Password dimenticata? Nessun account? Registrati
  • Narrow screen resolution
  • Wide screen resolution
  • Auto width resolution
  • Increase font size
  • Decrease font size
  • Default font size
  • default color
  • red color
  • green color
Member Area

Antimafia Duemila

Wednesday
Aug 20th
La mafia nella Capitale PDF Stampa E-mail
Da Frank Coppola alla banda della Magliana
Il ruolo di Roma nella storia criminale degli ultimi decenni

di Maurizio Fiasco*


Nel mese di luglio i pubblici ministeri di Roma Maria Monteleone e Luca Tescaroli hanno concluso un’indagine – protrattasi per vent’anni – sulla morte di Roberto Calvi, all’epoca presidente del Banco Ambrosiano. Il mandante sarebbe stato il siciliano Pippo Calò, rappresentante dagli anni Settanta della mafia dei “corleonesi” a Roma. Si sarebbe avvalso della complicità del finanziere Flavio Carboni, della sua amica Manuela Kleinszig e dell’imprenditore romano Ernesto Diotallevi, proveniente dal milieu della cosiddetta banda della Magliana. I due magistrati hanno riproposto le tre fondamentali motivazioni del fatto, avvenuto a Londra nella notte tra il 17 e il 18 giugno del 1982. In primo luogo, Cosa Nostra avrebbe decretato l’eliminazione del banchiere perché questi avrebbe dirottato grandi somme di denaro affidategli dalle famiglie mafiose. Un secondo motivo avrebbe poi concorso all’assassinio del banchiere: la sua vasta conoscenza della rete clandestina, contigua o integrata in quella ufficiale, che utilizzava i servizi bancari dell’Ambrosiano, le sue filiali estere e varie altre relazioni per riciclare e rendere reimpiegabile il denaro frutto delle attività criminali. Vi sarebbe infine una terza ragione del delitto: eliminato Calvi, Cosa Nostra avrebbe potuto dispiegare «un potere ricattatorio» nei confronti «dei referenti politici ed istituzionali, della loggia massonica P2 e dei vecchi dirigenti dello Ior», con i quali il banchiere aveva gestito il riciclaggio.
Negli atti del procedimento c’è anche un’ipotesi storica circa l’interesse specifico della criminalità romana nella grande trama affaristico-criminale che avrebbe preceduto la crisi della Prima repubblica. Sebbene non si sia approdati ad una verità giudiziaria, le inchieste hanno registrato diversi segni di contiguità con ambienti dove si decidevano i programmi di spesa per opere pubbliche, mentre il controllo di settori rilevanti del sistema bancario è stato confermato sia con gli atti ispettivi dell’autorità di vigilanza sul credito, sia con talune pronunce di condanna in giudizio.

