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Antimafia Duemila

Thursday
Aug 21st
La matrice politica deviata PDF Stampa E-mail
Dalla requisitoria al processo La Torre ecco emergere una nuova pista: quell’omicidio non è solo opera  della mafia
di Dora Quaranta

Salvatore Cucuzza, uomo d’onore di Pippo Calò del mandamento di Porta Nuova, quando partecipa ai delitti non viene sempre informato dell’identità delle vittime designate. Non è importante, lui deve ubbidire agli ordini e basta. Ma la mattina del 30 aprile 1982, poche ore dopo aver per l’ennesima volta aperto il fuoco ed ammazzato, apprende dalle prime notizie di stampa che questa volta è stato ucciso un uomo dello Stato, un politico importante: l’onorevole Pio La Torre insieme al suo autista Rosario Di Salvo. Da quel momento quello non sarà più per lui un delitto come tanti altri, rimarrà impresso nella sua memoria in maniera indelebile e sarà il motivo scatenante inizialmente della sua dissociazione e poi della completa collaborazione con la magistratura italiana. Cucuzza, tratto in arresto il 4 maggio 1996 dopo che aveva da poco assunto la reggenza di Porta Nuova, diviene la principale fonte di accusa, per diretta e personale conoscenza, dei partecipanti al delitto La Torre. In più occasioni e in più vesti processuali le sue dichiarazioni danno prova di coerenza e ricchezza di dettagli. L’attendibilità della sua ricostruzione dell’agguato trova riscontri oggettivi negli accertamenti di Pg, nei risultati della perizia e nelle dichiarazioni dei testimoni del fatto omicidiario. Si aggiunge poi quanto asserito da altri collaboratori, come Marino Mannoia della famiglia di Santa Maria di Gesù e Giuseppe Marchese, affiliato alla famiglia di Corso dei Mille, il cui valore di riscontro è fondamentale perché del tutto autonomo ed indipendente rispetto alle dichiarazioni del boss di Porta Nuova. La collaborazione di Cucuzza si rivela decisiva  nel determinare la responsabilità penale nell’omicidio La Torre dei boss mafiosi Nino Madonia e Giuseppe Lucchese nell’ambito del processo conclusosi dinanzi alla I sezione della Corte d’Assise del Tribunale di Palermo lo scorso 28 giugno con la condanna all’ergastolo e a 2 anni di isolamento per entrambi gli imputati.
Il pm Nino Di Matteo nella requisitoria pronunciata il 26 maggio e il 1° giugno scorsi ricorda che nel corso dell’istruttoria dibattimentale Cucuzza ha dichiarato che quell’omicidio è stato per lui particolare, <<di particolare partecipazione psicologica>>, perché messo a segno contro un uomo delle istituzioni che faceva solo il suo dovere. Intorno alle 8 del mattino di quel 30 aprile di ventidue anni fa Cucuzza, armato di una 45 semiautomatica, su ordine di Pino Greco “Scarpa” si riunisce con altri uomini d’onore nel Fondo Pipitone dell’Acquasanta, parla con Gaetano Carollo, con lo stesso Pino Greco, con Giuseppe Lucchese, con i due fratelli Galatolo, Giuseppe e Vincenzo, con Stefano Fontana, con Nino Madonia. Vede allontanarsi su una Fiat 127 Nino Madonia ed uno dei Galatolo. Da lì poi si allontana lui stesso con Carollo su una Ritmo rubata. A poche decine di metri dal luogo dell’agguato Madonia prende il posto di Carollo, si pone alla guida del mezzo ed ordina a Cucuzza di scendere e posizionarsi sul marciapiede da cui avrebbe dovuto sparare contro il passeggero a bordo della vettura che la Ritmo di Madonia doveva bloccare. <<Quando Madonia – racconta Cucuzza – ha visto una macchina arrivare, era una macchina blu, mi ha fatto il segno, mi ha dato la battuta che quella era la macchina, gli ha tagliato immediatamente la strada, si è messo di traverso, la macchina si è dovuta fermare ed io ho iniziato a sparare, a iniziare a sparare alla persona che era accanto al conducente>>. Nel frattempo Pino Greco “Scarpa” e Giuseppe Lucchese su una moto di grossa cilindrata affiancano la vettura della vittima dal lato guida. Ma qualcosa comincia a non andare per il verso giusto nel piano previsto: la mitraglietta americana di Pino Greco, una Thompson, pronta a colpire l’autista Rosario Di Salvo, si inceppa. Di Salvo ha quindi il tempo di reagire. Cucuzza allora spara indirizzando tutti i colpi dalla parte del guidatore rischiando di colpire lo stesso Greco sceso intanto dalla motocicletta. <<Poi il passeggero – continua nel suo racconto Cucuzza – si è messo proprio con i  piedi verso il finestrino, quasi a scalciare e lui, Pino Greco, gli sparava colpo per colpo, colpo su colpo, non aveva la ripetizione nei colpi, non utilizzava la raffica. Dei miei 8 colpi, 7 li esplosi nei confronti del guidatore>>.
