| Vendola: «Siamo dentro la tela di Penelope» |
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Emergenza ‘Ndrangheta e contrabbando in Puglia di Dora Quaranta «La lotta alla mafia nel sistema dell’economia sommersa finché rimarrà legata alle forze dell’ordine e alla magistratura assomiglierà alla famosa tela di Penelope. Occorre invece una risposta più larga, di massa che punti alla bonifica sociale dei territori criminali. Occorre un’altra Puglia». Questa l’opinione dell’on. Niki Vendola, vicepresidente della Commissione Parlamentare Antimafia, apparsa su «Liberazione» del 27 febbraio scorso all’indomani dell’omicidio di due agenti della Guardia di Finanza ad opera di contrabbandieri nel brindisino. Opinione che Vendola ha ribadito in un incontro sul tema del contrabbando in Puglia, svoltosi il 12 marzo presso l’auditorium comunale di Locorotondo (Ba). E’ difficile occuparsi del contrabbando isolandolo dalla criminalità mafiosa e dal contesto socioeconomico della Puglia. Innanzitutto, ha voluto subito precisare Vendola, bisogna sfatare il mito secondo cui questa regione non abbia una sua lunga tradizione di mafia. Esistono, infatti, saggi storici degli inizi del ‘900 che trattano di antiche vicende di cammorrìa e di maffìa. Quindi non solo un fenomeno di banditismo, seppur rilevante, ha segnato nel tempo la storia pugliese. Verso la fine degli anni ‘70 la Puglia è al centro di un duplice assalto della malavita organizzata: da sud da parte dei clan ‘ndraghetisti e da nord dalla Camorra napoletana. La reazione dei criminali indigeni a questo doppio movimento di colonizzazione è la costituzione nel Salento dei primi nuclei della Sacra Corona Unita. La magistratura del Salento avverte subito la gravità del problema e parla di «organizzazioni mafiose», dando il via ad un’efficace azione di contrasto. Negli altri distretti giudiziari si verifica invece la storia di una delle più vergognose rimozioni ed omertà istituzionali. A Bari nel 1986 nell’inaugurazione dell’anno giudiziario si parla di una realtà senza mafia, di una realtà il cui unico problema sono gli scippi. A Foggia nello stesso anno e nella stessa circostanza si discute solo di abbigerato per furto di bestiame e del carattere difficile dei cittadini di Cerignola, in quel periodo al primo posto in Europa per numero di abitanti denunciati. In questa cittadina le riunioni di condominio finivano sovente con un accoltellamento. Eppure il 1986 è l’anno dello splendore di due grandi e moderni imperi di mafia imprenditrice: quello di Francesco Cavallari a Bari e dei fratelli Casillo a Foggia. I Casillo sono proprietari di 60 aziende con un fatturato di 3.000 miliardi, sono proprietari di un quotidiano, il «Roma» e di tre squadre di calcio: il Foggia Calcio, la Salernitana e il Bologna. Sono soprattutto una delle più grandi imprese al mondo di import export di grano, sono quelli che realizzano la massiccia esportazione di grano radioattivo dall’Ucraina verso i paesi africani dopo l’esplosione di Chernobyl. Soltanto in seguito al pentimento di Pasquale Galasso, uno dei big della Camorra napoletana, i fratelli Casillo vengono incriminati per associazione mafiosa. Foggia è la città in cui la mafia uccide personaggi di primo piano come il direttore dell’Ufficio del Registro, Francesco Marcone, assassinato davanti alla sua abitazione il 31 marzo ‘95. Quindi siamo ben lungi dall’abbigerato o dal carattere poco tranquillo degli abitanti di Cerignola. A Bari 5.000 lavoratori ruotano attorno a quello che è il più grande gruppo di sanità privata del centro sud. Tra essi 800 sono pregiudicati. Tanta gente, formalmente impiegata presso le cliniche di Cavallari, riscuoteva lo stipendio pur essendo ospite del penitenziario. Considerando questo retroterra sociale si può affrontare il tema del contrabbando, inizialmente economia di sopravvivenza nel corso degli anni ‘50-‘60 e poi sempre più attività mafiosa dalla fine degli anni ‘70. «Il problema – ha sottolineato Niki Vendola a Locorotondo - è stato sottovalutato. Ma di quante persone parliamo? Non meno di 20.000 addetti al contrabbando, non meno di 10.000 addetti all’indotto. Parliamo in Puglia di un’attività che dà lavoro con diversi gradi di responsabilità, con diversi livelli di coinvolgimento a 30.000 persone. Attenti! Dobbiamo essere capaci di distinguere con minuzia estrema persino la vicenda