Al servizio del crimine
Articolata non per legami primari (clan parentali ve ne sono, ma di limitata estensione) e non ancora in grado di suscitare meccanismi di consenso sociale (come le “tradizionali” Cosa Nostra, Camorra e ’Ndrangheta), la criminalità organizzata di Roma ha nutrito comunque l’ambizione di porsi quale potere strutturato: per intervenire in tutto il ciclo della ricchezza (non solo nella fase di ridistribuzione per via predatoria) e per maturare da soggetto che opera, parassitariamente, sui “terminali” del reddito, a soggetto che interviene su tutte le fasi del ciclo di produzione della ricchezza, comprese il riciclaggio e il commercio usurario del denaro, l’investimento immobiliare, il dirottamento dei flussi della spesa pubblica e il conseguente controllo di porzioni del tessuto bancario. Trasformazione che, grazie a una rete di associati sul territorio e al continuo flusso di denaro fresco ricavato dalle estorsioni, dall’usura e dal traffico di stupefacenti, l’avrebbe posta nella condizione di offrire “servizi” alle più disparate cellule del “potere invisibile”: settori deviati dei servizi segreti, terrorismo nero, ambienti della corruzione e del ricatto, per arrivare – come ipotizzano gli inquirenti del caso Calvi – alle lobbies della finanza sporca riunitesi attorno alla loggia massonica “P2”.
Dall’approdo dell’inchiesta sulla morte di Calvi è dunque restituita attualità a una serie di quesiti sulla delinquenza organizzata nella Capitale. Vale la pena di riproporli, anche perché osservatori di particolare rilievo istituzionale non ne hanno ancora fissata una rappresentazione solida e conclusiva. I quesiti potrebbero essere riassunti in questa domanda di carattere generale: esiste una questione criminale, a Roma e nel suo territorio limitrofo, che presenta tratti similari ad uno specifico insediamento mafioso? In altri termini, ha significato scientifico (cioè storico, sociologico, economico) descrivere un modello di mafia presente nel cuore del Paese, nella Capitale e nella sua società?
Per una risposta attendibile occorre procedere con pazienza. Le fonti non mancano, sono anzi abbondanti. La memoria dei documenti giudiziari (per il loro significato storico) non è troppo remota: esistono materiali di base, corroborati anche dalla puntuale ricostruzione dei giudicanti. Quel che rende arduo costruire un modello interpretativo è, piuttosto, il drammatico restringimento del campo degli interlocutori, cioè di quanti potrebbero esser fruitori di una ricerca appropriata. Competenza e cultura del mondo politico sono cadute a picco, travolte dal modo superficiale di ridurre a polemica volgare la questione della giustizia. Parimenti, è quasi estinta l’attenzione di un’opinione pubblica qualificata, e di studiosi; il che ricorda quanto avvenne tra i primi anni Settanta e il biennio 1979-81 nel quale ci fu una ripresa degli omicidi politici: mentre la commissione parlamentare Antimafia, nel 1976, si divideva nel concludere un lavoro di quattordici anni, il vertice mafioso regolava con una guerra intestina gli assetti di potere interni e ridistribuiva le forze nel territorio nazionale. In altre parole, si ricostituiva. E naturalmente riconfigurava lo scambio con la politica e le amministrazioni. È azzardato immaginare che dalla seconda metà degli anni Novanta stia avvenendo un passaggio analogo?

Quel vertice al
“Delle Palme”

Si dirà: la commissione parlamentare Antimafia ha cominciato a esaminare la situazione nel maggio del 2003. Chi scrive è stato consulente dell’organismo bicamerale tra il 1990 e il 2001, cioè tra la X e la XIII legislatura, collaborando alla redazione di quel documento che nel novembre 1991 il presidente Chiaromonte firmò e trasmise alle Camere, illustrando la situazione di Roma e del Lazio. Nel 1994 si provò a compilarne l’aggiornamento, con l’ambizione di un monitoraggio periodico, ma lo scioglimento anticipato delle Camere interruppe il lavoro. Nei nove anni seguenti la questione è stata abbandonata. Oggi si ricomincia, parrebbe. L’annunciata attenzione appare però, nelle motivazioni, riduttiva. Si è deciso di procedere dopo una piccola serie di violenze nella periferia costiera della provincia romana. Incendi di autovetture di amministratori locali e di sedi commerciali, manifestazioni di un gangsterismo aggressivo del litorale sud: la base oggettiva non è da sottovalutare, ma non è la “polpa” della questione. C’è un modello mafioso che si è configurato con dei tratti particolari, in questa parte dell’Italia, e le istituzioni possono contribuire a riorganizzare un’efficace difesa sociale. È necessario, tuttavia, riprendere il filo d’Arianna, esaminando gli aspetti qualitativi emersi tra il 1980 e i primi anni Novanta: presumibilmente hanno subito un’evoluzione. La Commissione parlamentare antimafia (1962-1976) è a riguardo una fonte preziosa. Il punto di partenza potrebbe essere il vertice delle delegazioni della mafia siciliana e di quella italo-americana che si tenne a Palermo tra il 10 e il 14 ottobre del 1957 all’Hotel delle Palme. L’incontro era stato convocato per definire accordi e regole per il mercato del traffico della droga, che stava rivelando enormi potenzialità negli Stati Uniti, e per la riorganizzazione delle famiglie dell’isola, colpite dalla crisi di insediamento sociale provocato dal gigantesco fenomeno migratorio in atto all’epoca nel nostro Paese. Cosa Nostra cercò di coordinare le attività comuni alle varie famiglie, anche attraverso rappresentanti delle varie cosche, americane e siciliane, in regioni strategiche della Penisola, allo scopo di costruire una efficace rete di supporto per i loro traffici illeciti e per quello degli stupefacenti in particolare: Joe Adonis si stabilì a Milano, Lucky Luciano a Napoli e Frank Coppola a Pomezia.

