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Antimafia Duemila

Tuesday
Feb 09th
Allegra, il medico che svelò l’intreccio tra mafia e politica PDF Stampa E-mail
di Ernesto Oliva



Nel 1937 l’ufficiale medico trapanese Melchiorre Allegra confessò
la sua appartenenza alla mafia. In un verbale recuperato nel 1962
da Mauro De Mauro, Allegra dettò i nomi dei boss siciliani
ed elencò i politici affiliati alle ‘famiglie’



“Questa è la storia di un medico palermitano che diventò mafioso all’età di 35 anni. E mostra come la mafia si insinua negli ambienti professionali e come talvolta riesce a invischiarli”.
L’attacco di questo pezzo non è tratto dalle recenti cronache riguardanti il manager della sanità privata di Bagheria Michele Aiello, o il medico chirurgo Giuseppe Guttadauro, boss di Brancaccio chiamato in causa – con Aiello -  nelle ultime inchieste sugli intrecci fra mafia, sanità e politica a Palermo. E il “medico” oggetto dell’articolo non è neppure Michele Navarra, il ‘dottore’ che guidò negli anni Cinquanta la mafia di Corleone dietro la rispettabile qualifica di medico condotto, medico fiduciario dell’INAM e direttore del locale ospedale.
Quell’incipit giornalistico porta la firma di Mauro De Mauro ed apre un dossier che il quotidiano palermitano “l’Ora” pubblicò a partire dal 22 gennaio 1962; materiale, appunto, che quell’intreccio fra mafia, sanità e politica rivela oggi come un cancro vecchio di decenni.
De Mauro – qui alle prese con uno ‘scoop della memoria’ -  pubblicò integralmente il contenuto di 25 fogli dattiloscritti, ingialliti dal tempo e sin ad allora dimenticati dagli stessi investigatori impegnati contro cosa nostra. Il documento era la fedele riproduzione di un verbale reso il 23 luglio 1937 nell’ufficio del Settore di Polizia di Alcamo. Il “medico palermitano” che lo sottoscrisse si chiamava Melchiorre Allegra ed era nato in realtà nel trapanese, a Gibellina, il 21 luglio del 1882.
Quella di Allegra –  nel 1926 ufficiale medico nel reparto di malattie infettive dell’ospedale di Palermo, e, in seguito, titolare di una clinica privata a Castelvetrano - è da considerarsi come una delle prime confessioni compiute da un affiliato alla mafia siciliana: un racconto, che, a distanza di oltre 60 anni, ricorda gli scenari tracciati in queste settimane dalla Procura di Palermo con l’indagine sulla clinica Villa Santa Teresa di Bagheria.
Allegra decise di ‘vuotare il sacco’ nell’estate del 1937, dopo essere stato arrestato dai carabinieri nell’ambito di una inchiesta che portò in carcere alcuni mafiosi dell’area trapanese compresa fra Castelvetrano, Gibellina e Santa Ninfa.
 Nel suo racconto – a dirla con le parole di De Mauro – “c’è tutta la mafia, con le sue leggi dell’onore e dell’omertà, con i suoi tribunali, con le sue esecuzioni, con le spregiudicate operazioni economiche”.
 Il medico, legato alla famiglia palermitana di Pagliarelli, rivelò non solo il tradizionale rito di affiliazione: la ‘punciuta’ del dito medio della mano, l’immagine sacra data alle fiamme e il giuramento di fedeltà ai ‘fratelli’. Fra i componenti della sua cosca, l’ufficiale indicò nomi solo dopo molti anni divenuti noti alle cronache di mafia: i D’Agate di Villabate, i Calò, i Motisi, i Di Martino. Né mancano precisi riferimenti agli organigrammi delle altre storiche famiglie della città e di altre province della Sicilia.
 L’ elenco, in particolare, disegna una mappa completa del potere di cosa nostra a Palermo fra il 1920 e il 1930.
Si trattava di una cosa nostra già consolidata intorno a famiglie che le preziose indicazioni di Allegra non avrebbero a lungo scalfito, con grave ritardo nella lotta contro le cosche.
 “Conobbi il capo della famiglia di Palermo, Paolo Virzì. Così pure – si legge nel verbale -  Totò Calò e Antonio Trifirò, capi di Rocca e Monreale, i fratelli Saccone e Andrea Cottone a Villabate, il capo della borgata di S. Maria, Cosimo Greco, Paolo Crivello a Cruillas; Antonino Gentile, capo a S. Lorenzo, a Pallavicino Matteo Saracino, un certo Vitale rappresentante di Altarello di Baida e un don Enrico capo della famiglia della Noce”.
