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Antimafia Duemila

Wednesday
Aug 20th
Non si ferma il processo Dell'Utri PDF Stampa E-mail
Acquisiti i verbali di Aragona
La Corte potrebbe ascoltare nuovi testi

di Monica Centofante


Acquisiti al processo Dell’Utri i verbali di interrogatorio di Salvatore Aragona, teste chiave dell’inchiesta palermitana “Ghiaccio 2” nell’ambito della quale era stato arrestato nel giugno scorso. Il medico aveva manifestato la propria volontà di essere ascoltato al processo che vede il senatore forzista imputato di concorso esterno in associazione mafiosa in una lettera inviata, lo scorso 17 dicembre, alla Corte presieduta da Leonardo Guarnotta. Detenuto nel carcere milanese di Opera, Aragona ha chiesto di essere sentito in merito ad alcune intercettazioni acquisite al processo e riguardanti i suoi colloqui con il boss di Brancaccio Giuseppe Guttadauro. Quelli registrati dai Carabinieri nell’ambito della stessa indagine “Ghiaccio 2”, che il medico giudica incomplete. Oltre a mancare interi brani riguardanti politici e giornalisti, per quelli concernenti i colloqui con il boss di Brancaccio in riferimento alle vicende politiche di Dell’Utri e alla situazione di alcuni detenuti sarebbe “necessario” fornire “alcune precisazioni importanti”. “Non posso scrivere di atti secretati – si legge nel documento – ma posso affermare in relazione al processo Dell’Utri di aver chiarito i motivi professionali e politici di conoscenza e di incontro con il sen. Dell’Utri e con il suo segretario Riccardo Pugnalin”. Sull’argomento, il medico – che con la sua collaborazione afferma di aver “introdotto” “temi investigativi nuovi e diversi dagli originari” – si dichiara pronto a ripetere in aula dichiarazioni già fatte in passato, ma non manca di rivolgere una critica agli investigatori. In merito ad alcune intercettazioni fatte a casa Guttadauro e nelle quali si parla di ammorbidire il carcere duro e di “sensibilizzare” a tal fine giornalisti di rilievo. Tra cui il senatore di Forza Italia Lino Jannuzzi, chiamato a deporre per chiarire il contenuto delle conversazioni, che ai giudici ha dichiarato di non aver mai conosciuto Aragona e ha ricordato il suo impegno giornalistico contro la mafia. Oltre alla sua proposta al Senato, firmata insieme ad altri 120 senatori, di una commissione sull’uso dei pentiti. “In relazione ai frammenti delle ‘ambientali’ scelte da chi ha redatto il rapporto Ros, e non complete – riprende il medico – preciso che: mai ho parlato io di 41 bis; ho parlato di condizioni dei detenuti e potevo farlo in quanto nel ’95, ’96 e ’97 avevo conosciuto l’Ucciardone; si è parlato di altri politici e giornalisti e non solo di Jannuzzi”. Quanto ai passi delle conversazioni riferite alle Europee ’99 e al disappunto di Guttadauro per il fatto che Dell’Utri non avesse “ringraziato qualcuno” per i voti ricevuti, Aragona afferma di conoscere “il disinteresse dell’onorevole Dell’Utri per il collegio insulare (Sicilia, Sardegna ndr.), manifestatomi dallo stesso a Milano e acclarabile dalle rassegne stampa dell’epoca”. “E sono io che formulo a casa Guttadauro – precisa – la frase: <<A Palermo Dell’Utri non conta politicamente>>”. “Pur essendo l’unico che avrebbe potuto chiarire, ho ascoltato altri parlare di me”. Ora la corte sarà chiamata a decidere in merito all’audizione di Aragona, chiesta dalla difesa, ma respinta dai pubblici ministeri Antonio Ingroia e Domenico Gozzo, almeno fino a quando non saranno noti i contenuti dei verbali. Questo allungherà i tempi del processo assieme alla decisione dei giudici di ascoltare come testi un funzionario di polizia - che risponderà su fatti risalenti al 2000, quando era dirigente del posto di polizia di frontiera presso l’aeroporto Fontanarossa di Catania – e il giornalista francese Jean Claude Zagdoun. Zagdoun, autore dell’ultima intervista a Paolo Borsellino nella quale viene citato il fattore di Arcore Vittorio Mangano e convocato dalla difesa, dovrà deporre su quanto appreso dall’imprenditore Filippo Alberto Rapisarda “circa la dazione di danaro dal boss Stefano Bontade a Dell’Utri”. Il tema, sottolineano i giudici, che “appare importante ai fini della decisione”, non è menzionato nell’intervista già acquisita agli atti del processo. Che il senatore Dell’Utri ha sempre contestato sostenendo che la registrazione era stata manipolata. Nel frattempo il Tribunale ha riammesso i tabulati delle intercettazioni telefoniche dell’imputato, e di conseguenza la consulenza del vice-questore Gioacchino Genchi, prima estromessi dal processo. Una soluzione “rispettosa”, come spiega il dott. Guarnotta nell’ordinanza, “anche per il rischio che alla soglia finale del processo possa esserci una sospensione a lungo termine”. Con fatica i legali di Dell’Utri erano riusciti a fare espellere le intercettazioni – grazie all’applicazione da parte della Corte di alcuni articoli del cosiddetto Lodo Schifani – suscitando così la reazione dei pm che il 22 dicembre scorso avevano sollevato una eccezione di costituzionalità sul lodo Schifani. Ma a chiedere la revoca di tale decisione era stato, a sorpresa, lo stesso Marcello Dell’Utri nel corso di alcune dichiarazioni spontanee. <<Ho letto sui giornali – aveva spiegato alla Corte – quello che è stato scritto dopo la decisione del tribunale di non acquisire i tabulati. Sono indignato per le cose che ho letto su alcuni quotidiani, che adombravano che il tribunale mi avesse dato una sorta di ancora di salvataggio>>. Il senatore aveva poi fatto riferimento ad un lancio di agenzia in cui i parenti delle vittime della strage di via dei Georgofili di Firenze si dicevano “preoccupati” per l’applicazione del lodo Schifani che, a loro dire, poteva anche impedire “di trovare la verità sui mandanti delle stragi”. <<Sono veramente indignato – è stato il commento del senatore forzista – ecco perché ho chiesto che il tribunale acquisisca tutti i tabulati con le intercettazioni telefoniche che mi riguardano, tanto non c’è nulla a mio carico>>. <<Voglio una sentenza in tempi brevi quale essa sia>>. Fuori dall’aula, in risposta ai giornalisti, Dell’Utri aggiungeva: <<Non me ne può fregare di meno