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Antimafia Duemila

Thursday
Aug 21st
Riina aveva un «contatto eccellente»! PDF Stampa E-mail
Al processo stragi Brusca indica la pista dei mandanti esterni. Giuffré e Cancemi convergono
di Anna Petrozzi

Che Giovanni Falcone e Paolo Borsellino prima o poi dovessero morire lo sapevano tutti. Tutti i capi che facevano parte della Commissione Regionale di Cosa Nostra e tutti erano d’accordo. E’ per questo - spiegano i tre maggiori collaboratori di giustizia Giovanni Brusca, Salvatore Cancemi e Antonino Giuffré al processo unificato per le stragi del 92 in corso a Catania - che Riina poté ordinare le stragi senza darsi troppo peso di accertarsi se gli altri ne fossero più o meno al corrente.
Addirittura Brusca non rammenta nemmeno se il boss corleonese abbia fatto riferimento agli altri capi «non ci ho fatto caso, non mi è rimasto impresso» ha detto, mentre Cancemi e Giuffré ricordano che Riina era solito dire, in vista di decisioni importanti cui non erano presenti tutti perché detenuti o per altri motivi, «me la vedo io».
Sarebbe andata così durante le riunioni del febbraio 1992 tenutesi nella ormai tristemente nota «casa di Guddo» quando si deliberò la strategia stragista. A riferire il particolare è Salvatore Cancemi, pentito dal 1993 ed ex capo del mandamento di Porta Nuova, che rispondendo alle domande del sostituto procuratore generale Michelangelo Patané e degli avvocati difensori, ha ripetuto ancora una volta che Riina si era fatto carico della responsabilità di avvertire i capi mandamento in prima persona della decisione di dare il via alle stragi.
Ed è questo il punto attorno al quale ruota il processo d’Appello, ritornato dalla Cassazione proprio per definire se i boss che al momento delle stragi erano detenuti siano da considerarsi complici o meno degli eccidi. Gli impianti accusatori dei procedimenti precedenti si erano sostanzialmente basati sul cosiddetto «Teorema Buscetta», ossia sulla tesi che gli omicidi eccellenti, prima di essere compiuti, dovevano essere approvati dal plenum della Commissione, e sulle dichiarazioni dei collaboratori di giustizia. I quali non hanno avuto remore nel testimoniare che, oltre il senso diffuso di rancore nei confronti di Falcone e Borsellino culminato con la sentenza di Cassazione del maxi processo emessa nel gennaio di quell’anno, era piuttosto facile per Riina far trapelare all’interno delle varie carceri qualsiasi tipo di messaggio. Sia Brusca che Cancemi hanno citato ad esempio l’omicidio di Vincenzo Puccio che avvenne in cella per volere di Riina il quale aveva fatto recapitare l’ordine ai fratelli Marchese da un ragazzo di Cosa Nostra durante un normale colloquio.
Brusca, che per l’appunto non aveva dato alcuna importanza alla questione, fornisce però agli inquirenti una sua versione delle dichiarazioni di Cancemi.
«Da uomo di Cosa Nostra», che quindi ne conosce perfettamente i segreti e le logiche, interpreta la frase che Riina, secondo Cancemi, pronunciò al termine della riunione in cui si decise, «in grande fretta», di uccidere Borsellino. «La responsabilità è mia» avrebbe detto il boss a Raffaele Ganci, suo uomo di fiducia, in un momento in cui i due si erano leggermente appartati. Una volta usciti poi Ganci avrebbe confidato a Cancemi «questo ci vuole rovinare a tutti». 
«Io non sono testimone oculare - ha precisato Brusca - ma comprendo che cosa volesse dire Riina quando ha detto: ‘la responsabilità e mia’. Via D’Amelio era nel territorio dei Madonia, che erano tutti in carcere, ma Riina si prende la responsabilità come se fosse territorio suo perché lui sa che Madonia è a conoscenza del progetto di uccidere Borsellino, quindi è come se dicesse ‘Io, Riina, so quello che sto facendo’ e me ne prendo la responsabilità».
E questo non significa quindi che sia Riina il solo colpevole della strategia stragista, al contrario, sebbene non presenti a quelle riunioni la maggioranza dei boss aveva già decretato la morte dei due magistrati sin dagli anni Ottanta.
Tutti e tre i collaboratori, sentiti tra il 23 gennaio e il 13 febbraio scorsi, hanno ricordato dei tanti tentativi programmati da Cosa Nostra.
Giuffré, confermando anche le dichiarazioni di un altro pentito, Vincenzo Calcara, ricorda del progetto di attentato che si voleva portare a termine contro il giudice Borsellino quando era Procuratore di Marsala, e Brusca ha riportato i vari appostamenti eseguiti con Matteo Messina Denaro a Roma per sondare i movimenti di Falcone fino al più noto attentato all’Addaura.
A tal proposito Brusca aggiunge che Salvatore Biondino, braccio destro di Riina, si lamentò del fatto che se i Madonia avessero chiesto aiuto per la bomba all’Addaura sicuramente la cosa sarebbe andata a buon fine. A dimostrare che chiunque avesse l’occasione poteva attuare il progetto senza per forza informare gli altri o chiedere speciali permessi di Commissione poiché stava portando ad esecuzione una sentenza deliberata già anni prima.
Che Riina però ne fosse comunque al corrente lo si apprende da Giuffré: «Riina, a cui le notizie non mancano mai, viene a sapere che la Del Ponte deve venire in Sicilia e che si deve incontrare in un villino all’Addaura con Giovanni Falcone».
«Due piccioni con una fava», conferma Cancemi.

