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Contro la mafia nei Comuni lo scioglimento non basta più PDF Stampa E-mail

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di Luca Tescaroli - 4 maggio 2008
Da poco più di due mesi Giovanni Falcone aveva assunto il ruolo di direttore generale degli Affari penali quando, il 31 maggio 1991, il governo emanò il decreto legge 164 che introdusse nel nostro sistema la possibilità di sciogliere i Consigli comunali e provinciali e gli organi di altri enti locali per fenomeni di infiltrazione e di condizionamento di tipo mafioso.


Rappresentò una sorta di rivoluzione copernicana perché offrì uno strumento in grado di arginare l´avanzata mafiosa nei tasselli dello Stato più vicini ai cittadini, permeati da amministratori collusi. Si trattò di uno dei primi provvedimenti legislativi stimolati con successo da quell´eroe del nostro tempo morto a Capaci con la moglie e gli agenti di scorta.
Il decreto seguì i fatti cruenti che insanguinarono Taurianova: quattro uccisi in due giorni. Vicende che ebbero un notevole impatto mediatico e che fecero conoscere al mondo la realtà di una cittadina ove l´amministrazione comunale era occupata dalla mafia, la sicurezza pubblica era assente, il 90 per cento delle costruzioni degli ultimi vent´anni era abusivo e la loro edificazione era stata affidata a imprese appartenenti alla criminalità organizzata.
Da questa realtà maturò la necessaria sensibilità politico-istituzionale dei ministri dell´Interno e di Grazia e Giustizia che portò a proporre in seno al Consiglio dei ministri interventi mirati da parte dello Stato nei confronti delle amministrazioni degli enti locali. Fu così deciso che il loro scioglimento potesse essere deliberato dal Consiglio dei ministri prima di essere sottoposto alla firma del capo dello Stato per un periodo compreso tra i dodici e i diciotto mesi e, in attesa del decreto presidenziale, veniva attribuito al prefetto, in presenza di motivi di urgente necessità, il potere di sospendere gli organi dalla carica ricoperta, assicurando la provvisoria amministrazione dell´ente con un´apposita commissione.
La normativa introdotta, modificata e migliorata da successivi interventi, oggi regolata dagli articoli 143-146 del decreto legislativo 267 del 18 agosto 2000, si è concretamente rivelata un valido strumento di contrasto delle infiltrazioni e dei condizionamenti malavitosi nelle regioni del Sud, capace di intervenire anche dove è impossibile per la magistratura, non richiedendo né la prova di commissione di reati né che i collegamenti tra le amministrazioni e le organizzazioni risultino da prove inconfutabili. Sono, infatti, sufficienti semplici elementi e circostanze di fatto rivelatrici di un collegamento o di influenza tra l´amministrazione e i sodalizi criminali. Ha così consentito di intervenire nei confronti di enti locali caratterizzati da dissesti finanziari, da assenza di piani regolatori, da inefficienza dei servizi di polizia municipale, da rifiuti abbandonati per la mancanza di raccolta, dall´assegnazione di appalti a "uomini d´onore", da dilagante abusivismo edilizio che non risparmia nemmeno il suolo demaniale, da personale assunto in maniera clientelare e senza selezione di merito, da assistenza sanitaria quasi inesistente e degradata, da scuole in rovina, strade dissestate, cimiteri abbandonati.
Secondo i dati forniti dal ministero dell´Interno, nel nostro Paese oltre 170 Comuni sono stati sciolti per mafia, alcuni dei quali anche più volte. Tuttavia la pervasività della presenza mafiosa, sempre più proiettata al controllo delle istituzioni locali, nevralgici centri della spesa pubblica, ha dimostrato nei diciassette anni dall´entrata in vigore della normativa di saper superare ed eludere gli eventi traumatici derivanti dallo scioglimento, così impedendo di ottenere tutti i frutti che quelle norme lasciavano sperare. Si è infatti registrato, a distanza di poco tempo, che l´organo comunale è stato di nuovo dissolto. Sono complessivamente venticinque i casi di Consigli comunali sciolti per ben due volte (pari al 17,2 per cento del totale di quelli disgregati) e, in un caso, addirittura tre volte. Ben 130 amministratori sono stati rieletti nei Comuni sciolti. In Sicilia si sono verificati 34 casi: 17 a Palermo, otto a Catania, quattro a Trapani, tre a Caltanissetta, uno ad Agrigento e uno a Ragusa. Vi è dunque l´esigenza di pensare e introdurre norme che inibiscano tali rielezioni, prevedendo specifiche cause di ineleggibilità. Inoltre vi è la necessità di intervenire sui dirigenti e sui componenti degli organi revisori contabili, espressione dei rappresentanti di vertice degli enti e delle strutture politiche in cui sono inseriti, anche con meccanismi di mobilità. Appare apprezzabile al riguardo la scelta operata dalla legge finanziaria del 2007 (articolo 1, comma 715), che ha previsto per gli enti locali i cui Consigli sono stati sciolti la risoluzione di diritto degli incarichi a contratto, ove la Commissione straordinaria non li rinnovi entro 45 giorni dal proprio insediamento. La circostanza che, con frequenza crescente, gli enti locali fanno ricorso ai modelli societari privatistici comporta la possibilità di eludere la normativa sullo scioglimento, dal momento che l´articolo 146 del Testo unico degli enti locali fa riferimento alle sole aziende speciali.
È dunque necessario estendere l´ambito di applicazione a tali imprese che gestiscono i servizi pubblici locali (come i rifiuti e l´energia). Si tratta delle società miste (a capitale pubblico e privato) e in house (in cui l´ente locale detiene l´intera partecipazione). Del resto, la gestione di tali servizi rappresenta un´attività di dimensioni economiche assai rilevanti, nella quale la criminalità ha interesse a intervenire. L´estensione della normativa dovrebbe riguardare tutte le società a partecipazione pubblica, in specie quelle in house che possono beneficiare dell´affidamento diretto, senza il ricorso a procedure a evidenza pubblica. Altrimenti vi è il rischio concreto che, attraverso questa via, gli interessi mafiosi continuino a essere salvaguardati nonostante lo scioglimento del Consiglio dell´ente.
Nella prospettiva di rendere più incisiva l´azione di contrasto appare utile poi accentuare la collaborazione tra i prefetti e i procuratori della Repubblica e pensare a una normativa appropriata sullo scioglimento dei Consigli regionali e degli apparati societari collegati, che hanno mostrato di risentire dei collegamenti con appartenenti al mondo criminale. È significativo che la Commissione parlamentare d´inchiesta sul fenomeno mafioso, nella relazione approvata il 19 febbraio 2008, abbia posto la propria attenzione su talune delle necessità evidenziate, ripresentando, attraverso i rappresentanti dei gruppi, una proposta di legge alla Camera, già infruttuosamente avanzata nella precedente legislatura, mirando ad attuare i principi di buona amministrazione nell´azione degli enti locali, a discernere tra la responsabilità del livello politico e quella del livello gestionale-burocratico e a prevedere l´incandidabilità degli amministratori (a carico dei quali siano state accertate responsabilità) a seguito dello scioglimento del Consiglio dell´ente locale.
È auspicabile che il nuovo Parlamento si faccia carico di queste esigenze al fine di salvaguardare l´azione della pubblica amministrazione, che spesso risulta deviata, nel perseguimento dei fini pubblici, da interessi estranei illeciti.

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