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Antimafia Duemila

Wednesday
Aug 20th
Speciale Elezioni Europee 2004 PDF Stampa E-mail



Perché appoggiamo Giulietto Chiesa

In un clima, come quello attuale, di grande sfiducia nei confronti della classe politica è difficile identificare i propri ideali in uno o in un altro partito.
Come la storia ci ha dimostrato spesso, troppo spesso, alle “belle parole” non corrispondono i fatti. E non pochi sono i casi, più volte lo abbiamo riportato all’interno del nostro giornale, di evidente corruzione sia nelle fila del centro-destra che in quelle del centro-sinistra. Se “ufficialmente” all’opposizione in realtà pronte a cedere agli stessi compromessi che, in particolare negli ultimi dieci o quindici anni, hanno condotto il nostro Paese in una profonda e catastrofica crisi di valori.
Dieci o quindici anni impiegati a inseguire in toto il modello della globalizzazione americana.
A divenire, dapprima poco a poco poi con una spaventosa accelerazione, vassalli di un Impero folle e criminale, dai piedi d’argilla, ma pronto a fare del nostro pianeta un luogo di desolazione e di morte. Più di quanto già non lo sia.
Quei cittadini, e sono tanti, che a tutto questo si oppongono oggi rimangono soli, disorientati o divisi in tanti, diversi gruppi privi di un leader che possa unirli e rappresentare all’interno della politica il loro desiderio di vera democrazia, la loro ferma opposizione alla guerra e a qualsiasi forma di ingiustizia sociale. Quegli alti valori di Giustizia e Verità che non solo in Italia, ma nella società in genere, indubbiamente mancano.
Per questo noi di ANTIMAFIADuemila abbiamo deciso di appoggiare la candidatura di Giulietto Chiesa alle prossime elezioni europee.
Per la prima volta schierati politicamente. Ma non con un partito, bensì con un uomo che in venticinque anni di giornalismo in quegli alti valori ha dimostrato di credere e di saperli mettere in pratica.
Le sue analisi lucide, lo spirito critico, gli accorati appelli, l’indignazione verso le diverse forme di sopruso lo confermano. E ancor di più lo conferma il suo spirito di libertà, il suo coraggio, il suo impegno, dimostrato anche con la grande iniziativa di “megachip”, a ricercare “sul campo” e rendere note le tante verità che i mass media, per ovvi motivi di potere, spesso ci nascondono.
Lo ha fatto per anni con prove alla mano, facendo nomi e cognomi e senza cedere ad alcun compromesso.
Non parla certo “da politico” Giulietto Chiesa. O almeno non come noi siamo abituati a sentir parlare i politici. Il suo carisma, il suo essere diretto, chiaro, determinato, indipendente, come la lista nella quale ha scelto di candidarsi, sono il segno che un nuovo rinnovamento è possibile.
E il suo “manifesto d’intenti”, che in queste pagine presentiamo integralmente, ci fa sperare in una nuova e reale verginità del nostro Parlamento.
Non più incentrato sulle bandiere e sui colori politici ma sull’Uomo e sulla Questione Morale.
Da dove è necessario ripartire per poi operare all’interno di uno qualunque dei diversi schieramenti.
Crediamo sia questo il suo, il nostro obiettivo e l’obiettivo di tutti coloro che hanno il desiderio di unirsi negli alti ideali della Giustizia, della Pace e dell’Amore. Di tutti quei giovani e meno giovani che ancora esaltano i valori della vita e aborriscono ogni forma di violenza e oppressione.
Tutti provenienti da esperienze diverse, ma tutti accomunati da un’unità di intenti e profondamente inquieti, lo scrive lo stesso Giulietto Chiesa, “per le loro sorti e per quelle dei loro figli”.
“Non ci può essere pace senza giustizia, e solidarietà. Non può esistere un nuovo ordine mondiale senza umanità”.
Il nostro augurio è che Giulietto Chiesa possa raggruppare tutti questi uomini in un unico nuovo soggetto politico indipendente. Forse il primo passo verso quel nuovo ordine mondiale.
Verso un futuro diverso ancora possibile.

Giorgio Bongiovanni




Programma elettorale

INVECE DI QUESTA SINISTRARAGIONARE PER UN FUTURO POSSIBILE



Progetto per una discussione. Manifesto d'intenti programmatici di Giulietto Chiesa per le elezioni europee e oltre

Alzare la testa per vivere degnamente

Mi rivolgo ai milioni di elettori che hanno votato per il centro-sinistra, ai milioni di elettori che hanno votato a sinistra, ai milioni che non hanno votato affatto per molte ragioni, tra le quali c'è una sfiducia - giustificata - nella "classe politica" e nelle istituzioni che questa "classe politica" ha occupato in questi anni.

Per tutti questi elettorati: per quelli comunque attivi (con molti dubbi e con molte rabbie); per quelli assenteisti (con molte delusioni); per quelli che non hanno mai votato a sinistra, che non si sentono nemmeno di sinistra, ma che avvertono inquietudini profonde per le loro sorti e quelle dei loro figli; per quelli che sono contro la guerra per cento e uno motivi diversi, ma soprattutto perché capiscono, intuiscono che essa non condurrà da nessuna parte, se non in un disastro.