Oltre il papello

La vera novità del processo è una rivelazione non rivelata di Giovanni Brusca. Controinterrogato dagli avvocati sullo spinoso tema della «trattativa» e quindi dei possibili mandanti esterni delle stragi il pentito si trincera «per la prima volta» dietro la facoltà di non rispondere.
In effetti il collaboratore ha confermato l’esistenza di un contatto ad alto livello con cui Riina avrebbe dialogato, un nome secretato che ha confidato solo ai procuratori Grasso e Chelazzi e per timore di intralciare eventuali indagini in corso e di fughe di notizie è stato irremovibile e a nulla sono valsi i tentativi del Presidente Lucchese e dei legali di farlo parlare, nemmeno la proposta di continuare il procedimento a porte chiuse.
Tuttavia siccome il pentito ha dato per certo che questo «contatto» ci fu e considerata la straordinarietà della notizia riportiamo quasi integralmente le sue parole.
Brusca accenna solamente di essere stato visitato in carcere dalla «buonanima» del procuratore Chelazzi (stroncato da un infarto il 17 aprile 2003) e dal procuratore Grasso che «mi hanno fatto fare dei ragionamenti in base a chi poteva essere colui che faceva da tramite per Salvatore Riina in questi contatti e io ho detto subito di Antonino Cinà (appena scarcerato per buona condotta ndr.) di Ciancimino e altri... Comunque anche se lo immaginavo non avevo le prove. Trovandomi a Palermo poi per altri problemi giudiziari leggo da Repubblica (che mi attacca quando conviene, sono bravo e non sono bravo, dipende dalle circostanze...) e trovo riscontro a quello che io avevo detto e viene fuori a chi Salvatore Riina aveva mandato il famoso papello per ottenere i benefici per Cosa Nostra.
E quando ho detto poco fa in aula si è sviluppato tutto, cioé la mia situazione è cambiata quando al processo per le stragi... proprio a questo punto mi sono reso conto che la circostanza stava andando per le vie... secondo le mie conoscenze... in maniera dissonante... sono intervenuto e ho fatto delle dichiarazioni spontanee, sbagliando, perché il mio lessico era un po’ particolare, e dicendo che dietro c’erano i carabinieri, ma non era così. Volevo dire che i carabinieri erano a conoscenza un po’ di tutto. Tanto è vero che il generale Mori poi è venuto a confermare  i contatti, quello che bene o male conoscete. Con l’introduzione della nuova legge sui collaboratori di giustizia, dei sei mesi... io ho chiarito tutta le mie conoscenze per le quali oggi non intendo rispondere...».
A chi facevano capo, dunque, i carabineri? Dalle parole di Brusca si intende infatti che questi potrebbero aver svolto un ruolo di tramite poiché specifica: «io ho detto che le redini in mano ce le avevano i carabinieri, non che i mandanti erano i carabinieri».
A questa domanda si può rispondere solo con deduzioni.
Il primo a fare un nome è il giornalista de la Repubblica Francesco Viviano che, facendo addirittura riferimento al verbale secretato, svela che il nome indicato da Brusca è quello del Ministro dell’Interno Nicola Mancino.
L’ipotesi, oltre ad essere inquietante e subito smentita dal politico, potrebbe avere anche una sua logica. Poiché Mancino si insediò al Ministero il giorno 1luglio 1992, a cavallo tra le due stragi, e Brusca colloca proprio in questo periodo lo svolgimento della trattativa.
«Riina aveva contatti prima della strage di Capaci con personaggi del mondo politico e non, chi gli portava Bossi chi altri..., ma non era tanto convinto. Dopo (la strage ndr), invece, mi parlò del papello e il suo atteggiamento era diverso».
Sebbene noi non siamo in grado di sapere né di affermare se quanto sostenuto da Viviano abbia un qualche fondamento non si può fare a meno di collegare quanto suggerito da Brusca con le ultime dichiarazioni spontanee che Riina pronunciò durante il processo per le stragi del ‘93 a Firenze proprio nel periodo in cui il procuratore Chelazzi stava conducendo gli ultimi delicati interrogatori sui mandanti esterni.
«Volevo dire, signor Presidente, che io sono stato arrestato il 1993, 15 gennaio. Ma sei giorni prima di essere arrestato c’è stato il ministro Mancino che era Ministro degli Interni che ha rilasciato delle dichiarazione alla televisione, al Giornale di Sicilia, dove diceva in questi giorni arrestiamo Riina. In sei giorni l’ha fatta due volte questa dichiarazione, quindi si vede che aveva già le trattative per cui era sicuro che ci dovevano consegnare, interesse di consegnarmi alla polizia».
Ovviamente non si vuole sostenere che sia Mancino il mandante esterno delle stragi, questo sia chiaro, però potrebbe essere stato un alto uomo dello stato il punto di riferimento di Riina per trattare, non certamente come deliberatore delle stragi. Anche perché è stato provato in diversi gradi di giudizio che fu solo Cosa Nostra e niente altro che Cosa Nostra ad ordinare le stragi. Che vi siano dietro cointeressi che Cosa Nostra attraverso queste «trattative» aveva soddisfatto è cosa diversa.
Ancora una volta viene provato che Cosa Nostra ha tutto il potere e l’autorità per sentirsi legittimata a dialogare con le Istituzioni. Giovanni Falcone prima e forse ancor più concretamente Paolo Borsellino lo avevano compreso. Infatti mentre la trattativa era in corso, spiega Brusca, Riina gli manda a dire di sospendere i preparativi per l’omicidio dell’onorevole Mannino cui stava già lavorando perché altri progetti erano in corso.
«Mi blocca l’omicidio Mannino perché avendo il quadro più ampio della situazione manda avanti quello che preferisce, quello che è più conveniente. Se la trattativa va a buon fine, il progetto si blocca quando mi dice: gliel’ho presentato (il papello) e la risposta fu ‘E’ molto esosa’(la richiesta). Quindi c’è qualcosa che lui mette in atto per poter andare avanti. Faccio una mia deduzione che però è basata sui fatti. Mannino non gli serve più. Aveva conosciuto qualche ostacolo che bisognava togliere per continuare: il dottore Paolo Borsellino».
Brusca non era a conoscenza del progetto per la strage di via D’Amelio, ma il 19 luglio ricollegò immediatamente l’evento a quanto gli aveva detto Salvatore Biondino «siamo sotto lavoro» e si sorprese della velocità con cui fu compiuto l’eccidio tanto da esclamare «presto fecero!».
