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Antimafia Duemila

Wednesday
Aug 20th
E’ giunto il tempo della rivolta morale! PDF Stampa E-mail
Il procuratore di Palermo invita la società civile a schierarsi
di Piero Grasso*

Non posso iniziare senza un brevissimo momento di personale ricordo di nonno Nino.
Agli inizi del 1986, quindi circa 18 anni fa, lo incontrai nella sua stanza di capo dell’ufficio istruzione di Palermo prima di intraprendere come giudice a latere della corte di Assise l’immane fatica del maxiprocesso contro Cosa Nostra. Mi dette un buffetto sulla guancia, che somigliava più ad una carezza, e mi disse: <<Fatti forza ragazzo. Vai avanti a schiena dritta e testa alta e segui soltanto la voce della tua coscienza>>. Quelle parole mi hanno dato la forza di superare le mille fatiche, le mille insidie del maxiprocesso, ma anche dopo hanno segnato la mia vita ed ancora oggi, in mezzo alle mille difficoltà connesse alla mia attuale funzione di procuratore a Palermo, mi consentono di affrontare con serenità, seguendo soltanto la voce della mia coscienza, qualsiasi situazione, anche spiacevole, anche le delusioni provocate da persone che ritenevo a me vicine. Ricordo ancora i suoi paterni suggerimenti, rivolti a noi giovani colleghi, di tenerci ancorati ai valori ideali da anteporre a qualsiasi diatriba di parte o di corrente, di non sottrarci a quello che considerava     l’impegno prioritario:“approfondire le inchieste che mirano a moralizzare la vita pubblica italiana, a debellare la criminalità organizzata, senza indugi, senza esitazioni, senza compromessi, senza compiacere alcuno.” Egli già allora aveva indicato le grandi direttrici per la lotta alla mafia:”un efficace ed effettivo coordinamento di uomini, mezzi, di forze di polizia; l’applicazione alle tecniche di indagine di sempre nuove tecnologie; l’individuazione dei flussi finanziari della mafia, dei suoi protettori; il fermo contrasto alla corruzione, al clientelismo, alle connivenze, alle collusioni, a tutto ciò che favorisce i legami tra mafia-politica-società-imprenditoria.
Ricordiamolo, oggi: la mafia non potrà mai essere compatibile con un’economia sana. Pare ovvia questa affermazione, in realtà bisogna stare all’erta, perché sono ancora in molti coloro che invece ritengono che la mafia non è solo un’organizzazione criminale, è a suo modo “anche” uno strumento di accumulazione di capitale; è a suo modo “anche” un datore di lavoro (non solo criminale); è a suo modo “anche” un ammortizzatore sociale; è a suo modo “anche” un investitore in attività produttive legali; è in definitiva “anche” un fattore di sviluppo economico. La mafia è, quindi, un’organizzazione che coinvolge uomini, banche, intermediari finanziari, imprenditori, professionisti, pubblici amministratori, politici, cioè una buona parte della società civile e politica, della c.d. classe dirigente. E forse ciò spiega perché nonostante l’esistenza pluricentenaria non sia mai stata debellata. Ma possono le risorse finanziarie ritenersi maledette al momento della loro accumulazione e diventare benedette al momento del loro utilizzo in investimenti legali, produttivi di occupazione e di sviluppo? Si può arrivare a proporre, come è stato fatto, ma spero solo come provocazione, che canali semi-istituzionali incoraggino la mafia ad investire per il “bene del paese” in attività produttive in sofferenza? Tanto per fare un esempio comprensibile, sarebbe come chiedere a Provenzano di risanare la sanità pubblica investendo nella sanità privata convenzionata o risanare la Fiat di Termini Imerese. Forse chi lo propone non lo sa, ma tutto ciò costituisce un reato che ha un nome ben preciso che si chiama “riciclaggio di denaro sporco” e, chissà perché, viene combattuto, da tutto il mondo e da più di mezzo secolo, come qualcosa di esiziale per l’economia. Anche le imprese del nord che vogliono venire ad investire in Sicilia pretendono, e mi pare anche giusto in un’ottica imprenditoriale, dei punti di riferimento certi che garantiscano il buon esito delle loro iniziative. Questi punti di riferimento vanno ricercati, però, nell’efficienza dell’amministrazione pubblica, nella correttezza della politica e non in entità come la mafia, che attraverso la solita intermediazione parassitaria ed interessata rimane alle volte l’unica in grado di garantire il rispetto di accordi magari illeciti, magari non scritti. Gli appartenenti al sistema economico, politico, sociale non possono colloquiare con i mafiosi e farsi influenzare nelle loro scelte.
Recenti indagini, attraverso intercettazioni ambientali, hanno colto un  medico, che reggeva la famiglia mafiosa di Brancaccio, dedicarsi di mattina in sala da pranzo alla cura degli affari che riguardavano le attività criminali del mandamento: attività estorsiva, gestione della c.d. cassa, sostegno  ai detenuti e rispettive famiglie, reclutamento dei nuovi affiliati,  neutralizzazione di un associato che aveva iniziato a collaborare, rapporti e  contatti con gli altri capi, etc. Il pomeriggio, invece, spostatosi nel salotto “buono”, si dedicava al sostegno di candidati alle consultazioni elettorali regionali, al controllo illecito dei flussi di spesa pubblica, ad influire sulle procedure amministrative di nomina di medici e primari nel settore della sanità regionale, ad orientare secondo i propri interessi le procedure comunali in materia di modifiche al piano regolatore, infine, (e ciò ha destato grande meraviglia) anche a ricercare rapporti con giornalisti di alto livello e vertici nazionali di uno schieramento politico al fine di trovare soluzioni a livello mass-mediatico e politico favorevoli a Cosa Nostra (abolizione ergastolo, 41 bis O.P., legge sui pentiti, etc.).