Per tutte queste persone di un'Italia per bene, che sono la maggioranza di un paese ancora civile, si pone il problema di cosa fare per uscire da questa crisi. Se provare ad alzare la testa, a risalire la china in tutti i sensi, a rimettere in movimento le forze produttive del paese, a ricominciare a vivere degnamente, a sconfiggere la paura, a ripristinare un corretto funzionamento delle istituzioni, a uscire da uno stato di vassallaggio internazionale, oppure se accettare la sconfitta per una intera fase storica, dai contorni indefiniti, oltre la quale - inutile cercare di nasconderselo - c'è solo una notte indistintamente buia ma dai connotati certamente autoritari.

Democratico è chi crede nella Costituzione

Parlare di "sinistra" per definire questa galassia in movimento è sbagliato e insufficiente. Essa è molto più vasta della sinistra storica e perfino della nuova sinistra dei movimenti. E' trasversale, nel senso che attraversa parti decisive della nostra società. Del resto ci sono stati, attorno all'idea e al termine di "sinistra", in questi ultimi anni, tanti e tali fraintendimenti, imbastardimenti, abiure più o meno comiche del passato, perfino astute variazioni del significato delle parole e trucchi semantici come quello che ha demolito i concetti stessi di "riforma" e "riformismo", che ricucire una tela così sbrindellata e logora è ormai poco utile. Sarà dunque più utile, e più corrispondente alla realtà, fare riferimento a un decisamente più vasto movimento "democratico", al cui interno si muovono diverse idee, tra le quali quelle di sinistra. "Democratico" nel senso, precisamente italiano, di chi crede nella Costituzione che ancora governa questo paese e che avverte ormai il pericolo (anzi la certezza) che essa sia non solo minacciata e violata (ciò che sta avvenendo con sequenze impressionanti), ma che ci si appresti ad abrogarla di fatto e di diritto a colpi di maggioranze e di plebisciti televisivi e plebei.

Quanti sono questi "democratici"? Sono, siamo, probabilmente la maggioranza. Persone e organizzazioni, come ad esempio i sindacati che, nonostante le gigantesche manipolazioni mediatiche cui sono state sottoposte nell'ultimo quindicennio - poiché sono eredi, singolarmente e collettivamente , di una grande tradizione di vita democratica - sono ancora in grado di reagire e di difendersi. Infatti tutti i momenti più significativi della vita politica nazionale degli ultimi anni sono stati prodotti da questi insiemi di persone: dalle lotte sociali, a quelle per i diritti di libertà e individuali, alle manifestazioni contro le guerre.

Le forze politiche, comprese alcune tra quelle del centro-sinistra, o hanno frenato, o hanno ostacolato i movimenti, o se ne sono estraniate. Le votazioni parlamentari, i comportamenti di molti leader sono stati lontani dai sentimenti della gente. Gli esempi sono innumerevoli e vanno dall'assenza della destra del centro- sinistra a Genova nel luglio 2001, fino alla manifestazione contro la guerra, la più grande manifestazione del mondo, del 20 marzo 2004, preceduta da votazioni parlamentari (che si possono definire alternativamente come indegne e come incomprensibili) di parte dell'opposizione, e da un tragicomico assembramento in Piazza del Campidoglio, assieme ai rappresentanti del governo di centro-destra, due giorni prima di un appuntamento popolare di massa, immenso e dal significato antitetico.

Il problema è dunque che questo "popolo democratico" è ormai da tempo senza una guida unitaria. Dopo il sistematico smantellamento dei binari politici, economici, etici, che avrebbero dovuto (e potuto) sostenere un'offensiva democratica contro le destre, diversi leader del centro-sinistra hanno abbandonato il loro popolo (e si sono abbandonati) al dominio dei disvalori dell'avversario. La maggioranza del centro-sinistra ha impiegato l'ultimo quindicennio a inseguire il modello liberista della globalizzazione americana. Non solo non ne ha colto il carattere profondamente ingiusto, ma non ha compreso che esso era destinato a una rapida e catastrofica crisi e che, prima di tutto, esso aveva un carattere eminentemente truffaldino, come ormai è emerso platealmente sia dai crolli americani (Enron, WorldCom e decine di altri) , sia da quelli che costellano le cronache del nostro paese.

Un nuovo sistema di alleanze sociali e di valori comuni

Ora che la crisi del modello americano - finanziaria, economica, politica, democratica, sociale, ambientale - si manifesta in tutta la sua portata, coloro che quel modello avevano assunto acriticamente come punto di riferimento (anche coloro che, fingendosi realisti, si limitavano a parlare di inevitabilità) non hanno più nulla da dire. Annaspano. Prigionieri delle idee dell'avversario non sono stati capaci di capire che la minaccia vera e più insidiosa alla nostra democrazia, ai nostri diritti, alla nostra sicurezza, al nostro ambiente, alla nostra cultura, non veniva dall'esterno, ma dall'interno, dalle élites al potere, da quei "bolscevichi del capitalismo" che hanno assunto posizioni di comando nell'economia, nell'informazione, nella politica, in Italia e nel mondo.