Questa celerità è spiegata da Cancemi che invece presenziò alle riunioni deliberatorie.
«Riina aveva fretta. Aveva necessità di farla più presto possibile. ‘Si deve fare, si deve fare’, diceva e si sentiva sicuro».
Secondo il pentito il boss aveva avuto delle garanzie da «persone importanti» che nel corso dei processi ha ricollegato con gli onorevoli Berlusconi e Dell’Utri poiché Riina gli aveva chiesto di ordinare a Vittorio Mangano, suo sottoposto, (più noto come lo stalliere di Arcore), di «mettersi da parte» poiché queste persone «se le doveva mettere nelle mani lui e che questo era un bene per tutta Cosa Nostra». Le dichiarazioni di Cancemi per cui, è bene ricordarlo, non ha subito alcuna incriminazione, erano alla base delle indagini sui mandanti esterni chiusa a Caltanissetta, ma riaperta con altri spunti investigativi al momento gestiti dalla Dia del capoluogo e dallo speciale pool della Dna voluto appositamente dal procuratore Vigna.
La nuova pista prosegue di fatto sui legami tra mafia e imprenditoria, traccia su cui, a quanto pare, stava lavorando il giudice Borsellino dopo la strage di Capaci.
Una conferma in questo senso viene da Giuffré che, sebbene nel biennio stragista fosse in carcere, ricostruisce l’ambiente in cui è maturato il piano criminoso.
Parla di una sorta di sondaggio effettuato da Cosa Nostra in ambienti esterni per saggiare il terreno e constatare il consenso.
«Vengono ascoltati, in modo particolare, personaggi del mondo imprenditoriale, della massoneria e dei servizi deviati. Viene fatta ‘un’indagine conoscitiva’ sulla solidarietà che riscontra un determinato atto importante, un omicidio importante».
La domanda è sempre la stessa: chi si prestò a fare da tramite?
«Io so di imprenditori molto vicini a noi», risponde Giuffré e ripercorrendo tutta la storia del cosiddetto tavolino da Angelo Siino fino a Pino Lipari torna a spiegare di quel «congegno perfetto» su cui si basa, poiché precisa «non è mai stato interrotto», un vero e proprio «comitato d’affari mafioso-politico-imprenditoriale».
Che va ben oltre il semplice rapporto economico, «perché coloro che gestiscono queste imprese sono tutti o buona parte personaggi molto importanti. Cosa Nostra ha interesse ad espandere la sua influenza e a captare al suo interno personaggi di una certa importanza e a sfruttarli per i suoi interessi. Gli imprenditori a loro volta hanno conoscenze altolocate che nel momento del bisogno vengono sfruttate da Cosa Nostra e spesso, senza accorgersi, cadono nel trabocchetto di Cosa Nostra, magari allettati da discorsi di natura economica ed è difficile che può uscirne. L’ingegnere Bini (gestiva la Calcestruzzi di Gardini in Sicilia ndr.) in quel periodo è il più importante».
E’ questa, secondo il pentito, la chiave per comprendere con chi e per conto di chi Cosa Nostra scatenò l’attacco allo Stato.
Non ha dubbi infatti nell’affermare che «vi è un rapporto molto stretto tra la classe imprenditoriale e Cosa Nostra e questo legame ha influenzato marcatamente le stragi».
Il suo discorso poi va ad incastonarsi perfettamente con gli altri elementi del puzzle.
«La strage Borsellino è stata anticipata. Per quel poco che sono riuscito a capire, si ha avuto notizia che il dott. Borsellino stava diventando ancora più pericoloso di quanto si pensasse per il discorso degli appalti. Perché dopo l’indagine del Ros su mafia-politica-imprenditoria, Borsellino (ne) aveva capito l’importanza. E poteva prendere il posto di Falcone alla Dna. Hanno visto la pericolosità di Borsellino che non è arretrato di un passo dopo la morte di Falcone. Borsellino aveva avuto delle notizie che sono arrivate al Provenzano ed è lui che ha portato avanti sul Riina questo discorso. Se questo anticipo c’è stato, questo è stato portato avanti da Provenzano e dal suo gruppo».
Infatti, ribadisce ancora più chiaramente: «la strage di Capaci è stata portata avanti da persone vicine a Riina, mentre quella di via D’Amelio è stata portata avanti da Provenzano, Aglieri, Greco e Scarantino».
Su quest’ultimo sia Brusca che Giuffré hanno riferito particolari, anche se con versioni diverse. Durissimo il giudizio del primo: «Per colpa di Scarantino, secondo me, ci sono in carcere persone innocenti» e racconta che Biondino gli chiese di trovare un buon perito per aiutare lo Scarantino a difendersi dalle accuse e di parlare con Greco e Aglieri. Brusca interpreta la «metafora che in Cosa Nostra c’è sempre» domandandosi, «tu sai i fatti, perché non glielo dici tu»! E deduce, «per me Scarantino non sa niente!».
Giuffré, invece, essendo a stretto contatto sia con Aglieri sia con Greco, riferisce che questi gli chiesero una cortesia perché dovevano neutralizzare le dichiarazioni di Scarantino, nel frattempo divenuto collaboratore di giustizia.
«Siccome Scarantino frequentava una ragazza a Trabia con la quale si appartava in una pensione, la Vetrana, volevano far sparire la documentazione per farlo passare per omossessuale e screditarlo. [...] Quindi mando a chiamare Salvatore Rinella, il rappresentante di Trabia, che era molto stretto con il proprietario di questo posto. Poi informo Carlo Greco e la storia si chiude lì».
Contraddittorie, a rate, reticenti, strumentalizzate... per quanto se ne dica a dodici anni dalla morte di Falcone e Borsellino si è potuto intravvedere uno spiraglio di luce sulla verità solo ed esclusivamente grazie alle dichiarazioni dei pentiti.
«La mia collaborazione è stata travagliata, ero considerato dalle Procure come uno mandato per destabilizzare i processi. Io non ho mai accusato l’onorevole Violante, non so più come dirlo», aggiunge Brusca cercando di chiarire l’eterno equivoco sollevato di tanto in tanto per attaccarlo.
E risponde secco alla domanda dell’avvocato di parte civile Francesco Crescimanno che chiedeva se non avessero calcolato la reazione dello Stato quando pianificarono le stragi.
«Le rispondo che sì abbiamo valutato una reazione dello Stato, ma penso che se non fosse stato per i collaboratori di giustizia lo Stato avrebbe fatto ben poco».



