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Le multinazionali del disastro | Le multinazionali del disastro |
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di Maurizio Chierici - 5 maggio 2008 Sappiamo di chi è la colpa: multinazionali, giochi di borsa, prestigiatori della finanza, petrolio, biodisel, speculatori in trionfo da un secolo all'altro. Quante volte nelle piazze o nei convegni ci siamo aggrappati a questa litania. Sacrosanta, ma parziale anche se le buone parole non sono mai mancate e il buon cuore dei popoli G8 o G 20 ( G che continuano a crescere ) ha affidato alle Nazioni Unite l'impegno di far mangiare almeno una volta al giorno chi non sa cosa mettere sotto i denti. Eppure la contabilità dei diseredati ingigantisce da un mese all'altro. Per capire quale soluzione sia possibile è necessario abbassare lo sguardo alle nostre abitudini. Siamo noi le multinazionali dei disastri dei quali non abbiamo tenuto conto perché sono disastri che sconvolgono silenziosamente paesi invisibili: giornali e Tv non ne parlano quasi mai. Servono almeno mille morti nello «scontro tribale», o monsoni che seppelliscono villaggi, scheletri afflosciati sui marciapiedi, maremoto che porta via poveri vacanzieri. Buone parole, ma il giorno dopo addio. Qualcosa sta cambiando. Si irrobustisce una tendenza minacciosa. Nell’era della globalizzazione fa tremare gli imperi dell’economia e banche mondiali. Nei secoli dei secoli fame e disperazione hanno trascinato violenze mai placate. Si alzano le frontiere: protezionismo. Ma nessun muro o piccole patrie, ronde più o meno armate, sono riuscite a contenere le rivolte per il pane. Intanto continuiamo a ballare. Durante i week end tra aprile e maggio l’ottimismo della società morbida ha messo in scena spettacoli irreali. Forte dei Marmi, per esempio. Impossibile sedersi al tavolo di ristoranti dove un piatto di pesce e una bottiglia di vino costano lo stipendio di un ragazzo call center. Negozi con le code come allo stadio. Per una Tshirt «firmata» 180 euro. Ma quando il giovanotto entra nel tabernacolo lo scaffale è vuoto. Tutti hanno comprato tutto. Forse arriva qualcosa domani: speriamo che i magazzini di Firenze non abbiano esaurito le scorte. Signora con bambino mostra alle amiche la borsa Prada. Era entrata per un portachiavi ma non ha resistito alla seduzione: «in fondo 800 euro non sono un capitale». Chi è rimasto a casa si accontenta di una pizza o del piatto delle osterie eppure torna a pancia vuota. Tavoli prenotati per due turni. Borse, portachiavi, magliette, telefonini che trasmettono foto inutili, Sms profumati, giocattoli elettronici e il salto al mare o in montagna per respirare aria buona prima delle vacanze, accompagnano la vita familiare dei bambini 2000. Escluderli dalle abitudini dei compagni di banco potrebbe compromettere lo sviluppo della personalità. D’accordo, è l’ Italia del 30 per cento, privilegiati sui quali i popoli della libertà puntano per rinfrescare quarant’anni dopo le regole di Pinochet. Gli altri devono avere pazienza. È il trenta per cento che si arrabbia per i redditi in fila su internet, rivelazioni indigeste alla dignità del contribuente: perché le commesse devono sapere di guadagnare il triplo del proprietario del negozio cinque vetrine ? Non è civile rivelare i numeri che imbrogliano le tasse. I grandi numeri dormono tranquilli nascosti in reti inespugnabili: girotondi da un paradiso fiscale all’altro. Intanto la piccola borghesia rampante affida il sogno alle leghe. Le quali pescano nel sottoscala dei saloni che brillano invitando al banchetto chi ancora non è proprio così ma spera di entrare nell’elite di massa. Rigorosamente italiani, bianchi, benestanti più che mai impauriti dalle facce nere, gialle e marron che impauriscono le ambizioni. Una dolcezza minacciata dalla fame degli altri, meglio non dirlo in giro. Gli spot