ha visto registrare una preoccupante recrudescenza e che deve essere contrastato in maniera capillare e diffusa a tutti i livelli istituzionali. Il senatore accusa inoltre le collusioni tra la criminalità e il mondo politico che << a Siracusa sono storia nota – dice – così come non vanno dimenticati i costanti racket delle estorsioni ai danni di esercizi commerciali e imprese che condizionano pesantemente l’economia e lo sviluppo>>. La situazione secondo il senatore Rotolo è grave abbastanza da <<imporre, da tempo, l’attenzione dovuta da parte dell’antimafia. Dopo le richieste avanzate personalmente, il presidente Centaro ha adesso una motivazione in più per assicurare un’inchiesta sui rapporti tra mafia e politica nel siracusano.>>. Silvia Cordella MORTO IL BOSS BONANNO 23 dicembre 2003 Palermo. Stroncato da un infarto il boss di Resuttana Francesco Bonanno. Il corpo senza vita era stato portato al pronto soccorso dell’ospedale Buccheri La Ferla di Palermo da due uomini che poi si sono allontanati a bordo di una Fiat 600 blu. A riconoscere il corpo è stato il fratello Giovanni condannato a quattro anni per estorsione ed associazione mafiosa, ma scarcerato da qualche mese. Francesco Bonanno era figlio di Armando, uno dei killer del capitano dei Carabinieri Emanuele Basile, ucciso nel 1987 mentre era latitante con il metodo della lupara bianca. Sposato e padre di due figli, era latitante dal 20 ottobre 2001, quando nel corso di un blitz antimafia “Le notti di San Lorenzo” era riuscito a sfuggire alla cattura. Ufficialmente commerciante all’ingrosso del pesce, in realtà, su incarico di Lo Piccolo si sarebbe occupato della riscossione del pizzo. Secondo gli investigatori avrebbe guidato la cosca di Resuttana in occasione dell’arresto del fratello. Maria Loi REATI IN CRESCITA NELLA PROVINCIA DI MACERATA 23 dicembre 2003 Macerata. Il 22 dicembre scorso il comando provinciale dell’Arma – rappresentato dal comandante generale tenente colonnello Giovanni Capasso, dal comandante del nucleo operativo provinciale maggiore Carmine Caracciolo e dal comandante della compagnia dei carabinieri di Civitanova Marche Fabio Canfarini - nel corso del tradizionale incontro con i giornalisti ha reso pubblico il bilancio di un anno d’attività dell’Arma. Dall’incontro è emerso che nel 2003 sono stati più di 7000 i reati perseguiti contro i 6000 e poco più dello scorso anno, sono diminuiti invece i furti e i sequestri di persona ma sono aumentate le rapine, gli omicidi e le estorsioni. Alcuni dati. Sono state 3000 il persone deferite all’autorità giudiziaria di cui 264 arrestate mentre 2796 solo denunciate. Invece sono aumentate le rapine che da 31 del 2002 sono passate a 35 nel 2003 con 12 autori identificati contro i 23 dello scorso anno. Il comandante provinciale Capasso ha precisato che “la guardia non va abbassata” e che "occorre però che i cittadini continuino a darci una mano, a collaborare con le istituzioni per tenere alta la guardia e per evitare che fenomeni criminosi si diffondano sul territorio". Marco Cappella LA CAMORRA VOLEVA COLPIRE VIGNA 20 dicembre 2003 Firenze. Il procuratore nazionale antimafia Pier Luigi Vigna sarebbe nel mirino della camorra, a rivelarlo un ex recluso dell’Ucciardone. L’attentato sarebbe dovuto avvenire a Firenze prima del natale 2003 usando dei candelotti di dinamite, lo ha spiegato agli inquirenti Raffaele Lucciardi appartenente alla nuova camorra organizzata. L’uomo, un pregiudicato di 61 anni, si presenta il 20 Novembre scorso presso l’ufficio del procuratore aggiunto Francesco Fleury a cui è stato affidato il caso, dicendo di essere stato scarcerato l’8 settembre 2003 dal carcere di Palermo dopo aver scontato 6 anni per un cumulo di pena. << Il 22 agosto scorso – racconta – mentre mi trovavo in galera e pulivo i pavimenti ho ascoltato 3 napoletani, detenuti per camorra, che parlavano tra loro. Discutevano di un’azione contro Vigna e dicevano che in alternativa si poteva colpire la procura generale, della Bnl o la Regione. Dicevano che avrebbero usato esplosivo inserito in alcuni candelotti, ricordo che fecero anche un disegno dimostrare come doveva avvenire>>. Licciardi confida a Fleur di aver a lungo riflettuto sulla possibilità di esporre una denuncia e aggiunge di averlo fatto, dice: <<per la stima che nutro nei confronti del giudice Vigna. […] li ho sentiti mentre dicevano che lo facevano dopo la loro scarcerazione, prevista per dicembre e quindi prima di natale. Una settimana dopo li ho rivisti. Erano sempre insieme. >> Licciardi racconta di non conoscere i loro nomi ma rivela che tutti e tre vivrebbero a Napoli e che in carcere erano detenuti alla IV sezione al reparto est. Lucciardi ora è tornato a vivere in Svizzera ma molte sono le domande che ha lasciato dietro di se. Perché per esempio non ha parlato quando era ancora detenuto? Cosa hanno in comune questi 3 punti sensibili, l’attentato a Vigna, alla Bnl e alla Regione? Tra le ipotesi nasce quella che un clamoroso attentato a Firenze distoglierebbe uomini e mezzi della lotta alla criminalità organizzata in particolare dall’operazione “Alto impatto” lanciata dal Viminale in Campania, la cui trama si ricollega al drammatico precedente che segnò la strage del treno 904 compiuta prima di natale 1984 dalla criminalità organizzata. Allora fu proprio Vigna a seguire le indagini. Monica Centofante ASSOLTO L’ESPONENTE DI LEGAMBIENTE ARNONE 19 dicembre 2003 Agrigento. La seconda sezione del Tribunale di Caltanissetta ha assolto con formula piena Giuseppe Arnone dall’accusa di diffamazione nei confronti dell’ex pretore e pm di Agrigento Giuseppe Miceli. Arnone era stato precedentemente condannato in primo grado ad un milione e mezzo di lire di multa e a risarcire al Miceli 30 milioni di lire. I fatti risalgono al 1996, dopo che il sostituto Miceli era stato indagato per abuso d'ufficio in seguito ad un esposto del presidente di Legambiente Giuseppe Arnone, in cui venivano denunziate sue inadempienze per abusi edilizi, ottenendo anche un’ispezione ministeriale condotta dall’ispettore De Augustinis. La querela scattò da parte del Miceli dopo che Arnone diffuse a mezzo stampa tali informazioni. Anna Petrozzi OPERAZIONE <<ELDORADO>> 19 dicembre 2003 Milano. Una vasta operazione denominata <<Eldorado>> è terminata nelle prime ore del mattino di ieri. Sgominata una rete attiva in tutto il territorio nazionale che dello smaltimento illegale di rifiuti pericolosi aveva fatto il suo business. In 14 città italiane, dopo 7 mesi di indagini, i carabinieri del Noe di Milano e del Rota di Roma, su richiesta del pm della Procura della Repubblica di Milano Fabio Napoleone, hanno eseguito 22 ordinanze di custodia cautelare (di cui 11 agli arresti domiciliari), 60 perquisizioni, 5 sequestri di impianti di trattamento rifiuti ed una trentina di sequestri di autoarticolati per un valore di 25 milioni di euro. Ordinata la chiusura di 4 società: la Pro.geo di Milano, la Lombarda servizi ecologici, la Servizi e risorse srl di Settimo Milanese (Milano) e la Tea srl con sedi a Como e Fino Mornasco (Como). Tra gli arrestati figurano operai, tecnici, titolari di attività, amministratori e membri dei consigli di amministrazione di società addette allo smaltimento di rifiuti. In manette sono finiti Diego Spinelli, amministratore unico della Pro.geo e Pier Aldo Cattaneo, presidente del consiglio di amministrazione della Lombarda servizi ecologici di Olgiate Olona (Varese). Anche un collaboratore di giustizia di 47 anni, di origine calabrese, ma residente nell’hinterland milanese e legato alla criminalità organizzata non è sfuggito agli arresti. Solo una persona è risultata irreperibile ed è ancora ricercata dalle forze dell’ordine. Nell’inchiesta due sono i filoni principali: uno riguarda i rifiuti pericolosi del Veneto e della Lombardia che invece di essere smaltiti presso apposite attrezzature finivano nelle province di Milano, Varese e Como come concime per l’agricoltura o interrati, “tombati”, in apposite buche scavate nei cantieri o nel sottofondo