Non hanno compreso che l'attacco alla legalità interna e internazionale, alle istituzioni che ci governano, è l'altra faccia della medaglia della guerra. Il neo-liberismo è all'origine della guerra, ma è anche la legge del più forte nei rapporti sociali. E' la fine di ogni patto e di ogni regola, cioè è il primo e vero disturbatore della quiete mondiale. Il terrorismo è un sottoprodotto di questa forsennata idea di dominio, il suo contrario, o forse il suo fratello. L'Impero ha già definito la sua strategia, la "guerra infinita", per tentare un proprio rilancio. Ma in questa nuova strategia non c'è spazio per la democrazia, né per le Nazioni Unite, né per un sistema condiviso di regole internazionali. Seguire gli avventurieri che hanno preso il potere a Washington significa, per il cosiddetto riformismo italiano, suicidarsi. Per meglio dire significherà che questi generali senza più esercito si faranno trascinare sull'altare della prossima guerra, contro il prossimo "dittatore sanguinario".

L'esperienza comunista - sebbene alcuni dei suoi valori fondanti siano tutt'altro che defunti e debbano essere ripensati senza lasciarsi trascinare nella volgarità del dibattito dei "vincitori" - è stata demolita irrevocabilmente agli occhi di immense masse dalla sua incapacità di produrre valori alternativi paragonabili, per forza e impatto, a quelli della grande "fabbrica dei sogni" dell'Occidente. Ma è crollata anche la tradizionale idea di una soluzione caritatevole delle mostruose disuguaglianze, moltiplicate dalla globalizzazione nella sua veste americana. I ricchi sono divenuti sempre più ricchi e i poveri sempre più poveri. Così, dunque, come l'unico comunismo sperimentato è stato quello "reale", sovietico (o nelle sue varianti cinese, cubana, est europea, vietnamita, nord coreana, ecc, tutte costruite violando le ipotesi marxiste), altrettanto ci si trova a constatare che l'unica globalizzazione che abbiamo sperimentato è stata ed è quella americana. Che adesso sappiamo non funzionare, esattamente come non funzionarono il socialismo e il comunismo "reali". Sebbene importanti e decisivi settori dell'imprenditoria e della finanza italiana e internazionale non abbiano ancora saputo e voluto fare i conti con queste evidenze, è lecito pensare che la crisi in atto costringerà molti a rivedere giudizi consolidati e ad abbandonare illusioni radicate. Proseguire sulla vecchia via delle deregulations generalizzate non offre prospettive. Invece della eliminazione del "pubblico" diventa sempre più evidente che un nuovo equilibrio tra pubblico e privato, nel rispetto delle regole, è nell'interesse comune. Occorre aprire anche con queste forze, comunque decisive, una grande e coraggiosa discussione sul comune futuro.

Ma adesso noi siamo giunti a un punto di non ritorno, estremamente grave e inedito. Siamo giunti ai limiti di uno sviluppo basato sullo spreco e sulla violazione degli equilibri naturali. Meno di un miliardo di ricchi (di cui facciamo parte anche noi, che pure non siamo ricchi, ma lo siamo immensamente rispetto a coloro che non hanno nulla) hanno già "turbato l'universo". E non esiste la possibilità che questo universo, già sconvolto, possa sopportare il peso di due Occidenti, o di due Americhe. La contraddizione, inedita, è, tra la limitatezza delle risorse naturali e la delicatezza degli equilibri naturali, da un lato, e l'infinitezza dei bisogni umani dall'altro. Noi viviamo in un sistema economico che stimola bisogni, senza sosta, gran parte dei quali sono artificiali come i prodotti che dovrebbero soddisfarli. Risorse finite, bisogni infiniti.

Noi dobbiamo cominciare, tutti assieme, una nuova vita, basata su una idea del benessere diversa da quella imposta da una società basata sul profitto, sull'egoismo individuale e sul consumismo senza freni. Se siamo in guerra è perché la leadership statunitense si muove nella logica secondo cui "le condizioni di vita del popolo americano non sono negoziabili" (Ronald Reagan).

La nuova globalizzazione bellicista pone anche al mondo cattolico, ai cristiani in generale, un aut aut così brutale e inedito da non avere precedenti paragonabili nei duemila anni di storia del cristianesimo: o stare dalla parte del miliardo che pretende il dominio e non è disposto a negoziare il proprio tenore di vita, oppure stare dalla parte degli altri cinque miliardi. Nel primo caso significa estraniarsi dai processi principali e condannarsi a una condizione minoritaria senza respiro etico.
Ma c'è una parte assai ampia del mondo cristiano e cattolico in primo luogo che si rende conto del fatto che i disvalori della "fabbrica dei sogni" sono altrettanto ostili ed estranei allo spirito (certo di gran lunga più insidiosi) di quanto non siano stati quelli dell'ateismo comunista. La forza del movimento contro la guerra è anche il risultato di questa nuova consapevolezza cristiana. Il Pontefice ha pronunciato le più dure parole di condanna delle guerre, ben consapevole della vastità politica e morale dei cambiamenti necessari. Come risultato il movimento per la pace ha cessato di essere "di sinistra" ed è divenuto anch'esso trasversale, popolare nella sua accezione più vasta. E' uno straordinario progresso, che probabilmente è solo l'inizio di una più ampia riflessione da cui può scaturire un nuovo sistema di alleanze sociali e un insieme di valori comuni, laici e cattolici.