Nel corso delle conversazioni si evidenziavano anche precisi riferimenti alla necessità di inserire tra i funzionari della Regione Siciliana operanti a Bruxelles un tecnico “amico”, che potesse fornire in anticipo precise informazioni sugli orientamenti dei flussi di finanziamento verso determinate materie e iniziative, in modo da poter “mettere il cappello” sulle opere pubbliche più appetibili.
Certo un mafioso, che è in grado di accumulare così facilmente enormi profitti, di controllare parti rilevanti del territorio, di influenzare a suo favore i flussi della spesa pubblica, non può  non difendere il suo potere tentando di piegare le istituzioni ai suoi interessi, tentando di procurarsi una stampa connivente, tentando di procurarsi i favori della politica.
L’aspetto probabilmente più caratterizzante della criminalità organizzata siciliana è la presenza di un’area grigia costituita da elementi o gruppi che pur non facendo parte integrante dell’organizzazione stabiliscono con essa contatti, collaborazioni, forme di contiguità più o meno strette. Nel rapporto fra mafia e società è dunque rinvenibile un blocco sociale mafioso che è di volta in volta complice, connivente o caratterizzato da una neutralità indifferente. Tale blocco comprende una borghesia mafiosa fatta di tecnici, di esponenti della burocrazia, di professionisti, imprenditori, politici, che sono strumentali al servizio di mafiosi o del sistema mafioso o interagiscono con la mafia in una forma di scambio permanente fondato sulla difesa di sempre nuovi interessi comuni. La cosiddetta zona grigia rappresenta a ben vedere la vera forza della mafia. E’ costituita da individui o gruppi che vivono nella legalità, forniscono un fondamentale supporto di consulenza per le questioni legali, per gli investimenti, per l’occultamento di fondi e per la capacità di manovrare l’immenso potenziale economico dell’organizzazione criminale. Nella zona grigia, però, rientrano, oltre a professionisti o funzionari compiacenti, anche quei membri della piccola e media borghesia (dipendenti pubblici, impiegati, operai specializzati etc..), che per gentile concessione della mafia sono ammessi ad investire il proprio denaro nel contrabbando di tabacchi o nel traffico della droga o nelle finanziarie che praticano l’usura, ricavandone interessi (talvolta fino al 100 %) impossibili in qualsiasi forma di investimento legale. Questo meccanismo di risparmio illegale, cui sono ammesse solo persone vicine ed affidabili, contribuisce ad allargare l’area grigia ai livelli dei ceti medio-bassi. Come può venire oggi in mente di concedere sostanzialmente l’impunità a quest’area di supporto criminale alla mafia, proponendo di eliminare il concorso esterno in associazione mafiosa? Certo, bisogna riconoscere il primato della politica, ma va compreso anche il momento storico, il modo d’intervento: quando ci si riunisce a tavolino per conciliare interessi di parti sociali diverse, il ruolo della politica sta certamente nella mediazione, nel compromesso; ma quando il criminale spara contro la vittima innocente, contro il rappresentante delle istituzioni, contro il magistrato colpevole soltanto di aver fatto il proprio dovere il momento alto della politica sta nello schierarsi dalla parte della vittima. Non c’è scelta. Continuare a mediare tra vittima e carnefici è un’azione indegna, colpevole.
Adesso non è più tempo di analisi, di diagnosi. Come direbbe nonno Nino: basta, adesso basta! Ed in nome di nonno Nino è tempo ormai di porre in essere, con i sistemi della democrazia, con le azioni, con le parole, approfittando di questo momento di riflessione, qui a Campi Bisenzio, la questione morale. E’ tempo che ciascuno di noi con determinazione, con forza ed energia attui la propria rivolta morale. Rivolta morale contro tutte le mafie, che sono eclissi di legalità, in quanto negazione di valori quali la libertà, la democrazia, la verità, la giustizia. Rivolta morale contro le istituzioni che mirano a togliere ai cittadini ogni libertà di pensiero e di iniziativa, che favoriscono la cultura dell’immagine del singolo anziché l’etica della solidarietà. Rivolta morale contro quella classe dirigente che invece di servire le istituzioni, talvolta, se ne è servita per la propria libidine di potere o di rapace guadagno, che della propria discrezionalità ha fatto arbitrio e che del proprio arbitrio spesso ha fatto legge, che dal denaro pubblico ha tratto fondi per i propri vizi, che della dignità della persona ha fatto trampolino per le proprie ambizioni. Rivolta morale contro la massa di pecore pronta a servire tutti, a baciare le mani che la bastonano, grata se le è consentito mendicare qualche favore. Rivolta morale contro una cultura antimafia fatta di sterili rimuginamenti, di sofisticati adattamenti, incapace di  un gesto virile. Rivolta morale contro gli ideali di accatto, l’inerzia codarda, la rassegnazione vigliacca, l’affarismo più equivoco, la falsità e la calunnia urlate come verità. Basta! direbbe nonno Nino:“La misura è colma! non perdiamo tempo a recriminare. Basta! Adesso diffondiamo con forza, con impegno, civilmente, le nostre idee: nelle fabbriche come nelle università, nelle officine come nelle biblioteche. A questa nuova polis, a questa nuova città aneliamo, tendiamo con tutte le nostre forze. Per una società più libera, più giusta, più solidale. Per essa, come componenti della comunità civile, dobbiamo lottare, dobbiamo lottare ogni giorno, ogni attimo, senza mai allentare la presa, perché ormai sappiamo che la libertà non potrà essere elargita dagli altri.” E già perché non vi sono più liberatori, non c’è più nonno Nino! Siamo rimasti solo uomini che compiendo ogni giorno il proprio dovere, sentendosi parte di un progetto comune, quello di nonno Nino, e rimanendo degli inguaribili idealisti potranno sentire e far sentire il profumo della libertà.
Grazie.

