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Antimafia Duemila

Wednesday
Aug 20th
I figli della colpa PDF Stampa E-mail


Parla il sindaco di Corleone Giuseppe Cipriani.
<<Occorre rieducarli>>


di Dino Paternostro

Volete individuare i componenti di una cosca mafiosa? Basta ricostruire l’albero genealogico dei suoi esponenti più in vista: i margini di errore sono assolutamente trascurabili. Questa teoria era del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa che di mafia si intendeva, che conosceva la Sicilia e sapeva che i vincoli familistici rappresentano la struttura portante di questa particolare forma di criminalità organizzata. Oggi probabilmente questa teoria non funzionerebbe pienamente, perché anche in Sicilia le cosche mafiose si sono un po’ gangsterizzate.
Resta comunque ancora un metodo attendibile per mettere su un organigramma di massima delle organizzazioni mafiose. Per la controprova, basta fare un giro nei paesi di mafia o in determinati quartieri di città come Palermo, Catania, Trapani o Agrigento. In questi posti, tanti cognomi di mafiosi si ripetono ossessivamente da oltre un secolo, mentre i cognomi nuovi rappresentano eccezioni trascurabili. Non a caso, si usa comunemente il termine “famiglia” per indicare un gruppo organizzato di mafia.
Siccome nessuno può sostenere in buona fede che Cosa Nostra si riproduca attraverso il DNA dei suoi affiliati, è chiaro che bisogna tirare in ballo i suoi modelli culturali (o sub culturali) che essa è capace di trasmettere per provare a spiegarne la vocazione “replicante”. Al riguardo, la “trincea” di Corleone offre interessanti spunti di riflessioni. Maria Concetta Riina, in un’intervista a “Panorama” di qualche anno fa, non ha avuto la minima incertezza nel definire il padre “don” Totò, il migliore dei padri possibili, vittima dei pregiudizi di una società ostile. E a nulla valse l’invito del sostituto procuratore della Repubblica Ilda Boccassini, che la invitava a rinnegare la cultura del padre. Anzi, il “mammismo italico” si scatenò contro il giudice, che “osava” chiedere ad una figlia di rinnegare il padre. Ma il “capolavoro” di trasmissione della sub-cultura mafiosa, spacciandola per amore verso la famiglia, appartiene alla mamma di Maria Concetta, Ninetta Bagarella. Con una lettera a “La Repubblica” del giugno del ‘96, ha difeso il figlio Giovanni, arrestato per associazione mafiosa, sostenendo che la sua unica colpa era quella di chiamarsi Riina. Peccato che, dopo qualche anno, questo figlio “innocente” si vide costretto ad accettare il patteggiamento della pena per evitare guai più grossi. E peccato ancora che esistano le intercettazioni telefoniche di un concitato colloquio tra mamma Bagarella e il figlio, dove quest’ultimo manifesta il timore di essere pedinato da un “paesano” e lei lo tranquillizza dicendogli che avrebbe informato lo “zio Luchino” (Bagarella, fratello di Ninetta, feroce boss mafioso – N.d.a.). E peccato, infine, che sulla base delle impressioni del nipote, lo “zio Luchino” non ci pensasse su due volte ad assassinare Giuseppe e Giovanna Giammona e il marito di quest’ ultima, Francesco Saporito.
La verità è che <<l’unità di base di Cosa Nostra è la famiglia di sangue, quella che dà la continuità, che trasmette la sua subcultura. E’ difficilissimo per le nuove generazioni sfuggire a questa “eredità”. Se prendiamo l’albero genealogico dei Bagarella, per fare solo un esempio, vediamo che non si è mai salvato nessuno: i nonni, i padri, le madri, i fratelli, le sorelle, gli zii…>>, sostiene il sindaco di Corleone, Pippo Cipriani. Una sorte, quindi, che pesa quasi come una condanna biblica sulle “famiglie” di mafia. Una sorte che ha accomunato i Riina ai Vitale, ai Santapaola e a tante altre  “famiglie” mafiose.
E allora chiediamoci: c’è un modo per impedire la replica all’infinito della tragica telenovela “Piccoli mafiosi crescono…”? Secondo Cipriani, sì. E la sua proposta l’ha lanciata con grande fragore in un’intervista a “L’ Unità” del 17 febbraio 1997. <<Occorre disarticolare questo sistema di trasmissione dei valori, sfidando le famiglie “mafiose” proprio sul tema della famiglia>>, dichiarò allora Cipriani a Saverio Lodato. Ma ecco i passi fondamentali di quell’intervista dimenticata troppo in fretta.
Un’utopia bella e buona, non le pare?
<<Dipende. Per quanto riguarda gli adulti è sin troppo ovvio che debbano pagare per i tremendi crimini commessi. Ma mi chiedo: gli innocenti possiamo salvarli in tempo? Possiamo bloccare queste donne che sono deputate a conservare gelosamente un “focolare” di misfatti e subcultura? Credo proprio di si. Ricordo che quando Giovanni Riina fu arrestato, sua madre ebbe un momento di forte disorientamento. Forse, in quell’occasione, le istituzioni non ebbero il coraggio di dirle: noi questi figli te li vogliamo salvare, a patto che anche tu faccia la tua parte di madre>>. 