stradale. Secondo i carabinieri si è trattato di un traffico di almeno 50 mila quintali di rifiuti; il secondo filone di indagini invece vede al centro il triangolo Sud-Nord-Sud. Grossi quantitativi di rifiuti provenienti dalla Campania e diretti ad impianti autorizzati dell’Emilia Romagna erano fatti illegalmente da qui ripartire alla volta di Varese fino in Puglia, aggirando i controlli con l’uso di etichette false attestanti la non pericolosità delle sostanze. L’inchiesta potrebbe riservare ancora delle sorprese. Si attendono infatti le dichiarazioni di Lazzaro Ventrone, 34 anni e di Pierpaolo Cavallari, 37 anni, amministratore unico della Sineco srl. Secondo la denuncia dei Verdi la situazione rischia di aggravarsi per la recente legge del centrodestra lombardo che <<garantendo il libero mercato e la libera circolazione dei rifiuti – hanno commentato gli ambientalisti – apre di fatto praterie all’attività delle ecomafie>>. Andrea Poggio, presidente di Legambiente Lombardia, ha segnalato la scomparsa nella sola provincia di Milano di 800 tonnellate di rifiuti ogni giorno. <<Mentre sopravvive l’asse Nord-Sud – ha poi proseguito Poggio – si sta rapidamente affermando una preoccupante ecomafia nostrana che trova condizioni più che favorevoli per smaltire illegalmente i rifiuti entro i confini della Lombardia>>. Dora Quaranta LA VITTORIA DELL’IMPERO 18 dicembre 2003 Roma. <<Ennesima vittoria dell’impero. Finalmente il mostro è in gabbia>> è stato il commento di Giulietto Chiesa alla notizia della cattura di Saddam Hussein in un articolo apparso sul Manifesto e ripreso dal sito Itaca il 16 dicembre scorso. Il crollo del dittatore iracheno non deve però illudere, avverte Chiesa. La guerra che ha avuto inizio dopo l’11 settembre sarà, a detta degli Usa e degli alleati, lunga una cinquantina d’anni. Ora però subentra l’anno elettorale per gli americani e quindi, dice Chiesa, <<ci ammanniranno una serie di buone notizie. L’8 novembre, o forse prima, il ballo ricomincerà. Altrimenti perché mai alti funzionari del Pentagono, che lavorano per Douglas Feith, sottosegretario alla difesa per la pianificazione (della guerra) si sarebbero incontrati questa estate, segretamente, a più riprese, con personaggi iraniani dalla reputazione analoga a quella di Chalabi?>> E’ probabile che la guerra prosegui in Iraq anche senza Saddam. Cosa ci resta da fare allora? <<Tornare a riguardare - risponde Chiesa – l’album della famiglia del Pnac (Proyet for the New American Century) con Ramsfield che abbraccia Saddam Hussein; le chiavi di Detroit consegnategli solennemente, le telefonate di Reagan a Saddam con l’ordine di aumentare i bombardamenti sull’Iran; la lista della spesa del capo della Cia, Casey, che riforniva Saddam di armi chimiche, ecc. ecc>>. Dora Quaranta I MONDIALI MILITARI: <<TEATRINI SICILIANI>> 16 dicembre 2003 Palermo. Si sono conclusi ieri i Giochi Mondiali Militari ospitati per la prima volta in Italia. A quanto pare però il nostro paese non ne esce a testa alta. Claudio Fava infatti dalle pagine del sito Itaca denuncia che è stato grazie <<al genio organizzativo della destra siciliana (il governatore Totò Cuffaro e il sindaco di Catania Umberto Scapagnini) se i mondiali militari si sono svolti in una clandestinità imbarazzante>>. E’ mancato un sito ufficiale, un centro stampa, non si sono visti i pullman in aeroporto per gli atleti. Per riempire i gradoni durante la cerimonia d’inaugurazione si è fatto ricorso ai ragazzini delle scuole medie. Solo in 132 hanno assistito alla prima gara della nazionale italiana; 14 paganti erano a Zafferana per il secondo match. <<E’ stata pura improvvisazione – sottolinea Fava – politica ed amministrativa>>. Tuttavia questi giochi “in formato mignon” almeno qualcosa hanno prodotto: un appalto per i servizi alberghieri degli atleti da 3 milioni di euro. Ma le stranezze, fa notare sempre Fava, non sono mancate: il bando di gara è stato pubblicato per soli 4 giorni compresi il sabato e la domenica, si è fatta avanti solo una ditta (<<va da sé che vinca lei>>) che ha affidato il subappalto ad una agenzia catanese che comprende fra i soci proprio il figlio dell’on. Nino Strano, assessore allo sport e responsabile dei Giochi. <<Stessa agenzia, stesso appalto (e stesso figlio) – si legge nelle pagine di Itaca – un mese fa per un altro convegno siciliano, organizzato dalla ministra Prestigiacomo con fondi europei. Coincidenze?>> Dopo che anche i giudici hanno ora cominciato a voler fare chiarezza, l’on Strano urla al complotto ed il figlio cede la propria quota della società. Dora Quaranta OMICIDIO FRANCESE: SCAGIONATI TRE BOSS 15 dicembre 2003 Palermo. La Prima sezione penale della Cassazione ha annullato la condanna all’ergastolo <<per non aver commesso il fatto>> nei confronti dei boss mafiosi Antonino Geraci, Giuseppe Farinella e Giuseppe Calò, accusati di essere i mandanti dell’omicidio di Mario Francese il cronista del Giornale di Sicilia ucciso il 6 gennaio 1979. Confermato, invece il carcere a vita per Salvatore Riina, condannato dalla Corte di Assise d’Appello di Palermo il 13 dicembre del 2002. Nella stessa sentenza furono condannati anche Michele Greco il “Papa”, Francesco Madonia e Leoluca Bagarella quale esecutore materiale. La difesa si è servita del principio affermato con la sentenza Lima: essere capoclan mafioso non vuol dire che ogni boss condivida le responsabilità per tutti i delitti eccellenti. Perplesso l’avvocato della famiglia Francese, Vincenzo Gervasi. <<La condanna di Riina costituisce la conferma dell’impianto del processo. La Cassazione in sostanza ribadisce che Mario Francese fu ucciso per le sue inchieste nelle quali erano descritti, in anticipo sugli stessi investigatori, l’ascesa, il potere e gli affari dei corleonesi. Ma desta perplessità quella parte della sentenza che annulla addirittura senza rinvio le condanne degli altri imputati. Il movente del delitto va ricercato secondo i giudici nel <<connubio tra mafia e politica nella prospettiva di una enorme accumulazione di ricchezza connessa ai lavori della diga Garcia>>. In ricordo del giornalista sono stati assegnati per il “Premio nazionale di giornalismo Mario Francese”, due premi per il giornalismo d’inchiesta e quattro borse di studio. Maria Loi CONDANNE PER LIPARI E FAMIGLIA 14 dicembre 2003 Palermo. Il 24 gennaio dello scorso anno le meticolose intercettazioni del Ros e della Squadra Mobile, nell’ambito di un’inchiesta coordinata dai pm Michele Prestipino e Marzia Sabella, portarono a numerosi arresti con l’accusa a vario titolo di associazione mafiosa, estorsione ed intestazione fittizia di beni di provenienza illecita. Fra questi spiccarono i nomi di Pino Lipari e dei suoi familiari. E’ stata emessa ieri la sentenza di condanna a conclusione del rito abbreviato. Il gup Roberto Binenti ha inferto a Lipari, ex geometra dell’Anas e “consigliori” economico del boss Provenzano, 12 anni di reclusione, che per ragioni di continuità con due precedenti condanne, risalenti una al maxiprocesso e l’altra al 2002 per mafia ed appalti, sono stati elevati a 16 anni e 4 mesi; al figlio Arturo, architetto, 6 anni ed 8 mesi; 6 alla figlia Cinzia, avvocato civilista; 5 a Giuseppe Lampiasi, uno dei due generi. Marianna Impastato, moglie di Lipari, ha chiesto il patteggiamento e sulla sua posizione si esprimerà un altro gup, Roberto Murgia. E’ ricorso al patteggiamento anche l’altro genero di Lipari, Lorenzo Agosta. Le intercettazioni delle forze dell’ordine hanno dimostrato la responsabilità dei familiari di Lipari nel consentire al loro congiunto, sebbene in carcere, di mantenere i contatti con Provenzano e continuare ad amministrare i suoi beni. Sono state infatti scoperte nella biancheria sporca alcune lettere che, con la speranza di riuscire ad arrivare al capo dei capi, sono state dalla polizia fotocopiate e rimesse al loro posto. Nessuna attenuante quindi per Lipari che inizialmente ha cercato di accreditarsi come falso pentito. Nell’ambito dello stesso procedimento sono state inflitte pene anche a: Paolo