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Antimafia Duemila

Wednesday
Aug 20th
L’intervista Giuseppe Lumia PDF Stampa E-mail
41 bis, è ancora uno strumento di lotta alla mafia?
di Lorenzo Baldo



Abbiamo chiesto all’on. Giuseppe Lumia, già presidente della commissione parlamentare antimafia, ora membro effettivo, di analizzare minuziosamente la situazione per trovare una via d’uscita.

Onorevole Lumia, per fare un po’ il punto sulla lotta alla mafia, vorrei partire dal fatto che il ministro Lunardi si è presentato a Capaci il giorno dell’anniversario dell’assassinio di Falcone, all’inaugurazione delle steli commemorative, incurante delle polemiche sulla sua partecipazione dopo le sue gravi dichiarazioni sulla "convivenza con la mafia". In quell’occasione abbiamo assistito anche ad un uso strumentale delle idee di Giovanni Falcone da parte del Presidente del Senato Marcello Pera, mentre il ministro Castelli, assente, chiedeva la lista dei nomi dei magistrati che avrebbero scioperato contro la riforma della giustizia.
Come vanno interpretati questi segnali?

Purtroppo quello a cui uno pensa in questi frangenti è che ci può essere il rischio di abituarsi a "convivere" con questa politica. Poi però vede la gente che sceglie di ricordare Falcone in maniera diversa, vede la reazione che suscitano le strumentalizzazioni tentate anche dalle cariche istituzionali e capisce che per fortuna in Sicilia ed in Italia esiste una larga maggioranza di cittadini che non si abituerà mai a convivere con la mafia. Ho trovato veramente scandaloso che Lunardi non abbia provato vergogna nello scendere a Palermo a commemorare Falcone, abusando del suo incarico ministeriale, nel tentativo (non riuscito) di far dimenticare le sue scandalose dichiarazioni. Forse ho trovato ancora più scandaloso che il Presidente del Senato abbia scelto quell’occasione per usare strumentalmente le parole di Falcone dentro una polemica politica, una polemica sull’indipendenza della magistratura, mentre tutti i magistrati (di tutte le convinzioni politiche) si accingevano a scioperare contro la riforma della magistratura voluta dal Ministro Castelli e dalla maggioranza. Una riforma che vorrebbe trasformare i magistrati in cittadini di serie B, senza diritto d’opinione, e aprire le porte ad un controllo politico dei pubblici ministeri. Tutto questo mentre il ministro non dà ancora il via a più di 1000 assunzioni di nuovi magistrati che erano già state avviate dal governo precedente, oppure mantiene bloccata la situazione della Procura di Napoli, dove il CSM all’unanimità ha votato la rimozione di Cordova, indebolendo ulteriormente la lotta alla camorra. Tutti questi segnali non vanno interpretati, sono semplicemente l’ulteriore dimostrazione che l’unica cosa su cui questo governo è attivo ed efficiente è la promozione dell’illegalità a sistema, la lotta a chi cerca di liberare ampie zone d’Italia dallo strapotere delle mafie.
Passiamo ad uno degli argomenti più delicati: la questione del 41 bis.

L’attuale governo vanta  il merito di averlo reso definitivo, ma di fatto assistiamo a clamorose revoche del regime di carcere duro applicato a mafiosi di grossissimo calibro. Appare evidente che la particolare norma abbia subito una sorta di “svuotamento".
Cosa sta accadendo in realtà? Come si può spiegare questa grave contraddizione?