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Era Mancino il contatto
di Riina?


Secondo La Repubblica il collaboratore di giustizia Giovanni Brusca si riferiva all’onorevole Mancino quando nel corso del processo per le stragi del ‘92 ha dichiarato di aver fatto i nomi dei possibili «contatti eccellenti» che poteva avere Riina e con i quali avrebbe avuto in corso la «trattativa».
Scrive infatti il collega Viviano: «I due pm (Grasso e Chelazzi citati da Brusca ndr.) sono gli autori del verbale di interrogatorio che è ancora secretato ed in quel verbale Brusca fa riferimento all’ex Ministro degli Interni, Nicola Mancino che s’insediò al Viminale il primo luglio 1992, proprio il giorno in cui Borsellino interrogava a Roma il pentito Gaspare Mutolo, (interrogatorio ndr) che interruppe per qualche ora per recarsi proprio al ministero dell’Interno. Mancino smentì però l’incontro con il giudice Borsellino sostenendo di non sapere nulla della trattativa».







«Mi hai condannato alla pena di morte»

Duello Calò-Cancemi. Dissociazione e pentitismo a confronto

Cosa Nostra sì, ma le stragi no! Questa la comoda versione adottata dal popolo mafioso della dissociazione e promulgata per direttissima da uno dei più importanti boss di tutta la storia: Pippo Calò. Che nel corso del procedimento per le stragi del 1992 ha approfittato del confronto con Salvatore Cancemi per dare ancora una volta prova della sua autorevolezza e senza dubbio per lanciare un messaggio dentro e fuori dalle carceri.
«Io ho 72 anni, mio padre e mio nonno facevano parte di Cosa Nostra, io sono figlio di Cosa Nostra, senza dubbio. Ma io già dal ‘70 me ne volevo uscire, ma quando nell’81 è successo questo contrasto... diciamo guerra. Nell’81 la Commissione è finita, già non c’era più quell’armonia, succedevano fatti e non si sapeva nessuna cosa...
[...] Su Cosa Nostra se noi parliamo di regole sono tutt’altre. Non è ammessa la strage, non è ammessa la rapina, l’estorsione, i sequestri di persona...»
Insomma lui ha fatto parte solo della mafia dalle buone maniere e dei sani principi per questo lancia strali contro il suo ex sottocapo, grazie (questo lo diciamo noi) alle cui dichiarazioni sta scontando l’ergastolo come detenuto al 41bis.
«Dopo lui che mi accusa (Cancemi ndr.), lui, era in condizioni di evitare queste stragi, lui poteva dire a Riina, guardi che Calò ha un processo, stanno facendo la Cassazione per la strage del 904, che ho preso l’ergastolo... Se era veramente Riina che lo voleva, e me lo dicevano io avrei detto o lo andate a chiudere al manicomio o lo dovete ammazzare!». In sostanza Calò sostiene che, anche se avesse saputo delle stragi, non avrebbe mai potuto dare il suo assenso perché in quel periodo era in attesa del giudizio della Cassazione per la strage del rapido 904 che infatti, secondo lui , si è pronunciata con la condanna all’ergastolo aggravata dal provvedimento del 41bis, proprio a causa delle stragi. 
«Noi in carcere abbiamo maledetto chi ha deciso questo... e anche Cancemi è responsabile perché con questa strage ha fatto fare una legge speciale in Italia, mi ha fatto mettere la pena di morte, Signor Presidente, perché il 41 bis è la pena di morte, chi non lo sa è bene che lo sappia.
Queste stragi ci hanno rovinato e ora sono stati capaci di venire ad accusare persone innocenti».
Cancemi dal canto suo non si è lasciato intimorire né dalle parole né dal tono perentorio del suo ex capo, anzi è partito al contrattacco, demolendo, di fatto, la credibilità di Calò.
«Io sono felice di sentire dalla bocca di Calò perché questa è la prima volta che lo sto sentendo che lui ha fatto parte della Commissione e che io ero il suo sottocapo. Sono felice che lui fa questa ammissione. Poi il Signor Calò mi ha rimproverato che io potevo fermare Riina per non fare le stragi.
Allora io rispondo questo al Signor Calò: «Cosa hai fatto tu, Signor Calò, nel 1983 quando vi siete riuniti nella tenuta di Di Maggio Giuseppe a Piano Dell’Occhio a Palermo e avete deciso la strage del dottor Chinnici? Cosa hai fatto tu che mi rimproveri che dovevo fermare Riina. Perché non lo fermavi tu Riina nell’83... che ti ci ho accompagnato io con la Renault tua quella con il cambio così nel volante?