Palazzolo, cognato di Provenzano (9 anni); Leoluca Di Miceli, professore della scuola media di Corleone (7 anni); Carmelo Amato, gestore dell’autoscuola Primavera di via Daita (6 anni e 8 mesi) dove Provenzano avrebbe avuto incontri con i suoi sodali, stessa condanna anche per Giuseppe Vaglica; Vito Alfano, infermiere di Villa Sofia nonché uno dei “postini” addetti a recapitare le lettere di Lipari a Provenzano (6 anni), così anche a Sergio Damiani e Salvatore Tosto; Pietro Genovese e Daniele Samperi (5 anni e 4 mesi); Filippo Lombardo (2 anni e 2 mesi); Rosario Ferrara (8 mesi). Assolti Andrea Impastato e Pietro Pastoia, figlio dell’ex autista di Provenzano. Confiscati 60 mila euro a Lipari e Lombardo, immobili all’interno del Residence Conturrana e del Residence Capo San Vito, magazzini di via De Gasperi e via Principe di Belmonte. Dora Quaranta APERTURA DELL’ANNO GIUDIZIARIO 13 gennaio 2003 Roma. Si è aperto lo scorso 12 gennaio l’Anno giudiziario 2004. Il procuratore Generale della Suprema Corte di Cassazione, Francesco Favara nelle 120 pagine della relazione, per la terza volta, ha delineato luci ed ombre del sistema della giustizia. <<La giustizia è innegabilmente, ancora in crisi, soprattutto a causa della sua scarsa efficienza e della durata eccessiva dei processi. Ma bisogna avere fiducia nell’opera di giudici e avvocati. Ed è soprattutto essenziale che non si metta in discussione il ruolo istituzionale della magistratura che è e deve restare indipendente per poter decidere in modo imparziale, attenendosi alle regole del giusto processo, poste a garanzia dell’intera collettività, oltre che delle parti direttamente coinvolte>>. Si legge sempre nella relazione. <<La giustizia ha bisogno di essere seguita e aiutata a funzionare>>, ma è necessario che venga meno il rapporto di crisi tra politica e giurisdizione. Non si è fatta attendere la risposta del Guardasigilli Roberto Castelli che ha dichiarato: <<Sono pienamente d’accordo con l’appello del Pg affinché la magistratura venga rispettata. Bisogna però che anche la magistratura rispetti la politica>>. <<Che la giustizia sia in crisi è noto da molti anni, anzi da decenni, quindi ogni anno il Procuratore Generale denuncia questo stato di fatto, ma è la prima volta che vediamo alcune luci>>. In linea con l’intervento di Favara quello del centrosinistra. Il leader dei DS Piero Fassino lo definisce <<un grido di dolore amaro e duro di una giustizia a cui non vengono forniti gli strumenti per operare e che si sente sotto attacco continuo da parte di questo governo>>. Giuseppe Gargani, invece, responsabile giustizia di Forza Italia, ha liquidato la relazione di Favara definendola <<inadeguata >>. Il Pg ha parlato davanti al presidente Ciampi, che ha annuito più volte nel corso del suo intervento. Non si è fatto vedere invece il presidente del Consiglio e neanche il suo sostituto Gianfranco Fini. Assente anche Remo Danovi, presidente del Consiglio nazionale forense. Maria Loi GUERRA DI MAFIA NELLE MADONIE 14 gennaio 2004 Palermo. I giudici hanno creduto alle dichiarazioni di Giuffrè infliggendo 7 condanne ai mafiosi delle madonie in guerra tra loro per la conquista del potere. La sentenza del gup Mirella Agliostro ha accolto, quasi per intero, le richieste dei pm Lia Sava e Costantino De Robbio. Condannati Antonio Maranto, di Polizzi Generosa; Rodolfo Virga di Gangi, Saverio Maranto e Domenico Virga. Quest’ultimo è accusato di avere avuto un ruolo nel progetto di attentato all’ex presidente della Commissione Antimafia, il diessino Beppe Lumia. Condanne anche per Francesco Bonomo, Gioacchino Spinato e Carmelo Fazio di Geraci. Mara Testasecca PER RIFONDAZIONE LA COMMISSIONE REGIONALE ANTIMAFIA VA SCIOLTA 13 dicembre 2003 Palermo. Francesco Forgione e Santo Liotta di Rifondazione Comunista hanno presentato all’Assemblea Regionale Siciliana un disegno di legge che passerà in esame il 16 dicembre prossimo come emendamento alla finanziaria. La proposta prevede una richiesta formale di scioglimento della Commissione Regionale Antimafia motivata da una serie di disfunzioni che provano il suo fallimento: dall’11 gennaio 2002, data del suo insediamento, su 25 convocazioni 11 sono state disertate e all’Ars non è mai stata presentata una relazione; secondo Forgione non esiste alcuna relazione delle 12 sedute effettive, <<oltre a quella dell’insediamento e della visita a Gela del solo presidente Incardona>> e non vi sono neanche le relazioni delle uniche due indagini intraprese e non portate a termine, una sull’area artigianale di Partinico e l’altra sulla gestione dell’acqua. I disservizi per Rifondazione riguardano anche l’Ufficio di Presidenza dell’Antimafia: <<Si è riunito 14 volte – ha detto Forgione - ben 9 in missione, la maggior parte delle quali col solo presidente Incardona>>. La Commissione è stata anche a Pantelleria il cui consiglio comunale successivamente è stato sciolto per mafia ed il sindaco arrestato. <<E che ha fatto la Commissione? - ha continuato Forgione - Nulla!>> . Da parte sua Incardona ha difeso l’operato della Commissione sostenendo che <<i numeri, se consideriamo anche le riunioni dell’ufficio di presidenza, non sono sconfortanti, anche nel rapporto con l’attività svolta prima della mia elezione. Abbiamo condotto importanti inchieste e fatte molte audizioni>>. Il disegno di legge di Prc ha però sollevato polemiche tra gli alleati del centrosinistra: i Ds pur concordando sul pessimo funzionamento della Commissione hanno ribadito, tramite Antonello Cracolici, segretario siciliano del partito, che qualunque azione va comunque prima definita nell’ambito della coalizione; per la Margherita, se l’Antimafia non risulta operativa, essa va potenziata o sostituita, ma non sciolta senza il tentativo di farla funzionare. Dora Quaranta MAXISEQUESTRO DI SOSTANZE DOPANTI 13 dicembre 2003 Ancona. Nei giorni scorsi gli uomini del Comando della compagnia della Guardia di Finanza di Civitanova Marche ha bloccato un camion con un carico di 50 cartoni contenenti migliaia di confezioni di sostanze dopanti. Secondo gli inquirenti si tratta del più grande carico di steroidi ed anabolizzanti che sia mai stato sequestrato in Italia. Il sostituto procuratore della Repubblica presso il tribunale di Macerata Andrea Laurino che coordina l’inchiesta ha secretato l’intera operazione. Gli inquirenti mirano ad individuare il laboratorio che ha prodotto i farmaci ed a scoprire la destinazione dei quei 50 cartoni. Attualmente le indagini si stanno allargando verso tutte le Marche e c’è una pista che porta a Pesaro. Nei prossimi giorni non si escludono clamorosi sviluppi. Marco Cappella ENTRA NEL VIVO IL PROCESSO “AGAMENNONE” 13 dicembre 2003 Siracusa. E’ stato escusso ieri pomeriggio l’ex vicedirigente della Squadra Mobile Salvatore La Rosa, il primo testimone citato dall’accusa nell’ambito del processo “Agamennone” volto ad accertare le infiltrazioni dei clan malavitosi nell’operato dell’Inda (Istituto Nazionale del Dramma Antico) alla fine degli anni ‘90, in particolare nell’allestimento dei drammi classici del 1998. La Rosa ha parlato del clan egemone di Siracusa “Urso-Bottaro” e dei suoi affari all’epoca in cui si sono svolti i fatti al centro dell’inchiesta. Monica Centofante CONFERMATA LA CONDANNA A GIOVANNI RIINA 12 dicembre 2003 Palermo. E’ stato condannato all’ergastolo in appello il secondogenito del boss Totò Riina, Giovanni Riina, per l’omicidio dei fratelli Giuseppe e Giovanna Giammona, Francesco Saporito e del boss di Canicattì Antonio di Caro, avvenuti tra gennaio e giugno 1995. Il collegio presieduto da Giuseppe Nobile ha accolto la richiesta del PG Giovanni Ilarda, confermando la sentenza di primo grado del 23 novembre 2001. Tra i condannati all’ergastolo alcuni boss di rango come Leoluca Bagarella, zio materno di Riina jr, e Vito Vitale Boss di Partinico. Trent’anni di carcere sono invece stati inflitti a Francesco La Rosa, Nino Mangano e dieci per Enzo Salvatore Brusca. Il legale di Giovanni Riina, l’avv. Valerio Vianello ha intanto annunciato