Tornare a parlare con le genti perché siano le genti a parlare e decidere

Di fronte a tutto ciò - cui si aggiunge un vuoto sempre più profondo di idee, di iniziative, di elaborazione dei partiti che rappresentano l'opposizione nelle istituzioni - è evidente che la semplice sommatoria degli attuali partiti del centro-sinistra, e della sinistra, non solo rimane al di sotto dell'ampiezza di questi schieramenti, ma non sarà in grado di rappresentarli. E' a causa di questo vuoto, per uscirne, per vincerlo, che si è verificato negli ultimi mesi e anni un sussulto d'insofferenza democratica e una serie di vaste mobilitazioni politiche, a loro volta testimonianza del dinamismo e della volontà di cambiamento di ampi settori dell'opinione pubblica del paese.
Tuttavia questi sussulti, questa volontà molteplice, queste aspirazioni al cambiamento, rischiano di arenarsi nel nulla in assenza di un nuovo, preciso punto di riferimento positivo. Fino a che il dibattito sulla necessaria unità democratica e di sinistra resta imprigionato nell'acquitrino delle mediazioni tra vertici e apparati, nulla di positivo potrà scaturirne. E' dunque necessario uscire risolutamente dallo schema della "sommatoria" di compromessi di vertice e tornare a parlare con la gente e a far parlare e decidere la gente. Solo su queste premesse è possibile parlare di una nuova leadership democratica per l'Italia.
L'attuale leadership dell'Ulivo, in tutte le sue componenti, non può costituire ed esaurire in sé questo punto di riferimento. E' del tutto evidente che, anche in caso di successo delle sinistre e del campo democratico nelle elezioni europee, dopo il 14 giugno un qualsiasi compromesso tra queste forze - supposto che possa realizzarsi, cosa di cui è lecito dubitare data la grande distanza tra loro su questioni essenziali, che concernono la pace e la guerra, e la questione sociale - sarà così asfittico, così privo di idealità e di prospettiva, da non poter soddisfare nemmeno la parte maggioritaria degli attuali elettorati del centro-sinistra. A maggior ragione tale compromesso non potrà certo conquistare settori del "movimento" e quelli più a sinistra, e sicuramente nemmeno una parte decisiva dei movimenti cattolici democratici, inclusi i settori politicamente moderati, ma che sono anche ormai preoccupati per il crollo di valori cui stanno assistendo angustiati e impotenti.

Il nuovo punto di riferimento parte dal basso

E' un compito sicuramente difficile ma non impossibile. Si deve tenere conto che lo si dovrà affrontare in condizioni di alta tensione interna (perché Berlusconi e i suoi non rispettano le regole democratiche, che nemmeno conoscono) e internazionale (perché l'imperatore ha scelto una strada di guerra che è senza vie d'uscita finchè i fondamentalisti del capitalismo liberista resteranno al potere). Lo sottolineo perché ogni ottimismo è in questa fase, ingiustificato e incauto. Nello stesso tempo, tuttavia, molte questioni che ora dividono il movimento democratico perché non si colgono tutte le loro implicazioni saranno rese più chiare dall'evidenza e dalla durezza della battaglia. Molte illusioni spariranno.

Costruire un nuovo punto di riferimento significa in ogni caso partire dai contenuti, sui quali realizzare il più ampio consenso possibile nelle attuali e prevedibili condizioni. Ciò richiederà uno sforzo di tutti: dai settori più moderati dell'opinione pubblica democratica, che chiedono sicurezza, sviluppo equilibrato, giustizia e pace, ai settori dei movimenti che non hanno ancora compreso la necessità di darsi una rappresentanza istituzionale, e che devono smettere di limitarsi a delegare ad altri le decisioni per poi svolgere un ruolo critico soltanto dall'esterno.

Come dev'essere costruito questo punto di riferimento nuovo? Dal basso, inequivocabilmente. E' lì la sorgente del rinnovamento della politica, essendo ormai del tutto evidente che i partiti, da soli, non sono più in grado di rigenerarsi e di rigenerare democrazia. Devono sorgere dovunque, in tutte le grandi città, nei quartieri, nei centri medi e piccoli, nei luoghi di lavoro, comitati popolari, assemblee permanenti, laboratori democratici, luoghi d'incontro nei quali si cominci un confronto sui contenuti della svolta democratica tra forze sane e pulite, tra intelligenze vive provenienti da tutti i settori del mondo democratico e di sinistra. La ricchezza della società civile italiana è ancora immensa e inutilizzata. Non dovranno essere incontri "ad excludendum", non vi dovranno essere criteri di esclusione salvo quelli del rispetto della Costituzione e del rifiuto della guerra. Non dovranno esservi delegazioni di partiti o movimenti, o organizzazioni, ma singole personalità, cittadini che s'incontrano per esprimere insieme decisioni plurali e democratiche, per individuare i candidati unitari in tutti i livelli della rappresentanza popolare. I partiti non spariranno, ma le loro bandiere dovranno rimanere fuori dalla porta, perché si dovrà dare spazio a tutti coloro che non hanno bandiere e sono oggi la maggioranza.