Intanto sfatiamo un mito: la stabilizzazione del 41 bis è stata proposta in Parlamento grazie ai Democratici di Sinistra, con un disegno di legge di cui è stato primo firmatario il capogruppo al Senato, Angius. Il Governo aveva solo proposto di far passare da uno a due anni il periodo di applicazione. I maggiori responsabili istituzionali su questo tema: il ministro, i Presidenti delle Commissioni Giustizia di Camera e Senato, i responsabili giustizia dei partiti oscillavano tra l’indifferenza e l’aperta contrarietà. Solo una dura battaglia parlamentare e nell’opinione pubblica ha fatto sì che passasse la legge, purtroppo con alcune falle su cui la maggioranza era stata sorda a qualsiasi proposta migliorativa. Vorrei che fosse chiaro a tutti che il 41 bis non è un regime di isolamento assoluto. Chi è sottoposto a questo trattamento ha solo meno possibilità di avere contatti con l’esterno ed anche quelli all’interno del carcere sono regolati. Tutto ciò è indispensabile perché il mafioso non smette mai di essere tale, anche se è in carcere. Negli anni 80-90 molti capi mafiosi erano stati arrestati ma dal carcere continuavano a dirigere le loro cosche ordinando omicidi, rapimenti, racket. Ora questo è stato reso più difficile, ma diverse inchieste recenti dimostrano che anche dal 41 bis si riesce ad inviare segnali ed ordini all’esterno evitando i controlli. Per questo come DS abbiamo proposto di affiancare agli organici attuali della DIA anche un settore che si occupi di seguire direttamente i rapporti dei detenuti sottoposti al 41 bis e l’esterno: sia per garantirne la reale applicazione sia per fornire supporto ai tribunali di sorveglianza chiamati a decidere sui vari ricorsi. Esistono molti modi per far arrivare messaggi fuori dal carcere anche per chi è sottoposto al 41 bis: ci sono i colloqui con i parenti in cui si può facilmente usare un linguaggio in codice, ci sono gli altri detenuti con i quali si condivide la cosiddetta ora d’aria (che in realtà è una serie di possibilità di socializzazione), ci sono i pacchi che si possono ricevere. Non si può controllare tutto, ma si può controllare cosa succede dopo i colloqui e qual è il ruolo del detenuto nella struttura di comando delle cosche.

In base a quale criteri i tribunali di sorveglianza scarcerano personaggi riconosciuti altamente pericolosi e perché questi tribunali per esempio non sono tenuti a consultare le procure di Palermo, di Caltanissetta, di Reggio Calabria per vagliare la pericolosità di criminali la cui storia è ben nota ai magistrati che se ne sono occupati?
E’ su questo punto che la legge ha rivelato uno dei punti deboli più pericolosi. I Tribunali di sorveglianza hanno spesso preso le loro decisioni in base a informazioni non complete e non approfondite. Per questo si sono verificati tutti quei casi di revoca, con alcune decisioni veramente discutibili. Si è trattato di un errore interpretativo a cui la Corte di Cassazione ha posto fine con una sentenza, anche se le conseguenze dei primi errori si stanno ancora pagando. Purtroppo le prime sentenze di revoca hanno fatto, come si dice, giurisprudenza ed in qualche caso si sono applicati i principi enunciati in quelle sentenze anche dopo che la Cassazione era intervenuta. Nella sostanza i Tribunali di Sorveglianza competenti per territorio (che per intenderci sono spesso del centro o nord Italia) o hanno dato poco peso alle relazioni delle Procure che avevano arrestato i mafiosi o hanno dato troppo peso alle relazioni di chi è addetto all’applicazione del 41 bis. Per cui se è ovvio che un direttore di carcere sostenga che il detenuto al 41 bis non ha avuto contatti con l’esterno, è meno ovvio che non si confronti questa sua affermazione con quanto sono in grado di dimostrare le Procure del territorio di provenienza del mafioso sul ruolo ancora attivo nella cosca del detenuto.