che ricorrerà in cassazione. Mara Testasecca ILARDO: <<DIETRO IL DELITTO INSALACO MATRICI DEVIATE ESTERNE A COSA NOSTRA>> 12 dicembre 2003 Palermo. Sono trascorsi sedici anni da quel 12 gennaio del 1988 in cui fu assassinato il sindaco di Palermo Giuseppe Insalaco, democristiano. Un omicidio politico di cui sono noti gli esecutori, ma si ignorano ancora i mandanti. Sono stati condannati dalla Cassazione: Mimmo Ganci, figlio del boss della Noce Raffaele e Domenico Guglielmini, ex impiegato comunale, al carcere a vita; alla pena di 12 anni di detenzione Nino Galliano, successivamente divenuto collaboratore di giustizia. Guglielmini e Galliano sono stati indicati come coloro che avrebbero eseguito il delitto, mentre Ganci come il mandante. In realtà sembrerebbe alquanto improbabile che Ganci abbia potuto organizzare in sole poche ore l’agguato costato la vita al sindaco persino prevedendo la futura decisione dei vertici mafiosi. Sarebbe un modus operandi del tutto estraneo a Cosa Nostra. Esistono tuttavia le dichiarazioni del confidente Luigi Ilardo reggente del mandamento di Caltanissetta, raccolte dal colonnello dei carabinieri Michele Riccio. Ilardo, ucciso poco prima della formalizzazione della sua volontà di collaborare con la giustizia il 10 maggio del ’96 a Catania, aveva rivelato che dietro gli omicidi di Pio La Torre, Piersanti Mattarella e Giuseppe Insalaco vi erano state delle “matrici deviate”, uomini della politica, della massoneria, della finanza. Tanto è vero che durante un colloquio con il generale dei carabinieri Mario Mori, ex comandante del Ros, risalente ai primi di maggio del ’96, Ilardo disse: <<Non siamo stati noi, siete stati voi>>. <<La frase ovviamente – ha poi spiegato Riccio – non era riferita a Mori come persona, ma Ilardo intendeva dire che lo Stato, pezzi delle Istituzioni avevano responsabilità>>. <<Mi disse anche – ha aggiunto Riccio – che Cosa Nostra si era piegata a esigenze di matrici deviate, anche subendo un danno>>. Anna Petrozzi MAFIA A TEL AVIV: STRAGE IN PIENO CENTRO 12 dicembre 2003 Tel Aviv. Inizialmente si è pensato che la bomba esplosa ieri nel cuore della città di Tel Aviv fosse un atto terroristico come diretta conseguenza dell’attacco israeliano a Rafa nella Striscia di Gaza. Invece è la guerra di mafia che da sei mesi imperversa nel paese ad essere all’origine della morte di tre persone innocenti e del ferimento di altre 33 provocata dal crollo di una palazzina e dalla distruzione di un ristorante. L’attentato non ha però centrato il vero obiettivo: il boss israeliano Zeev Rosenstein, 49 anni, rimasto lievemente ferito ad una gamba e ad un braccio. La bomba è stata fatta esplodere a distanza al passaggio di Rosenstein con le sue guardie del corpo nei pressi di uno sportello di cambiavalute. Monica Centofante PELLEGRINO VUOLE TORNARE AL GOVERNO 11 dicembre 2003 Palermo. Dopo mesi di silenzio Bartolo Pellegrino, presidente e leader di Nuova Sicilia ed ex assessore al Territorio vuole tornare al Governo. <<Anche chi, come il presidente di Nuova Sicilia Bartolo Pellegrino, discuteva di affari con persone colluse e chiamava i carabinieri “sbirri” si sente autorizzato ad avere un ruolo in questo governo>>, dichiara Giusto Catania. <<Siamo preoccupati - continua Catania -. Quando Pellegrino dice che intende tornare in pista perché serve uno scatto di autorevolezza lancia un messaggio preciso. Lui, uomo di esperienza, sa che si è aperta la corsa al si salvi chi può. E vuole gestire la sua fetta di potere nell’imminenza delle elezioni>>. Ma quali messaggi vuole lanciare il presidente di Nuova Sicilia? <<Quando dice che bisogna immediatamente fare la legge urbanistica e la sanatoria sulle coste, Pellegrino apre un dialogo nei confronti di un certo sistema di potere. In Sicilia – dichiara il segretario del Pc – il cemento è un collante tra politica, appalti e sistemi criminali. Noi la leggiamo così>>. Lorenzo Baldo ANCONA SEQUESTRATA INGENTE QUANTITA’ DI STUPEFACENTI 11 dicembre 2003 Ancona. Il porto di Ancona si conferma uno scalo “molto trafficato” per il transito di sostanze stupefacenti. Nel giro di qualche giorno le forze dell’ordine hanno sequestrato droga per circa 15 kg. Il primo intervento è avvenuto il 9 dicembre scorso sempre nello scalo dorico. Gli uomini della Guardia di Finanza hanno scoperto che la macchina di un uomo di nazionalità albanese scesa da una motonave proveniente da Durazzo era imbottita di cocaina. E’ stata l’unità Cinofila delle Fiamme Gialle a scoprire alcuni panetti di colore giallo (di droga per il peso complessivo di 11,30 kg) nascosti nei pannelli laterali posteriori della macchina. Il 10 dicembre invece da una nave proveniente dalla Grecia sono sbarcati due uomini e all’interno dell’auto nella quale i due viaggiavano sono stati trovati 4,5 kg di eroina nascosta in diverse parti della vettura. Su quest’ultimo arresto, ritenuto “molto interessante” dagli inquirenti, sta indagando il Pm Irene Bilotta della Dda di Ancona. Marco Cappella PIPPO CALO’: <<FATEVELO DA SOLI IL PROCESSO>> 10 dicembre 2003 Palermo. Il processo “Agate+59” dopo nove anni dal suo inizio è ancora in primo grado in Corte d’Assise a Palermo. Il pm Gioacchino Natoli ha chiesto ed ottenuto la riapertura della fase dibattimentale per poter ascoltare le deposizioni dei tre pentiti Nino Giuffrè, Salvatore Facella e Ciro Vara. Prima che avesse inizio la requisitoria Pippo Calò, che si ritiene “dissociato” dalla Commissione di Cosa Nostra ma non collaboratore di giustizia, ha voluto, come è nei suoi diritti, prendere la parola ed ecco che per alcuni minuti è sembrato che nell’aula bunker dell’Ucciardone si fosse ritornati ai tempi infuocati del maxiprocesso. Calò, in videoconferenza, ha fatto la voce grossa: <<Il mio avvocato – ha ribadito - ha rinunciato al mandato, ma sono io che revoco lui>>. Alla base della decisione, come ha spiegato Calò, non vi sono stati dissensi con il penalista. <<Rinuncio a difendermi – ha continuato Calò – non voglio più farlo. Non credo più nella giustizia, dopo due recenti sentenze, “Tempesta” in appello e Chinnici in Cassazione>>. Secondo l’ex boss di Porta Nuova non è stata concessa la possibilità di una difesa adeguata ed i collegi giudicanti si sono dimostrati prevenuti verso di lui ed altri imputati. <<Avevo chiesto dei confronti con Salvatore Cancemi – ha detto Calò – il pentito che mi accusava. Non mi è stata data nemmeno questa opportunità. Certi presidenti sono da ricusare>>. A conclusione del suo intervento Calò ha rinunciato ad essere presente alle prossime udienze del processo: <<Fatevelo da soli>> ha sentenziato in breve il boss. Parole aspre che hanno suscitato l’immediata reazione del presidente della Corte d’Assise Giuseppe Nobile che ha sostenuto di aver sempre considerato equamente tutti i detenuti. Nel corso della requisitoria Natoli ha ritenuto offensive le esternazioni dell’imputato e prendendo posizione contro i tempi lunghi della giustizia ha anche fatto ricorso ad un’espressione paradossale: <<Se fosse possibile, questo interminabile processo, l’ “Agate+59”, dovrebbe costituirsi parte civile>>. A Calò sarà attribuito intanto un avvocato d’ufficio. Monica Centofante POLEMICA SULL’INTERVISTA AD INGROIA 9 gennaio 2004 Palermo. <<La mafia ha ripreso forza, l’antimafia zoppica>>. La denuncia giunge dal sostituto Procuratore di Palermo Antonio Ingroia nell’intervista rilasciata alla trasmissione “Primo Piano” del Tg 3. <<Alcuni mafiosi responsabili di quelle stagioni di sangue – dice Ingroia – sono di salute malferma e seppelliti dagli ergastoli. Altri però, responsabili di questa stagione delle trattative e delle tregue sono in libertà e godono di buona salute, sia sul piano fisico che operativo. Si ha fastidio, oggi, a parlare di antimafia – prosegue Ingroia – e pensando a quella che fu la “primavera” di questa città si può dire che oggi Palermo vive l’autunno, è una città piegata>>. All’accusa rivolta alla magistratura di Palermo di avere costruito <<processi sbagliati>> Ingroia risponde: <<Basterebbe leggere famose