Il medico aggiunse che a Palermo uno dei luoghi di riunione dei boss era la birreria Italia e svelò con largo anticipo su Tommaso Buscetta i criteri di organizzazione della organizzazione mafiosa, basata sulle ‘famiglie’, sulle ‘decine’ e sui ‘capidecine’. I rapporti tra le ‘famiglie’ delle varie province, spiega, erano assicurati dai rispettivi ‘capi’ e dai ‘consiglieri’; né mancano “le ramificazioni potenti nelle Americhe, in qualche centro del continente, in qualche altro di altre nazioni, in Tunisia e a Marsiglia”. A Palermo complicità e coperture sono estese a molti “uomini rappresentativi”, e non salvano neppure il clero. “E’ a mia conoscenza – si legge nella confessione di Allegra – che il padre superiore del convento di Tagliavia è un ‘affiliato’”.
Il verbale ricostruisce anche il retroscena del sanguinoso scontro avvenuto nel periodo 1926-1927 tra le ‘famiglie’ di Palermo. A causarlo, la spartizione di una sostanziosa tangente su un appalto. “La scissione avvenne tra il gruppo di Nino Gentile, capo di San Lorenzo Colli, aiutato da Carlo Brantaleone, Paolo Crivelli e rispettivi seguaci, contro Nino Grillo, coadiuvato da Ciccio Cuccia, Saracino e rispettivi gregari (…) La ditta Barresi aveva chiesto l’appoggio della mafia per lottare Mac Artur, assuntore dei lavori portuali di Palermo, con lo scopo di costringerlo a battere in ritirata e cedere i lavori alla stessa Barresi. Ottenuto lo scopo, questa pagò lire 30.000 che si divisero Gentile, Brantaleone, Crivello e qualche altro, provocando le ire del Grillo e compagni che ne reclamavano una parte”.
Inedita poi è la clamorosa indicazione di un tentativo che cosa nostra avrebbe portato avanti in quel periodo per porre fine alla faida tra le ‘famiglie’. La mediazione sarebbe stata dettata anche dall’esigenza di far tornare l’ordine pubblico a Palermo e porre così fine alle retate del prefetto Mori contro i boss e i loro gregari. “Per comporre il dissidio – raccontò Allegra - erano venute dall’America tre commissioni speciali di mafiosi colà residenti, senza, però, riuscire a fare tornare la pace. La polizia minacciava pertanto nuove retate per cui il signor Lucio Tasca Bordonaro, anche lui ‘fratello’, assunse impegno di fronte al prefetto di proporre ed ottenere una pacificazione generale. Ci fu in prefettura una riunione generale di ‘rappresentanti’, ma che pare non abbia dato nessun risultato dato che la lotta continuò ugualmente e che a farla finire valsero solo la morte di molti e le vaste retate operate dalla polizia…”.
 Nel memoriale, Melchiorre Allegra non mancò neppure di fare riferimento al rapporto tra la mafia e la politica. L’indicazione fornisce una chiave di lettura attuale dell’intreccio.
“La mafia in genere era apolitica – dettò a verbale – ma volta per volta ciascuna famiglia in ciascun comune poteva deliberare di dare l’appoggio elettorale a quei candidati che possibilmente potevano in seguito ricompensare, provocando da parte del governo la maggiore protezione possibile”. Quindi Allegra indicò in Nicolò Zito, Giovanni Lo Monte e Rocco Balsamo i nomi di alcuni deputati e parlamentari affiliati o vicini alle ‘famiglie’ e rivelò i retroscena di un suo diretto ingresso in politica. Nel 1924 sono in programma le elezioni nazionali che anticiperanno il passaggio al regime fascista e in Sicilia la mafia si mise in moto per orientare migliaia di voti.
A spingere la discesa in campo del ‘fratello’ Allegra è addirittura Salvatore Maranzano, boss di primo piano di Castellammare del Golfo: una scelta dettata dall’esigenza, da parte di cosa nostra, di avere propri candidati da mandare in Parlamento.