di questi tabulati, tanto per me sono carta straccia. Mi dispiace soltanto che questi fatti vengano strumentalizzati come sempre>>. <<Non mi possono condannare perché in questo processo non c’è un c…. Per me possono continuare a depositare ciò che vogliono, tanto non cambierà nulla>>. <<A me interessa chiudere in fretta>>. Non mancava poi di lanciare una frecciata al dott. Ingroia. Citando la sua lettera aperta pubblicata su Il Foglio, nella quale chiedeva al pm di astenersi dal processo dopo l’arresto del sottufficiale Giuseppe Ciuro, affermava: <<Non mi ha mai risposto. Ha annunciato che lo avrebbe fatto in aula, ma non è ancora accaduto. A questo punto gli scriverò un’altra lettera, magari con un post scriptum>>. Poi, in vista dell’ormai prossima requisitoria, annuncia, <<la seguirò. Starò attento a tutto quello che diranno e a ogni loro accusa, alla fine di ogni udienza, risponderà con le mie dichiarazioni>>.
Il processo mediatico
E il processo Dell’Utri non si celebra soltanto nelle aule di giustizia. Teatro di un “processo alla rovescia”, quello che vede l’imputato assumere le vesti dell’accusatore - fedele al motto “la miglior difesa è l’attacco” - alcuni quotidiani e le varie sedi de “Il Circolo”, fondate dal senatore forzista e presenti ormai in tutta Italia. E’ qui che Marcello Dell’Utri ha puntato il dito accusatore prima contro il sostituto procuratore Antonio Ingroia (vedi ANTIMAFIADuemila n 36), poi contro il procuratore di Torino Gian Carlo Caselli. <<Quando venni interrogato da Caselli – dichiara nel corso di una riunione de Il Circolo di Palermo – risposi con semplicità raccontando tutta la verità. Fu un tranello. Oggi consiglio a tutti di avvalersi della facoltà di non rispondere>>. Dichiarazioni rese poche ore dopo la deposizione in aula del sottosegretario Gianfranco Micciché, che aveva parlato, tra le altre cose, delle elezioni europee del ’99, nella provincia di Palermo (<<Il risultato personale dell’onorevole Dell’Utri ci deluse parecchio, la sua prova da candidato fu assolutamente insufficiente>>). La risposta di Caselli all’attacco di Dell’Utri giunge immediata. <<Le parole usate dall’onorevole Dell’Utri – afferma il giorno seguente – tranello e simili, sono sintomo di un rapporto tra politica e giustizia che si avvale di un linguaggio malato. Perché si cancella la verità per fare polemica gratuita nei confronti di chi semplicemente ha adempiuto ai suoi doveri istituzionali applicando la legge in maniera uguali per tutti>>. <<Le parole malate e in libertà – continua il procuratore di Torino – servono solo a fare confusione, oltre a denigrare chi ha esercitato il controllo di legalità ricorrendone tutti i presupposti in fatto e in diritto. Le critiche sono sempre legittime, ma queste parole non sono critiche: sono invenzioni propagandistiche e ingiuriose. Non sono preoccupato per me ma per il senso morale del nostro paese che ascoltando parole di questo tipo rischia di deteriorarsi>>. A spalleggiare il senatore Dell’Utri, Il Foglio di Giuliano Ferrara, che dopo aver diffuso la lettera del senatore al pm Ingroia pubblica un articolo dal titolo “Puri e ciuri”. “Il maresciallo Giuseppe Ciuro – si legge nel pezzo dal taglio ironico, che attacca i giudici Ingroia e Lo Forte -, arrestato il 5 novembre scorso con l’accusa di avere passato alla mafia i segreti dell’antimafia, è vissuto per nove anni nella stanza del pubblico ministero Antonio Ingroia con il quale ha costruito, carta dopo carta, il processo contro Marcello Dell’Utri. E che il reato contestato ora all’investigatore è lo stesso contestato da nove anni al suo imputato: concorso esterno in associazione mafiosa”. I pm Antonio Ingroia e Domenico Gozzo rispondono con alcune specificazioni che Il Foglio pubblica successivamente, “ai sensi della legge sulla stampa”. “Non è vero – scrivono – che il mar. Ciuro ‘è vissuto per anni nella stanza del dott. Ingroia’. Non è vero che il mar. Ciuro abbia, con il Ingroia, ‘costruito, carta dopo carta, il processo contro Marcello Dell’Utri’. così come non è vero che ‘nel ’94… Ingroia lo chiama nel suo ufficio e gli affida il compito di passare al setaccio dell’Utri e l’Impero Finivest…’ Invero, il dott, Ingroia è stato delegato alla trattazione del processo […] a carico del senatore Dell’Utri quando già era stata formulata richiesta di rinvio a giudizio, ed il rinvio era stato disposto dal giudice per l’udienza preliminare (precisamente il 27 settembre 1997, anni dopo l’inizio dell’inchiesta). Quanto alle indagini svolte, questo Ufficio ha delegato alcune specifiche attività alla Direzione Investigativa Antimafia di Palermo, struttura investigativa di cui faceva parte il mar. Ciuro, che poi designò il maresciallo per l’acquisizione di documentazione riguardante le c.d. ‘antenne’ nonché (ma solo nel 1998) per compiere attività di supporto e di investigazione (anche qui, essenzialmente acquisizione di documentazione) relativa al lavoro svolto sulle c.d. ‘holding’ in via principale dal consulente della Procura, dott. Francesco Giuffrida”. Di recente, il 15 gennaio, Il Foglio ha pubblicato un altro articolo in cui chiama in causa il pm Ingroia. Sarebbe lui, secondo una pura illazione del quotidiano, “l’emerito professore” nominato nelle intercettazioni del maresciallo Ciuro. Riprende poi alcune dichiarazioni rilasciate dal pm nel corso della trasmissione televisiva “Primo Pano” e, ancora, accusa: “I contraccolpi dello scandalo Ciuro hanno finito per sfiorare, come ombre fastidiose – niente di penalmente rilevante, per carità – non solo Ingroia, ma anche due altri “pilastri” dell’antimafia militante: il procuratore aggiunto Guido Lo Forte, ex braccio destro di Caselli e stratega principe del processo Andreotti; e Anna Maria Palma, anche lei procuratore aggiunto, che qualche anno fa a Caltanissetta tentò di dare dignità di prova a una ‘deduzione’ con la quale il pentito Salvatore Cancemi, già sbugiardato da tre tribunali e due Corti d’appello, volenva intrappolare Berlusconi come mandante esterno delle stragi mafiose di Palermo e Firenze”. Delle decine di processi nelle quali il Cancemi è stato dichiarato pienamente attendibile, però, nemmeno una parola.