Un movimento di Comitati per la democrazia e per la pace, non necessariamente uguali dovunque, né uniformi quanto a composizione, poiché ogni realtà dovrà produrre le proprie specificità e variazioni, ma che dovrà impedire che il negoziato nazionale rimanga ristretto nelle conventicole di vertice, nelle mediazioni melmose, nei compromessi torbidi.

Da dove partire per costruire e ricostruire

Io credo che l'opinione pubblica democratica, nel suo significato più largo, possa ritrovarsi agevolmente - se non sarà distolta da dispute inutili, fomentate da vertici che non vogliono perdere i loro poteri - attorno a una piattaforma possibile e concreta. I movimenti di questi anni hanno individuato da sé, spontaneamente, le coordinate essenziali, imprescindibili, su cui dobbiamo muoverci tutti insieme per vincere. Esse si riassumono in cinque punti, sui quali m'impegno a proseguire l'azione che ha rappresentato la mia scelta di vita in questi anni.

1)Una scelta precisa contro la guerra, il rifiuto dello scontro di civiltà, perché entrambi sono parte di una logica di dominio dettata dalla globalizzazione liberista in crisi. Una logica oscura e inquietante, del terrore contro terrore, che sta trascinando il mondo verso una spirale autoritaria. Una prospettiva che non può dare vittoria a nessuno, che ci farebbe perdere la libertà, che ci impedisce di sperare nella sopravvivenza dell'umanità. Fermare la guerra significa spezzare questa spirale, in nome dei nostri figli.
2)Una difesa intransigente della Costituzione, il cui spirito e la cui lettera sono stati e sono oggetto di un'opera di smantellamento da parte del governo di destra, coadiuvato dagli alfieri del "revisionismo storico", grimaldello usato per scardinare i pilastri portanti della nostra democrazia repubblicana, in primo luogo l'antifascismo.

3)Una difesa a tutto campo dei diritti sociali e civili, in nome della solidarietà: verso i deboli delle società sviluppate, che sono milioni, e verso i deboli del mondo esterno, che sono miliardi. Non ci può essere pace senza giustizia, e solidarietà. Non può esistere un nuovo ordine mondiale senza umanità.

4)Una difesa senza compromessi dell'ambiente naturale. Solo ciò che è sostenibile dalla Natura può essere proposto come criterio produttivo e di consumo. Il resto dev'essere respinto come disumano e distruttivo. Solo uno sviluppo sostenibile è sviluppo. E devono essere promossi a tutti i livelli nuovi modi di produrre, consumare, vivere.

5)E un quinto punto, inedito ma assolutamente necessario per una qualunque ripresa democratica del paese: democrazia nella e della comunicazione e informazione. L'immagine del mondo che larghissime masse popolari ricevono dal sistema mediatico è sostanzialmente falsificata. In queste condizioni non è possibile parlare di democrazia sostanziale, perché non esiste democrazia senza informazione. E' la grande sfida del futuro, non affrontarla significa essere battuti in partenza. Non è impossibile sbugiardare i signori dell'informazione. La forza del movimento democratico - come dimostra il recente esempio della Spagna - può rovesciare il dominio della menzogna. Ma non ci si può affidare a una risposta episodica, spontanea, emozionale. Bisogna creare gli organismi per una lotta di questo genere. Essi non ci sono ancora, ma sono indispensabili per farne una lotta di massa, uscendo dai ghetti della controinformazione "tra coloro che già sanno" per varcare il crinale oltre il quale stanno, inconsapevoli e indifesi, milioni di telespettatori che sono preda del controllo e della manipolazione.

Giulietto Chiesa

(Aprile 2004)



Giulietto Chiesa è candidato con la lista Società Civile Di Pietro-Occhetto in quattro su cinque circoscrizioni, così suddivise:

1° circoscrizione Nord-Ovest (Lombardia, Piemonte, Liguria, Val d'Aosta)
2° circoscrizione Nord-Est (Trentino-Alto Adige, Friuli-Venezia Giulia, Veneto, Emilia Romagna)
3° circoscrizione Centro (Marche, Umbria, Lazio, Toscana)
4° circoscrizione Sud (Abruzzo, Molise, Puglia, Basilicata, Calabria e Campania)
(Nella 5° circoscrizione, che comprende Sicilia e Sardegna, Giulietto Chiesa non è candidato).

Giulietto Chiesa è nella testa di lista al Nord-Ovest e al Nord-Est, e segue il consueto ordine alfabetico nelle circoscrizioni del Centro e del Sud.
Le prossime elezioni europee avranno luogo da sabato 12 giugno alle ore 15, fino alle ore 22 e proseguiranno nella giornata di domenica 13 giugno 2004.