La ‘famiglia’ di Pagliarelli – quella cui è affiliato Allegra – ha già deciso chi appoggiare. “Motisi – si legge nel verbale -  mi fece notare che aveva un impegno con l’avvocato Nicolò Maggio, il quale avrebbe diviso i suffragi della mafia con l’onorevole Cucco, che si presentava in una lista fascista ( … ) Maranzano aveva parlato con Ciccio Fontana e Ciccio Motisi, d’accordo con i quali aveva stabilito che io entrassi nella lista ‘Cavallo’ in unione con l’amico nostro Cocò Maggio, allo scopo di evitare il frazionamento delle forze elettorali. Così fu stabilito, così avvenne, e così fu invece per me e per il Maggio stesso una sconfitta, dato che, d’accordo con il Maranzano, il Maggio medesimo, alla vigilia delle elezioni, manovrò perché le preferenze tolte al mio nome venissero concretate su di lui, ma la sorte della sconfitta ci fu comune. La mafia, infatti, si divise in parti uguali per la lista democratica e per quella fascista, illudendosi di potersele accattivare, così come era costume per gli altri regimi”.
Per Allegra – che per non rifiutare la candidatura impostagli dalla mafia aveva rinunciato a far parte di una lista estranea a cosa nostra – la bocciatura politica segnò il momento dello strappo con le cosche.
 “Dopo la sconfitta elettorale – spiega – io avevo sufficiente esperienza per giudicare di che cosa fosse capace la mafia, quella che purtroppo non potevo rinnegare formalmente stante la minaccia delle famose schioppettate che in quell’epoca tuonavano spesso e ovunque…”.
Per il medico militare, la ‘famiglia’ riserva presto una seconda delusione.
Allegra chiede l’appoggio alla sua cosca per vincere un concorso bandito a Palermo per 15 posti di medico condotto. Già allora la mafia riesce a pilotare le nomine e le promozioni negli uffici pubblici e nel settore della sanità. La speranza del professionista è quello di essere ricompensato dei molti favori concessi negli anni della prima guerra mondiale, quando “la mafia diede prova della maggiore vigliaccheria, chiedendomi favori riguardanti gli esoneri dal servizio militare”.
Allegra non verrà ripagato. “Le solite promesse, ma il solito fiasco –spiega -  perché il posto al quale aspiravo io fu occupato, mediante uno stratagemma regolamentare del tutto nuovo per la valutazione dei meriti, dal dottore Filippo Marcianò, che io conoscevo già in veste di ‘fratello’. Ho parlato di stratagemma perché si arrivò persino ad escludere i titoli accademici e pratici dal novero di quelli validi per la graduatoria .”.
Nel 1926, Melchiorre Allegra deciderà di lasciare Palermo per allentare i suoi legami con la ‘famiglia’di Pagliarelli. “Già da parecchio tempo – detta a verbale -  sentivo la nausea di appartenere ad un sodalizio che, sotto la veste filantropica e moralissima, nonché cavalleresca, celava i più bassi scopi di sfruttamento e di delitto”.
A Castelvetrano, pur dedicandosi all’attività medica nella sua casa di cura, Allegra non riuscirà ad allontanarsi del tutto dagli ambienti di cosa nostra. L’arresto, giunto nell’ambito di una vera e propria retata di personaggi conosciuti come mafiosi, sarà per lui una sorta di liberazione.
“Dopo le presenti mie propalazioni, io sono sicuro che la mafia di quelli che specialmente che tuttora coltivano l’idea di imperio, non lascerà nulla di intentato contro di me, contro la famiglia e forse anche contro la volontà di coloro che la lottano”, detterà ai poliziotti che raccolsero le sue confessioni.
Per decenni, il verbale di Melchiorre Allegra verrà dimenticato negli archivi della polizia, con saltuari e inutili trasferimenti “per competenza” fra Alcamo, Palermo e Trapani.
Mauro De Mauro, pubblicandone integralmente il contenuto –  il fascicolo gli giunse però, stranamente, privo dell’ultima pagina; la ventiseiesima,  quella con la firma di sottoscrizione di Allegra – ne illuminò il prezioso contenuto.
 Il lavoro del cronista de “l’Ora”, oggi, ha ancora il merito di dimostrare che la lotta alla mafia avrebbe potuto certo ricevere maggiore impulso sin dai primi decenni dell’affermazione di cosa nostra come ‘stato nello Stato’.
In quei 25 fogli dattiloscritti, oggi finiti chissà dove, c’è insomma un altro pezzo della storia di sottovalutazioni, omissioni, complicità e coperture che perpetuano da sempre il potere della mafia.



ANTIMAFIADuemila N°39



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