sentenze di assoluzione per capire che quei processi andavano comunque fatti. Poi, i processi devono essere ancora definiti con sentenze di Cassazione. Concordo che ha sbagliato la società ad individuare nei processi la sede per trasformare le primavere in estati, nel portare a coronamento la speranza del rinnovamento. La politica, in particolare, ha scaricato sulla magistratura un ruolo che la magistratura non poteva tenere sulle spalle da sola, e con un gioco un po’ “vigliacchetto” ha accusato la magistratura di avere determinato quei disastri>>. La dichiarazione di Ingroia ha suscitato la replica immediata del Sindaco Cammarata: <<Il pm Ingroia si occupi del suo lavoro e non dia giudizi sulla città che non gli competono. Palermo non è vinta, né piegata dalla mafia>>. Polemico anche il Senatore Renato Schifani. <<Il giudizio espresso su Palermo dal pm Ingroia è la sintesi di un proclama politico. E’ condivisibile la diagnosi sulla forza e sulla pericolosità della mafia, non lo è quella sulla zoppia dell’antimafia, ma sconcerta leggerne l’analisi politica. Palermo ha conquistato e alimenta una coscienza antimafia e proprio di questi tempi sta vivendo una grande stagione di grande evoluzione sulla quale non sono consentite ne disattenzioni ne analisi faziose>>. Per il ministro Enrico La Loggia Palermo non è una città soffocata dai boss. <<Dispiace vedere un magistrato che utilizza la televisione per descrivere una Palermo soffocata dalla mafia, secondo uno stereotipo che la città sta invece cercando di scrollarsi di dosso>>. Ingroia ha così replicato: <<Credevo di essere stato abbastanza chiaro e non comprendo il motivo per il quale il sindaco Cammarata, il senatore Schifani e il ministro La Loggia cerchino di polemizzare. Non ho mai detto che la mafia ha vinto altrimenti non farei neppure il pm a Palermo. Parlavo d’altro, e quando parlavo di politica vigliacchetta non mi riferivo ai palermitani onesti, ancora impegnati per la legalità, che per fortuna sono ancora tanti>>. <<Mi sento orgoglioso di essere palermitano e Palermo è una città che amo, ma con lo stesso spirito di Paolo Borsellino che diceva di amarla perché, voleva cambiarla. E sarebbe bene che tutti si impegnassero per rinnovare Palermo nel segno della legalità e non della convivenza con l’illegalità>>. Al fianco di Ingroia anche il senatore ds Costantino Garraffa: <<Palermo città piegata: è vero, anzi verissimo. Una città dove tutto deve passare sotto traccia, dove il silenzio è assordante>>. Anna Petrozzi PIU’ COERENZA NEI VALORI DEL CRISTO 9 dicembre 03 Palermo. Un accorato appello contro il consumismo, il potere e contro tutti coloro che aderiscono alla mafia e alle organizzazioni malavitose, inoltre un invito a rispettare con coerenza i valori del Cristo. Questo è il discorso pronunciato dal Cardinale Salvatore del Giorgi, arcivescovo di Palermo durante la sua omelia. <<Ci attendiamo – ha detto – una scelta di salda concordia sociale a cominciare dalla famiglia oggi fortemente in crisi >>. De Giorgi ha inoltre ricordato che esistono valori come la solidarietà, la condivisione, l’aiuto generoso e disinteressato che andrebbe rispolverato. <<Facciamo gesti concreti di condivisione – ha detto ricordando la “frenesia” del profitto economico - << […] al “Dio Denaro” che sembra prendere il posto del vero e unico Dio. Il quale, lo ricordano tutti è il padre dei poveri e degli umili e condanna ogni prevaricazione a danno dei suoi figli>>. Mara Testasecca TORNA IN SICILIA LEONARDO GRECO, E’ DIVENTATO MENO PERICOLOSO 5 dicembre 2003 Bagheria. A Leonardo Greco, presunto boss di Bagheria, lo scorso marzo era stata inflitta la pena di 5 anni di reclusione per associazione mafiosa. Scarcerato per scadenza dei termini gli è stata successivamente applicata una misura di sicurezza detentiva dai giudici di sorveglianza di Palermo: la permanenza nella casa di lavoro di Sulmona. Ora però Armando De Alojsio, giudice di sorveglianza del Tribunale dell’Aquila, ha emesso una nuova ordinanza: la concessione della libertà vigilata “per la durata minima di un anno” con l’obbligo per Leonardo Greco di recarsi in commissariato quattro volte a settimana. La motivazione alla base del provvedimento, espressa dal giudice, è l’attenuazione della “pericolosità sociale” di Greco per il comportamento di cui ha dato prova nella casa di lavoro di Sulmona, sebbene sia nota la sua posizione criminale che lo rende “elemento di vertice della consorteria mafiosa di Bagheria, molto legato al latitante Bernardo Provenzano”. E’ ferma intenzione di Greco tornare in Sicilia, a Pachino in provincia di Siracusa. Il presunto boss rimane comunque in attesa degli esiti del processo per la strage di Bagheria dell’81 in Corte d’Assise e del processo “Grande Oriente” in Corte d’Appello. Anna Petrozzi CASO PIPPO GIANNI: INTERVIENE LA CAMERA 5 dicembre 2003 Siracusa. Altra inchiesta per il deputato dell’Udc Pippo Gianni. L’indagine era stata avviata dal sostituto procuratore Francesco Aliffi per corruzione e per presunte illegalità legate alla campagna elettorale per le elezioni del 2001. La Procura della Repubblica di Siracusa aveva chiesto in merito di poter utilizzare alcune intercettazioni che riguardavano il deputato. Per i parlamentari della maggioranza e dell’opposizione, che hanno votato all’unanimità, la richiesta della Procura era illegittima in quanto in contrasto con la nuova legge emanata la scorsa primavera dal Parlamento. La normativa stabilisce che ad avanzare la richiesta dell’uso delle intercettazioni telefoniche nei confronti di parlamentari non spetta al Procuratore della repubblica, ma al Gip. La Camera dei Deputati ha votato all’unanimità per la restituzione al pm Francesco Aliffi degli atti del procedimento. Mara Testasecca UNA ULTERIORE CARICA PER CUFFARO 5 dicembre 2003 Palermo. L’assemblea degli azionisti di Capitalia, il gruppo che ha implementato il Banco di Sicilia, ha eletto ieri i 19 componenti del Consiglio di Amministrazione. A sorpresa fra i nominati figura Salvatore Cuffaro, presidente della Regione, al posto dell’ex sottosegretario alle Finanze ed ex deputato liberale Stefano De Luca candidato di F.I. Ed è scattata la polemica. In una lettera indirizzata da De Luca a Cuffaro è aspramente criticata la firma posta da Cuffaro in qualità di azionista di Capitalia al patto di sindacato in quanto <<viziato da gravi profili di illegittimità perché in contrasto con le norme approvate dall’Assemblea regionale siciliana al momento della fusione Banco di Sicilia-Banca di Roma>>; inoltre De Luca contesta al presidente della Regione <<l’autodesignazione a componente del comitato direttivo del patto, nonché quella, anche se forse temporanea, a consigliere d’amministrazione della Società>>. Cuffaro si è detto rammaricato per le dichiarazioni rese da De Luca e pronto a rassegnare le dimissioni entro tre mesi qualora la nuova carica si dimostrasse incompatibile per carico di impegni con l’attività di governatore della Sicilia. Dora Quaranta BENI CONFISCATI AL BOSS COSIMO VERNENGO 4 dicembre 2003 Palermo. Sono stati confiscati dal <<Gico>> del nucleo regionale di Polizia tributaria della Guardia di Finanza, beni per circa 500 mila euro riconducibili a Cosimo Vernengo, figlio del boss Pietro Vernengo detto “u testuni” della famiglia di Santa Maria di Gesù, detenuto attualmente nel carcere di Rebibbia per una condanna all’ergastolo nell’ambito del processo <<Maxi uno>>. L’indagine condotta dal Procuratore aggiunto Giuseppe Pignatone e dal Pm Egidio La Neve si è basata sulle dichiarazioni di numerosi collaboratori di giustizia. Gli elementi acquisiti nelle indagini patrimoniali del boss, che avevano già portato nel giugno 2001 ad un sequestro, sono dunque stati confermati dal Tribunale di Palermo che ha confiscato i beni intestati alla moglie di Cosimo Vernengo, Giuseppa La Mattina e al fratello Giorgio Vernengo. Il capitale tra appartamenti, aziende e locali ammonterebbe a circa 500 mila euro. Su Cosimo Vernengo, attualmente latitante, pende una condanna all’ergastolo per