Nell’83! Tu che dici che non fai più parte della Commissione dall’81.
Perché non glielo dicevi tu ‘che stai facendo pazzo?’ Tu che dici che lo dovevo fare ammazzare! Io? Che avevo questo potere io? Io avevo il potere di fare ammazzare a Riina? Ma tu vuoi dire queste cose tanto per dire! Tu che conosci Riina meglio delle tue tasche!
Poi, perché non fermavi Riina quando io e tu e altri abbiamo strangolato i figli di Buscetta. L’hai strangolato con le tue mani e t’hai preso quello che somigliava di più a Buscetta nella faccia  e l’hai strangolato!
E mi rimproveri che sei stato danneggiato moralmente... Perché non le hai pensate prima queste cose? Adesso le vieni a dire? Vuoi apparire che sei un angioletto? Che ti difendi? Stai zitto! Non ti difendere! Non perché non ti puoi difendere, ma perché non hai motivo di difenderti!»
E ancora con più veemenza si rivolge al Presidente: «Lui lo sa che non potevo dire di no a Riina! E nemmeno lui glielo poteva dire!»
Il confronto tra i due era stato concesso dal Presidente della Corte, Paolo Lucchese, per appurare come Riina potesse aver avvertito i carcerati del progetto stragista e più in generale come avvenivano le comunicazioni e gli scambi di denaro con i detenuti. Alla provocazione di Calò che sollecita Cancemi a spiegare come, in qualità di sostituto, avrebbe fatto da tramite per le sue esigenze il pentito ha risposto seccamente: «Calò mi mandava a dire tramite suo cognato Mattaliano (Gregorio ndr.) che aveva bisogno di soldi e io vendevo la droga e gli mandavo i soldi».Il dibattito dai toni via via sempre più accesi è culminato nell’appello di Cancemi: «Ma perché non collabori e aiuti la giustizia!» a cui Calò ha risposto con un minaccioso «A te non conviene che collaboro!». Come a dire «se parlo ti smentisco», ma è Cancemi a lanciare l’ultima sfida: «Fallo domani così sono felice».  Calò, però, non ha raccolto.
A scontro concluso Calò ha chiesto di potere rilasciare ulteriori dichiarazioni spontanee proseguite anche nell’udienza successiva, nel corso delle quali ha accusato Cancemi di aver mentito e portando quelle che a suo dire sono prove inespugnabili della sua ingiusta condanna.
Su due affermazioni val la pena riflettere anche per indurre il Tribunale di Sorveglianza di Ascoli Piceno, dove è detenuto il boss, a valutare attentamente la caratura del personaggio prima di decidere sulla possibile sospensione del 41bis al vaglio in questi giorni.
Sulle accuse di Cancemi per l’omicidio dei figli di Buscetta, Calò ha glissato con un «sono scomparsi!» contraddicendo decine di collaboratori e di sentenze, mentre si è concentrato molto attentamente affinché sulla stampa venisse fatta una rettifica.
Riprendendo un articolo pubblicato sul Giornale di Sicilia ha dato dell’irresponsabile al giornalista poiché aveva riportato nella cronaca che Calò aveva accusato il solo Riina delle stragi!
«Io non ho detto che è stata colpa di Riina», ha precisato a gran voce, marcando la sua preoccupazione e più volte l’epiteto di «irresponsabile».
Ci chiediamo, si è forse preoccupato che il messaggio, che ancora una volta ha dimostrato di essere benissimo in grado di dare, potesse arrivare distorto?
E Provenzano dall’alto dei suoi quaranta anni di latitanza, come avrà letto questa ulteriore protesta del popolo delle carceri? Soprattutto come si deve leggere questo quasi contemporaneo garantismo, così diffuso ultimamente,  sulla interpretazione del rinnovo del 41bis? Come mai una legge resa definitiva oggi si rivela essere completamente svuotata del suo principale fondamento: impedire il contatto dei boss con il mondo esterno? Che la mossa del governo sia stata solo di facciata, con una legislazione che di fatto ha scaricato la responsabilità sui magistrati?
Un modo elegante per mantenere fede al patto del «papello», senza incorrere in critiche?
Per rispondere ci vorrebbero pentiti anche dall’altra parte del tavolo! A.P.