della politica degli affari applica cerotti che narcotizzano le apprensioni. Tv e giornali untori danno una mano: giocare con la paura è la risorsa degli uomini forti. Fino a ieri la fame segnava geografie lontane. Adesso la fame comincia a scavare facce nuove. Facce che incontriamo nelle case in cui viviamo: mai avevano immaginato di ridiscutere la dieta. Fra qualche anno tre pasti al giorno possono diventare un ricordo. Un italiano su due vive da gennaio a dicembre con meno di 15 mila euro. Non nelle periferie dell’ Europa meno felice, l’inquietudine striscia fra i palazzi delle vecchie città. Classe media con laurea e pensione non arriva alla quarta settimana impoverita da fenomeni che l’informazione rimanda a labirinti incontrollabili. Neanche i giovanotti che aspettano il posto sicuro nelle stanze dell’infanzia riescono a capire chi frustra le speranze di una generazione. Bottegai ladri, filiere della distribuzione con passaggi più o meno mafiosi, colpa dell’ultimo governo che ha amministrato male. Elenco di sospetti. Guerra tra poveri, povera. Ida Magli, sociologa delle generosità invecchiata nell’avarizia morale, non vuole che i non italiani possano comprare casa. Con l’aggravante che cinesi e indiani cominciano a mangiare come noi. Il latte non appartiene alla loro tradizione eppure trecento milioni di cinesi si sono occidentalizzati e latte, formaggio, yogurth entrano nelle abitudini alimentari di ogni città. Pochi litri e solo per bambini: consumo di dieci anni fa. Oggi 32 litri a persona e ogni dodici mesi la voglia di latte cresce del 15 per cento. E poi hamburger come a New York bene in vista nelle «ambasciate» McDonald di Pechino e Shangai. Il passaggio delle Olimpiadi sarà disastroso. Le diete proteiche degli atleti moltiplicherà l’imitazione. Altri 200 o 300 milioni scopriranno come ingrassano i popoli del mondo libero. Non solo a Pechino; l’ India vegetariana degli indu sta cambiando dieta. Insomma, colpa loro se i prezzi impazziscono, ma colpa anche dei terzomondismi menagramo. Da tempo immemorabile insistevano: noi con la pancia piena, loro a mani vuote. Vergogna, e ci siamo vergognati. Ecco il risultato. Loro mangiamo e noi siamo minacciati da una vita diversa. Loro- cinesi, indiani, vietnamiti - scoprono la vita diversa che Italia e Germania avevano scoperto nel dopoguerra e che Corea e Giappone hanno raggiunto vent’anni fa. La felicità del dare l’ addio alle zuppe di erbe dell’orto, addio alle ali e alle zampe di gallina, «gustose e ricche di proteine», brodi squisiti come ripetevano i prontuari dei paesi con la bistecca in tavola e il dietologo a portata di telefono. Storie dimenticate in due generazioni e l’Africa diventa la scansia ideale. Zampe e ali congelate (centinaia di milioni di tonnellate) piovono sui i popoli neri. Cuore tenero di noi bianchi. Paradossalmente la catastrofe si allarga. I cascami della nostra cucina arrivano con prezzi ridicoli rendendo impossibile la concorrenza dei polli locali. Migliaia di allevamenti in rovina; migliaia di senza lavoro costretti all’avventura dell’emigrazione. Nel 2007 l’assalto all’Europa è aumentato del 31 per cento. L’agenzia Onu per i profughi fa sapere di avere l’acqua alla gola: deve sfamare 33 milioni di persone, ma il numero è teorico, sono molti di più e le casse restano vuote. Purtroppo i paesi G8 o G20 tagliano i contributi umanitari perché gli affari vanno male. Non possono dire alla gente, attenzione, festa quasi finita per non scatenare i concerti di pentole vuote battute in piazza come campane dalle signore firmate che non vogliono ridiscutere il diritto alla spensieratezza. Allende è stato ucciso così. Ormai impossibile calcolare i clandestini della paura. Crescono come il petrolio; cambiano nome e nazione per depistare le dittature che li inseguono o le guerre, o le ingiustizie o le colpe delle quali si macchiano i loro senza