la sua partecipazione alla strage di Via D’Amelio dove persero la vita il giudice Paolo Borsellino e i 5 agenti della sua scorta. Silvia Cordella PALAZZOLO VUOLE UN RISARCIMENTO DALLA POLIZIA 4 dicembre 2003 Palermo. Una situazione che ha del paradossale: Vito Roberto Palazzolo, il tesoriere della mafia, per l’Italia ufficialmente latitante ma al sicuro nel suo rifugio dorato del Sud Africa, ha deciso di intentare una causa civile contro l’unità speciale Scorpion che a più riprese si è interessata di lui. Palazzolo ha chiesto un risarcimento milionario. Intanto è stata concessa la rogatoria chiesta dalla terza sezione del Tribunale di Palermo nella persona dei pm Gaetano Paci e Domenico Gozzo che hanno incriminato il latitante per associazione mafiosa. I pm in Sud Africa cercheranno di sapere maggiori particolari sulle coperture che Palazzolo avrebbe fornito ai latitanti di Partinico Giuseppe Gelardi e Giovanni Bonomo (questi è stato recentemente arrestato dallo Sco in Senegal). Inoltre pare che qualche agente della Scorpion abbia chiesto ai legali di Palazzolo un accordo per chiudere il caso. Dora Quaranta COLPITO AL CUORE IL CLAN FACCHINERI 4 dicembre 2003 Reggio Calabria. In manette 15 presunti affiliati al clan Facchineri di Cittanova. E’ accaduto lo scorso 4 dicembre nell’ambito dell’operazione “Cruz” portata a termine dai Carabinieri del Comando provinciale che hanno eseguito l’ordinanza di custodia cautelare emessa dal Gip Natina Pratticò su richiesta dei sostituti procuratori Vincenzo D’Onofrio e Roberto Di Palma. Tra le accuse mosse dagli inquirenti associazione mafiosa ed estorsione. Con l’operazione Cruz salgono quindi a cinque le cosche contro le quali ha puntato il dito, nell’ultimo mese, la Dda di Reggio. Prima del clan Facchineri erano infatti finiti delle maglie della giustizia esponenti dei clan Pesce, Bellocco, Barbaro e De Stefano, tutti appartenenti agli alti vertici della mafia reggina. L’operazione, hanno spiegato nel corso di una conferenza stampa il comandante provinciale dei carabinieri col. Antonio Fiano e il suo vice De Vita, prese il via due anni fa quando qualcuno tentò di forzare il sistema informatico del computer in uso al dott. Alberto Cisterna, oggi sostituto della Dna. Le indagini portarono fino ad Ancona, dove venne localizzata una cellula del clan Facchineri, collegato anche con la Lombardia. L’attività investigativa racchiude gli esiti dell’indagine finalizzata alla cattura di Luigi Facchineri, inserito nella lista dei trenta latitanti più pericolosi fino al giorno del suo arresto, il 31 agosto 2002, in Francia. A seguito di un’operazione condotta dalla sezione Catturandi della locale Squadra Mobile, con il fondamentale appoggio della Compagnia Carabinieri di Taurianova e l’aiuto della polizia giudiziaria d’oltralpe. Monica Centofante A FINE LEGISLATURA L’ANTIMAFIA IN SICILIA VIOLANTE: <<E’ RIDICOLO>> 2 dicembre 2003 Palermo. La Commissione Nazionale Antimafia sarà in Sicilia per gennaio 2004. Ad annunciarlo il suo presidente, Roberto Centaro. <<E’ un po’ ridicolo – ha commentato Luciano Violante, capogruppo Ds alla Camera, in visita a Palermo in occasione di un’assemblea della Federazione provinciale Ds – che la Commissione antimafia aspetti tre anni prima di venire in Sicilia, è un fatto davvero singolare. Arrivano soltanto adesso, a fine legislatura, nonostante l’opposizione lo abbia chiamato più volte>>. Intervistato anche in merito alla recente inchiesta che vede il presidente della Regione Salvatore Cuffaro indagato per concorso esterno in associazione mafiosa Violante ha commentato: <<I suoi guai giudiziari, le sue incriminazioni riguardano lui, i magistrati e i suoi avvocati. Noi critichiamo, piuttosto, il pessimo governo regionale che c’è in Sicilia>>. Dora Quaranta ARRESTATI I FRATELLI SCHIAVI 10 dicembre 2003 Fermo. Le forze dell’Ordine sulle tracce di Gianfranco Schiavi , considerato il boss dei boss della mala nelle Marche, colgono sul fatto i due figli Massimiliano e Marco che insieme ad un complice avrebbero dato fuoco ad una Bmw di proprietà del promoter del night Escada di Lido di Fermo. Ma andiamo per ordine. In questi ultimi mesi la cronaca nel fermano è stata costellata da diversi atti intimidatori, furti e raid punitivi. Tutto inizia nella notte tra il 12 e il 13 novembre a Fermo in zona Caldarette d’Ete. Incendiata l’auto di Renato Leoni esponente dei Ds della segreteria di Fermo. Il primo dicembre a Monsampietro Morico viene bruciata un’altra macchina. Il 4 dicembre a Porto S.Elpidio, nei pressi del night Top, “stessa sorte” tocca ad un’auto di proprietà di una delle ballerine del locale. Il 7 dicembre a Lido di Fermo ignoti tentano di bruciare il night Escada. Il fatto che potrebbe chiudere il cerchio è stata l’operazione condotta dai Carabinieri della Compagnia di Fermo e della Guardia di Finanza che ha portato all’arresto dei fratelli Schiavi e del complice Savino Carrabas. Il capitano della Guardia di Finanza di Ascoli Piceno Raffaele Di Chiara ha spiegato: "I nostri uomini vista l'auto in fiamme, si sono subito preoccupati dell'incolumità della gente ma, da buoni investigatori, non hanno focalizzato l'attenzione solo sull'incendio. Così hanno notato un uomo mentre saliva a bordo di una Fiat Uno che transitava sul posto a fari spenti. Insospettiti dagli strani movimenti, dopo aver avvisato la centrale, hanno fatto scattare l'inseguimento e poi bloccato la Fiat Uno con a bordo i tre malviventi. Nel frattempo sono giunte altre due pattuglie del nucleo radiomobile dei carabinieri e i tre, due armati di coltello a serramanico, sono stati immobilizzati". La tempestività della Guardia di Finanza - afferma il capitano dei comando dei carabinieri di Fermo Pierluigi Rinaldi - è stata fondamentale per portare a termine un'operazione che giunge dopo una lunga attività investigativa attivata per fare piena luce su una serie di episodi simili accaduti nel giro di pochi giorni in tutto il Fermano". Marco Cappella BRUSCA: MANNINO DOVEVA MORIRE NEL ‘92 1 dicembre 2003 Palermo. <<Non sono mai stato con Angelo Siino a Sciacca da Salvatore Di Gangi per parlare di attentati all’onorevole Mannino>>. Così il collaboratore di giustizia Giovanni Brusca - deponendo in videoconferenza al processo d’appello a carico dell’ex ministro Calogero Mannino, accusato di concorso esterno in associazione mafiosa e assolto in primo grado – smentisce le dichiarazioni di Angelo Siino. L’ex “ministro dei lavori pubblici di Cosa Nostra”, interrogato tempo fa nell’ambito dello stesso processo, aveva raccontato di essersi recato insieme al Brusca a Sciacca, nell’agrigentino, paese d’origine del politico. Motivo: raccogliere informazioni su presunti attentati ai danni della segreteria Dc del luogo e del negozio della cognata dell’onorevole. <<Fu l’imprenditore Antonino Vita a riferirmi che all’epoca dell’attentato alla segreteria politica di Mannino a Sciacca, lo stesso uomo politico era impazzito perché era convinto che gli uomini d’onore di Sciacca stavano organizzando contro di lui azioni di disturbo. Io gli risposi che mi sarei dato da fare e chiesi permesso di interessarmi della cosa a Giovanni Brusca>>. In seguito si sarebbe verificato il presunto incontro tra Siino, Brusca e il capomandamento di Agrigento Salvatore Di Ganci che lo scorso 1° dicembre il pentito ha smentito rispondendo alle domande del sostituto procuratore generale Vittorio Teresi: <<Saremo andati con Angelo Siino da Salvatore Di Ganci – sono le sue parole - accadeva spesso, ma non abbiamo mai parlato degli attentati a Mannino>>. <<La cosa più incredibile – è il commento all’Adnkronos dell’imputato – è quella di essere difeso da un collaboratore di giustizia>>. Dichiarazione forse azzardata, se si tiene conto che le affermazioni del pentito non precludono l’effettiva esistenza di un piano di attentato di Cosa Nostra contro l’onorevole. Nel corso dell’udienza che si tenne nel carcere romano di Rebibbia nel novembre del 1998, al processo di primo grado, fu infatti lo stesso Brusca a raccontare che l’ex