dei dettaglianti. C’è il piccolo dettagliante che svolge un’attività di pura sopravvivenza e c’è il piccolo dettagliante che esercita un ruolo strategico di mafia, cioè un ruolo che io chiamo di periscopio dell’organizzazione sul territorio. Chi sta dietro al banchetto di rivendita delle sigarette è una sentinella del clan, ha il suo telefonino con cui poter comunicare tutti i movimenti che avvengono in quella zona. Dobbiamo essere capaci di intendere questo problema così come esso è realmente, senza pensare di poter dire, però, che in Puglia ci siano 30.000 affiliati ad un’organizzazione mafiosa, perché è insostenibile. In Puglia parliamo di fenomeni criminali che possono radunare 1.500 o 2.000 affiliati nei vari distretti. Se ci fosse in questa regione una mafia con 30.000 soldati, Cosa Nostra sarebbe uno scherzo in confronto.» Come contrastare sul serio questo fenomeno? Dieci o quindici anni fa poteva essere un’utile proposta l’abbattimento del monopolio di Stato; oggi non lo è più perché i generi portuali sono regolati da normative comunitarie. La tendenza in seno alla comunità europea è ad accrescere la cifra nei confronti degli alcolici e dei tabacchi. Non c’è la possibilità di una richiesta di ridimensionamento del prezzo. Quindi la strada da percorrere non è questa. In realtà la questione è complessa. Intanto esiste il problema delle multinazionali del tabacco. «La più grande organizzazione contrabbandiera è la Philip Morris. Nel 99,99% dei casi le sigarette di contrabbando non sono prodotte in luoghi differenti dalle sigarette che finiscono nei circuiti legali. Da questo punto di vista si profila una grande questione di politica internazionale e di politica commerciale». A Bari per 20 anni i gioiellieri, i pellicciai, i proprietari dei negozi delle vie più famose, alcuni notai ogni settimana stanziavano 50 o 100 milioni come una sorta di scommessa su uno scafo. Investivano nel contrabbando. Quando andava bene nelle loro tasche tornava il doppio: 100 o 200 milioni. C’era un coinvolgimento della buona borghesia che è stato uno dei canali della legittimazione sociale del fenomeno del contrabbando. Questo dà la percezione di quanto denaro circoli. Denaro che finisce prevalentemente in Svizzera e in Gran Bretagna. Non abbiamo alcun strumento per difenderci dal riciclaggio del denaro sporco. Il 70% delle banche italiane si sottrae al dovere di legge della segnalazione delle operazioni sospette. Il riciclaggio oggi soltanto in minima parte avviene attraverso i canali bancari, avviene soprattutto attraverso società finanziarie, assicurazioni, società in leasing, società fiduciarie, attraverso trasferimenti in aziende off shore. Per sconfiggere la mafia in Puglia bisogna far luce su un reticolo di botteghe appartenenti ad una piccola e media impresa semigansteristica. Purtroppo ogni volta che un magistrato ha avviato indagini su segmenti di lavoro nero, in Parlamento sono state depositate interrogazioni contro il suo operato colpevole di inibire lo sviluppo economico. Il lavoro di repressione delle forze dell’ordine deve essere sorretto da un risanamento del sistema economico, da una attività di bonifica sociale. «Bisogna risanare la Pubblica Amministrazione» avverte Vendola. «Sapete quanti sono i signori impiegati nella P.A. condannati per corruzione, per concussione, per estorsione, per associazione a delinquere di stampo mafioso? Sono migliaia! Sapete che non riusciamo a buttarne fuori nessuno? L’unico strumento sarebbe varare il pacchetto di legge anticorruzione approvato dalla Camera, ma che dal Senato è stato messo nel freezer. Un’operazione importante da compiere è quella di agire sui gangli fondamentali del riciclaggio del denaro sporco. Il problema sono i rapporti di produzione, il modello di sviluppo, l’economia reale e lì c’è la verità anche dei fenomeni criminali». Riportiamo di seguito l’intervista che l’on. Niki Vendola ha gentilmente voluto concedere alla nostra testata a conclusione dell’incontro. D: Qual è la sua opinione sul pacchetto sicurezza? R: Complessivamente si tratta di una serie di misure propagandistiche per rispondere in forma spettacolare e demagogicamente repressiva a un problema di sicurezza che va invece affrontato nella sua complessità e nella sua durezza con grande sobrietà e con una repressione intelligente e mirata. Sono provvedimenti che rispondono ad