speranza. Non vere case, niente famiglie: uomini e donne senza famiglia con la nostalgia della normalità perduta. Sta per uscire da Feltrinelli l’ultimo saggio di Edward Said «Riflessioni sull’esilio». Said era un professore palestinese, insegnava alla Columbia di New York. «L’esilio è un luogo impossibile. Una mente invernale dove il pathos dell’estate e dell’autunno e la potenzialità della primavera si rivelano sempre lì, a portata di mano, comunque irraggiungibili perché la vita in esilio segue un altro calendario. Vita vissuta fuori dall’ordine naturale». Tanto per capire: la vita dell’emigrante che lavora nei paesi del Golfo è il modello accarezzato dai padroncini dell’Europa che cerca braccia e non vuole esseri umani.. Vita in baracche controllate come lager. Si spengono le luci due ore dopo il tramonto. Indiani e pakistani guadagnano 139 euro al mese, inflazione al 12 per cento, ma la paga non cambia da cinque anni. E le rimesse alla famiglia diventano niente. Quando torna il sole, in fila, seduti a terra. Un caporale li conta. Controlla l’orologio come un arbitro pignolo: fischietto, al lavoro. Hanno provato a scioperare per le dieci ore al giorno pagate a centesimi. Arrestati ed espulsi. Agli stranieri le proteste sono proibite. Ma dall’America Latina alle asie dure devono far finta di niente perché non esistono alternative. Anche le nostre alternative cominciano a ridursi. Week end vorrà dire trenta chili di pane nel serbatoio. Comprare pane e formaggio o andare in ufficio con l’auto in rodaggio ? Accendere la luce, Tv e lavatrici costa di più da un mese all’altro. E il paesi dell’Opec fanno calcoli insensati trascurando il boomerang della globalizzazione: pagheranno come tutti anche se provvisoriamente sorridono. Non cambiano il ritmo dell’estrazione del petrolio malgrado l’industrializzazione delle nuove potenze asciughi ogni riserva. Il biodisel della soia al posto del grano, mais da distillare e non fare tortillas o polenta è la soluzione che affama il mondo. Prezzo del riso quadruplicato nel 2007. L’Argentina chiude le esportazioni per sfamare gli affamati interni e spera nella soia per accendere i frigoriferi. Ad ogni salone delle auto le meraviglie fanno tremare. Quando Fiat o Mercedes pubblicano i bilanci di vendite che volano fanno inconsapevolmente sapere che l’oro nero scalerà i 150 o i 200 dollari al barile provocando l’ aumento di pane, pasta ed ogni cereale dal doppio destino: mangiare o benzina ? Piatti pieni o ascensori fermi? Toccherà noi decidere. La folla senza nome diventa una multinazionale destinata a scegliere quale modello di vita. Una volta era la vita degli altri, comincia a diventare la nostra. A meno da non seguire i consigli delle banche: investire il futuro nei titoli energetici e alimentari. Fondi a gonfie vele per non cambiare le belle abitudini spremendo la fame degli affamati. Ma è un dettaglio. Indirizzo e-mail protetto dal bots spam , deve abilitare Javascript per vederlo L'UNITA' |
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Inserto Terzo Millennio N. 57 |
Di seguito pubblichiamo, in formato pdf, l'intervento del Clar (Centro Libero Analisi e Ricerche) alla conferenza “Crisi dei mutui e finanza mondiale: cosa ci riserva l'economia?”
L'incontro si è tenuto ad Ancona lo scorso 14 dicembre 2007 e tra i relatori Anna Petrozzi il caporedattore del giornale ANTIMAFIADuemila.
La relazione è la sintesi di uno studio sulla finanza internazionale condotto dallo stesso Centro (vedi www.clarissa.it) ed esposto in modo semplice e facilmente comprensibile anche ai non addetti ai lavori. Un documento prezioso corredato di schemi e tabelle che illustra in modo chiaro i meccanismi di potere sui quali è basato l'attuale modello finanziario mondiale.
Studio sulla finanza internazionale del Centro libero analisi e ricerche
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