Giulietto Chiesa



Giulietto Chiesa è nato ad Acqui Terme (Al) il 4 settembre 1940. Giornalista dal 1979, quando entrò a L'Unità come redattore ordinario. In precedenza aveva compiuto una lunga esperienza politica, prima come dirigente studentesco universitario, a Genova e in campo nazionale (Vice-presidente dell'Unione Goliardica Italiana), poi come dirigente nazionale della Federazione Giovanile Comunista Italiana (FGCI), infine come dirigente della Federazione genovese del Pci negli anni 1970-1979. Capogruppo per il Pci nel Consiglio Provinciale di Genova dal 1975 al 1979, quando lascia il funzionariato di partito e viene assunto da L'Unità, a Roma. Dal 1 ottobre 1980 al 1 settembre 1990 corrispondente da Mosca per l'Unità.
Nel 1989-1990 è "fellow" del Wilson Center, Kennan Institute for Advanced Russian Studies, di Washington. Conferenze in quindici università e istituti di ricerca americani, Dipartimento di Stato, Rand Corporation etc. Nel 1990 entra alla Stampa, ancora come corrispondente da Mosca, e rimane in Russia fino alla fine del 2000. Attualmente è editorialista e commentatore politico dello stesso giornale e anche notista e commentatore del Manifesto e di Avvenimenti, oltre che di diverse riviste italiane. Collabora con numerose riviste e giornali italiani, europei russi e americani. Ha lavorato per il Tg 5, Tg 1 e Tg 3. Collabora saltuariamente con Radio Svizzera Internazionale, con Radio Vaticana, con la BBC in lingua russa, con Radio Liberty, con NTV (Russia) e con Deutsche Welle. Collabora regolarmente con Rai News 24 e con diversi programmi RAI, tra cui Primo Piano della Rete 3. Più recentemente tiene rubriche fisse mensili su Photo e Galatea.
In Russia ha da diversi anni una rubrica fissa sul settimanale dei circoli imprenditoriali Kompania. Ha scritto diversi libri, molti in tema di storia, cronaca e reportage sull'Unione Sovietica e sulla Russia. Il suo primo libro fu però dedicato al fallito tentativo di recupero degli ostaggi americani nell'ambasciata di Teheran. "Operazione Teheran" (De Donato, Bari 1980). Successivamente scrisse "L'Urss che cambia" (Editori Riuniti, Roma 1987) con lo storico allora dissidente russo Roy Medvedev. Questo libro venne tradotto in lingua portoghese nel 1988. Ancora in forma di dialogo con Medvedev uscì nel 1990, per i tipi di Garzanti, "La rivoluzione di Gorbaciov", che venne pubblicata prima negli Stati Uniti, con il titolo "Time of Change" (Pantheon Books, 1990) e poi in Giappone.
Quasi contemporaneamente uscì in Italia "Transizione alla Democrazia", per i tipi di Lucarini Editore. Una nuova edizione, largamente riveduta e aggiornata insieme a Douglas Northrop, con il titolo "Transition to Democracy", uscì nel 1991 negli Stati Uniti (University Press of New England) e successivamente in Russia, con il titolo "Perekhod k Democratij" (Mezhdunarodnye Otnoshenija). Seguirono altri due libri, il primo fu "Cronaca del Golpe Rosso" (Baldini & Castoldi, Milano 1991) e "Da Mosca, Cronaca di un colpo di stato annunciato" (Laterza, Bari 1995). Gli ultimi due libri sulle vicende russe sono stati "Russia Addio" (Editori Riuniti, Roma 1997), tradotto in russo con il titolo "Proschaj Rossija" (Editrice Geja) con enorme successo di pubblico, superando le 80 mila copie, e successivamente tradotto in cinese (Editrice Nuova Cina, Pechino 1999) e in greco (Kastaniotis, Atene 2000). E "Roulette russa" (Guerini & Associati, Milano 1999), che, con lo stesso titolo, "Russkaja Ruletka", è uscito in Russia a luglio 2000 per i tipi della casa editrice Prava Cheloveka. Negli ultimi cinque anni si è occupato di studio della globalizzazione e, in particolare, degli effetti sul sistema mediatico mondiale. Ha pubblicato numerosi saggi in materia per riviste italiane ed estere. Sono stati pubblicati in Russia due suoi saggi ricavati da relazioni all'Accademia delle Scienze e all'Istituto di Economia e relazioni internazionali, (IMEMO).
Attualmente collabora stabilmente o saltuariamente anche con altri giornali russi: Literaturnaja Gazeta, Delovoi Vtornik , Moskovskie Novosti. Sono usciti recentemente altri suoi lavori. Per i tipi di Einaudi è stato pubblicato " G8-Genova", la cronaca degli avvenimenti del luglio 2001. Per i tipi della Guerini e associati è uscito il libro "Afghanistan anno zero", scritto con il giornalista e disegnatore satirico Vauro, con prefazione di Gino Strada, il chirurgo italiano fondatore di Emergency. Quest'ultima opera è rimasta per un anno in vetta alle classifiche , avendo superato 115 mila copie vendute. E' uscita una edizione in lingua greca. Nella primavera del 2002 è uscito per i tipi Feltrinelli , "La Guerra Infinita", che ha già superato le 60 mila copie ed è rimasto a lungo in vetta alle classifiche della saggistica. Il volume ha un'edizione tedesca: "Das Zeitalter des Imperiums", Europaische Verlagsanstalt, Hamburg 2003.
Sempre per Feltrinelli nel marzo 2003 è uscito "Superclan", scritto con Marcello Villari. E a Mosca è stato pubblicato, per le edizioni Neizvestnaja Voina, (Mockva 2003) il volume "Beskonechnaja Voina", una traduzione di "Afghanistan anno zero" e di capitoli diversi i dei due volumi sopra citati usciti con Feltrinelli. L'ultimo libro pubblicato in Italia è "La guerra come menzogna", uscito nel 2004 per i tipi della casa editrice Nottetempo. Di esso esiste già un'edizione in francese, pubblicata da una casa editrice svizzera. Sia "La Guerra infinita" che "Superclan" stanno per essere pubblicati in inglese, mentre una casa editrice cilena sta per pubblicare l'edizione in lingua spagnola de "La guerra infinita".