un allarme sociale spesso alimentato artificiosamente dai mass media, perché non c’è su alcuni reati un drammatico incremento, una terribile recrudescenza. Siamo sostanzialmente di fronte ad un quadro stazionario dei reati. Quello che aumenta è l’angoscia della gente, il sentimento di insicurezza. La gente ha paura di perdere il posto di lavoro, ha paura di non avere garanzie per i propri figli. E’ una insicurezza sociale che va indagata e affrontata nella sua radice materiale e nella sua complessità. Rischiamo di buttare un po’ di fumo in faccia alle persone sapendo che queste risposte così demagogicamente repressive non sortiranno nessun effetto positivo. Un indiscriminato paradigma repressivo non serve a niente. Le faccio un esempio. La deterrenza della recrudescenza delle pene è efficace nella misura in cui queste pene sono effettivamente applicabili. Aumentare a dismisura le pene per gli scippatori non è uno strumento di deterrenza là dove c’è una inapplicabilità effettuale dello strumento penale. Il problema della sicurezza riguarda la distanza tra la periferia e il centro delle aree metropolitane, riguarda la riorganizzazione dei trasporti, la riorganizzazione dei servizi sociali, la politica scolastica, un lavoro paziente di recupero dei minori a rischio, di bonifica sociale dei territori in cui si produce un disagio che spesso tracima e degenera in devianza, in delinquenza. Non c’è su questo una risposta univoca e salvifica. Non c’è mai stata. Sono necessari altri interventi possibili che riguardano per esempio la lotta alla criminalità organizzata dal punto di vista della sua dimensione economico-finanziaria. Occorre la effettività di una legge che esiste e non viene applicata: la legge Mancino 330 del ’93 che è la legge sulla trasparenza nelle società di capitale, nella compra vendita delle licenze commerciali e nella compravendita dei beni fondiari. C’è la costruzione di un archivio conti e depositi che possa consentire una informazione centralizzata dei movimenti finanziari. Bisogna riscrivere la legge Rognoni La Torre sulla confisca dei patrimoni. E’ stata costruita una legge che è importante, ma che considera il patrimonio soprattutto come un fatto di immobili; oggi, invece, il patrimonio mafioso è essenzialmente un patrimonio finanziario. Abbiamo pochissimi strumenti per contrastare questo che è il vero livello. Allora occorre rimettere al centro la mafia, combattere la mafia ed occuparsi dei grandi temi di bonifica sociale. D: Dopo l’ «Operazione Primavera» cosa accadrà in Puglia? R: Guardo con molta simpatia l’ «Operazione Primavera», perché non si tratta dell’esercito, ma di 1.900 appartenenti alle forze dell’ordine che vengono a fare un lavoro specifico, speriamo di sradicamento delle strutture di supporto del contrabbando sul territorio. Quel che mi preoccupa è se questi uomini vengono tolti da altri territori a rischio come la Calabria. La domanda che lei mi pone è la stessa che io ho rivolto al Governo. Il problema del dopo non è nella quantità di presenza delle forze dell’ordine sul territorio, ma è nella qualità dei loro mezzi di intervento. Quando ci sono 500, 600 o 700 km di costa importanti per il contrabbando ho bisogno di poter usare le tecnologie satellitari per il controllo. Schiero 100.000 persone? Non si può! Non serve a niente! Sia la costa sia l’entroterra, sia l’Aspromonte sia la Barbagia o la costa Adriatica sono oggi un problema da affrontare con le tecnologie di cui disponiamo. Gli investimenti in tecnologia sono la cosa più importante per sapere il movimento dei navigli contrabbandieri o dei navigli mafiosi in generale. D: Perché ci sono grosse difficoltà nella cattura del boss Prudentino? R: Prudentino è nella hit parade del contrabbando mondiale. E’ tra i più importanti mafiosi contrabbandieri che esistono in Europa. La sua forza è stata nella collusione che era riuscito a costruire con pezzi della polizia montenegrina. Le sue attività criminali, le sue ville venivano sorvegliate e protette dagli apparati di polizia del Montenegro. L’impressione è che il Montenegro consegnandoci 21 latitanti abbia salvaguardato un latitante che è una presenza che può essere molto scomoda anche per le autorità più importanti del Montenegro. Qualcuno avrà provato a salvaguardare se stesso salvaguardando Prudentino. Penso che in questo momento ci sia un’attenzione