Da via Condotti
alla Locride

Nel comune di Pomezia, a meno di trenta chilometri dalla Capitale, il gruppo mafioso di Frank si impossessò di terreni agricoli del litorale, contigui a un insediamento industriale che attraeva per le possibilità di appropriarsi di fondi stanziati dallo Stato. Le occasioni di arricchirsi, nei vari quadranti dell’Agro romano, erano molteplici e in primo luogo derivavano dall’incontro con gli interessi dell’aristocrazia latifondista, che nell’immediato dopoguerra, temendo l’esproprio dei terreni per la paventata riforma agraria, aveva ceduto considerevoli estensioni dell’Agro a cooperative fittizie o a imprese di comodo eterodirette dalla mafia. È il caso di un’operazione realizzata nel 1949 da Coppola con la duchessa Maria Sforza Cesarini Torlonia, per mezzo della cooperativa agricola per azioni “Divin Padre” s.r.l., presieduta dal dottor Antonino Triolo, nativo di Vita, un piccolo centro in provincia di Trapani molto importante nella successiva storia mafiosa e soprattutto nel traffico degli stupefacenti.
Nel corso degli anni Settanta avvenne la trasformazione decisiva ed emerse un soggetto criminale organizzato autoctono. La Capitale scoprì in modo traumatico che vi era una grave crisi della sicurezza pubblica. Da luogo “a bassa intensità” di reati divenne teatro d’azione della malavita francese, della mafia siciliana e calabrese e della Camorra campana. Nel frattempo la criminalità comune romana bruciava le tappe evolutive. Tra il 1970 e il 1973 si attivò nella regione un cospicuo traffico di eroina e cocaina ad opera dei banditi di origine marsigliese e del gruppo della ’Ndrangheta reggina di Saverio Mammoliti e di Giuseppe Piromalli. Oltre che di commercio illecito della cocaina, questo gruppo della mafia calabrese risultò, secondo le indagini della polizia, responsabile del rapimento di Paul Getty, membro della dinastia milardaria americana, avvenuto il 9 luglio del 1973. Alcuni elementi della ’Ndrangheta furono arrestati, e le indagini rivelarono che il sequestro era stato gestito, almeno nella seconda metà dei 158 giorni della detenzione dell’ostaggio, in modo tale da seguirne accuratamente ogni fase. Il riscatto di un miliardo di lire pagato dalla famiglia del rapito servì ai mafiosi della Piana di Gioia Tauro per conquistare il monopolio degli autotrasporti impegnati nei lavori per la costruzione del porto industriale.
La criminalità residente nell’area romana venne solo limitatamente coinvolta nell’episodio, poiché la cosca preferì strumentalizzare alcuni conterranei del Mammoliti che, ignari dell’intero disegno criminoso, fornirono punti di appoggio e servizi logistici ai sequestratori.
In un documento dei carabinieri di Reggio Calabria si legge che numerose banconote dei sequestri Getty, Bulgari e D’Amico, e di quelli Madonia, Mazzotti, Vallino, Malabarba, Perfetti – tutti avvenuti a Roma –  «vengono rinvenute in un solo giorno di controllo effettuato dal Sostituto Procuratore della Repubblica di Locri, dottor Alberto Bambara, presso agenzie e uffici postali della Locride il 14-11-1975».  I carabinieri indicavano, nello stesso rapporto, le basi operative e i luoghi di riunione della mafia calabrese a Roma: il “Bottegone del risparmio” supermercato di alimentari gestito da Antonio D’Agostino; l’abitazione di Francesco Gentile, figlio dell’avvocato Giuseppe, ucciso nel dicembre del ’79; il supermercato “Aor” di via Sacchetti, di proprietà di Domenico Papalia, trovato in possesso dei registri contabili del “Bottegone del risparmio”; il bar ristorante Archimede in piazza Euclide, dove Domenico Papalia si incontra con altri calabresi ed altri esponenti della mafia romana.
Dunque alcuni elementi significativi: investimento, attività d’impresa, ricerca di coinvolgimento di calabresi immigrati, conoscenza del territorio della Capitale.