Aprile 2004







Nicolò Marino
“L’esemplare di questa nostra Città sta forse nel cielo, e non è molto importante che esista, di fatto, in qualche luogo; a quell’esemplare deve mirare chiunque voglia, in primo luogo, fondarla dentro di sé”.  (Platone nel suo “Repubblica”).
Inizia con questa citazione di Platone il manifesto elettorale di Nicolò Marino, nato a Caltagirone (Ct) il 13 agosto 1960. Magistrato dal 1986, prima come giudice del Tribunale e della Corte di Assise di Siracusa, poi dal 1990 al 2003 come sostituto procuratore alla Procura della Repubblica di Catania (presso la quale ha fatto parte della Direzione Distrettuale Antimafia), fino al recente incarico di esperto della Commissione Parlamentare di inchiesta per le Ecomafie. Una battaglia non semplice quella di Marino, la sua candidatura nel “collegio Isole” (Sicilia e Sardegna),  per la lista Occhetto – Di Pietro, rappresenta una vera e propria sfida. Soprattutto a Catania, la sua città, dove ha espletato la sua professione di magistrato. “C’è stato un momento, a Catania – si legge nel manifesto - in cui le indagini di un magistrato avevano portato molto in alto, laddove mafia, potere occulto e malapolitica uccidono la speranza dei cittadini perbene. Nicolò Marino, pubblico ministero di Catania, era arrivato alla testa della piovra con le due più grosse inchieste mai condotte da queste parti. Una sull’appalto per il nuovo ospedale “Garibaldi”, affare da 70 miliardi che coinvolgeva l’intero sistema politico; l’altra sui rapporti tra la mafia e Sebastiano Scuto, re della grande distribuzione alimentare. Due inchieste che hanno fatto tremare i palazzi del potere, giunte al culmine di un decennio in cui Nicolò Marino è stato sempre impegnato sul fronte della lotta alla mafia. Fu in quel decennio che, dopo tanti anni di comoda latitanza, venne catturato Nitto Santapaola. Trovarono un nome gli assassini degli oltre cento morti ammazzati l’anno e i responsabili del traffico internazionale di armi e stupefacenti. Furono provati  i legami tra i cavalieri del lavoro e la mafia. Ebbero finalmente un volto gli assassini di Pippo FAVA, unica voce critica nel deserto dell’informazione catanese, monopolizzata da  “LA SICILIA” di Mario Ciancio. Si capì che il malaffare non aveva risparmiato il Palazzo di giustizia, occupato da professionisti in odor di mafia sistematicamente impegnati a curare sia le amministrazioni giudiziarie dei mafiosi, sia le procedure fallimentari in danno di piccoli imprenditori, frettolosamente spogliati dei propri beni”. Nel programma si legge anche l’impegno di Nicolò Marino che si riconosce nel programma politico  dei “riformatori per il Nuovo Ulivo” a “dar voce alle preoccupazioni dei movimenti e di milioni di cittadini che in questi anni hanno fatto emergere un'altra Italia che rifiuta l'illegalità diffusa, che combatte la scelta sciagurata di trascinare il Paese in una guerra preventiva; che respinge la riduzione dei diritti dei lavoratori, il loro impoverimento, la loro possibilità di costruirsi un futuro; che lotta contro la sistematica distruzione di fondamentali strumenti di tutela, di giustizia ed eguaglianza”. Nei primi punti del programma: la difesa della nostra Carta Costituzionale, “Il mantenimento della pace fra i popoli, la lotta al terrorismo, al traffico internazionale degli stupefacenti, alla mafia e alla criminalità organizzata”. Un occhio di riguardo al mutamento della prospettiva energetica nazionale ed europea con le nuove “energie pulite”, “Il rilancio delle industrie e dei commerci con il libero scambio, il confronto e non lo scontro fra tradizioni, culture e religioni diverse potranno ottenersi riportando l’asse della nostra Europa sul Mediterraneo dove  quelle tradizioni, quelle culture, quelle religioni trovarono il loro punto di incontro”. Per Marino è indispensabile creare una “zona di libero scambio” con “l’eliminazione degli ostacoli tariffari al commercio dei manufatti, la progressiva liberalizzazione dei prodotti agricoli e gli scambi in materia di servizi, lo sviluppo e il miglioramento delle infrastrutture, la creazione di un sistema efficace di trasporti, il supporto per gli investimenti e le attività delle società operanti nel campo dell’energia, l’ammodernamento e la ristrutturazione dell’agricoltura, la correzione dei processi produttivi che coinvolgono la sostanza organica anche al fine di combattere la desertificazione”. Il ruolo della democrazia “nella” e “della” comunicazione è un altro punto sul quale il programma si sofferma, arrivando infine alla questione dell’Europa aperta al resto del mondo, “per una giustizia economica, finanziaria ed ecologica, a partire da un rafforzamento dell'ONU e per un ri-orientamento dell'attuale politica del Fondo Monetario Internazionale, della Banca Mondiale e OMC”. In ultimo le motivazioni della scelta di candidarsi: “Nicolò Marino adesso ha scelto la strada della politica come l’unica alternativa possibile per continuare a battersi per quei principi di legalità e democrazia compiuta che da magistrato gli è stato impedito di attuare. Continuerà a farlo da uomo libero come esponente della società civile”. Il nostro sostegno a Nicolò Marino va, così come quello manifestato per Giulietto Chiesa, “all’uomo”, all’ideale di giustizia per il quale in tanti hanno sacrificato la propria esistenza e di cui la Sicilia è testimone.
Per informazioni contattare la segreteria dell’associazione Egalité tel. 095/388404