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Emanuele Celona:
“Provenzano impose
il triumvirato a Gela”

Palermo. “Nel 1999 Provenzano aveva dato l’ordine che non dovevano più esservi uomini d’onore, ovvero riti formali. Lui aveva contatti con i riesini, Pino e Vincenzo Cammarata e furono loro a dirci questo. La notizia l’hanno fatta avere agli Emmanuello. Gli uomini d’onore non dovevao più essere combinati, quelli che si conoscevano non si dovevano neanche presentare per evitare le collaborazioni dei pentiti, per evitare di allargare l’odio quando si pentiva una persona”. Parole del collaboratore di giustizia di Gela Emanuele Celona che davanti al procuratore aggiunto Anna Maria Palma e al sostituto procuratore Fernando Asaro ha raccontato un pezzo di storia di Cosa Nostra gelese  sotto le nuove regole imposte da Provenzano. “Quando sono uscito di galera - (Ottobre 2001 ndr) – ho visto che avevano formato una specie di tris, nel senso che c’era Ciccio Vella, Alessandro Gambuto, quest’ultimo non era uomo d’onore, e poi c’era Pino D’Arma”. Emanuele Celona ha aperto uno spaccato interessante sulla metodologia di Provenzano messa in atto per frenare lo scontro interno alle cosche mafiose di Gela. Secondo Celona l’imprendibile primula rossa aveva affidato questo incarico ad Antonino Giuffrè e a Ciro Vara.
Sia Giuffrè che Vara hanno confermato questa ricostruzione dei fatti. Nell’interrogatorio, il collaboratore Celona si è anche soffermato a delineare lo spessore criminale della sua famiglia e quello dei fratelli Emmanuello, con i quali c’era un forte legame di amicizia, precisando che il ruolo di comando di Daniele Emmanuello era comunque rimasto invariato.