La discesa dei marsigliesi

Più eclatanti e pervasivi erano stati l’arrivo e la permanenza dei marsigliesi a Roma. Le ragioni dell’esportazione di criminalità da Marsiglia in Italia e a Roma vanno individuate in una congiuntura particolare del ciclo criminale della droga nel porto francese. Fin dall’inizio degli anni Sessanta erano attivi a Marsiglia laboratori di trasformazione della morfina base importata dalla Siria e dal Libano, Paesi nei quali veniva introdotto l’oppio contrabbandato dalla Turchia. Il tracciato del traffico prevedeva, dopo il rifornimento di oppio o morfina in Turchia, il trasferimento delle sostanze stupefacenti in Francia, spesso attraverso l’Italia. A Marsiglia le droghe venivano raffinate nei laboratori clandestini e quindi esportate negli Stati Uniti per vie indirette (Italia, Germania Federale, Canada). La frazione della criminalità marsigliese impegnata nella gestione delle strutture di servizio e nell’occultamento dei laboratori chimici ritenne ad un certo punto di estendere la propria presenza nel sistema mondiale della droga, e dunque di operare un salto qualitativo e quantitativo. Erano però necessarie una struttura e una macchina organizzativa appropriate e dunque un input di denaro fresco per i primi acquisti. Ma poiché l’opinione pubblica e la polizia francese in quegli anni erano già sensibilizzati circa la pericolosità della criminalità della droga, si decise di spostare parte di produzione e traffico in Italia, dove il fenomeno non era ancora diffuso massicciamente e si ignorava la capacità di espansione del narcotraffico e la natura epidemica delle tossicomanie. La maggior parte dei laboratori di raffinazione dell’eroina furono così impiantati in Italia, dove vennero avviati anche grazie all’opera di specialisti chimici francesi. Il loro teatro di operazioni si spostò dapprima in Piemonte e in Lombardia, poi a Napoli e quindi a Roma e provincia. Ciò diminuì il peso di Marsiglia nel sistema mondiale della droga: tra il 1972 e il 1975, la cosiddetta “French connection” segnò una seria battuta di arresto.

Avanzamenti di carriera

Nel testo del mandato di cattura del 29 settembre 1984 per i 366 affiliati alle famiglie “vincenti” o “perdenti”, atto giudiziario che portò al primo maxiprocesso di Palermo, la rete mafiosa che operava su Roma era accostata a certe vicende esemplari degli anni Sessanta. Sebbene assente dall’Italia dai primi mesi del 1963 al dicembre del 1972, Tommaso Buscetta riuscì a riepilogare i principali passaggi della decadenza delle vecchie famiglie egemoni, (Badalamenti, Buscetta, Di Maggio) e della contemporanea ascesa, negli anni Settanta, dei corleonesi, di quelli di Porta Nuova e dei Greco di Ciaculli.
E così, in questo riassetto complessivo del potere mafioso, al capo riconosciuto dalle cosche insediatesi a Roma, Gaetano Badalamenti – per diversi anni residente a Velletri – subentrò il capo di Porta Nuova, Pippo Calò. È stato lui, dal 1973, il negoziatore di Cosa Nostra con i settori politici della Capitale e con gli ambienti inquinati degli appalti statali.
Già nel 1963, quando era il capo della mafia palermitana di Porta Nuova, Calò si era rifugiato da latitante a Roma, dove tornò dieci anni dopo da membro della “Commissione”, cioè dopo aver fatto strada fino al vertice mafioso. Da una lussuosa villa sull’Aventino prese a occuparsi di riciclaggio di denaro sporco e di investimenti edilizi. Per queste operazioni vennero create società ad hoc con il faccendiere Flavio Carboni (più volte inquisito, a partire delle indagini sull’attentato a Roberto Rosone sino all’omicidio di Roberto Calvi) e con Francesco Pazienza.
Il ritratto di famiglia dei grandi criminali operanti a Roma comprendeva però all’epoca elementi di rilievo della vecchia malavita locale quali Domenico Balducci, l’usuraio di Campo de’ Fiori, Ernesto Diotallevi e Danilo Abbruciati. Ne usciva delineata, nei suoi tratti più evidenti, l’immagine di una nuova criminalità organizzata romana, il cui circuito integrato permetteva avanzamenti rapidi di “carriera”, quali sono stati riscontrati nell’ambito della “mala” di rione o di borgata e nel caso di taluni “mazzieri” dello squadrismo nero. È emblematica, a riguardo, la storia di Danilo Abbruciati: lo si trova implicato, squadrista della sezione missina del quartiere della Balduina, nelle rapine e nei sequestri di persona compiuti dalla banda dei marsigliesi all’inizio degli anni Settanta; lo si incontra poi in diversi episodi di regolamenti di conti tra i gruppi rivali della delinquenza romana; successivamente la sua “carriera” continua fino ad arrivare alla testa della cosiddetta banda della Magliana, di cui fanno parte i vecchi malavitosi romani dediti al traffico della droga, alle rapine e alle scommesse clandestine e anche alla collaborazione con il terrorismo nero. Abbruciati viene arrestato nei primi mesi del 1981, quando la polizia scopre negli scantinati del Ministero della Sanità all’Eur un arsenale che serviva sia alla banda della Magliana che ai gruppi neofascisti dei Nar e Terza Posizione. Abbruciati muore nel 1982, ucciso da una guardia giurata mentre stava attentando alla vita del vicepresidente del Banco Ambrosiano Roberto Rosone. Nella vicenda c’è un particolare inquietante. Per raggiungere Milano e preparare l’attentato a Rosone, Abbruciati aveva potuto lasciare il carcere pochi giorni prima, grazie a una libertà provvisoria concessagli  molto benevolmente.