ANTIMAFIADuemila N°37

 
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    In questo numero:
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    Talpe Dda. Le motivazioni delle sentenze Cuffaro, Borzacchelli e Ciuro.
    Calcestruzzi spa. Le dichiarazioni di Siino su Pesenti.
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  • Editoriale

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    La nascita della seconda Repubblica sul sangue di Falcone e Borsellino

    Il 19 luglio 1992, a cinquantasette giorni di distanza dalla strage di Capaci, veniva assassinato a Palermo, in via D’Amelio, il giudice Paolo Borsellino e con lui gli agenti della sua scorta.

    Il 20 luglio 1992 nasceva la Seconda Repubblica di questo nostro Paese, basata sulla corruzione, sulle mafie, sulla violenza, sul dominio, sulla prevaricazione, sulla ricchezza illecita, sul razzismo e sulla xenofobia.

    Oggi, ancora luglio, ma 2008, ci ritroviamo per la terza volta al governo l’imprenditore Silvio Berlusconi, plurimputato in diversi processi, amico di condannati per mafia e amico di Cosa Nostra sin dai primi anni Settanta. Che inneggia, abbracciato al suo principale garante Marcello Dell’Utri, all’eroe Mangano, complice dello scioglimento nell’acido di esseri umani.


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  • Terzo Millennio

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    Appello contro la pedofilia e la sua ideologia. L'allarme lo lancia l'Associazione Meter di Don Fortunato Di Noto.
    Libera l'Acqua: prosegue la campagna sull'oro blu da parte delle associazioni del Cipsi.
    Si torna a parlare di Nucleare. Una minaccia per il mondo.
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