L.B.




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Giuffré: Contrada
era <<avvicinabile>>


Bruno Contrada era un soggetto <<avvicinabile>> da Cosa Nostra.
Ha deposto, lo scorso 30 gennaio, davanti ai giudici della Corte d’appello di Palermo, presieduta da Salvatore Scaduti, il collaboratore di giustizia Nino Giuffré. Nell’ambito del processo d’appello all’ex funzionario del Sisde, accusato di concorso in associazione mafiosa e già assolto con una sentenza in secondo grado annullata dalla Cassazione che ne ha disposto il rinvio. <<Nei sei mesi di tempo che ho avuto per dire quello che sapevo>>, ha esordito il pentito, <<non ho detto niente sul dottor Contrada>>. <<Perché non mi sono ricordato>>, ha spiegato e perché <<indubbiamente sei mesi, anche se non voglio fare nessuna polemica con nessuno, sono stati pochi>>.  <<E’ giusto precisare, signor Presidente, che io  sono stato 22 anni all’interno di Cosa Nostra >> <<e magari non ho avuto il tempo materiale di poter dire tutto quello che io sapevo>>. In ogni caso, ha aggiunto rivolgendosi ai giudici trasferitisi per l’occasione nell’aula bunker milanese di Nemi, <<nemmeno in questo minuto io ricordo qualche cosa>>, <<però, se dovevo andare a fare un elenco di tutti i funzionari di polizia… sei mesi non sarebbero di certo bastati>>.
Poi, sollecitato dalle domande del procuratore generale Antonino Gatto, il pentito ha confermato di non aver mai avuto rapporti personali con il funzionario del Sisde, ma di averne sentito parlare, negli ambienti di Cosa Nostra, come di un <<soggetto avvicinabile>>. Di un soggetto <<che faceva qualche favore>>, <<nel momento in cui c’era qualcuno, a livello di Cosa Nostra, che potesse avere di bisogno qualche cosa…>>. Si trattava di <<discorsi generici>>, ha specificato, prima di ricordare un episodio, <<noto anche a livello di stampa>> in cui il funzionario avrebbe fatto sapere a Riina <<che la polizia aveva scoperto il suo covo>>. Permettendo la fuga al boss. Informazione che Giuffré avrebbe appreso <<probabilmente dall’ambiente di Michele Greco>>, <<da persone a lui vicino>>. O forse dal Greco stesso, nel periodo, i primi anni Ottanta, in cui aveva contribuito a gestire la sua latitanza a Caccamo. Rispondendo agli avvocati Gioacchino Sbacchi e Pietro Milio, Giuffré ha poi specificato di non aver mai saputo quali fossero i covi di Riina. <<In quegli anni non avevo nessun potere in Cosa Nostra>> e all’interno dell’organizzazione <<esisteva una piccola regola moderna che penso se ne è parlato poco e niente>> e <<che ha introdotto per la prima volta Michele Greco>>. <<Un latitante – dice - poteva trovare rifugio in qualsiasi mandamento senza chiedere il permesso, cosa invece obbligatoria per qualsiasi altra operazione>>. Questo, <<onde evitare che ci potessero essere discorsi che poi venissero fuori indiscrezioni e localizzazioni. Ma anche nello stesso tempo per avere meno responsabilità>>.
Sempre in risposta agli avvocati il pentito ha poi aggiunto di aver ottenuto un solo permesso durante la sua collaborazione (<<Sono uscito dal carcere e sono entrato in un altro carcere>>) e di essersi visto respingere l’istanza di revoca della misura cautelare per la quale il Procuratore Nazionale Antimafia aveva espresso parere favorevole. Amara la sua considerazione: <<Ero in un inferno e sono entrato in un altro inferno>>.
Sarcastico, invece, l’avvocato Sbacchi che a seguito della deposizione ha chiesto l’inutilizzabilità delle dichiarazioni. <<Una farsa del pentitismo compiacente – ha commentato alla stampa -. Giuffré ha detto che conosceva Contrada come personaggio di primo piano nella Polizia e poi a capo del Sisde. E in tutto questo tempo non ne ha mai parlato>>. <<Nei sei mesi previsti per enunciare tutti i fatti di cui intende parlare Giuffré non ha mai fatto il nome di Contrada. La legge parla chiaro. Il ricordo tardivo non è ammesso>>. Indignato appare anche l’imputato. <<E’ semplicemente indecoroso - è la sua dichiarazione - questo signore che io non ho mai visto e che fino a ieri mattina diceva di non sapere nulla di me, improvvisamente tira fuori cose generiche, sapute non si sa da chi, probabilmente lette sui giornali. Tutto questo è inaccettabile>>.
Interrogato nel corso della stessa udienza anche l’ex “ministro dei lavori pubblici di Cosa Nostra” Angelo Siino, chiamato a confermare le dichiarazioni già rese nell’ambito del processo al funzionario di polizia Ignazio D’Antone. L’episodio da ribadire è quello dell’omicidio dell’agente di Polizia Cappiello, rimasto ucciso al Villaggio Ruffini nel corso di un’operazione di polizia volta a catturare gli estorsori dell’imprenditore Angelo Randazzo. Randazzo <<personaggio massonico di prima grandezza>>, come lo definisce Siino, si sarebbe rifiutato di pagare il pizzo impostogli dalla famiglia di San Lorenzo e avrebbe sporto denuncia, spingendo così il boss Saro Riccobono a decretare la sua condanna a morte. Alla quale, continua Siino, si opposero lo stesso Siino, Stefano Bontate, Giacomo Vitale, Michele Barresi – tutti massoni – e anche il dottor Contrada. Fu lui, secondo quanto appreso dall’odierno collaboratore, a indurre il Randazzo a denunciare l’estorsione e poi ad interessarsi affinché non fosse assassinato. <<Il boss Stefano Bontate - ha reso noto il Siino – mi disse: <Anche Contrada si sta interessando di questo discorso, sta cercando di non farlo ammazzare, come non me lo disse>>>. Alla fine, conclude, il Randazzo non fu ucciso, ma <<si decise che doveva pagare 40 milioni di lire l’anno per risarcire i danni alle famiglie dei mafiosi che erano stati consumati dopo quella sparatoria>>.