Perché Cosa Nostra mostra tanto accanimento contro l’on. Pio La Torre? Quali interessi e di chi l’attività instancabile di quest’uomo pone fortemente in pericolo? La requisitoria del pm Di Matteo, prima citata, al processo “Giuseppe Lucchese+1” richiama gli elementi principali attinenti alla questione del movente e dei mandanti dell’omicidio. A causa della sua opera politica intrapresa già a partire dagli anni ’70 fino all’ultimo momento della sua vita l’on. La Torre costituisce il pericolo numero uno per Cosa Nostra e per tutti quegli ambienti politici, imprenditoriali, istituzionali collusi con la mafia. Il movente risulta particolarmente complesso: Cosa Nostra è mossa da un intento vendicativo e preventivo rispetto a tutto ciò che l’onorevole sta continuando a porre in essere e che sempre più continuerà in futuro; a ciò si aggiunge <<un movente – scrive Di Matteo – d’intimidazione generale nei confronti della politica, nel momento in cui qualcuno, com’era successo due anni prima con l’on. Mattarella, come successe nell’82 per La Torre, dal settore politico, dall’angolo visuale del politico voleva portare avanti un’azione di contrasto seria ed efficace a Cosa Nostra, doveva  essere eliminato anche in funzione intimidatrice di tutti gli altri>>. La Torre come membro della Commissione nazionale antimafia, come parlamentare nazionale e in qualità di segretario regionale del Pci infrange equilibri consolidati tra mafia e politica, intacca gli interessi più diretti di Riina  e dei corleonesi, quelli economici. Nel 1976 La Torre è il primo firmatario (l’altro è l’on. Terranova che sarà assassinato nel ’79) di una relazione di minoranza della Commissione antimafia in cui cita nomi e cognomi, fatti e riferimenti precisi, attua un attacco diretto al sistema dei rapporti mafia-politica instaurato da Riina. Scrive infatti La Torre: <<Il commercialista Pino Mandalari, candidato del Movimento Sociale Italiano alle elezioni politiche del 1972, ospita nel suo studio le società finanziarie di alcuni tra i più noti gangster tra cui Salvatore Riina, braccio destro di Leggio e i Badalamenti di Cinisi, nonché quelli di padre Coppola. Tali società, intestate a dei prestanome, si occupano delle attività più varie, dall’acquisto dei terreni ed immobili come beni di rifugio alla speculazione edilizia, alla sofisticazione dei vini>>. Denuncia La Torre quel sistema di potere che a Palermo e nelle altre province occidentali siciliane alimenta le cosche e al cui vertice da vent’anni si è insediato il Ministro della Marina Mercantile Giovanni Gioia. La Torre fa anche il nome del costruttore Vassallo, di Ciancimino, Lesca, dell’impresario Cassina, <<pilastro del sistema di potere mafioso a Palermo>>, al quale ininterrottamente per anni e anni il Comune (Sindaco quasi sempre Ciancimino) rinnova automaticamente l’appalto di manutenzione delle strade e delle fogne di Palermo. Si deve a La Torre la proposta, concretizzatasi in legge solo dopo la sua morte (legge Rognoni-La Torre), di istituire il reato di associazione mafiosa (di cui all’art. 416 bis) e il sequestro e la confisca dei beni dei mafiosi. Ecco che Cosa Nostra viene colpita dritta al cuore dei suoi interessi, per la prima volta gli uomini d’onore vedono profanata la loro impunità, per la prima volta si trovano in grosse difficoltà nella gestione dell’ingente patrimonio accumulato con il traffico internazionale di droga. A conferma della portata devastante per Cosa Nostra della iniziativa legislativa di La Torre vi è quanto dichiara Giovanni Brusca ascoltato in pubblica udienza il 17 febbraio del 2003. Il collaboratore riferisce i commenti di Salvatore Riina all’indomani dell’omicidio La Torre: <<Ora gliela faccio vedere io, gliela faccio fare io la legge sul sequestro dei beni>> e poi Brusca aggiunge anche: <<Era una normativa, era una legge massacrante per Cosa Nostra, quindi quando nel ’92 e nel ’93 noi cerchiamo di ottenere anche attraverso le stragi un passo indietro da parte dello Stato, ci riferiamo, intanto, alla legge Rognoni-La Torre, intanto alla legge sull’associazione mafiosa, che poi è sempre la legge Rognoni-La Torre, all’abrogazione dell’ergastolo, alle cosiddette misure di prevenzione e a tutti i benefici che cercavamo per Cosa Nostra>>. Sempre a tal riguardo un altro collaboratore, Francesco Anzelmo, sottocapo della famiglia della Noce, nipote di Raffaele Ganci e pertanto  vicino a Riina riferisce ai giudici: <<Era la cosa che non si sopportava, di tutto si poteva parlare, ma questa cosa qui ci faceva letteralmente imbestialire>>.
