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Antimafia Duemila

Thursday
Aug 21st
Per una CULTURA DELLA LEGALITA’ n°41 PDF Stampa E-mail


«Ribellatevi alle estorsioni...»
A Palermo centinaia di manifesti contro il pizzo

di Francesco Leone

Palermo, primi giorni di giugno, il gran caldo non era ancora iniziato ma i cittadini del capoluogo siciliano erano pronti alla consueta “transumanza” stagionale verso le case in campagna (in gergo “villini”). Tutto si svolgeva attraverso la ripetizione ciclica degli stessi gesti e delle stesse consuetudini estive: l’acquisto di condizionatori d’aria, il gelato dopo cena lungo il Foro Italico, la consueta baruffa post elettorale nell’Assemblea regionale siciliana…insomma si prefigurava il solito inizio di “bella” stagione! Questa sonnacchiosa routine (un siciliano lo sa bene) è irreversibile. Il rompete le righe di giugno è imprescindibile per qualsiasi isolano: politica, lavoro, opinione pubblica si ridanno appuntamento a metà settembre. Deroghe a questo principio vi sono state solo per le stragi di mafia del ‘92 dopo di che non si è mossa più foglia. Eppure quest’anno qualcosa è successo. Palermo per un paio di giorni è sembrata ritornare anticipatamente dalle vacanze estive, la causa di tutto ciò? L’affissione di un manifesto.
E’ stata veramente un’inaspettata sorpresa ritrovare i muri, le piazze, le saracinesche del centro storico tappezzate da centinaia di manifesti in formato A4 e A3 con su scritto frasi del tipo “commercianti non pagate il pizzo”, “ribellatevi alle estorsioni” o ancora “non cedete al ricatto dei mafiosi”. In una città soffocata dai colori delle immagini dei tanti volti anonimi della politica, queste scritte, seppur ciclostilate e prive di qualsiasi accorgimento grafico, hanno attirato l’attenzione di molti. Dalla confcommercio al palazzo di giustizia, dal sindaco al prefetto sino alla gente comune arrivava una constatazione e una domanda: la prima era che la mafia resta un pericolo (vedi novità!) e la seconda (molto più succosa) riguardava la paternità dei manifesti che erano, infatti, orfani di sigle e simboli. 
Chi era l’autore, perché l’aveva fatto e quale sarebbe stata, se ci sarebbe stata, la prossima mossa: la macchina della politica e dell’opinione pubblica si era rimessa in moto…le vacanze potevano attendere. Per un paio di giorni i giornali e le tv hanno dato spazio alla vicenda, le interviste ai commercianti, alle autorità “preposte” e alla gente comune hanno fornito uno spaccato veritiero di ciò che è la società siciliana. Dagli avventori del bar Nobel ai divoratori di pane “ca’meusa” emerge una comune radice, un ensemble di fierezza, omertà, e visione gattopardiana degli eventi.
Dalle colonne del Giornale di Sicilia, per via di un comunicato arrivato in redazione, si è appreso dopo un po’ che gli autori dei manifesti erano per lo più giovani laureati in Giurisprudenza, commercianti rovinati dal pizzo e altri uniti dal comune senso di avversione al fenomeno.