ANTIMAFIADuemila N°39
 
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  • La Rivista
    cop59.gif In edicola dal 18 luglio 2008

    In questo numero:
    Leggi "blocca processi", leggi "salva premier", "41 bis" revocati e intercettazioni vietate. E' scontro istituzionale.
    La Procura di Salerno ribalta il "caso De Magistris". Chiesta l'archiviazione ed annunciate indagini contro chi lo ha accusato.
    Presto al via il processo Toghe Lucane. La più importante inchiesta degli ultimi cinquant'anni.
    Agenda Rossa: La procura si appella alla Cassazione.
    Trapani: Nuovi legami tra mafia politica e massoneria. Il boss Messina Denaro tradito da falsi amici e documenti pericolosi.
    Gli affari della Despar in Sicilia. Si aggrava la posizione di Scuto nel processo.
    Barlume di speranza sul caso Rostagno. Vent'anni dopo l'attentato una perizia balistica potrebbe far emergere la verità.
    Talpe Dda. Le motivazioni delle sentenze Cuffaro, Borzacchelli e Ciuro.
    Calcestruzzi spa. Le dichiarazioni di Siino su Pesenti.
    Nu Bellu Lavuru. Sulla Ss 106 una commistione tra 'Ndrangheta e politica.
    Gli interessi di Cosa Nostra sul ponte di Messina.
    Ed altro ancora...
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  • Editoriale

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    La nascita della seconda Repubblica sul sangue di Falcone e Borsellino

    Il 19 luglio 1992, a cinquantasette giorni di distanza dalla strage di Capaci, veniva assassinato a Palermo, in via D’Amelio, il giudice Paolo Borsellino e con lui gli agenti della sua scorta.

    Il 20 luglio 1992 nasceva la Seconda Repubblica di questo nostro Paese, basata sulla corruzione, sulle mafie, sulla violenza, sul dominio, sulla prevaricazione, sulla ricchezza illecita, sul razzismo e sulla xenofobia.

    Oggi, ancora luglio, ma 2008, ci ritroviamo per la terza volta al governo l’imprenditore Silvio Berlusconi, plurimputato in diversi processi, amico di condannati per mafia e amico di Cosa Nostra sin dai primi anni Settanta. Che inneggia, abbracciato al suo principale garante Marcello Dell’Utri, all’eroe Mangano, complice dello scioglimento nell’acido di esseri umani.


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  • Terzo Millennio

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    In questo numero:

    Dopo sei anni di prigionia è stata finalmente liberata Ingrid Betancourt.
    Giulietto Chiesa, sempre analizzando il quadro internazionale degli eventi, spiega il trattato di Lisbona, attorno al quale si è creato un vero dibattito politico.
    Nuovi interrogativi sull'11 settembre. Troppi crolli accidentali.
    Appello contro la pedofilia e la sua ideologia. L'allarme lo lancia l'Associazione Meter di Don Fortunato Di Noto.
    Libera l'Acqua: prosegue la campagna sull'oro blu da parte delle associazioni del Cipsi.
    Si torna a parlare di Nucleare. Una minaccia per il mondo.
    Intervista al pm paraguaiano Arnaldo Guizzo in lotta contro la corruzione e il narcotraffico.
    Appello per un'informazione libera: un nuovo format televisivo per garantire libertà e democrazia nell'informazione.


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