Cosa Nostra ha quindi piena consapevolezza della pericolosità rappresentata dall’impegno del politico siciliano e si adopera per eliminarlo. <<Mi potrei fermare a dirvi mandanti del delitto sono stati soltanto gli appartenenti alla commissione di Cosa Nostra…>> avverte Di Matteo nella requisitoria <<però vi voglio ricordare anche quegli elementi che riconducono ad una partecipazione nella risoluzione omicidiaria anche di altri elementi, anche di altri ambienti>>. E’ possibile quindi che oltre all’ala militare di Cosa Nostra siano entrati in gioco anche altri fattori aventi con questa <<un rapporto di stretta contiguità operativa>>. Giovanni Brusca nell’udienza del 14 marzo 2003 evidenzia i rapporti in quel periodo tra Vito Ciancimino da un lato e Provenzano e Riina dall’altro, mediati da Pino Lipari. In quel momento storico i due corleonesi hanno interessi diretti negli appalti pubblici che vengono curati da Ciancimino. Per qualsiasi personaggio che si frapponga come ostacolo sul cammino di Ciancimino sono Riina e Provenzano a far sì che si trovi la giusta soluzione, fino all’eliminazione fisica. Brusca dice che Leoluca Bagarella gli ha fatto intendere espressamente che per l’omicidio Reina, per l’omicidio Mattarella  e per qualche altro (<<chissà se in questo qualche altro non rientri l’on. Pio la Torre>> precisa intanto Di Matteo nella requisitoria) è stato Pino Lipari a manifestare ai mafiosi l’attività di disturbo di questi politici. <<Quindi delitti – continua Di Matteo – che in qualche modo venivano non dico ispirati… non dico anzi ordinati, ma ispirati anche da quei soggetti, da quei politici in particolare che in quel periodo avevano un rapporto che, signori della Corte d’Assise, signori giudici popolari, era un rapporto estremamente stretto, era un rapporto in cui l’interesse mafioso e l’interesse di determinati settori della politica coincidevano>>. Occorre ricordare a questo punto quanto asserito da Cucuzza in riferimento ai commenti di Pino Greco subito dopo l’omicidio La Torre. Pino Greco non appare convinto che la legge sulla confisca dei beni possa essere bloccata e paventa l’idea che tutta la commissione provinciale di Cosa Nostra sia stata “usata”. Vi è poi Luigi Ilardo, boss del nisseno, che al col. Michele Riccio confida che per gli omicidi di Mattarella, Insalaco e La Torre esistono sia dei mandanti istituzionali deviati sia dei mandanti mafiosi. Un doppio livello di mandato insomma. Dal dibattimento in seno al processo “Giuseppe Lucchese+1”  emergono elementi che <<in questo momento – recita la requisitoria – non hanno quel carattere di precisione, quella individualizzazione che permette l’esercizio di azione penale nei confronti di qualcuno, che riportano all’esistenza anche di una volontà convergente con quella di Cosa Nostra ma originata, appunto… originatasi in soggetti che non facevano parte dell’ala militare di Cosa Nostra>>.



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