A questo gruppo eterogeneo si è unita da subito l’associazione universitaria “Contrariamente” che concordando un coordinamento delle azioni di attacchinaggio, ha prodotto degli altri manifesti. Il nuovo messaggio era il seguente “la mafia è un pizzo di merda, onore agli autori dei primi manifesti, commercianti ribellatevi i giovani di questa città sono con voi” firmato “contrariamente”; un altro boom tra la gente e gli organi di stampa anche perché questa volta il manifesto aveva una paternità dichiarata. Le ragioni che hanno spinto l’associazione a firmare il manifesto le posso spiegare molto bene essendo io stesso vice presidente esecutivo della stessa.  Essenzialmente abbiamo ritenuto che il mondo universitario, soprattutto quello vicino all’area giuridica, potesse dare un contributo forte all’iniziativa e soprattutto non si potesse celare nell’anonimato la paternità di un manifesto che, nelle nostre intenzioni, avrebbe dovuto rappresentare la vicinanza di chi studia la giustizia con chi si sente abbandonato dalla stessa. La preoccupazione principale, infatti, della nostra associazione è sempre stata quella di riuscire a creare un ponte diretto tra lo studente universitario e il mondo dell’antimafia; se tale intendimento è comprensibile in qualsiasi società, nella nostra terra diventa addirittura imprescindibile. Ecco perché alle nostre attività (la giornata dello studente contro la mafia, l’istituzione di seminari con attribuzione di crediti universitari sulle misure antimafia e altro ancora) non poteva che aggiungersi il dare ancora più forza ad un grido di indignazione che, spontaneamente, è nato tra i giovani di questa città.
Dicevo spontaneamente…credo che proprio la caratteristica della spontaneità sia, forse, il valore più importante che emerge dall’intera vicenda. Cosa può difatti spingere un gruppo di persone, politicamente non esposte, a mettersi insieme intorno all’idea di denunziare il racket e, vincendo le normali paure di ritorsioni, passare dalla parola ai fatti? Provo a rispondere. Credo che le motivazioni siano tutto sommato facilmente argomentabili con una frase: in Sicilia nessuno (o quasi) parla più di mafia, cosa nostra per la politica non è più il pericolo numero uno. Si può prendere in giro i siciliani per un anno forse per due ma poi, di fronte ad una realtà d’evidente oppressione delinquenziale, anche le teste sicule iniziano a “girare”; tutto sommato i manifesti, esclamando una cosa ovvia come l’acqua calda, rappresentano su carta la “temperatura” di vaste fette di società che chiedono semplicemente “antimafia”. Lo scalpore suscitato da “quelli dei manifesti” (così ribattezzati dalla stampa) probabilmente non sarebbe stato lo stesso appena un paio d’anni fa… Che oggi la Sicilia non sia più quella della “primavera” è evidente e forse l’esperienza di dodici anni fa sarebbe irriproponibile a causa dei fattori stessi che la generarono, ma da qui ad immaginarsi una società così diversa ne passa acqua sotto i ponti. La nostra terra è diventata a tutti gli effetti la capitale della corruzione politica e della commistione tra istituzioni e mafia (le vicende dell’Ars sono note a tutti, così com’è nota a tutti l’arroganza con la quale i nostri rappresentanti si giustificano di fronte a frequentazioni se non altro sospette), la mafia è tollerata e normalizzata (e non credo che questo sia solo opera della “sommersione” voluta da Provenzano e che soprattutto ciò convenga solo a lui); a ciò aggiungo le baruffe in Procura, la commissione nazionale antimafia assente da Palermo per anni, la delegittimazione dei pubblici ministeri e la destituzione di Tano Grasso da commissario nazionale anti racket. Di fronte a tutto questo sfacelo, quando la società si sente abbandonata non può che cercare di difendersi con altri mezzi, sfruttando canali di comunicazione che sono diversi da quelli canonici. Che il “pizzo sia una montagna di merda” dovrebbe essere una cosa acquisita da tutti, oggi invece in Sicilia è necessario scriverlo sui muri.