democristiano sarebbe dovuto essere ucciso nel 1992. E ai magistrati di Caltanissetta aggiunse: subito dopo la strage di Capaci. Lo si legge nella richiesta di archiviazione “mandanti occulti bis” che cita un verbale del 27 aprile 2002. “Dopo Falcone – recita il documento in riferimento alla deposizione del Brusca – doveva essere attuato il progetto di uccidere l’on. Mannino, però tale progetto viene accantonato e si attua invece quello di uccidere Paolo Borsellino, in questo senso la strage di via D’Amelio è segnata, secondo Brusca da un’accelerazione”. OPERAZIONE RECLAIM 1 dicembre 2003 Ancona. Il prossimo 18 dicembre si svolgerà presso il Tribunale di Ancona davanti al Gup Daniela Marconi l’udienza preliminare del processo Reclaim. Le 67 persone arrestate nel maggio del 2002 sono accusate di associazione a delinquere di stampo mafioso, spaccio di droga in associazione a delinquere, estorsione, rapina, incendio, detenzione e trasporto di armi e riciclaggio. Secondo il pm Irene Bilotta della Dda di Ancona che ha coordinato l’inchiesta si tratterebbe di un’organizzazione che aveva a capo Andrea Maizzi e che controllava tutto il territorio con Gerardo Imbrice e Mario Ricci. Secondo gli inquirenti, il primo verrebbe considerato il boss responsabile del costa fermana, mentre il secondo, a capo di un clan campano, sarebbe stato il boss dell’entroterra e dell’ascolano. Maizzi avrebbe svolto il ruolo di supervisore. Secondo il magistrato i tre sarebbero i capi di un’organizzazione di stampo mafioso che per anni ha tenuto in mano tutto il sud delle Marche e che aveva preso in tutti gli aspetti la conformazione del racket soprattutto legato al controllo dei videopoker, del “pizzo” e delle rapine. Marco Cappella I FALDONI DEL MAXI-PROCESSO DONATI AL COMUNE DI CORLEONE 30 novembre 2003 Corleone. E’ stato consegnato ufficialmente al comune di Corleone il faldone originale dei primi tre maxi-processi contro la mafia. La donazione di grande valore storico e culturale, è stata fatta dalla Camera penale di Palermo, dal suo presidente l’avv. Tommaso Farina e dal suo Vice avv. Roberto Tricoli al Centro di Documentazione Antimafia del comune di Corleone in presenza del presidente del Tribunale di Termini Imerese Leonardo Guarnotta. Proprio Guarnotta che ha lavorato al fianco di Falcone e Borsellino ha sottolineato commosso il valore della donazione << Potrà servire agli studiosi e ai giovani – ha affermato – per comprendere i sacrifici fatti per combattere la mafia. >> << La presenza a Corleone di questi documenti ha un valore emblematico – evidenzia l’avvocato Farina – dal punto di vista civile e dal punto di vista della ricerca storica >>. Il sindaco Nicolosi, ha infine ringraziato e assicurato che l’amministrazione comunale s’impegnerà sempre di più per promuovere il progetto dei “percorsi di legalità” nella città di Corleone. Silvia Cordella VOTO DI SCAMBIO: I PM CHIEDONO IL RINVIO A GIUDIZIO 30 novembre 2003 Catania. I pm della Dda di Catania, Ignazio Fonzo ed Agata Santonocito, hanno chiesto il rinvio a giudizio per tutti i 36 imputati nella inchiesta riguardante la mafia catanese attiva nelle zone tra Giarre, Riposto, Mascali e Piedimonte Etneo. Il gup Antonino Ferrara ha stabilito l’udienza preliminare per il 19 gennaio 2004. Nel fascicolo dei pm sono comprese anche le dichiarazioni rilasciate dai collaboratori di giustizia Alfio Fornito, Alfio Lucio Giuffrida e Mario Giuseppe Torretti. Nella lista degli imputati spiccano alcuni nomi eccellenti come Salvino Barbagallo, ex assessore agli Enti Locali della regione Siciliana in carica dal 1998 al 1999, Antonino Amendolia, attuale deputato regionale, Marcello Parasilliti Parracello, candidato alle regionali del 2001 nelle liste del Nuovo Psi, Giuseppe Matteo Giuffrè, in corsa alle elezioni per il rinnovo del consiglio comunale di Riposto nel 1998 per Forza Italia. Su tutti grava l’accusa di voto di scambio. Secondo la Procura catanese Barbagallo e Parracello avrebbero versato svariati milioni di vecchie lire al clan Laudani in cambio di appoggio elettorale. Nell’inchiesta figurano anche i nomi di Orazio Leopardi, Rosario Muscolino e Paolo di Mauro, al vertice della frangia del clan Laudani operante a Giarre. Dora Quaranta ARRESTATO L’IMPRENDITORE IENNA 29 novembre 2003 Palermo. E’ stato arrestato ad Acilia, nei pressi della Capitale, l’imprenditore di Palermo Giovanni Ienna, condannato a sei anni di reclusione dalla Corte di Appello di Palermo per concorso esterno in associazione per delinquere di tipo mafioso. L’imprenditore, che oramai ha 70 anni, è tornato nel carcere di Rebibbia per scontare una pena residua di tre anni, un mese e dieci giorni. Dopo il patrimonio dell’imprenditore Vincenzo Piazza, quello di Ienna è il più ingente al quale i giudici abbiano messo i sigilli. Appartamenti, quote di società edili, complessi immobiliari e il San Paolo Palace, l’albergo di Via Messina Marina. A portare i Carabinieri sulle tracce di Ienan erano stati tre collaboratori di giustizia: Giovanni Drago, Giuseppe Marchese e l’ex capo mandamento di Porta Nuova Salvatore Cancemi. Ienna era anche socio di Pino Savoca, personaggio di spicco del mandamento mafioso di Brancaccio. Maria Loi LA CRIMINALITA’ ORGANIZZATA NEL LAZIO 26 ottobre 2003 Anzio/Nettuno. Il rapporto annuale sulla situazione della criminalità organizzata nella città di Anzio e Nettuno mette in evidenza i numerosi attentati e intimidazioni compiuti ai danni di politici, commercianti e imprenditori. La Commissione antimafia ha acquisito elementi importanti dalle audizioni dei componenti della Direzione Distrettuale Antimafia della Procura di Roma e del sostituto Procuratore Luigi De Ficchy. Questo è quanto si legge: <<Abbiamo notato la presenza sul litorale della regione Lazio (intendo non soltanto la parte sud, che tradizionalmente poteva essere maggiormente sottoposta alle infiltrazioni camorristiche, ma anche la parte del litorale fino a Civitavecchia e, a salire ai confini della Toscana), di formazioni della criminalità organizzata di origine siciliana, calabrese e, ovviamente e ancora più tradizionalmente, campana>>. Inoltre <<vi è una particolare concentrazione di questi gruppi (mafiosi) nelle zone del litorale romano. Ne fanno fede gli arresti di latitanti avvenuti proprio sul litorale, per cui è importante segnalare anche questa particolare concentrazione (…) Ritengo che su queste zone da tanto tempo vi sia un insediamento massiccio di gruppi criminali e che la situazione non sia affatto tranquillizzante, così come alcune analisi che leggo dalla stampa riportano>>. Nella città di Anzio e Nettuno è stata notata la presenza dei clan Fallace, Anastasio e aggregazioni criminali di origine locale che si ispirano al modello mafioso. L’operazione Capricorn Connection coordinata dal sostituto procuratore Giancarlo Capaldo che ha portato ad individuare una pericolosa organizzazione criminale, ascrivibile al clan Tomasello, ha confermato la presenza di Cosa Nostra catanese. Per non dimenticare poi l’operazione Traforo conclusasi con l’emissione di 51 provvedimenti restrittivi contro il clan legato al boss Santo Mazzei Il 29 agosto 1996, poi, veniva arrestato ad Anzio il boss Giuseppe Ferone, uno dei trenta latitanti più pericolosi della mafia catanese e con lui cinque “soldati” del suo clan. Da non sottovalutare anche la presenza, sempre ad Anzio, del clan Gallace una delle maggiori famiglie della ‘Ndrangheta, e dello stesso capobastone della famiglia, Agazio Fallace, condannato a 16 anni di carcere per reati quali l’associazione mafiosa e l’omicidio. Il 6 ottobre 2003, infine, il Gip distrettuale di Catanzaro con l’operazione Dinasty Affari di famiglia aveva emesso 62 ordinanze di custodia cautelare nei confronti della ‘ndrina dei Mancuso attiva nell’area di Vibo Valentia, ma con proiezioni nel Lazio (in particolare nella città di Nettuno). In conclusione, sottolinea Antonio Turri, la zona del Lazio risulta “un laboratorio” dove convivono e fanno affari pacificamente ‘Ndrangheta, Camorra e Cosa Nostra. Dichiara