*Piero Grasso
Procuratore
della Repubblica - Palermo
*(articolo scritto dal procuratore Grasso in memoria del giudice Antonino Caponnetto)




BOX1
Grasso: La vera forza di Cosa Nostra è la zona grigia


Roma. Si è discusso dell’evoluzione del fenomeno mafioso nel dibattito dal titolo “Mafia, politica e società”  svoltosi il 9 dicembre scorso a Roma ed organizzato dall’Eurispes e dal bimestrale Dike. Moderatore Giovanni Pepi, condirettore del Giornale di Sicilia. Sono intervenuti tra gli altri il senatore Emanuele Macaluso, il procuratore capo di Palermo Piero Grasso, il presidente della Commissione Antimafia Roberto Centaro, il vicecapo della Polizia di Stato Antonio Manganelli,  il preside della facoltà di Giurisprudenza di Palermo Giovanni Tranchina. La mafia non è più tutta coppola e lupara, come ha spiegato Macaluso, bensì una società di servizi e <<un fenomeno molecolare della società del Mezzogiorno che però non ha più anticorpi>>. La criminalità mafiosa trae considerevoli vantaggi dalla crisi delle istituzioni e dei partiti. Se il livello di mediazione della politica e della mafia, ha proseguito il senatore,
in passato era alto, ora si è invece sca
duti nel clientelismo. Ma dove risiede la vera forza della mafia oggi? <<Sta nella zona grigia – ha risposto il procuratore Grasso – che a volte la sostiene, a volte è neutra. Si tratta di un vero e proprio blocco sociale. In questa situazione, come si fa a pensare alla abrogazione del concorso esterno all’associazione mafiosa? Anzi bisogna tipizzarlo nel codice, così sarà anche più facile applicarlo>>. La mafia può contare in Sicilia su un esercito di 5.500 affiliati, ai quali vanno aggiunte le centinaia di migliaia di persone che popolano quest’area grigia.  Sulla differenza tra il fenomeno mafioso ed il terrorismo si è soffermato Centaro: l’annientamento dello Stato non è l’obiettivo dei mafiosi, diversamente dai terroristi. <<Vorrei tanto – ha poi concluso il dibattito Piero Grasso – quando spiegherò la mafia al mio nipotino, poter cominciare con c’era una volta la mafia…>>.
Dora Quaranta


ANTIMAFIADuemila N°37
 

 
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    La nascita della seconda Repubblica sul sangue di Falcone e Borsellino

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