Le “batterie” e i periferici
Nell’evoluzione qualitativa della criminalità romana, di cui è segno eloquente la “carriera” di personaggi come Abbruciati, hanno giocato un ruolo significativo le attività illecite dei servizi segreti “deviati”. Non è una novità: queste attività illecite – già individuate nell’ambito delle trame eversive e terroristiche – si inseriscono organicamente da un lato nel livello operativo della nuova criminalità, dall’altro lato nel sistema operativo di occultamento della finanza “sporca”.
Cos’è allora la banda della Magliana? I magistrati la definiscono «sodalizio criminoso operante in Roma sul finire degli anni Settanta», e aggiungono che «negli ambienti della malavita capitolina è l’unico gruppo che sia riuscito a darsi un assetto tale da poter essere definito, in passato, come vera e propria associazione a delinquere».  Perché è avvenuta una tale verticalizzazione delle attività? Come mai i gruppi malavitosi di vari quartieri della Capitale, soprattutto quelli radicati nella zona sud, hanno rinunciato al tradizionale “individualismo”, vale a dire all’autonomia decisionale e operativa, e hanno preferito strutturare una rete? Come sottolineeremo più avanti, ha inciso molto in questo il boom della domanda di prestazione di “servizi operativi” da parte delle tradizionali associazioni mafiose, e non solo di esse. L’articolazione sul territorio si presentava così. Nel litorale di Roma e nel relativo entroterra vi era il “gruppo di Acilia-Ostia” (ma operava anche in “zona Cassa del Mezzogiorno”, cioè fino ad Aprilia, in provincia di Latina). Il gruppo era guidato da Nicolino Selis, capozona della Nuova Camorra Organizzata di Raffaele Cutolo. Vi aderivano sia romani, sia campani quali Antonio Leccese, Giuseppe Magliuolo e i fratelli Giuseppe e Vittorio Carnovale.
Rivendicavano invece la loro identità capitolina – pur non mancando contaminazioni con la criminalità di origine sarda – le cosiddette “batterie”: organizzazioni dapprima informali di rapinatori e sequestratori di persona di Testaccio-Trastevere e della Magliana. Il capo della prima era Danilo Abbruciati, affiancato dal testaccino Renato De Pedis e da elementi risoluti come Raffaele Pernasetti, Paolo Frau (ammazzato nel 2002) e Bruno Nieddu. Alla testa della batteria della Magliana era Franco Giuseppucci detto “er negro”, uno dei primi leader della malavita romana, nonché una delle prime vittime della guerra intestina. Con Giuseppucci operavano, tra gli altri, Marcello Colafigli, Maurizio Abbatino, Edoardo Toscano, Antonio Mancini e il campano Claudio Sicilia. Da questo nucleo deriveranno, nel pieno della seconda guerra di malavita, tra il 1987 e il 1991, le collaborazioni giudiziarie di Abbatino e di Sicilia, che portarono alla sentenza di condanna del 1996.