spasmodica di pool specializzati nel tentativo di catturare Prudentino. Queste sono le notizie in mio possesso. D: Il governo sta lavorando per attribuire il reato di associazione mafiosa ai contrabbandieri? R: Sì! L’idea è di inserire le attività di contrabbando dentro la fattispecie penale dell’associazione mafiosa. Ci sono iniziative in questa direzione. D: E’ ancora in atto l’investimento di denaro nel contrabbando da parte della Bari bene? R: Credo di no. Prima avveniva durante quella che era la fase dell’accumulazione primitiva del ciclo del contrabbando. Servivano i liquidi e i liquidi erano in possesso di pezzi della borghesia barese, brindisina, ecc… Se persiste si tratta di un fenomeno residuale. Oggi le organizzazioni mafiose dispongono di così tanti soldi che non hanno bisogno di prenderli in prestito da altri. Piuttosto hanno loro un problema: trovare le lavatrici per lavare questa enorme quantità di denaro sporco. D: A febbraio lei è giunto a Bari al seguito di Ottaviano Del Turco per un vertice antimafia in Prefettura. Quale è stato il riscontro da parte dell’amministrazione comunale di Bari? R: La maggior parte delle informazioni raccolte in quell’audizione le ho disseminate nel mio discorso. La novità è stata rappresentata dal Sindaco di Bari che per anni è stato uno dei principali testimoni dell’omertà. Uno che al settimo, ottavo morto ammazzato per strada, sul lungomare a Bari, dice: «storie di corna tra ragazzini» è il capo del partito degli struzzi. Il Sindaco questa volta, invece, ha fatto un discorso più intelligente, più veritiero, riconoscendo la natura mafiosa dei clan che controllano intere porzioni della città di Bari. E’ una novità che accolgo positivamente. Spero che anche le associazioni economiche facciano questo salto di qualità. L’omertà che aveva il Sindaco era la stessa omertà che aveva l’Assindustria a Bari. Dal Sindaco e da Matarrese, che era il presidente dell’Assindustria, proveniva la stessa filastrocca: «io vado in bicicletta….a Bari non succede quasi niente. Sì, ci sono delle storie, ma non c’entrano niente…. Questo sangue è estraneo alla vita cittadina». Così come il Sindaco pare che stia mutando opinione spero che possa fare altrettanto anche il vertice del mondo imprenditoriale pugliese. Se non c’è una coscienza di tutte le istituzioni, politiche, economiche, sociali, religiose, sindacali e se non c’è un coordinamento tra tutte queste potenze nella lotta alla mafia sarà un po’ difficile intraprendere questa lotta con efficacia. D: In occasione di quel vertice lei sottolineò il pericolo delle scarcerazioni. R: A Bari verranno messi fuori tutti i boss mafiosi, perché prima c’era un’unica aula bunker ubicata in una fabbrica in cui poi è stato trovato l’amianto. Quindi fine della storia, fine dell’aula bunker. Stiamo arrivando alla decorrenza dei termini della custodia cautelare. Nel giro di due mesi sono già ritornati in libertà 20 rappresentanti delle più importanti famiglie mafiose. Ecco perché durante quella visita della Commissione Antimafia a Bari ho parlato di «gioco dell’oca». Torniamo alle caselle di partenza. Torniamo di nuovo ai Capriati. Eravamo andati tre famiglie avanti come capacità di contrasto ed eravamo riusciti ad azzerare pure il clan Laraspata. Ritorniamo ora addirittura ai Catacchio e ai Capriati. E’ drammatico questo! E’ un problema politico generale! Bisogna che il governo ci dia risposte importanti. I processi vanno fatti. I mafiosi devono restare in galera! Dora Quaranta |
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Di seguito pubblichiamo, in formato pdf, l'intervento del Clar (Centro Libero Analisi e Ricerche) alla conferenza “Crisi dei mutui e finanza mondiale: cosa ci riserva l'economia?”
L'incontro si è tenuto ad Ancona lo scorso 14 dicembre 2007 e tra i relatori Anna Petrozzi il caporedattore del giornale ANTIMAFIADuemila.
La relazione è la sintesi di uno studio sulla finanza internazionale condotto dallo stesso Centro (vedi www.clarissa.it) ed esposto in modo semplice e facilmente comprensibile anche ai non addetti ai lavori. Un documento prezioso corredato di schemi e tabelle che illustra in modo chiaro i meccanismi di potere sui quali è basato l'attuale modello finanziario mondiale.
Studio sulla finanza internazionale del Centro libero analisi e ricerche
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