De Ficchy <<Troppo spesso gli attentati vengono visti come fatti singoli, con la conseguenza che ogni episodio costituisce un’indagine a sé. Questo tra l’altro, rende più difficile l’individuazione dei responsabili, tant’è che molte inchieste si concludono con archiviazioni>>. Lorenzo Baldo Per le seguenti notizie ringraziamo l’ufficio stampa della Regione Carabinieri Sicilia, Comando Provinciale di Palermo – Nucleo Operativo SEQUESTRO DI BENI TRA CACCAMO E TERMINI IMERESE 14 dicembre 2003 Palermo. E’ stato effettuato un sequestro di beni per un valore di oltre 30 milioni di euro tra aziende, case e conti correnti bancari a 6 imprenditori affiliati a Cosa Nostra, già arrestati nell’anno 2002 per mafia, considerati legati a doppio filo con Antonino Giuffrè. I provvedimenti sono stati notificati a Pietro Baratta uomo d’onore della famiglia di Termini Imerese, Enzò Calà mafioso della famiglia di Trabia, Loreto Di Chiara mafioso della famiglia di Caccamo, ai fratelli Pietro e Diego Rinella uomini d’onore della famiglia di Trabia, Giuseppe Rizzo mafioso di fiducia del capo famiglia di Cerda e dell’ex capo mandamento Antonino Giuffrè. Ed è proprio Giuffrè con alcune sue rivelazioni ad aver dato un grande contributo alle indagini, ciononostante <<sottolinea il sostituto procuratore Costantino De Robbio – i Carabinieri iniziarono a investigare molto prima dell’arresto di Giuffrè. E molti spunti preziosi, poi confermati dallo stesso “Manuzza” ce li diedero i “pizzini” ritrovati nel covo dove arrestammo l’ex boss di Caccamo, ma anche alcune intercettazioni ambientali effettuate in un capannone di proprietà dei Rinella e oggi sequestrato>>. L’inchiesta coordinata dal procuratore di Termini Imerese Alberto Di Pisa e dal pm De Robbio ha fatto luce su un sistema economico monopolizzato dai boss nell’area del mandamento di Caccamo definito da Giovanni Falcone “la Svizzera di Cosa Nostra”. I beni e le aziende confiscate sarebbero secondo gli inquirenti il frutto di un’operazione di riciclaggio di capitali sporchi. <<L’economia del territorio compreso tra Caccamo, Cerda, Termini Imerese e Trabia ha sofferto la presenza asfissiante, pressante della mafia. – ha detto De Robbio – quelle imprese che non aderivano al cartello controllato dagli uomini d’onore del mandamento avevano sostanzialmente compromesso la loro sopravvivenza>>. Secondo Di Pisa << Il sequestro e la confisca dei beni sono tra gli strumenti più efficaci della lotta alla mafia – e conclude – l’aggressione ai patrimoni di Cosa Nostra è uno dei nostri principali obbiettivi>>. Mara Testasecca TRUFFA AL COMUNE DI PALERMO 20 dicembre 2003 Palermo. La polizia ha scoperto una truffa ai danni del comune di Palermo organizzata nell’ambito del progetto per il collocamento denominato “Emergenza Palermo”. L’inchiesta condotta dalla Digos e dai Pm Nino Di Matteo e Paolo Guido ha portato agli arresti domiciliari 4 persone accusate di estorsione, truffa aggravata, corruzione e falso. Sono: Filippo Augello segretario provinciale dell’Unione generale lavoro, Francesco Paolo Corrente Vicesegretario del sindacato, Pietro Paolo Garofalo segretario dell’Ugl casa, attualmente detenuto per rapina e concorso in estorsione e Antonio Migliotta dipendente dell’ufficio di collocamento della provincia regionale di Palermo. Il progetto “Emergenza Palermo”, consisteva nella formazione di liste in base alle graduatorie dell’ufficio di collocamento che prevedeva un piano d’inserimento professionale e quindi stage formativi per centinaia di persone. Le intercettazioni hanno così sorpreso i truffatori e smascherato i loro sistemi illegali di inserimento al collocamento, a seconda del proprio ruolo infatti gli indagati modificavano i documenti e firmavano falsamente la partecipazione degli stagisti a corsi di formazione professionale, in alcuni casi avrebbero anche minacciato i disoccupati di far cessare il loro stage formativo presso l’Ugl estorcendo loro somme di denaro. Il Leader dei precari Filippo Augello si muoveva inoltre in modo molto spregiudicato intrattenendo rapporti con alcuni personaggi ritenuti vicini a famiglie mafiose, lo stesso Pietro Garofalo gravitava negli ambienti del clan Brancaccio. L’inchiesta non a caso è stata affidata a due magistrati della Dda . Proprio il Pm Paolo Guido, si era già occupato 3 anni fa del racket del lavoro, scoprendo un elenco di ragazzi del sindacato “Fenaltus” costretti a pagare quei sindacalisti per avere poi un posto precario, ora all’alba delle nuove indagini si è scoperto che quei ragazzi erano stati ripresi in blocco da Augello e la sua banda. Silvia Cordella |
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In edicola dal 18 luglio 2008In questo numero: Leggi "blocca processi", leggi "salva premier", "41 bis" revocati e intercettazioni vietate. E' scontro istituzionale. La Procura di Salerno ribalta il "caso De Magistris". Chiesta l'archiviazione ed annunciate indagini contro chi lo ha accusato. Presto al via il processo Toghe Lucane. La più importante inchiesta degli ultimi cinquant'anni. Agenda Rossa: La procura si appella alla Cassazione. Trapani: Nuovi legami tra mafia politica e massoneria. Il boss Messina Denaro tradito da falsi amici e documenti pericolosi. Gli affari della Despar in Sicilia. Si aggrava la posizione di Scuto nel processo. Barlume di speranza sul caso Rostagno. Vent'anni dopo l'attentato una perizia balistica potrebbe far emergere la verità. Talpe Dda. Le motivazioni delle sentenze Cuffaro, Borzacchelli e Ciuro. Calcestruzzi spa. Le dichiarazioni di Siino su Pesenti. Nu Bellu Lavuru. Sulla Ss 106 una commistione tra 'Ndrangheta e politica. Gli interessi di Cosa Nostra sul ponte di Messina. Ed altro ancora... |
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La nascita della seconda Repubblica sul sangue di Falcone e Borsellino Il 20 luglio 1992 nasceva la Seconda Repubblica di questo nostro Paese, basata sulla corruzione, sulle mafie, sulla violenza, sul dominio, sulla prevaricazione, sulla ricchezza illecita, sul razzismo e sulla xenofobia.
Oggi, ancora luglio, ma 2008, ci ritroviamo per la
terza volta al governo l’imprenditore Silvio Berlusconi, plurimputato in
diversi processi, amico di condannati per mafia e amico di Cosa Nostra sin dai
primi anni Settanta. Che inneggia, abbracciato al suo principale garante Marcello
Dell’Utri, all’eroe Mangano, complice dello scioglimento nell’acido di esseri
umani.
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In questo numero: Dopo sei anni di prigionia è stata finalmente liberata Ingrid Betancourt. Giulietto Chiesa, sempre analizzando il quadro internazionale degli eventi, spiega il trattato di Lisbona, attorno al quale si è creato un vero dibattito politico. Nuovi interrogativi sull'11 settembre. Troppi crolli accidentali. Appello contro la pedofilia e la sua ideologia. L'allarme lo lancia l'Associazione Meter di Don Fortunato Di Noto. Libera l'Acqua: prosegue la campagna sull'oro blu da parte delle associazioni del Cipsi. Si torna a parlare di Nucleare. Una minaccia per il mondo. Intervista al pm paraguaiano Arnaldo Guizzo in lotta contro la corruzione e il narcotraffico. Appello per un'informazione libera: un nuovo format televisivo per garantire libertà e democrazia nell'informazione. LEGGI TUTTO... |
Di seguito pubblichiamo, in formato pdf, l'intervento del Clar (Centro Libero Analisi e Ricerche) alla conferenza “Crisi dei mutui e finanza mondiale: cosa ci riserva l'economia?”
L'incontro si è tenuto ad Ancona lo scorso 14 dicembre 2007 e tra i relatori Anna Petrozzi il caporedattore del giornale ANTIMAFIADuemila.
La relazione è la sintesi di uno studio sulla finanza internazionale condotto dallo stesso Centro (vedi www.clarissa.it) ed esposto in modo semplice e facilmente comprensibile anche ai non addetti ai lavori. Un documento prezioso corredato di schemi e tabelle che illustra in modo chiaro i meccanismi di potere sui quali è basato l'attuale modello finanziario mondiale.
Studio sulla finanza internazionale del Centro libero analisi e ricerche