Alla pari con Cosa Nostra
La convergenza operativa e organizzativa di questi gruppi avvenne per assimilazione, dopo che la magistratura riuscì a sgominare il cosiddetto clan dei Marsigliesi (guidato da Jacques Berenguer, Albert Bergamelli e Mario Bellicini) e per la domanda di servizi che perverrà loro da parte dei siciliani e dei settori deviati degli apparati dello Stato. Si trattava peraltro di gruppi che avevano accumulato una notevole massa di risorse e di esperienza attraverso i sequestri di persona, l’usura, le rapine, le estorsioni e il controllo delle scommesse clandestine. Avevano disponibilità tali di denaro da poter finanziare persino Cosa Nostra a Roma – cioè Pippo Calò – per l’acquisto delle partite di droga da far pervenire nella Capitale.
Da una parte, dunque, per spinta emulativa, dall’altra per sollecitazione “di mercato”, i gruppi si unificarono, compiendo un salto di qualità attraverso la gestione diretta del traffico di sostanze stupefacenti, che si rivelò lo strumento adatto per una crescita esponenziale dei profitti. Dalla gelosa autonomia e dal continuo conflitto per il controllo delle attività illecite della città, pervennero così ad accordi strategici, sia per meglio controllare il flusso di droga proveniente dalla Calabria e dalla Sicilia, sia per trattare “da pari” con i capi di Cosa Nostra e ’Ndrangheta.
Questo percorso fu compiuto, tuttavia, dopo una serie di regolamenti di conti che lasciarono sul campo molti cadaveri. Alla fine si definì la struttura unitaria, che resistette fino a quando maturò la risposta giudiziaria, sul finire degli anni Ottanta. L’omicidio di Franco Giuseppucci, avvenuto nel settembre del 1980 ad opera del clan rivale facente capo ai fratelli Proietti, insediati nel quartiere popolare di Donna Olimpia, costituì una sorta di spartiacque nelle attività di tali gruppi criminali: da semplici “batterie” ordinate per quartiere e per tipologia di reato, le bande del Testaccio, della Magliana e di Acilia finirono per coagularsi e raccordarsi tra loro, da un lato per evitare sanguinosi conflitti interni che avrebbero finito per indebolire l’intera organizzazione, dall’altro per un controllo più capillare del territorio cittadino.
Dopo l’omicidio di Giuseppucci, l’espressione banda della Magliana acquistò un significato comprensivo delle organizzazioni criminali operanti nella Capitale. Come sottolineato dal giudice istruttore Lupacchini, titolare dell’inchiesta che determinerà la condanna del 1996, la criminalità organizzata romana, a differenza di altre associazioni di tipo mafioso, «pur presentando una rudimentale organizzazione, rimane caratterizzata da una notevole autonomia decisionale e operativa degli esponenti di spicco».

Dura a morire
Con questa capacità di organizzazione della violenza e con un profondo insediamento sul territorio, la banda della Magliana divenne una risorsa spendibile e uno strumento coinvolto più o meno direttamente in molti degli eventi che hanno funestato Roma e il suo hinterland per almeno 15 anni: dal caso Moro alla scomparsa del banchiere Roberto Calvi, dalla strage terroristica al treno 904 nel Natale del 1984 alla collaborazione con l’estrema destra di Giusva Fioravanti e Francesca Mambro.
La rete di collegamenti, complicità, coperture ed agganci con gli ambienti più svariati è stato un esempio davvero inedito per estensione e diversificazione: traffico di droga, usura, gioco d’azzardo (la banda ha gestito anche settanta sale clandestine nei quartieri), corruzione di magistrati, agenti delle forze dell’ordine, sostegno a uomini politici. La convergenza dell’attività criminale della banda con gli interessi di gruppi politico-finanziari e di Cosa Nostra fu evidente, ad esempio, nella strage del “rapido 904”, per la quale fu condannato alla pena dell’ergastolo – tra gli altri – lo stesso Calò, il quale, grazie ai suoi rapporti con la banda, aveva potuto contattare esponenti dell’estremismo di destra nella progettazione di quella strage come di altri disegni criminosi.
La banda della Magliana è scomparsa del tutto? Pare di no, se ancora nel dicembre 1999, con un clamoroso furto nel caveau della banca collocata nel Palazzo di Giustizia di Roma, sono riemersi elementi riconducibili a quell’associazione delinquenziale. Ma anche il colpo grosso alla cassa dei collaboratori di giustizia, avvenuto in una sede del Ministero dell’Interno nel giugno 2003, è apparso, ad alcuni osservatori qualificati, un richiamo della triste epopea della “Magliana”.