Sindaco, ricorderà che qualcuno ha teorizzato che i figli dovrebbero rinnegare i genitori mafiosi.  
<<Non si può chiedere a un figlio di rinnegare il padre, anche se il padre è il criminale più efferato. Mi sembra estremamente difficile che si raggiungano simili forme di ribellione. Personalmente rimango del parere che non è facendo leva sui figli che si risolve il problema>>.
Ma sulle famiglie. In che modo?
<< Le famiglie devono consentire alle istituzioni di recuperare e salvare i loro figli con progetti educativi mirati. Sottoponendoli – anche se la scelta delle parole non è felice – a un autentico “bombardamento” di messaggi e valori che siano alternativi e di contrapposizione ai loro valori tradizionali>>.
E se i mafiosi non ci stanno? Dovrebbero forse essere obbligati a “rieducare” i figli secondo le leggi del “nemico”?
<< In quel caso si porrebbe un problema. Un fatto ormai è certo: il contesto familiare non è una loro “riserva privata”. So bene che stiamo parlando di sfere private delicatissime e che le polemiche sono in agguato. Ma questa concezione arcaica e primitiva della “famiglia” ha una ricaduta così pesante  sull’intera  collettività e sui ragazzi stessi, che le istituzioni dovrebbero comunque intervenire con provvedimenti di autorità>>.
Vale a dire?
<< Se tu famiglia non accetti di collaborare per stendere una cintura protettiva attorno ai tuoi figli ancora innocenti, io Stato te li posso sottrarre. Per inserirli in altri contesti, per affidarli magari anche ad altri parenti che mafiosi non sono, oppure in realtà totalmente diverse. La mia proposta, dunque, è quella di un istituto di tutela e non di imposizione verso i ragazzi. Alla lunga questa strada potrebbe portare allo scardinamento di questa cellula malata che è la famiglia di mafia>>.
Collegi di Stato per i figli di mafia?
<< La parola collegio è troppo forte. Ma perché non congegnare strutture apposite, in contesti ambientali diversi dai paesi d’origine, che diano a questi ragazzi una speranza? Sarebbe un elemento di pressione forte sui familiari che ci penserebbero due volte a non collaborare: perderebbero i figli e si vedrebbero stigmatizzati come mafiosi non solo nelle aule di giustizia…>>.
Tre anni fa queste affermazioni di Cipriani suscitarono un vespaio di polemiche. Da più parti (anche “progressiste”) si gridò allo scandalo. <<Si vuole disarticolare la famiglia, l’unica istituzione sociale che ancora regge!>>, si disse. Oppure: <<Ma quale diritto ha lo Stato di intromettersi nelle famiglie?>>. Solo Antonino Caponnetto, l’ex “padre” del mitico pool antimafia di Falcone e Borsellino, ebbe la lucidità e il coraggio di spezzare una lancia a favore della proposta-Cipriani. <<Credo - disse Caponnetto a Lodato, su “L’Unità” del 20 febbraio 1997 – che prima o poi un discorso del genere vada aperto e affrontato. Ovviamente con serietà e ponderazione. Non foss’altro perché quando si mette mano sin dentro l’istituto familiare bisogna agire con infinita prudenza e avvedutezza>>. Poi, ad una precisa domanda su quale strumento utilizzare per salvare i “figli di mafia” da un destino quasi ineluttabile, rispondeva: <<la decadenza della patria potestà, ma entro i limiti ben definiti, regolamentati, disciplinati>>.
Un dibattito ancora attuale, che vale la pena rilanciare, anche perché non ci stancheremo mai di stupirci del fatto che lo Stato consideri Cosa Nostra una piaga sociale meno devastante dell’alcoolismo o della prostituzione. Infatti, se un padre è alcoolizzato, viene privato della patria potestà. Lo stesso accade ad una madre che esercita il mestiere di prostituita. Ma se un padre o una madre esercitano il “nobile” mestiere di mafioso, allora non succede niente. E – caso ancora più scandaloso – la patria potestà si può perdere anche in caso di manifesta indigenza, ma non in caso di sentenza passata in giudicato per il reato di associazione mafiosa.  
 
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    La nascita della seconda Repubblica sul sangue di Falcone e Borsellino

    Il 19 luglio 1992, a cinquantasette giorni di distanza dalla strage di Capaci, veniva assassinato a Palermo, in via D’Amelio, il giudice Paolo Borsellino e con lui gli agenti della sua scorta.

    Il 20 luglio 1992 nasceva la Seconda Repubblica di questo nostro Paese, basata sulla corruzione, sulle mafie, sulla violenza, sul dominio, sulla prevaricazione, sulla ricchezza illecita, sul razzismo e sulla xenofobia.

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