Alla lista dei 72 detenuti al 41 bis che nel 2003 hanno ricevuto la revoca del regime di carcere duro si sono aggiunti altri 14 nei primi mesi del 2004. 86 nomi da far rabbrividire fra i quali troviamo: Francesco "Ciccio" Tagliavia, condannato per la strage di Via D’Amelio; Luigi Beccante, camorrista indicato come uno dei mandanti dell’omicidio del giornalista Giancarlo Siani; Domenico Farinella, capomandamento delle Madonie; Antonio Erasmo Troia, condannato per la strage di Capaci; Giovanni Bastone vice del capomandamento di Mazara del Vallo su cui pesa una condanna all’ergastolo; Pietro Ribisi indicato come uno degli assassini del giudice Saetta e del figlio. Tutti i provvedimenti in questione sono stati presi dai Tribunali di Sorveglianza competenti territorialmente che spesso hanno spiegato tali decisioni con motivazioni a dir poco inquietanti come ad esempio l’assenza di rischio che i detenuti in questione possano riprendere i contatti con i propri legami "affettivi" e di "affari". L’anziano boss Mariano Agate ha recentemente "elogiato" la riforma del 41 bis definendola un "capolavoro". Di fronte a tutto questo cosa ha fatto e cosa non ha fatto la Commissione Antimafia? Come avrebbe dovuto operare il Ministero della Giustizia?

Partiamo dal comportamento del Ministero. E’ agli atti della Commissione Antimafia che una prima riunione sui problemi che si stavano creando sul 41 bis si è svolta tra il Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria e la DNA il 7 luglio 2003. In quel momento c’erano già stati molti casi di revoca ma eravamo ben lontani dai 72 complessivi del 2003. Cosa ha fatto il Ministro una volta venuto a conoscenza del problema? L’ha trattato come un problema amministrativo delegando al DAP la ricerca della soluzione. Non ha informato il Parlamento, ed ovviamente nemmeno la Commissione Antimafia, ancor meno ha provveduto ad informare l’opinione pubblica. Se invece la vicenda fosse stata resa nota si sarebbe trovata una soluzione molto prima, si sarebbero sensibilizzati i magistrati di sorveglianza, si sarebbero allertati gli apparati investigativi. Si è scelto di non farlo per poter continuare a rivendicare il 41 bis come il successo del Governo nella lotta alla mafia. Solo a fine dicembre 2003 la vicenda ha trovato spazio sui giornali e solo a marzo 2004 la Commissione Antimafia se ne è finalmente occupata con una inchiesta del senatore Maritati, dei DS, che ha messo a nudo tutti gli errori e le mancanze da parte di chi aveva il compito di applicare la legge. Insomma il Ministero agisce in ritardo e senza trasparenza e poi si cerca di evitare che anche la Commissione Antimafia se ne occupi con celerità.

Siamo forse arrivati a un punto dove non c’è più la possibilità di fermare questo scempio della giustizia?
Non credo che si sia arrivati ad un punto di non ritorno. Fortunatamente la stragrande maggioranza dei magistrati non si arrende e non si adegua ed anche nella società, anche se di mafia si parla sempre meno, io vedo ancora una forte tensione alla giustizia ed una forte voglia di impegnarsi nella lotta contro la mafia. Certo se poi i magistrati devono comprarsi la carta per le fotocopie da soli, verbalizzare a mano i processi, andare in giro senza macchine blindate, tutto perché il Governo utilizza male le risorse finanziarie e preferisce premiare gli evasori, allora tutto si complica.

Nel frattempo le aspettative dei "detenuti storici" di Cosa Nostra continuano ad aumentare, Riina e i suoi "colonnelli" lanciano messaggi politici ai loro "interlocutori", poi assistiamo a questi provvedimenti di revoca del 41 bis.
Addirittura si concede la revoca del regime di carcere duro al killer della ‘Ndrangheta Bruno Rosmini che durante un’udienza aveva manifestato la volontà di "dissociarsi", un elemento fra l’altro non previsto dalla nuova legge sul carcere duro.
Sono solo coincidenze? La famosa "trattativa" tra Cosa Nostra e pezzi dello Stato è stata sancita anche da sentenze passate in giudicato per le stragi del ’92 e del ’93, ma oggi, nel 2004, ci troviamo ancora di fronte a richieste che inspiegabilmente vengono esaudite. Arriveremo alla revisione dei maxi processi? O all’instaurazione di una Cosa Nostra legalizzata che siede palesemente ai banchi di potere? Quale strategia di contrasto rimane?