Lettera a Giuseppe Francese

Caro Giuseppe,
sono già trascorsi due anni. Due anni segnati profondamente dal vuoto che hai lasciato in noi.
Avremmo da chiederti tante cose, avere risposte ai tanti nostri perché. Ma sarebbe inutile. Probabilmente con il tuo solito sarcasmo ci risponderesti cantando il ritornello di “Blowin’ in the wind” (Bob Dylan): risposta non c’è, o forse chissà, perduta nel vento sarà). Ed è giusto così.
Vogliamo allora credere che tu sia riuscito a ritrovare tuo padre e, insieme a lui, le altre vittime della mafia e magari anche Bonsignore e Basile di cui manifestavi quella profonda stima che dovrebbe essere sempre dovuta a degli uomini veri annegati in un mare indefinito di ruffiani e quaquaraquà. Se così è, quel luogo in cui ti trovi è certamente migliore di quello che hai lasciato, dove la barbarie della guerra e la bestialità del terrorismo hanno affievolito l’attenzione su tutto il resto.
In questa occasione avremmo voluto farti cenno a qualcosa di positivo come avrebbe potuto essere l’istituzione del Centro di documentazione sull’infanzia e l’adolescenza a te intestato, che l’amministrazione si era impegnata a realizzare, a seguito della raccolta di firme tra i colleghi dell’Assessorato, utilizzando per tale scopo quella che era stata la tua ultima stanza di lavoro. Un impegno a tutt’oggi non mantenuto, se si esclude per la targa collocata in prossimità della tua stanza e successivamente coperta con un sacchetto di plastica. Un modo esteticamente discutibile, ma assai efficace e soprattutto economico, per nascondere l’inesistente “Centro Giuseppe Francese” e gli impegni che ne discendevano per l’Amministrazione.
D'altronde, con gli impegni non mantenuti e con le speranze vane, come ben sai, si potrebbe scrivere una intera enciclopedia. Guarda, per esempio, che fine hanno fatto fare alla legge regionale 20/99. Una legge che avrebbe potuto e dovuto garantire giustizia e sostegno alle vittime sia della mafia che della criminalità e che, in questi anni, hanno voluto e potuto stravolgere, mortificandone le finalità con una serie infinita di estensioni, eccezioni, soppressioni, applicazioni non regolamentate. Pochi mesi fa, a seguito di un intervento di Sonia Alfano, che aveva denunciato le palesi ingiustizie che si stavano producendo, il Presidente della Regione si era impegnato ad una “verifica tecnica”. Verifica di cui a tutt’oggi non v’è traccia. Un’altra delle tante speranze dissolte, un altro impegno non mantenuto.
Insomma, caro Giuseppe, qui tutto è tale e quale a come l’hai lasciato. Sono soltanto aumentati i motivi per il nostro quotidiano travaso di bile. Come ci capita, appunto, per quella targa e per quella legge divenuti nuovi monumenti all’ipocrisia della Regione nella lotta alla mafia e all’ingiustizia sociale.

Un abbraccio.
Antonella, Marcello e Totò






Segnalazioni

Firenze. La Fondazione Sandro Pertini ha organizzato per il 1 ottobre 2004
Presso il Palazzo Vecchio Salone dei Cinquecento alle ore 9,30.
Un convegno: Sandro Pertini: Legalità e Democrazia
Per informazioni: Fondazione Pertini
Via Lorenzo il Magnifico, 14
50129, Firenze
tel. 055/484620 fax 055/471982

Vibo Valentia. Il 16 ottobre 2004 alle ore 10.00 l’Osservatorio Falcone e Borsellino Scopelliti organizza presso l’Istituto Tecnico Commerciale G.Galilei di Vibo Valentia la presentazione del libro “Un anno” la storia del giornalista Giuseppe Fava

Nicosia (Enna) III  congresso nazionale
di diritto e procedura penale
in memoria di Paolo Borsellino
Per informazioni
Ufficio Stampa
dott.ssa Alessandra Zaffiro
cell 360-532375

 
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  • Editoriale

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    La nascita della seconda Repubblica sul sangue di Falcone e Borsellino

    Il 19 luglio 1992, a cinquantasette giorni di distanza dalla strage di Capaci, veniva assassinato a Palermo, in via D’Amelio, il giudice Paolo Borsellino e con lui gli agenti della sua scorta.

    Il 20 luglio 1992 nasceva la Seconda Repubblica di questo nostro Paese, basata sulla corruzione, sulle mafie, sulla violenza, sul dominio, sulla prevaricazione, sulla ricchezza illecita, sul razzismo e sulla xenofobia.

    Oggi, ancora luglio, ma 2008, ci ritroviamo per la terza volta al governo l’imprenditore Silvio Berlusconi, plurimputato in diversi processi, amico di condannati per mafia e amico di Cosa Nostra sin dai primi anni Settanta. Che inneggia, abbracciato al suo principale garante Marcello Dell’Utri, all’eroe Mangano, complice dello scioglimento nell’acido di esseri umani.


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    Nuovi interrogativi sull'11 settembre. Troppi crolli accidentali.
    Appello contro la pedofilia e la sua ideologia. L'allarme lo lancia l'Associazione Meter di Don Fortunato Di Noto.
    Libera l'Acqua: prosegue la campagna sull'oro blu da parte delle associazioni del Cipsi.
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