*tratto da Narcomafie n.7/8 luglio/agosto 2003


ANTIMAFIADuemila N°37

 
< Prec.   Pros. >
Advertisement
  • La Rivista
    cop59.gif In edicola dal 18 luglio 2008

    In questo numero:
    Leggi "blocca processi", leggi "salva premier", "41 bis" revocati e intercettazioni vietate. E' scontro istituzionale.
    La Procura di Salerno ribalta il "caso De Magistris". Chiesta l'archiviazione ed annunciate indagini contro chi lo ha accusato.
    Presto al via il processo Toghe Lucane. La più importante inchiesta degli ultimi cinquant'anni.
    Agenda Rossa: La procura si appella alla Cassazione.
    Trapani: Nuovi legami tra mafia politica e massoneria. Il boss Messina Denaro tradito da falsi amici e documenti pericolosi.
    Gli affari della Despar in Sicilia. Si aggrava la posizione di Scuto nel processo.
    Barlume di speranza sul caso Rostagno. Vent'anni dopo l'attentato una perizia balistica potrebbe far emergere la verità.
    Talpe Dda. Le motivazioni delle sentenze Cuffaro, Borzacchelli e Ciuro.
    Calcestruzzi spa. Le dichiarazioni di Siino su Pesenti.
    Nu Bellu Lavuru. Sulla Ss 106 una commistione tra 'Ndrangheta e politica.
    Gli interessi di Cosa Nostra sul ponte di Messina.
    Ed altro ancora...
    Leggi tutto...
     
  • Editoriale

    editoriale1-web.jpg

    La nascita della seconda Repubblica sul sangue di Falcone e Borsellino

    Il 19 luglio 1992, a cinquantasette giorni di distanza dalla strage di Capaci, veniva assassinato a Palermo, in via D’Amelio, il giudice Paolo Borsellino e con lui gli agenti della sua scorta.

    Il 20 luglio 1992 nasceva la Seconda Repubblica di questo nostro Paese, basata sulla corruzione, sulle mafie, sulla violenza, sul dominio, sulla prevaricazione, sulla ricchezza illecita, sul razzismo e sulla xenofobia.

    Oggi, ancora luglio, ma 2008, ci ritroviamo per la terza volta al governo l’imprenditore Silvio Berlusconi, plurimputato in diversi processi, amico di condannati per mafia e amico di Cosa Nostra sin dai primi anni Settanta. Che inneggia, abbracciato al suo principale garante Marcello Dell’Utri, all’eroe Mangano, complice dello scioglimento nell’acido di esseri umani.


    LEGGI TUTTO...

     
  • Terzo Millennio

    terzomillennio_250_pixel.jpg


    In questo numero:

    Dopo sei anni di prigionia è stata finalmente liberata Ingrid Betancourt.
    Giulietto Chiesa, sempre analizzando il quadro internazionale degli eventi, spiega il trattato di Lisbona, attorno al quale si è creato un vero dibattito politico.
    Nuovi interrogativi sull'11 settembre. Troppi crolli accidentali.
    Appello contro la pedofilia e la sua ideologia. L'allarme lo lancia l'Associazione Meter di Don Fortunato Di Noto.
    Libera l'Acqua: prosegue la campagna sull'oro blu da parte delle associazioni del Cipsi.
    Si torna a parlare di Nucleare. Una minaccia per il mondo.
    Intervista al pm paraguaiano Arnaldo Guizzo in lotta contro la corruzione e il narcotraffico.
    Appello per un'informazione libera: un nuovo format televisivo per garantire libertà e democrazia nell'informazione.


    LEGGI TUTTO...
     
 

Video

IL VIDEO/TUTORIAL DEL SITO ANTIMAFIADUEMILA

tutorial-web.jpg

Iscriviti

Password dimenticata? Nessun account? Registrati

Google Adv

Statistiche

Utenti: 320
Notizie: 5177
Collegamenti web: 62
Visitatori: 1679275

Libri

bavaglio-home.jpg

Libri

il-ritorno-del-principe-hom.jpg

Latitanti

logominestero-interno.gif

Immagini

giovanni-falcone-web1.jpg

E' successo oggi

giuseppe-russo-web.jpg