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Giuffrè testimonia
in difesa di Nino Fontana


Lo scorso 30 gennaio il Gip Gioacchino Scaduto ha accolto la richiesta di interrogare Antonino Giuffrè presentata dagli avvocati  di Nino Fontana, Giovinco e Caleca. L’ex  vicesindaco comunista di Villabate accusato di concorso in associazione mafiosa è stato arrestato il 9 giugno del 2003. L’indagine è condotta dai carabinieri ed è coordinata dal Pm Gaetano Paci, insieme ai colleghi della Dda Ambrogio Cartosio e Roberta Buzzolani.  Tutto nasce dalle  dichiarazioni del collaboratore di giustizia Salvatore Barbagallo. Barbagallo ha raccontato di una sorta di truffa ordita da Giuffrè ai danni dei capi di Cosa Nostra, alla quale lui stesso aveva preso parte. Si trattava di un investimento di denaro, proveniente dal traffico di droga, in una società appartenuta a Nino Fontana e al suo amico e socio Simone Castello (l’imprenditore esponente della sinistra che faceva da “postino” delle lettere di Bernardo Provenzano, condannato a dieci anni di carcere in primo grado e ora in attesa dell’appello ndr). L’interrogatorio di Giuffrè è stato effettuato con le forme dell’incidente probatorio, durante il quale Giuffrè ha negato seccamente l’esistenza di questa presunta attività di riciclaggio, sostenendo che era impossibile che Barbagallo fosse stato al corrente di simili iniziative in quanto il suo ruolo in seno a Cosa Nostra era semplicemente esecutivo. Venerdì 20 febbraio Nino Fontana è uscito dal carcere dell’Ucciardone dopo 8 mesi. Il Gip ha valutato che il quadro indiziario di Fontana si è “alleggerito”, facendo venire meno le esigenze cautelari a carico dell’ex sindaco di Villabate e permettendogli di aspettare la conclusione delle indagini a piede libero.
L.B.



ANTIMAFIADuemila N°38
 
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  • Editoriale

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    La nascita della seconda Repubblica sul sangue di Falcone e Borsellino

    Il 19 luglio 1992, a cinquantasette giorni di distanza dalla strage di Capaci, veniva assassinato a Palermo, in via D’Amelio, il giudice Paolo Borsellino e con lui gli agenti della sua scorta.

    Il 20 luglio 1992 nasceva la Seconda Repubblica di questo nostro Paese, basata sulla corruzione, sulle mafie, sulla violenza, sul dominio, sulla prevaricazione, sulla ricchezza illecita, sul razzismo e sulla xenofobia.

    Oggi, ancora luglio, ma 2008, ci ritroviamo per la terza volta al governo l’imprenditore Silvio Berlusconi, plurimputato in diversi processi, amico di condannati per mafia e amico di Cosa Nostra sin dai primi anni Settanta. Che inneggia, abbracciato al suo principale garante Marcello Dell’Utri, all’eroe Mangano, complice dello scioglimento nell’acido di esseri umani.


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