Quella della "dissociazione" di Rosmini rimane una vicenda veramente incredibile: semplicemente si è trattato di ignoranza, applicando ad un detenuto per mafia valutazioni e benefici a cui non aveva nessun diritto. L’unico modo per dimostrare il proprio distacco dalle cosche in maniera positiva era ed è l’istituto della collaborazione di giustizia. Per le altre vicende rimane forte il sospetto che nella maggioranza non tutti siano sordi alle richieste che arrivano dai capi storici di Cosa Nostra, in questi giorni al processo palermitano contro Marcello Dell’Utri sono stati disegnati chiaramente i rapporti stretti tra l’artefice di Forza Italia ed esponenti di Cosa Nostra. Spesso in Parlamento arrivano, magari infilati dentro provvedimenti di adeguamento alle normative europee, tentativi di consentire di riaprire procedimenti passati in giudicato. Fortunatamente tutti questi tentativi e questi rapporti sono stati svelati, per cui è impossibile esaudire le richieste dei boss con facilità. Ma solo il fatto che ci siano questi tentativi deve tenere alta la preoccupazione per la tenuta delle istituzioni e non far abbassare la guardia. Nel sud si sono moltiplicati in questi anni episodi che vedono legati politici, anche di alto livello, e mafiosi. Troppo spesso però sono i cittadini anche responsabili se continuano a dare il loro consenso a chi se lo gioca su tavoli diversi da quelli istituzionali. La strategia di contrasto non cambia, deve solo essere aggiornata negli strumenti perché anche le mafie si aggiornano: controllo del territorio con la caccia ai latitanti e la lotta al racket, isolamento dei boss detenuti per evitare che continuino a comandare, lotta ai capitali illeciti con il sequestro, la confisca ed il riutilizzo a fini sociali, sviluppo nella legalità con il contrasto alle zone grigie del rapporto mafia e politica, educazione alla legalità e lavoro per strappare manovalanza giovanile alle cosche.

Faccio riferimento ad un altro caso eclatante. Lo scorso anno il Tribunale dell’Aquila aveva concesso gli arresti domiciliari a Leonardo Greco, notissimo fiancheggiatore di Provenzano, permettendogli persino di usufruire di alcune licenze per tornare a Bagheria, mandamento di cui è reggente. Ovviamente dal momento stesso in cui ha messo piede nel suo territorio è tornato a svolgere le sue funzioni di capo mafia. Fortunatamente è stato riarrestato immediatamente, ma la cosa ha avuto un esiguo risalto sui media.
Come può dunque essere preso d’esempio affinché non possa più accadere?

Anche in questo caso non ci sono spiegazioni plausibili, anzi credo che possa diventare un caso di scuola della mancanza di conoscenze sufficienti da parte del tribunale di sorveglianza. Basti sapere che, prima di essere scarcerato per "permettergli di reinserirsi", Greco aveva usufruito di un permesso premio per tornare a casa mentre erano in corso le elezioni per il comune di Bagheria, sciolto per mafia proprio per sospette collusioni tra l’amministrazione e la cosca di cui Greco è uno dei boss. Per evitare questi casi bisogna decisamente rafforzare il ruolo della DNA nel supporto delle varie strutture chiamate a giudicare i mafiosi per varie vicende, compresi i tribunali di sorveglianza. Bisogna che la DNA possa mettere a disposizione il massimo delle conoscenze possibili, e che ogni Tribunale debba provvedere ad aquisirle, per evitare che ci siano altri casi come questo.


ANTIMAFIADuemila N°40


 
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    La nascita della seconda Repubblica sul sangue di Falcone e Borsellino

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    Il 20 luglio 1992 nasceva la Seconda Repubblica di questo nostro Paese, basata sulla corruzione, sulle mafie, sulla violenza, sul dominio, sulla prevaricazione, sulla ricchezza illecita, sul razzismo e sulla xenofobia.

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